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2020-10-30
Il tycoon in rimonta soffia a Biden i voti delle minoranze e degli operai
Joe Biden (Getty images)
Lo chiamano «comeback». E, nel gergo elettorale americano, con questo termine si indica la riscossa del candidato che tutti davano per spacciato. Non è al momento chiaro se un tale genere di rimonta sia nelle possibilità di Donald Trump. Eppure qualcosa inizia a muoversi. Martedì, la media sondaggistica di Real Clear Politics ha dato per la prima volta il presidente avanti in Florida. Tutto questo, mentre l'inquilino della Casa Bianca ha colmato il divario in North Carolina, dove è ora in sostanziale parità con Joe Biden. Un Biden che, in Pennsylvania, ha visto scendere il suo vantaggio dal 5,2% al 3,5%. Notizie preoccupanti per l'ex vicepresidente si registrano anche sul fronte nazionale, in cui un recente sondaggio Ibd/Tipp lo dà avanti di appena 4,5 punti.
Del resto, se è vero che per Trump la situazione resta difficile, è altrettanto vero che si stanno registrando segnali in chiaroscuro. Biden sta guadagnando terreno tra le donne e i pensionati bianchi: un elemento che può aiutarlo in Florida. Tuttavia il presidente sta crescendo tra gli ispanici sotto i 45 anni: se nel 2016 poteva contare sul 22% di costoro, al momento è salito a quota 35%. Un simile incremento Trump lo sta registrando anche tra i giovani afroamericani, dove ha guadagnato circa 11 punti rispetto a quattro anni fa. Questo avanzamento (spesso sottaciuto) tra le minoranze etniche può consentire al presidente di erodere efficacemente la base di Biden in Florida e in Texas, oltre che in Nevada (dove la Casa Bianca spera ancora in un colpaccio).
Abbiamo poi la questione del voto operaio, notoriamente concentrato nella Rust Belt: un'area che anche stavolta è destinata a rivelarsi dirimente. Se Biden resta potenzialmente competitivo tra i colletti blu locali, è anche vero che riscontra non pochi problemi. In primis, troviamo l'ambientalismo: la sua ambiguità in materia di fratturazione idraulica ha creato molto nervosismo tra gli operai della Pennsylvania, dove -non a caso- Trump sta rimontando. In secondo luogo, troviamo il commercio internazionale. Non solo il presidente sta ripetutamente attaccando Biden per essere stato -da senatore- tra i fautori dell'ingresso della Cina nel Wto, ma sta anche rivendicando la rinegoziazione del Nafta, per cercare di farsi strada in Michigan e Wisconsin (dove, secondo i sondaggi, risulta più in difficoltà). Infine, non trascuriamo che la stretta vicinanza di Kamala Harris alla Silicon Valley possa rivelarsi un boomerang per il ticket democratico nella Rust Belt (come già accaduto a Hillary Clinton nel 2016). Un ticket democratico che, a causa delle sue posizioni nettamente abortiste, rischia di alienarsi il fondamentale voto cattolico in Stati come la Pennsylvania e il Michigan. Senza poi contare che il presidente potrebbe recuperare consensi nelle periferie cittadine grazie alla sua linea securitaria, sfruttando - sul tema - le ambiguità del rivale. Tra l'altro nella Rust Belt Trump può cavalcare anche i dati diffusi ieri sul Pil, che nel terzo trimestre ha registrato un inatteso boom del 33,1%.
