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2020-04-19
Il rompicapo di Biden per la vicepresidenza
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Barack Obama e Joe Biden (Ansa)
Il recente endorsement di Barack Obama dovrebbe aver ormai suggellato la candidatura di Joe Biden alle presidenziali di novembre. Il condizionale resta d’obbligo, visto che l’ex vicepresidente non ha ancora blindato matematicamente la nomination democratica e stenta per ora a trovare una strategia autonoma nel proporsi come punto di riferimento nella crisi del coronavirus. Ciò detto, salvo imprevisti, è altamente probabile che sarà lui a sfidare Donald Trump a novembre.
E questo elemento inizia a porre decisamente sul tavolo una questione: chi sceglierà Biden come candidato alla vicepresidenza? La domanda è oziosa fino a un certo punto. E’ pur vero che, secondo la vulgata, quello del vicepresidente sarebbe poco più di un compito onorifico. Ciononostante bisogna considerare alcuni fattori.
In primo luogo, non è vero che storicamente tutti i vicepresidenti si siano rivelati delle figure aleatorie e scarsamente incisive (si pensi soltanto a Dick Cheney ai tempi di George W. Bush o a George H. W. Bush ai tempi di Ronald Reagan). In secondo luogo, non dimentichiamo che – in base a quanto prescrive la Costituzione americana – il vicepresidente subentri nel caso il Commander in Chief si trovi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni (per morte, malattia, dimissioni o impedimenti di altro genere): Gerald Ford divenne presidente nel 1974 dopo il passo indietro di Richard Nixon, mentre Lyndon Johnson fu catapultato alla presidenza nel 1963 dopo l’assassinio di John F. Kennedy. Il tema quindi è valido non soltanto dal punto di vista eminentemente storico ma anche in considerazione del fatto che, qualora vincesse le presidenziali novembrine, Biden – attualmente settantasettenne – diverrebbe il presidente al primo mandato più anziano della storia americana. E’ soprattutto in questo senso che quindi la questione della candidatura democratica alla vicepresidenza assume quest’anno una decisiva importanza. In terzo luogo, non trascuriamo che solitamente la scelta del cosiddetto running mate sia funzionale a compattare un partito al suo interno: è in quest’ottica che generalmente il ticket presidenziale (sia repubblicano che democratico) viene composto da due figure politicamente legate a correnti diverse. Tutto questo, senza dimenticare comunque le eccezioni. Nel 1992, Bill Clinton scelse come vice Al Gore: un centrista molto simile a lui. E la stessa Hillary Clinton, nel 2016, optò per il senatore Tim Kaine, che apparteneva alla sua stessa corrente. E Biden? Che cosa farà?
L’ex vicepresidente ha assicurato ormai da tempo che sceglierà una donna come running mate. Una promessa che rischia di rivelarsi tuttavia problematica sotto due aspetti. In primis, la scelta del vice dovrebbe essere presa quando la convention nazionale risulta ragionevolmente vicina, tenendo conto degli equilibri interni al partito. Fare una promessa come quella Biden, per di più così presto, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché – qualora nel frattempo cambiasse il contesto politico e si rivelasse necessaria un’altra scelta – l’ex vicepresidente si ritroverebbe con le mani legate. E’ del resto quanto sta già accadendo: giovedì scorso, quando gli è stato chiesto se potesse prendere in considerazione la scelta del governatore del New York Andrew Cuomo come proprio vice, Biden ha infatti risposto negativamente, ribadendo l’intenzione di avere una donna al suo fianco. Eppure, puntare su Cuomo potrebbe teoricamente garantirgli una figura che – nel campo democratico – ha nelle scorse settimane acquisito una certa popolarità nella gestione della pandemia. Un versante in cui – lo abbiamo detto – Biden risulta particolarmente debole al momento. Ecco che dunque il politicamente corretto rischia di sommergere il realismo, con conseguenze elettorali potenzialmente disastrose. In secondo luogo, un sondaggio, condotto da Politico e diffuso mercoledì scorso, ha mostrato come i due terzi dei rispondenti vogliano che Biden opti per un vice con esperienza di governo, considerando il genere e il colore della pelle dei fattori decisamente secondari. Gli stessi elettori, insomma, chiedono pragmatismo e non astratte posizioni di principio. Ricordiamo comunque che, sinora, solo due volte i maggiori partiti americani hanno candidato una donna alla vicepresidenza: Geraldine Ferraro (democratica) nel 1984 e Sarah Palin (repubblicana) nel 2008.
