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2020-04-19
Il rompicapo di Biden per la vicepresidenza
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Barack Obama e Joe Biden (Ansa)
Il recente endorsement di Barack Obama dovrebbe aver ormai suggellato la candidatura di Joe Biden alle presidenziali di novembre. Il condizionale resta d’obbligo, visto che l’ex vicepresidente non ha ancora blindato matematicamente la nomination democratica e stenta per ora a trovare una strategia autonoma nel proporsi come punto di riferimento nella crisi del coronavirus. Ciò detto, salvo imprevisti, è altamente probabile che sarà lui a sfidare Donald Trump a novembre.
E questo elemento inizia a porre decisamente sul tavolo una questione: chi sceglierà Biden come candidato alla vicepresidenza? La domanda è oziosa fino a un certo punto. E’ pur vero che, secondo la vulgata, quello del vicepresidente sarebbe poco più di un compito onorifico. Ciononostante bisogna considerare alcuni fattori.
In primo luogo, non è vero che storicamente tutti i vicepresidenti si siano rivelati delle figure aleatorie e scarsamente incisive (si pensi soltanto a Dick Cheney ai tempi di George W. Bush o a George H. W. Bush ai tempi di Ronald Reagan). In secondo luogo, non dimentichiamo che – in base a quanto prescrive la Costituzione americana – il vicepresidente subentri nel caso il Commander in Chief si trovi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni (per morte, malattia, dimissioni o impedimenti di altro genere): Gerald Ford divenne presidente nel 1974 dopo il passo indietro di Richard Nixon, mentre Lyndon Johnson fu catapultato alla presidenza nel 1963 dopo l’assassinio di John F. Kennedy. Il tema quindi è valido non soltanto dal punto di vista eminentemente storico ma anche in considerazione del fatto che, qualora vincesse le presidenziali novembrine, Biden – attualmente settantasettenne – diverrebbe il presidente al primo mandato più anziano della storia americana. E’ soprattutto in questo senso che quindi la questione della candidatura democratica alla vicepresidenza assume quest’anno una decisiva importanza. In terzo luogo, non trascuriamo che solitamente la scelta del cosiddetto running mate sia funzionale a compattare un partito al suo interno: è in quest’ottica che generalmente il ticket presidenziale (sia repubblicano che democratico) viene composto da due figure politicamente legate a correnti diverse. Tutto questo, senza dimenticare comunque le eccezioni. Nel 1992, Bill Clinton scelse come vice Al Gore: un centrista molto simile a lui. E la stessa Hillary Clinton, nel 2016, optò per il senatore Tim Kaine, che apparteneva alla sua stessa corrente. E Biden? Che cosa farà?
L’ex vicepresidente ha assicurato ormai da tempo che sceglierà una donna come running mate. Una promessa che rischia di rivelarsi tuttavia problematica sotto due aspetti. In primis, la scelta del vice dovrebbe essere presa quando la convention nazionale risulta ragionevolmente vicina, tenendo conto degli equilibri interni al partito. Fare una promessa come quella Biden, per di più così presto, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché – qualora nel frattempo cambiasse il contesto politico e si rivelasse necessaria un’altra scelta – l’ex vicepresidente si ritroverebbe con le mani legate. E’ del resto quanto sta già accadendo: giovedì scorso, quando gli è stato chiesto se potesse prendere in considerazione la scelta del governatore del New York Andrew Cuomo come proprio vice, Biden ha infatti risposto negativamente, ribadendo l’intenzione di avere una donna al suo fianco. Eppure, puntare su Cuomo potrebbe teoricamente garantirgli una figura che – nel campo democratico – ha nelle scorse settimane acquisito una certa popolarità nella gestione della pandemia. Un versante in cui – lo abbiamo detto – Biden risulta particolarmente debole al momento. Ecco che dunque il politicamente corretto rischia di sommergere il realismo, con conseguenze elettorali potenzialmente disastrose. In secondo luogo, un sondaggio, condotto da Politico e diffuso mercoledì scorso, ha mostrato come i due terzi dei rispondenti vogliano che Biden opti per un vice con esperienza di governo, considerando il genere e il colore della pelle dei fattori decisamente secondari. Gli stessi elettori, insomma, chiedono pragmatismo e non astratte posizioni di principio. Ricordiamo comunque che, sinora, solo due volte i maggiori partiti americani hanno candidato una donna alla vicepresidenza: Geraldine Ferraro (democratica) nel 1984 e Sarah Palin (repubblicana) nel 2008.