In tutto questo, non tralasciamo poi le divisioni interne al Partito democratico. Nonostante l'apparente coesione legata all'anti-trumpismo, è tutto da dimostrare che i sostenitori di Bernie Sanders vadano a votare compattamente per Biden. Un candidato che i sandersiani considerano un'inaccettabile espressione dell'establishment di Washington e Wall Street. Senza poi dimenticare che i fautori di Sanders non hanno mai digerito granché neppure la Harris, da loro spesso tacciata di opportunismo e vicinanza ai poteri forti. Non è quindi del tutto escludibile che possa ripetersi la dinamica del 2016, quando una manciata di sandersiani votò alla fine per Trump in Pennsylvania e Michigan, aprendogli così le porte della Casa Bianca. Suggerire che questo non accadrà perché Biden sarebbe «più simpatico» di Hillary lascia il tempo che trova: lo zoccolo duro di Sanders ha una mentalità giacobina e ragiona in termini di appoggi politici e proposte programmatiche, non in termini di «simpatia personale». E, in materia di commercio internazionale, i sandersiani sono molto più vicini a Trump che a Biden. Forse temendo problemi nella Rust Belt, il candidato dem ha iniziato a fare campagna in Stati tradizionalmente repubblicani come la Georgia: una strategia che già Hillary, confortata dai sondaggi, tentò nel 2016 ma che si rivelò alla fine fallimentare.
Insomma, prima di dare Biden come sicuro vincitore di queste elezioni, bisogna essere molto cauti. Certo: la situazione per il presidente resta complicata (si pensi alla battaglia in Arizona). Ma parliamoci chiaro: da quando si è candidato nel 2015 alla nomination repubblicana, complicata -per Trump- la situazione lo è sempre stata. La sua leadership ha tra l'altro ripetutamente mostrato di temprarsi proprio nei momenti di assedio e bombardamento mediatico: quando tutto sembrava perduto. Non sarà un caso che un sondaggio Abc News dell'11 ottobre rilevò come, rispetto a Biden, il presidente fosse avanti di 15 punti nell'entusiasmo suscitato. Per cui, prima di darlo per morto, si faccia attenzione. Perché Trump queste elezioni può ancora vincerle.
Storico boom del Pil Usa: +33,1%
Buone notizie per Donald Trump. A ormai pochi giorni dal voto, il Dipartimento del Commercio ha reso noto ieri come, nel terzo trimestre, il Pil americano abbia registrato un boom del 33,1%: si tratta di un dato superiore alle aspettative, visto che la stima più ottimistica si attestava al 32%. Inoltre, i sussidi settimanali di disoccupazione restano sotto quota 800.000 unità, attestandosi a 751.000, in flessione rispetto a 791.000 della precedente settimana. Certo, la produzione economica non è ancora tornata ai livelli antecedenti alla pandemia. Resta tuttavia oggettivo che un simile rimbalzo a meno di una settimana dal voto sia una notizia confortante per il presidente in carica, che ieri ha twittato: «Numeri del Pil appena annunciati. I più grandi e i migliori del nostro Paese […] Tuttavia Sleepy Joe Biden e la sua proposta di aumento delle tasse da record ucciderebbero tutto. Sono così felice che questo dato sia uscito prima del 3 novembre». Insomma, il presidente è tornato a rinverdire il suo classico cavallo di battaglia: quello dell'economia. Trump adesso ha la possibilità di ribattere alle critiche dei democratici che -negli ultimi mesi- lo avevano incolpato per la crisi economica, scaturita a causa della pandemia. È del resto in una simile ottica che, in campagna elettorale, sta assumendo una rilevanza sempre maggiore la questione del commercio internazionale. Non sarà quindi un caso che la Casa Bianca sia tornata a interessarsi dell'Organizzazione mondiale del commercio.
Mercoledì scorso, gli Stati Uniti hanno infatti espresso parere negativo sull'ex ministro delle Finanze nigeriano, Ngozi Okonjo-Iweala, come nuova direttrice generale del Wto. Washington ha infatti indicato per l'incarico un'altra donna, l'attuale ministro del Commercio sudcoreano, Yoo Myung-hee. Una decisione dovrebbe essere presa il prossimo 9 novembre, pochi giorni dopo le presidenziali americane. Nonostante le accuse di razzismo rivolte a Trump per il veto imposto sull'ex ministro nigeriano, è chiaro che l'opposizione di Washington verso Ngozi Okonjo-Iweala nasca da considerazioni di carattere geopolitico e commerciale. Come sottolineato ieri dal South China Morning Post, l'ex ministro nigeriano gode dell'appoggio non soltanto dell'Unione europea ma anche della Cina. Quella stessa Cina che notoriamente fa leva sulla strategia del debito africano, per riuscire a imporre la propria influenza in seno agli organismi internazionali (si pensi soltanto all'Oms). Se è vero che Ngozi Okonjo-Iweala ha vissuto per molto tempo a Washington e detiene la cittadinanza statunitense, è altrettanto vero che la Nigeria intrattiene forti connessioni economiche con Pechino.
