2021-04-18
Il ritiro di Raul Castro e il futuro incerto di Cuba
Raul Castro (Ansa)
Si chiude un'era a Cuba. Raul Castro, fratello del defunto Lider maximo, ha lasciato la guida del Partito comunista. A certificarlo è stato l'ottavo congresso del Partito, che ha scelto l'attuale presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, come prossimo segretario generale. Si conclude così la lunga stagione di potere della famiglia Castro, iniziata nel 1959 sulla scia della rivoluzione cubana. Tutto questo anche se, secondo vari analisti, l'ex segretario potrebbe continuare comunque ad esercitare una considerevole influenza sulle scelte politiche dell'Avana.
Del resto, si tratta di un cambio della guarda non inatteso. Era il 2018, quando Raul rinunciò alla carica di presidente, "ereditata" dal fratello nel 2008. E, in quell'occasione, annunciò che avrebbe effettuato il proprio ritiro definitivo nel 2021. La data scelta sembrerebbe avere anche una dimensione simbolica, visto che proprio quest'anno ricorrono i sessant'anni dalla fallita invasione della baia dei Porci. Diaz-Canel consolida quindi ulteriormente il potere nelle sue mani, mentre – almeno per il momento – non sembra che all'orizzonte si profilino grandi mutamenti in seno al regime castrista.
Ciò detto, va anche sottolineato che l'isola stia attraversando una fase di forti difficoltà. Nel corso del 2020, la sua economia è crollata dell'11% a causa della pandemia. Tutto questo, mentre l'isolamento sul fronte internazionale si è fatto sempre più pesante. Al di là delle sanzioni statunitensi, L'Avana ha anche dovuto fare i conti con l'indebolimento di un suo storico alleato, come il Venezuela. Infine, si registrano delle serie difficoltà nella gestione della pandemia, mentre un certo malcontento di natura politica ha iniziato a serpeggiare negli ultimi tempi: basti pensare al fatto che, lo scorso novembre, si è verificata la protesta di alcuni artisti che, manifestando davanti al ministero della Cultura, hanno chiesto il rilascio di un rapper incarcerato, oltre che delle concessioni sul fronte della libertà di espressione. Insomma, come è facile intuire, Diaz-Canel dovrà affrontare una situazione abbastanza spinosa, per quanto non sia ancora chiaro se, in un futuro più o meno prossimo, ciò lo indurrà o meno a delle riforme di stampo maggiormente liberale. Per ora, come detto, questa eventualità sembra restare remota.
Tra l'altro, sul destino dell'isola non potrà non pesare il rapporto con Washington. Nel corso del suo secondo mandato presidenziale, Barack Obama aveva aperto a una fase di distensione con L'Avana. Nel 2014, i due Paesi avevano avviato il processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche, mentre – meno di due anni dopo – lo stesso Obama si recò inoltre in visita nell'isola, diventando il primo presidente americano in carica a mettervi piede dai tempi (lontanissimi) di Calvin Coolidge. La situazione è poi mutata con Donald Trump che, con un occhio soprattutto all'elettorato anticastrista della Florida, ha irrigidito nuovamente le relazioni con l'isola, reintroducendo sanzioni economiche e decretando restrizioni alla possibilità di viaggiare. E adesso si attendono le mosse di Joe Biden.
Ricordiamo innanzitutto che costui è stato vicepresidente nell'arco di tutti gli otto anni dell'era Obama e che quindi ha di fatto condiviso la sua politica in materia cubana. In tutto questo, per quanto di rado, si è anche espresso sulla questione nel corso dell'ultima campagna elettorale. Nell'aprile del 2020, promise per esempio che avrebbe rispolverato l'approccio obamiano sul dossier, mentre – lo scorso ottobre – durante un comizio a Miami tornò sull'argomento, criticando la linea dell'allora presidente americano in materia. Non è del resto escludibile che sia stata proprio questo aperturismo nei confronti di Cuba ad aver contribuito alla sconfitta di Biden in Florida alle ultime presidenziali.
Come che sia, si attendono adesso sue mosse. Ma per il neo presidente si annunciano acque tempestose. Come sottolineato il mese scorso da The Hill, al Congresso è già partita la sfida. I repubblicani (con i senatori Marco Rubio, Ted Cruz e Rick Scott in testa) stanno cercando di evitare che Biden possa rimuovere Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Dal canto loro, settantacinque parlamentari democratici (a partire dal deputato Jim McGovern) spingono per tornare a una distensione. Per il momento, la Casa Bianca però resta ondivaga. "Un cambiamento di politica a Cuba non è attualmente tra le massime priorità del presidente Biden", ha dichiarato a inizio marzo la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. L'Avana rischia quindi di rivelarsi un'ennesima spina nel fianco per la politica estera dell'amministrazione Biden.