Come che sia, i nomi che stanno circolando da giorni delle papabili candidate vice sono molteplici. In particolare, si va dalla senatrice californiana Kamala Harris all’ex candidata al governatorato della Georgia Stacey Abrams. Abbiamo poi la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e la sua collega del Minnesota Amy Klobuchar. Senza infine dimenticare l’attuale governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. Per il momento, il nome più gettonato parrebbe quello di Kamala Harris, anche se – a ben vedere – difficilmente si rivelerebbe una scelta corretta. La Harris è afroamericana e viene dalla California: due fattori che, in sé stessi, non garantirebbero chissà quale aiuto al ticket democratico. Biden vanta infatti già il forte sostegno della comunità afroamericana, mentre la California è uno Stato progressista, che non vota per i repubblicani dal 1988: uno Stato che è dunque fortemente improbabile voterà per Trump a novembre. Ricordiamo inoltre che, nonostante un progressismo molto sbandierato, la senatrice californiana non venga granché apprezzata da varie aree della sinistra, che l’hanno spesso accusata di scarsa coerenza. Non dimentichiamo d’altronde che, l’estate scorsa, fu principalmente lei ad accusare Biden di trascorse collusioni con il segregazionismo razziale: un elemento che le creerebbe non poco imbarazzo, qualora accettasse una candidatura alla vicepresidenza. Avrebbe forse più senso puntare su Stacey Abrams, anche lei afroamericana ma della Georgia: uno Stato che vota ininterrottamente per i repubblicani dal 1996 e che (almeno teoricamente) risulta più contendibile, visto che – dal 2008 – lo scarto elettorale tra il candidato repubblicano e quello democratico è in loco inferiore al 10%. La Klobuchar e la Whitmer potrebbero invece rivelarsi preziose per conquistare il voto della Rust Belt: area storicamente dirimente, in cui Biden ha disperato bisogno di conseguire buoni risultati se vuole strappare a Trump la Casa Bianca. Tuttavia, va rilevato come la Whitmer abbia al momento una scarsa esperienza amministrativa (è governatrice soltanto dal 2019), mentre la Klobuchar, finché è stata candidata alle primarie democratiche di quest’anno, ha raccolto ben magri risultati.
Abbiamo infine l’incognita della Warren: una Warren che, appena ieri, ha dato la propria disponibilità per una candidatura alla vicepresidenza. Sulla carta, sembrerebbe un’opzione vincente. Biden, che è un centrista, scegliendo la senatrice del Massachusetts federerebbe l’intero partito, aprendo le porte alla sinistra. Il punto è che non è affatto detto che la sinistra veda realmente di buon occhio la Warren: soprattutto i sandersiani l’hanno sempre considerata (non senza ragione) troppo integrata all’establishment dell’asinello e non le hanno certo perdonato il mancato endorsement allo stesso Bernie Sanders all’inizio dello scorso marzo. Anzi, il fatto stesso che la senatrice non abbia fatto quell’endorsement e si sia adesso detta disponibile a correre al fianco di Biden non fa che metterla ulteriormente in cattiva luce agli occhi dei sandersiani, alimentando – tra l’altro – i sospetti di un patto politico sottobanco con l’ex vicepresidente.