Negli anni passati, Trump ha tra l'altro più volte polemizzato con il Wto, arrivando anche a minacciare un suo abbandono. Nel luglio 2019, il presidente esortò l'organismo a modificare i parametri con cui attribuisce lo status di Paese in via di sviluppo: una linea d'attacco che aveva ovviamente come bersaglio la Repubblica popolare. D'altronde, lo stesso fatto di aver puntato su una sudcoreana come nuova direttrice generale rende ancor più evidente la linea anticinese che sta portando avanti la Casa Bianca. Infine, non bisogna neppure trascurare che l'ex ministro nigeriano sieda tra le alte sfere di società non particolarmente amichevoli verso Trump: è presidente del board di Gavi Alliance (strettamente legata a Bill Gates) e, dal 2018, membro del consiglio d'amministrazione di Twitter.
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Dato per spacciato, ha quasi colmato il divario con lo sfidante in North Carolina e lo ha superato in Florida The Donald può contare anche sulle spaccature nell'Asinello e sull'astio dei sostenitori di Bernie Sanders per il demVeto di Donald Trump alla nomina dell'ex ministro nigeriano Okonjo-Iweala a direttore del Wto. Spinta da Pechino, è nel board di Gavi e Twitter. Ma dirle di no è considerato «razzista»Lo speciale contiene due articoli Lo chiamano «comeback». E, nel gergo elettorale americano, con questo termine si indica la riscossa del candidato che tutti davano per spacciato. Non è al momento chiaro se un tale genere di rimonta sia nelle possibilità di Donald Trump. Eppure qualcosa inizia a muoversi. Martedì, la media sondaggistica di Real Clear Politics ha dato per la prima volta il presidente avanti in Florida. Tutto questo, mentre l'inquilino della Casa Bianca ha colmato il divario in North Carolina, dove è ora in sostanziale parità con Joe Biden. Un Biden che, in Pennsylvania, ha visto scendere il suo vantaggio dal 5,2% al 3,5%. Notizie preoccupanti per l'ex vicepresidente si registrano anche sul fronte nazionale, in cui un recente sondaggio Ibd/Tipp lo dà avanti di appena 4,5 punti. Del resto, se è vero che per Trump la situazione resta difficile, è altrettanto vero che si stanno registrando segnali in chiaroscuro. Biden sta guadagnando terreno tra le donne e i pensionati bianchi: un elemento che può aiutarlo in Florida. Tuttavia il presidente sta crescendo tra gli ispanici sotto i 45 anni: se nel 2016 poteva contare sul 22% di costoro, al momento è salito a quota 35%. Un simile incremento Trump lo sta registrando anche tra i giovani afroamericani, dove ha guadagnato circa 11 punti rispetto a quattro anni fa. Questo avanzamento (spesso sottaciuto) tra le minoranze etniche può consentire al presidente di erodere efficacemente la base di Biden in Florida e in Texas, oltre che in Nevada (dove la Casa Bianca spera ancora in un colpaccio). Abbiamo poi la questione del voto operaio, notoriamente concentrato nella Rust Belt: un'area che anche stavolta è destinata a rivelarsi dirimente. Se Biden resta potenzialmente competitivo tra i colletti blu locali, è anche vero che riscontra non pochi problemi. In primis, troviamo l'ambientalismo: la sua ambiguità in materia di fratturazione idraulica ha creato molto nervosismo tra gli operai della Pennsylvania, dove -non a caso- Trump sta rimontando. In secondo luogo, troviamo il commercio internazionale. Non solo il presidente sta ripetutamente attaccando Biden per essere stato -da