Come che sia, i nomi che stanno circolando da giorni delle papabili candidate vice sono molteplici. In particolare, si va dalla senatrice californiana Kamala Harris all’ex candidata al governatorato della Georgia Stacey Abrams. Abbiamo poi la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e la sua collega del Minnesota Amy Klobuchar. Senza infine dimenticare l’attuale governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. Per il momento, il nome più gettonato parrebbe quello di Kamala Harris, anche se – a ben vedere – difficilmente si rivelerebbe una scelta corretta. La Harris è afroamericana e viene dalla California: due fattori che, in sé stessi, non garantirebbero chissà quale aiuto al ticket democratico. Biden vanta infatti già il forte sostegno della comunità afroamericana, mentre la California è uno Stato progressista, che non vota per i repubblicani dal 1988: uno Stato che è dunque fortemente improbabile voterà per Trump a novembre. Ricordiamo inoltre che, nonostante un progressismo molto sbandierato, la senatrice californiana non venga granché apprezzata da varie aree della sinistra, che l’hanno spesso accusata di scarsa coerenza. Non dimentichiamo d’altronde che, l’estate scorsa, fu principalmente lei ad accusare Biden di trascorse collusioni con il segregazionismo razziale: un elemento che le creerebbe non poco imbarazzo, qualora accettasse una candidatura alla vicepresidenza. Avrebbe forse più senso puntare su Stacey Abrams, anche lei afroamericana ma della Georgia: uno Stato che vota ininterrottamente per i repubblicani dal 1996 e che (almeno teoricamente) risulta più contendibile, visto che – dal 2008 – lo scarto elettorale tra il candidato repubblicano e quello democratico è in loco inferiore al 10%. La Klobuchar e la Whitmer potrebbero invece rivelarsi preziose per conquistare il voto della Rust Belt: area storicamente dirimente, in cui Biden ha disperato bisogno di conseguire buoni risultati se vuole strappare a Trump la Casa Bianca. Tuttavia, va rilevato come la Whitmer abbia al momento una scarsa esperienza amministrativa (è governatrice soltanto dal 2019), mentre la Klobuchar, finché è stata candidata alle primarie democratiche di quest’anno, ha raccolto ben magri risultati.
Abbiamo infine l’incognita della Warren: una Warren che, appena ieri, ha dato la propria disponibilità per una candidatura alla vicepresidenza. Sulla carta, sembrerebbe un’opzione vincente. Biden, che è un centrista, scegliendo la senatrice del Massachusetts federerebbe l’intero partito, aprendo le porte alla sinistra. Il punto è che non è affatto detto che la sinistra veda realmente di buon occhio la Warren: soprattutto i sandersiani l’hanno sempre considerata (non senza ragione) troppo integrata all’establishment dell’asinello e non le hanno certo perdonato il mancato endorsement allo stesso Bernie Sanders all’inizio dello scorso marzo. Anzi, il fatto stesso che la senatrice non abbia fatto quell’endorsement e si sia adesso detta disponibile a correre al fianco di Biden non fa che metterla ulteriormente in cattiva luce agli occhi dei sandersiani, alimentando – tra l’altro – i sospetti di un patto politico sottobanco con l’ex vicepresidente.
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Il recente endorsement di Barack Obama dovrebbe aver ormai suggellato la candidatura di Joe Biden alle presidenziali di novembre. Il condizionale resta d’obbligo, visto che l’ex vicepresidente non ha ancora blindato matematicamente la nomination democratica e stenta per ora a trovare una strategia autonoma nel proporsi come punto di riferimento nella crisi del coronavirus. Ciò detto, salvo imprevisti, è altamente probabile che sarà lui a sfidare Donald Trump a novembre. E questo elemento inizia a porre decisamente sul tavolo una questione: chi sceglierà Biden come candidato alla vicepresidenza? La domanda è oziosa fino a un certo punto. E’ pur vero che, secondo la vulgata, quello del vicepresidente sarebbe poco più di un compito onorifico. Ciononostante bisogna considerare alcuni fattori.In primo luogo, non è vero che storicamente tutti i vicepresidenti si siano rivelati delle figure aleatorie e scarsamente incisive (si pensi soltanto a Dick Cheney ai tempi di George W. Bush o a George H. W. Bush ai tempi di Ronald Reagan). In secondo luogo, non dimentichiamo che – in base a quanto prescrive la Costituzione americana – il vicepresidente subentri nel caso il Commander in Chief si trovi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni (per morte, malattia, dimissioni o impedimenti di altro genere): Gerald Ford divenne presidente nel 1974 dopo il passo indietro di Richard Nixon, mentre Lyndon Johnson fu catapultato alla presidenza nel 1963 dopo l’assassinio di John F. Kennedy. Il tema quindi è valido non soltanto dal punto di vista eminentemente storico ma anche in considerazione del fatto che, qualora vincesse le presidenziali novembrine, Biden – attualmente settantasettenne – diverrebbe il presidente al primo mandato più anziano della storia americana. E’ soprattutto in questo senso che quindi la questione della candidatura democratica alla vicepresidenza assume quest’anno una decisiva importanza. In terzo luogo, non trascuriamo che solitamente la scelta del cosiddetto running mate sia funzionale a compattare un partito al suo interno: è in quest’ottica che generalmente il ticket presidenziale (sia repubblicano che democratico) viene composto da due figure politicamente