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Il recente endorsement di Barack Obama dovrebbe aver ormai suggellato la candidatura di Joe Biden alle presidenziali di novembre. Il condizionale resta d’obbligo, visto che l’ex vicepresidente non ha ancora blindato matematicamente la nomination democratica e stenta per ora a trovare una strategia autonoma nel proporsi come punto di riferimento nella crisi del coronavirus. Ciò detto, salvo imprevisti, è altamente probabile che sarà lui a sfidare Donald Trump a novembre. E questo elemento inizia a porre decisamente sul tavolo una questione: chi sceglierà Biden come candidato alla vicepresidenza? La domanda è oziosa fino a un certo punto. E’ pur vero che, secondo la vulgata, quello del vicepresidente sarebbe poco più di un compito onorifico. Ciononostante bisogna considerare alcuni fattori.In primo luogo, non è vero che storicamente tutti i vicepresidenti si siano rivelati delle figure aleatorie e scarsamente incisive (si pensi soltanto a Dick Cheney ai tempi di George W. Bush o a George H. W. Bush ai tempi di Ronald Reagan). In secondo luogo, non dimentichiamo che – in base a quanto prescrive la Costituzione americana – il vicepresidente subentri nel caso il Commander in Chief si trovi impossibilitato a svolgere le proprie funzioni (per morte, malattia, dimissioni o impedimenti di altro genere): Gerald Ford divenne presidente nel 1974 dopo il passo indietro di Richard Nixon, mentre Lyndon Johnson fu catapultato alla presidenza nel 1963 dopo l’assassinio di John F. Kennedy. Il tema quindi è valido non soltanto dal punto di vista eminentemente storico ma anche in considerazione del fatto che, qualora vincesse le presidenziali novembrine, Biden – attualmente settantasettenne – diverrebbe il presidente al primo mandato più anziano della storia americana. E’ soprattutto in questo senso che quindi la questione della candidatura democratica alla vicepresidenza assume quest’anno una decisiva importanza. In terzo luogo, non trascuriamo che solitamente la scelta del cosiddetto running mate sia funzionale a compattare un partito al suo interno: è in quest’ottica che generalmente il ticket presidenziale (sia repubblicano che democratico) viene composto da due figure politicamente legate a correnti diverse. Tutto questo, senza dimenticare comunque le eccezioni. Nel 1992, Bill Clinton scelse come vice Al Gore: un centrista molto simile a lui. E la stessa Hillary Clinton, nel 2016, optò per il senatore Tim Kaine, che apparteneva alla sua stessa corrente. E Biden? Che cosa farà?L’ex vicepresidente ha assicurato ormai da tempo che sceglierà una donna come running mate. Una promessa che rischia di rivelarsi tuttavia problematica sotto due aspetti. In primis, la scelta del vice dovrebbe essere presa quando la convention nazionale risulta ragionevolmente vicina, tenendo conto degli equilibri interni al partito. Fare una promessa come quella Biden, per di più così presto, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio, perché – qualora nel frattempo cambiasse il contesto politico e si rivelasse necessaria un’altra scelta – l’ex vicepresidente si ritroverebbe con le mani legate. E’ del resto quanto sta già accadendo: giovedì scorso, quando gli è stato chiesto se potesse prendere in considerazione la scelta del governatore del New York Andrew Cuomo come proprio vice, Biden ha infatti risposto negativamente, ribadendo l’intenzione di avere una donna al suo fianco. Eppure, puntare su Cuomo potrebbe teoricamente garantirgli una figura che – nel campo democratico – ha nelle scorse settimane acquisito una certa popolarità nella gestione della pandemia. Un versante in cui – lo abbiamo detto – Biden risulta particolarmente debole al momento. Ecco che dunque il politicamente corretto rischia di sommergere il realismo, con conseguenze elettorali potenzialmente disastrose. In secondo luogo, un sondaggio, condotto da Politico e diffuso mercoledì scorso, ha mostrato come i due terzi dei rispondenti vogliano che Biden opti per un vice con esperienza di governo, considerando il genere e il colore della pelle dei fattori decisamente secondari. Gli stessi elettori, insomma, chiedono pragmatismo e non astratte posizioni di principio. Ricordiamo comunque che, sinora, solo due volte i maggiori partiti americani hanno candidato una donna alla vicepresidenza: Geraldine Ferraro (democratica) nel 1984 e Sarah Palin (repubblicana) nel 2008.Come che sia, i nomi che stanno circolando da giorni delle papabili candidate vice sono molteplici. In particolare, si va dalla senatrice californiana Kamala Harris all’ex candidata al governatorato della Georgia Stacey Abrams. Abbiamo poi la senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e la sua collega del Minnesota Amy Klobuchar. Senza infine dimenticare l’attuale governatrice del Michigan Gretchen Whitmer. Per il momento, il nome più gettonato parrebbe quello di Kamala Harris, anche se – a ben vedere – difficilmente si rivelerebbe una scelta corretta. La Harris è afroamericana e viene dalla California: due fattori che, in sé stessi, non garantirebbero chissà quale aiuto al ticket democratico. Biden vanta infatti già il forte sostegno della comunità afroamericana, mentre la California è uno Stato progressista, che non vota per i repubblicani dal 1988: uno Stato che è dunque fortemente improbabile voterà per Trump a novembre. Ricordiamo inoltre che, nonostante un progressismo molto sbandierato, la senatrice californiana non venga granché apprezzata da varie aree della sinistra, che l’hanno spesso accusata di scarsa coerenza. Non dimentichiamo d’altronde che, l’estate scorsa, fu principalmente lei ad accusare Biden di trascorse collusioni con il segregazionismo razziale: un elemento che le creerebbe non poco imbarazzo, qualora accettasse una candidatura alla vicepresidenza. Avrebbe forse più senso puntare su Stacey Abrams, anche lei afroamericana ma della Georgia: uno Stato che vota ininterrottamente per i repubblicani dal 1996 e che (almeno teoricamente) risulta più contendibile, visto che – dal 2008 – lo scarto elettorale tra il candidato repubblicano e quello democratico è in loco inferiore al 10%. La Klobuchar e la Whitmer potrebbero invece rivelarsi preziose per conquistare il voto della Rust Belt: area storicamente dirimente, in cui Biden ha disperato bisogno di conseguire buoni risultati se vuole strappare a Trump la Casa Bianca. Tuttavia, va rilevato come la Whitmer abbia al momento una scarsa esperienza amministrativa (è governatrice soltanto dal 2019), mentre la Klobuchar, finché è stata candidata alle primarie democratiche di quest’anno, ha raccolto ben magri risultati.Abbiamo infine l’incognita della Warren: una Warren che, appena ieri, ha dato la propria disponibilità per una candidatura alla vicepresidenza. Sulla carta, sembrerebbe un’opzione vincente. Biden, che è un centrista, scegliendo la senatrice del Massachusetts federerebbe l’intero partito, aprendo le porte alla sinistra. Il punto è che non è affatto detto che la sinistra veda realmente di buon occhio la Warren: soprattutto i sandersiani l’hanno sempre considerata (non senza ragione) troppo integrata all’establishment dell’asinello e non le hanno certo perdonato il mancato endorsement allo stesso Bernie Sanders all’inizio dello scorso marzo. Anzi, il fatto stesso che la senatrice non abbia fatto quell’endorsement e si sia adesso detta disponibile a correre al fianco di Biden non fa che metterla ulteriormente in cattiva luce agli occhi dei sandersiani, alimentando – tra l’altro – i sospetti di un patto politico sottobanco con l’ex vicepresidente.
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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Tim Walz (Getty Images)
Secondo tre esponenti del partito a conoscenza delle sue valutazioni, Klobuchar starebbe seriamente considerando una candidatura. La senatrice ha incontrato Walz domenica, hanno confermato fonti istituzionali. «Dopo aver riflettuto a lungo con la mia famiglia e con il mio team durante le festività, sono arrivato alla conclusione di non poter garantire l’impegno totale che una campagna elettorale richiede», ha spiegato Walz in una dichiarazione. «Ogni minuto speso a difendere la mia posizione politica sarebbe un minuto sottratto alla difesa dei cittadini del Minnesota dai criminali che sfruttano la nostra generosità e da chi specula cinicamente sulle nostre divisioni. Per questo ho scelto di fare un passo indietro e di concentrarmi esclusivamente sul lavoro di governo».
Come scrive il Wall Street Journal l’inchiesta sulle frodi, ancora in piena evoluzione e di dimensioni crescenti, ha rappresentato una distrazione costante per Walz e per l’intero Partito democratico del Minnesota, in una fase in cui i dem faticano a ritrovare una leadership nazionale e un peso reale a Washington. Lo scandalo è diventato rapidamente anche uno strumento di attacco per i repubblicani, che lo hanno utilizzato per dipingere il Minnesota e il suo governatore come l’emblema nazionale dello spreco di denaro pubblico e della cattiva amministrazione democratica. Dall’amministrazione Trump sono arrivate critiche quasi quotidiane, accompagnate dalla diffusione sistematica di video e contenuti ostili. Per il presidente Trump, Walz è entrato a pieno titolo nel suo personale «tour di rivincite politiche». Durante i 91 giorni trascorsi sulla scena nazionale come candidato alla vicepresidenza, il governatore aveva assunto il ruolo tradizionale di «cane da guardia», attaccando duramente gli avversari repubblicani e continuando a colpire Trump anche dopo la fine della campagna. Intanto, in Minnesota il clima si è fatto sempre più teso. Sdegno e imbarazzo si sono diffusi ben oltre i confini dello Stato. Influencer conservatori hanno raggiunto il territorio per realizzare video sul caso e mercoledì è prevista un’audizione al Congresso dedicata allo scandalo.