senatore- tra i fautori dell'ingresso della Cina nel Wto, ma sta anche rivendicando la rinegoziazione del Nafta, per cercare di farsi strada in Michigan e Wisconsin (dove, secondo i sondaggi, risulta più in difficoltà). Infine, non trascuriamo che la stretta vicinanza di Kamala Harris alla Silicon Valley possa rivelarsi un boomerang per il ticket democratico nella Rust Belt (come già accaduto a Hillary Clinton nel 2016). Un ticket democratico che, a causa delle sue posizioni nettamente abortiste, rischia di alienarsi il fondamentale voto cattolico in Stati come la Pennsylvania e il Michigan. Senza poi contare che il presidente potrebbe recuperare consensi nelle periferie cittadine grazie alla sua linea securitaria, sfruttando - sul tema - le ambiguità del rivale. Tra l'altro nella Rust Belt Trump può cavalcare anche i dati diffusi ieri sul Pil, che nel terzo trimestre ha registrato un inatteso boom del 33,1%. In tutto questo, non tralasciamo poi le divisioni interne al Partito democratico. Nonostante l'apparente coesione legata all'anti-trumpismo, è tutto da dimostrare che i sostenitori di Bernie Sanders vadano a votare compattamente per Biden. Un candidato che i sandersiani considerano un'inaccettabile espressione dell'establishment di Washington e Wall Street. Senza poi dimenticare che i fautori di Sanders non hanno mai digerito granché neppure la Harris, da loro spesso tacciata di opportunismo e vicinanza ai poteri forti. Non è quindi del tutto escludibile che possa ripetersi la dinamica del 2016, quando una manciata di sandersiani votò alla fine per Trump in Pennsylvania e Michigan, aprendogli così le porte della Casa Bianca. Suggerire che questo non accadrà perché Biden sarebbe «più simpatico» di Hillary lascia il tempo che trova: lo zoccolo duro di Sanders ha una mentalità giacobina e ragiona in termini di appoggi politici e proposte programmatiche, non in termini di «simpatia personale». E, in materia di commercio internazionale, i sandersiani sono molto più vicini a Trump che a Biden. Forse temendo problemi nella Rust Belt, il candidato dem ha iniziato a fare campagna in Stati tradizionalmente repubblicani come la Georgia: una strategia che già Hillary, confortata dai sondaggi, tentò nel 2016 ma che si rivelò alla fine fallimentare. Insomma, prima di dare Biden come sicuro vincitore di queste elezioni, bisogna essere molto cauti. Certo: la situazione per il presidente resta complicata (si pensi alla battaglia in Arizona). Ma parliamoci chiaro: da quando si è candidato nel 2015 alla nomination repubblicana, complicata -per Trump- la situazione lo è sempre stata. La sua leadership ha tra l'altro ripetutamente mostrato di temprarsi proprio nei momenti di assedio e bombardamento mediatico: quando tutto sembrava perduto. Non sarà un caso che un sondaggio Abc News dell'11 ottobre rilevò come, rispetto a Biden, il presidente fosse avanti di 15 punti nell'entusiasmo suscitato. Per cui, prima di darlo per morto, si faccia attenzione. Perché Trump queste elezioni può ancora vincerle. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-tycoon-in-rimonta-soffia-a-biden-i-voti-delle-minoranze-e-degli-operai-2648551849.