legate a correnti diverse. Tutto questo, senza dimenticare comunque le eccezioni. Nel 1992, Bill Clinton scelse come vice Al Gore: un centrista molto simile a lui. E la stessa Hillary Clinton, nel 2016, optò per il senatore Tim Kaine, che apparteneva alla sua stessa corrente. E Biden? Che cosa farà?L’ex vicepresidente ha assicurato ormai da tempo che sceglierà una donna come running mate. Una promessa che rischia di rivelarsi tuttavia problematica sotto due aspetti. In primis, la scelta del vice dovrebbe essere presa quando la convention nazionale risulta ragionevolmente vicina, tenendo conto degli equilibri interni al partito. Fare una promessa come quella Biden, per di più così presto, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché – qualora nel frattempo cambiasse il contesto politico e si rivelasse necessaria un’altra scelta – l’ex vicepresidente si ritroverebbe con le mani legate. E’ del resto quanto sta già accadendo: giovedì scorso, quando gli è stato chiesto se potesse prendere in considerazione la scelta del governatore del New York Andrew Cuomo come proprio vice, Biden ha infatti risposto negativamente, ribadendo l’intenzione di avere una donna al suo fianco. Eppure, puntare su Cuomo potrebbe teoricamente garantirgli una figura che – nel campo democratico – ha nelle scorse settimane acquisito una certa popolarità nella gestione della pandemia. Un versante in cui – lo abbiamo detto – Biden risulta particolarmente debole al momento. Ecco che dunque il politicamente corretto rischia di sommergere il realismo, con conseguenze elettorali potenzialmente disastrose. In secondo luogo, un sondaggio, condotto da Politico e diffuso mercoledì scorso, ha mostrato come i due terzi dei rispondenti vogliano che Biden opti per un vice con esperienza di governo, considerando il genere e il colore della pelle dei fattori decisamente secondari. Gli stessi elettori, insomma, chiedono pragmatismo e non astratte posizioni di principio. Ricordiamo comunque che, sinora, solo due volte i maggiori partiti americani hanno candidato una donna alla vicepresidenza: Geraldine Ferraro (democratica) nel 1984 e Sarah Palin (repubblicana) nel 2008.Come che sia, i nomi che stanno circolando da giorni delle papabili candidate vice sono molteplici. In particolare, si va dalla senatrice californiana Kamala Harris all’ex candidata al governatorato della Georgia Stacey Abrams. Abbiamo poi la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e la sua collega del Minnesota Amy Klobuchar. Senza infine dimenticare l’attuale governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. Per il momento, il nome più gettonato parrebbe quello di Kamala Harris, anche se – a ben vedere – difficilmente si rivelerebbe una scelta corretta. La Harris è afroamericana e viene dalla California: due fattori che, in sé stessi, non garantirebbero chissà quale aiuto al ticket democratico. Biden vanta infatti già il forte sostegno della comunità afroamericana, mentre la California è uno Stato progressista, che non vota per i repubblicani dal 1988: uno Stato che è dunque fortemente improbabile voterà per Trump a novembre. Ricordiamo inoltre che, nonostante un progressismo molto sbandierato, la senatrice californiana non venga granché apprezzata da varie aree della sinistra, che l’hanno spesso accusata di scarsa coerenza. Non dimentichiamo d’altronde che, l’estate scorsa, fu principalmente lei ad accusare Biden di trascorse collusioni con il segregazionismo razziale: un elemento che le creerebbe non poco imbarazzo, qualora accettasse una candidatura alla vicepresidenza. Avrebbe forse più senso puntare su Stacey Abrams, anche lei afroamericana ma della Georgia: uno Stato che vota ininterrottamente per i repubblicani dal 1996 e che (almeno teoricamente) risulta più contendibile, visto che – dal 2008 – lo scarto elettorale tra il candidato repubblicano e quello democratico è in loco inferiore al 10%. La Klobuchar e la Whitmer potrebbero invece rivelarsi preziose per conquistare il voto della Rust Belt: area storicamente dirimente, in cui Biden ha disperato bisogno di conseguire buoni risultati se vuole strappare a Trump la Casa Bianca. Tuttavia, va rilevato come la Whitmer abbia al momento una scarsa esperienza amministrativa (è governatrice soltanto dal 2019), mentre la Klobuchar, finché è stata candidata alle primarie democratiche di quest’anno, ha raccolto ben magri risultati.Abbiamo infine l’incognita della Warren: una Warren che, appena ieri, ha dato la propria disponibilità per una candidatura alla vicepresidenza. Sulla carta, sembrerebbe un’opzione vincente. Biden, che è un centrista, scegliendo la senatrice del Massachusetts federerebbe l’intero partito, aprendo le porte alla sinistra. Il punto è che non è affatto detto che la sinistra veda realmente di buon occhio la Warren: soprattutto i sandersiani l’hanno sempre considerata (non senza ragione) troppo integrata all’establishment dell’asinello e non le hanno certo perdonato il mancato endorsement allo stesso Bernie Sanders all’inizio dello scorso marzo. Anzi, il fatto stesso che la senatrice non abbia fatto quell’endorsement e si sia adesso detta disponibile a correre al fianco di Biden non fa che metterla ulteriormente in cattiva luce agli occhi dei sandersiani, alimentando – tra l’altro – i sospetti di un patto politico sottobanco con l’ex vicepresidente.
Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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