Il passo indietro di Walz innesca ora una corsa interna tra i democratici per individuare un nuovo candidato alla guida di uno Stato che tende storicamente a sinistra, ma che presenta una legislatura quasi perfettamente divisa tra i due schieramenti. Tra i possibili contendenti figurano il segretario di Stato Steve Simon e il procuratore generale Keith Ellison. Tuttavia, Klobuchar resta la figura con il profilo più solido: il maggiore consenso personale, una macchina organizzativa collaudata e una rete politica capillare. Sul fronte opposto, nonostante i repubblicani non conquistino una carica statale in Minnesota dal 2006, circa una dozzina di candidati si preparano alle primarie di agosto per contendersi l’accesso alle elezioni generali di novembre. Tra loro figurano il presidente della Camera statale Lisa Demuth, l’amministratore delegato di MyPillow Mike Lindell, l’imprenditore Kendall Qualls, l’avvocato di Minneapolis Chris Madel e l’ex candidato del 2022 Scott Jensen. Il Partito Repubblicano dispone di un ampio arsenale politico grazie agli sviluppi giudiziari: circa 60 persone sono già state condannate e oltre 90 incriminate in quello che viene descritto come il più grande schema di corruzione dell’era Covid negli Stati Uniti.
La maggior parte degli imputati è di origine somala. Le indagini, coordinate dall’ufficio del procuratore federale del Minnesota, rientrano in un più ampio sforzo del Dipartimento di Giustizia per smascherare i furti ai danni dei programmi di assistenza pubblica. Anche se alcune irregolarità risalgano a periodi precedenti al mandato di Walz, le frodi più estese emerse finora riguardano l’organizzazione no-profit Feeding Our Future, accusata di aver sfruttato un programma federale di nutrizione infantile. I primi 47 imputati sono stati incriminati nel 2022, verso la fine del primo mandato di Walz e durante la presidenza di Joe Biden. Secondo i procuratori, parte dei fondi sarebbe stata utilizzata per acquistare auto di lusso, immobili, gioielli e viaggi internazionali. L’ammontare complessivo delle somme sottratte attraverso frodi legate a pasti, alloggi, Medicaid e altri servizi resta oggetto di stime divergenti. Il Minnesota Star Tribune ha documentato, sulla base degli atti giudiziari, oltre 200 milioni di dollari, mentre funzionari federali e lo stesso presidente hanno ipotizzato cifre che potrebbero raggiungere diversi miliardi.
Martedì, l’amministrazione Trump ha annunciato il congelamento dei fondi federali destinati all’assistenza all’infanzia in Minnesota, citando nuove accuse di frode che coinvolgerebbero asili nido e che sono state rilanciate da un video divenuto virale. Le principali testate locali hanno però contestato alcune delle affermazioni contenute nel filmato. Le pressioni su Walz non sono arrivate solo dai repubblicani. In uno Stato che ha sempre rivendicato standard elevati di buon governo, anche voci autorevoli del mondo dell’informazione hanno chiesto un passo indietro. David Nimmer, giornalista di lungo corso e dirigente editoriale in pensione, ha invocato le dimissioni del governatore in una lettera pubblicata dallo Star Tribune. «Governatore, il tempo è scaduto: è il momento di farsi da parte. La burocrazia della sua amministrazione ha fallito in modo grave», ha scritto. «Che si parli di milioni o di miliardi, la frode al welfare resta comunque uno scandalo».
Negli ultimi mesi, Walz ha tentato di reagire nominando un ex giudice con un passato nell’FBI e alla guida della principale agenzia anticrimine statale per rafforzare la prevenzione delle frodi. Ha inoltre chiuso un programma considerato vulnerabile e ordinato una revisione esterna della fatturazione Medicaid. «È un problema che mi riguarda direttamente. Ne sono responsabile», ha dichiarato ai giornalisti. «Ma soprattutto, sarò io a risolverlo». Sessantunenne, Walz ha progressivamente spostato la propria azione di governo su posizioni più progressiste, dopo essere stato eletto nel 2018 come figura moderata. La sua esperienza nella campagna presidenziale del 2024, come candidato vicepresidente accanto a Kamala Harris, ha però messo in luce anche una propensione a imprecisioni ed esagerazioni nel racconto del proprio percorso personale e professionale, elementi che hanno ulteriormente indebolito la sua credibilità politica.