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="storico-boom-del-pil-usa-331" data-post-id="2648551849" data-published-at="1603997203" data-use-pagination="False"> Storico boom del Pil Usa: +33,1% Buone notizie per Donald Trump. A ormai pochi giorni dal voto, il Dipartimento del Commercio ha reso noto ieri come, nel terzo trimestre, il Pil americano abbia registrato un boom del 33,1%: si tratta di un dato superiore alle aspettative, visto che la stima più ottimistica si attestava al 32%. Inoltre, i sussidi settimanali di disoccupazione restano sotto quota 800.000 unità, attestandosi a 751.000, in flessione rispetto a 791.000 della precedente settimana. Certo, la produzione economica non è ancora tornata ai livelli antecedenti alla pandemia. Resta tuttavia oggettivo che un simile rimbalzo a meno di una settimana dal voto sia una notizia confortante per il presidente in carica, che ieri ha twittato: «Numeri del Pil appena annunciati. I più grandi e i migliori del nostro Paese […] Tuttavia Sleepy Joe Biden e la sua proposta di aumento delle tasse da record ucciderebbero tutto. Sono così felice che questo dato sia uscito prima del 3 novembre». Insomma, il presidente è tornato a rinverdire il suo classico cavallo di battaglia: quello dell'economia. Trump adesso ha la possibilità di ribattere alle critiche dei democratici che -negli ultimi mesi- lo avevano incolpato per la crisi economica, scaturita a causa della pandemia. È del resto in una simile ottica che, in campagna elettorale, sta assumendo una rilevanza sempre maggiore la questione del commercio internazionale. Non sarà quindi un caso che la Casa Bianca sia tornata a interessarsi dell'Organizzazione mondiale del commercio. Mercoledì scorso, gli Stati Uniti hanno infatti espresso parere negativo sull'ex ministro delle Finanze nigeriano, Ngozi Okonjo-Iweala, come nuova direttrice generale del Wto. Washington ha infatti indicato per l'incarico un'altra donna, l'attuale ministro del Commercio sudcoreano, Yoo Myung-hee. Una decisione dovrebbe essere presa il prossimo 9 novembre, pochi giorni dopo le presidenziali americane. Nonostante le accuse di razzismo rivolte a Trump per il veto imposto sull'ex ministro nigeriano, è chiaro che l'opposizione di Washington verso Ngozi Okonjo-Iweala nasca da considerazioni di carattere geopolitico e commerciale. Come sottolineato ieri dal South China Morning Post, l'ex ministro nigeriano gode dell'appoggio non soltanto dell'Unione europea ma anche della Cina. Quella stessa Cina che notoriamente fa leva sulla strategia del debito africano, per riuscire a imporre la propria influenza in seno agli organismi internazionali (si pensi soltanto all'Oms). Se è vero che Ngozi Okonjo-Iweala ha vissuto per molto tempo a Washington e detiene la cittadinanza statunitense, è altrettanto vero che la Nigeria intrattiene forti connessioni economiche con Pechino. Negli anni passati, Trump ha tra l'altro più volte polemizzato con il Wto, arrivando anche a minacciare un suo abbandono. Nel luglio 2019, il presidente esortò l'organismo a modificare i parametri con cui attribuisce lo status di Paese in via di sviluppo: una linea d'attacco che aveva ovviamente come bersaglio la Repubblica popolare. D'altronde, lo stesso fatto di aver puntato su una sudcoreana come nuova direttrice generale rende ancor più evidente la linea anticinese che sta portando avanti la Casa Bianca. Infine, non bisogna neppure trascurare che l'ex ministro nigeriano sieda tra le alte sfere di società non particolarmente amichevoli verso Trump: è presidente del board di Gavi Alliance (strettamente legata a Bill Gates) e, dal 2018, membro del consiglio d'amministrazione di Twitter.
Nicole Minetti e Carlo Nordio (Getty Images)
Se esiste, il complotto però a me pare che lo abbiano fabbricato direttamente lassù sul Colle. Altro che barbe finte, missioni sotto copertura, provocazioni di potenze straniere: l’operazione Disgrazia è tutta farina del sacco del Quirinale. E se Mattarella è in imbarazzo, come dicono, deve ringraziare qualche suo collaboratore. Del resto, è stato lo stesso portavoce di Mattarella a chiarire i contorni della faccenda l’11 aprile, quando iniziarono le prime polemiche per il provvedimento che cancellava le pene inflitte all’ex igienista dentale di Silvio Berlusconi. «La concessione dell’atto di clemenza - in favore del quale si è espresso il competente procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere - si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti, che necessita di assistenza e cure particolari presso ospedali altamente specializzati». Ora il concetto è stato ribadito da un nuovo commento rilasciato alle agenzie, in cui si sottolinea il ruolo della Procura generale. E, come ci ricordano ogni giorno i quirinalisti, ossia quella curiosa categoria di giornalisti che raccoglie ogni sospiro del presidente, il capo dello Stato è un fine giurista, ossia una persona che pesa le parole. Dunque, se ci fosse stato anche un lontanissimo sospetto che l’operazione Minetti fosse in qualche modo manovrata dall’esterno, il sempre cauto Mattarella non avrebbe certo autorizzato quella nota. Non solo: leggendo il comunicato balza all’occhio come si faccia riferimento non soltanto alle condizioni di salute del bambino adottato dalla coppia Minetti-Cipriani, ma soprattutto all’ampio parere del procuratore generale della Corte d’appello. Non si parla del ministero, dell’opinione di Nordio o dei suoi collaboratori, ma esclusivamente del via libera formulato dal giudice competente a esprimersi sulle richieste di grazia. Nei fatti, è così confermato che il ruolo del ministero, in questo ma anche in altre misure di clemenza, è assolutamente marginale, perché a via Arenula compete solo la consultazione del casellario, per evidenziare eventuali pendenze penali, e l’invio della pratica alla Procura, oltre che, nel caso questa tardi a rispondere entro i termini fissati, un eventuale sollecito per ottenere la risposta.
Nel tentativo di sviare la responsabilità del Colle che, come da sentenza della Corte costituzionale, è il solo titolare del potere di grazia, qualcuno ha pure provato ad alzare un polverone, sostenendo che il ministero avrebbe omesso, nel passare la pratica al procuratore generale, di richiedere indagini all’estero. In pratica, Nordio e compagni (alla giustizia operano molti esponenti di Magistratura democratica) si sarebbero «dimenticati» di ordinare le rogatorie per conoscere le «attività» estere della coppia Minetti-Cipriani, ovvero se in Uruguay l’ex consigliere regionale conducesse uno «stile di vita» (la definizione è della Procura generale) censurabile. Ma, come si fa notare al ministero, la richiesta di grazia non è un procedimento penale, bensì un atto amministrativo nella disponibilità del capo dello Stato. Dunque, non segue l’iter penale. E del resto, Nordio non ha al suo servizio la polizia giudiziaria (che, invece, è agli ordini dei pm) e quindi le richieste di approfondimento inviate a Milano sono le stesse che si formulano in questi casi, né più né meno. E se le risposte non piacevano, come fanno notare in tribunale a loro volta con una nota, il ministero e il Quirinale potevano rimandarle indietro e sollecitare un ulteriore approfondimento. Cosa che non è avvenuta.
In conclusione, nonostante ci sia chi prova a immaginare complottoni o depistaggi degli 007 stranieri, la faccenda nasce al Quirinale e si sviluppa con una serie di suggestioni giornalistiche tutte da dimostrare. Certo, se le informazioni alla base della storia sono come quelle di Sigfrido Ranucci sui viaggi del ministro della Giustizia, la questione non finisce qui.
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Francesca Nanni (Ansa)
Ama la serenità bucolica dell’orto ma le patate bollenti finite sulla sua scrivania non le ha coltivate lei. Francesca Nanni, 66 anni, procuratore generale (preferisce il maschile anche se è la prima donna a ricoprire il ruolo a Milano) si è ritrovata davanti i due tuberi più esplosivi dell’anno, mediaticamente del decennio. Si sa quanto il processo mediatico solletichi la vanità dei pm d’assalto ma lei non lo è, tutt’altro. Preferirebbe continuare a rappresentare la Giustizia con la maiuscola, a far funzionare l’ufficio come un orologio svizzero e a concedersi Paradise dei Coldplay la sera nel momento del relax.