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Brigitte Macron (Ansa)
Dei commenti malevoli nei confronti della first lady transalpina circolavano già poco tempo dopo la prima elezione di Emmanuel Macron all’Eliseo, nel 2017. Poi, nel 2021, su Youtube, è stato pubblicato un video che faceva insinuazioni nei confronti di Brigitte Macron. L’autrice del video, della durata di quattro ore, è Delphine J., conosciuta sui social con lo pseudonimo di Amandine Roy. Il video, successivamente cancellato, insinuava che Brigitte Macron non sarebbe mai esistita. Al suo posto ci sarebbe stato invece il fratello, Jean-Michel Trogneux. Sempre secondo queste illazioni, l’uomo avrebbe cambiato sesso e dato vita all’identità della première dame. Come riportato dalla tv pubblica France info, Delphine J. aveva dichiarato in un’udienza precedente che «in quanto donna anatomica» si era sentita «attaccata» dalla presunta identità transgender della moglie del presidente francese. Ieri, dopo la lettura della sentenza, la youtuber non ha rilasciato dichiarazioni ai giornalisti, ma ha preferito lasciar parlare una delle sue sostenitrici che ha dichiarato: «Siamo in un sistema monarchico».
Bertrand Scholler, presentato come «gallerista» da vari media transalpini, tra i quali Bfm tv e Le Monde, è stato condannato a sei mesi di carcere con la condizionale per un fotomontaggio di Brigitte Macron, realizzato nel 2024. La reazione del condannato non si è fatta attendere. Uscendo dall’aula del tribunale Scholler ha dichiarato che «se ciò che dite non piace» allora «sarete condannati. È un fatto del principe!». E ancora che «in Francia non si ha più il diritto di pensare!»
Delphine J. e Scholler erano i soli imputati presenti ieri in tribunale. Mancava invece Aurélien Poirson-Atlan, noto sui social come Zoé Sagan e ritenuto colpevole per aver pubblicato dei testi su X riguardanti la moglie del presidente francese. Nelle fasi precedenti del processo, ha ricordato ancora il canale pubblico, Poirson-Atlan aveva affermato che esisteva un «segreto di Stato scioccante» che implicava «una pedofilia tollerata dallo Stato».
Come Poirson-Atlan mancavano dall’aula anche tutti gli altri imputati. In primo luogo Jean-Christophe P., condannato a sei mesi di carcere «puri» anche in relazione alla sua assenza all’udienza. Un quasi omonimo, Jean-Christophe D., è stato invece condannato semplicemente a partecipare ad uno stage di sensibilizzazione sui comportamenti da tenere su internet. Quest’ultimo era stato l’unico a presentare delle scuse a Brigitte Macron. Gli altri imputati, che hanno ottenuto la condizionale, erano Christelle L., Philippe D., Jean-Luc M., Jérôme A. e Jérôme C.
Come ricordato da Le Monde, il processo conclusosi con la sentenza di ieri non ha riguardato il giornalista Xavier Poussard, il cui caso è stato separato perché risiede a Milano. Il quotidiano francese ha scritto che Poussard, autore del best seller Becoming Brigitte (che tradotto in italiano significa «diventando Brigitte») è «l’altro grande istigatore della fake news di portata mondiale» contro la première dame. Tra l’altro, alcuni dei condannati di ieri avevano ripreso delle pubblicazioni di Poussard. I media francesi hanno ricordato anche la denuncia presentata da Macron e dalla moglie negli Stati Uniti contro l’influencer americana Candace Owens.
Domenica sera, Brigitte Macron era intervenuta al tg della prima rete privata francese, Tf1, per parlare di un’iniziativa solidale. La conduttrice le ha però posto delle domande sul processo, alle quali la première dame ha risposto: «mi batto costantemente. Voglio aiutare gli adolescenti a battersi contro il bullismo». La moglie del presidente ha anche detto che nessuno «toccherà la mia genealogia» perché «con questo non si scherza».
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