Tutto questo prima del terremoto: il tritacarne di Garlasco e la grazia avvelenata a Nicole Minetti. Una doppietta da emicrania, nodi intricati fra sciatterie e pasticci combinati da altri, ai quali deve porre rimedio non solo per chiudere i dossier in nome della verità. Ma anche per restituire credibilità alla magistratura agli occhi dell’opinione pubblica e pure del Quirinale. Due finali di Champions League: la prima per far luce all’omicidio di Chiara Poggi 19 anni dopo, con un condannato da scagionare (Alberto Stasi), un nuovo sospettato da valutare (Andrea Sempio) senza poter sbagliare niente. Nel ventennio della vergogna è stato già sbagliato tutto. Titolo: Sempio dopo lo scempio. Nanni ha già cambiato passo: «Non sarà uno studio né veloce né facile, ma un’analisi attenta, anche per valutare se chiedere ulteriori atti». Piedi di piombo prima di chiedere la revisione.
L’altra patata bollente è perfino più a rischio ustioni. C’è una grazia trasformata in disgrazia per carenza di indagini, c’è da approfondire la vita dell’ex igienista dentale in Uruguay con il compagno e il ranch multiuso. Gli investigatori hanno avuto un anno di tempo per non scoprire ciò che era sotto gli occhi di tutti: bastava leggere Chi. Ora tocca a Nanni rimediare, sono le seccature dei gradi. Ha già sottolineato: «Speriamo di poter chiarire nell’interesse di tutti. Magari non siamo stati perspicaci ma diligenti si. Quello che ci è stato detto di fare l’abbiamo fatto». Poi ha coinvolto l’Interpol «perché i fatti riportati dalla stampa sono molto gravi ma vanno verificati. Voglio accertarli prima come cittadina, poi come magistrata e infine come magistrata coinvolta nella vicenda».
Francesca Nanni è nata a Millesimo (Savona) da madre toscana e padre bolognese, è in magistratura dal 1986 e vanta una carriera di prim’ordine: pm a Sanremo, poi all’Antimafia a Genova, procuratore a Cuneo e a Cagliari prima del salto definitivo a Milano. Nella sua storia ci sono vittorie ottenute con l’applicazione e il lavoro; fa parte della generazione boomer, testa bassa e pedalare. A Cuneo smaschera un traffico illegale di cuccioli (operazione Nero Wolf). A Cagliari ha il merito di riaprire il caso di Beniamino Zuncheddu; è la prima a credere nell’innocenza dell’uomo in carcere da 32 anni, la più lunga «ingiusta detenzione» italiana.
Arrivata a Milano deve affrontare il possibile rientro di sette ex terroristi rossi dall’esilio dorato a Parigi grazie alla dottrina Mitterrand. «Questi signori vengano riportati in Italia e le pene siano eseguite, altre valutazioni sono fuori luogo». Quando l’estradizione viene negata si attiva invano per «valutare se nell’ordinamento francese c’è la possibilità di un’impugnazione». Nel tempo libero il Procuratore generale Nanni predilige la palestra (body pump, il sollevamento pesi a ritmo di musica) e qualche weekend nella casa in Liguria fra ortensie, ortaggi, frutteto e pesca d’altura al tonno.
Nel referendum è scesa in campo con il partito del No, fu lei a dire a Carlo Nordio: «Mi consenta signor ministro, questa riforma ha un carattere punitivo che non meritiamo». Plurale imprudente. Lei certamente no, ma le due patate incandescenti sulla scrivania di mogano mostrano un sistema giudiziario disarticolato, bisognoso di profonda revisione. E confermano l’emendamento Gino Bartali («Tutto sbagliato, tutto da rifare»). Che non era Nordio e neppure Piero Calamandrei ma di pedalate se ne intendeva.
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Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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