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Il ritiro dalla scena politica di Raul Castro rende la figura del presidente Miguel Diaz-Canel sempre più centrale nella politica cubana. Ma le difficoltà che l'isola si trova ad affrontare sono molte. E intanto si attendono le mosse della Casa Bianca.Si chiude un'era a Cuba. Raul Castro, fratello del defunto Lider maximo, ha lasciato la guida del Partito comunista. A certificarlo è stato l'ottavo congresso del Partito, che ha scelto l'attuale presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, come prossimo segretario generale. Si conclude così la lunga stagione di potere della famiglia Castro, iniziata nel 1959 sulla scia della rivoluzione cubana. Tutto questo anche se, secondo vari analisti, l'ex segretario potrebbe continuare comunque ad esercitare una considerevole influenza sulle scelte politiche dell'Avana.Del resto, si tratta di un cambio della guarda non inatteso. Era il 2018, quando Raul rinunciò alla carica di presidente, "ereditata" dal fratello nel 2008. E, in quell'occasione, annunciò che avrebbe effettuato il proprio ritiro definitivo nel 2021. La data scelta sembrerebbe avere anche una dimensione simbolica, visto che proprio quest'anno ricorrono i sessant'anni dalla fallita invasione della baia dei Porci. Diaz-Canel consolida quindi ulteriormente il potere nelle sue mani, mentre – almeno per il momento – non sembra che all'orizzonte si profilino grandi mutamenti in seno al regime castrista.Ciò detto, va anche sottolineato che l'isola stia attraversando una fase di forti difficoltà. Nel corso del 2020, la sua economia è crollata dell'11% a causa della pandemia. Tutto questo, mentre l'isolamento sul fronte internazionale si è fatto sempre più pesante. Al di là delle sanzioni statunitensi, L'Avana ha anche dovuto fare i conti con l'indebolimento di un suo storico alleato, come il Venezuela. Infine, si registrano delle serie difficoltà nella gestione della pandemia, mentre un certo malcontento di natura politica ha iniziato a serpeggiare negli ultimi tempi: basti pensare al fatto che, lo scorso novembre, si è verificata la protesta di alcuni artisti che, manifestando davanti al ministero della Cultura, hanno chiesto il rilascio di un rapper incarcerato, oltre che delle concessioni sul fronte della libertà di espressione. Insomma, come è facile intuire, Diaz-Canel dovrà affrontare una situazione abbastanza spinosa, per quanto non sia ancora chiaro se, in un futuro più o meno prossimo, ciò lo indurrà o meno a delle riforme di stampo maggiormente liberale. Per ora, come detto, questa eventualità sembra restare remota.Tra l'altro, sul destino dell'isola non potrà non pesare il rapporto con Washington. Nel corso del suo secondo mandato presidenziale, Barack Obama aveva aperto a una fase di distensione con L'Avana. Nel 2014, i due Paesi avevano avviato il processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche, mentre – meno di due anni dopo – lo stesso Obama si recò inoltre in visita nell'isola, diventando il primo presidente americano in carica a mettervi piede dai tempi (lontanissimi) di Calvin Coolidge. La situazione è poi mutata con Donald Trump che, con un occhio soprattutto all'elettorato anticastrista della Florida, ha irrigidito nuovamente le relazioni con l'isola, reintroducendo sanzioni economiche e decretando restrizioni alla possibilità di viaggiare. E adesso si attendono le mosse di Joe Biden.Ricordiamo innanzitutto che costui è stato vicepresidente nell'arco di tutti gli otto anni dell'era Obama e che quindi ha di fatto condiviso la sua politica in materia cubana. In tutto questo, per quanto di rado, si è anche espresso sulla questione nel corso dell'ultima campagna elettorale. Nell'aprile del 2020, promise per esempio che avrebbe rispolverato l'approccio obamiano sul dossier, mentre – lo scorso ottobre – durante un comizio a Miami tornò sull'argomento, criticando la linea dell'allora presidente americano in materia. Non è del resto escludibile che sia stata proprio questo aperturismo nei confronti di Cuba ad aver contribuito alla sconfitta di Biden in Florida alle ultime presidenziali.Come che sia, si attendono adesso sue mosse. Ma per il neo presidente si annunciano acque tempestose. Come sottolineato il mese scorso da The Hill, al Congresso è già partita la sfida. I repubblicani (con i senatori Marco Rubio, Ted Cruz e Rick Scott in testa) stanno cercando di evitare che Biden possa rimuovere Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo. Dal canto loro, settantacinque parlamentari democratici (a partire dal deputato Jim McGovern) spingono per tornare a una distensione. Per il momento, la Casa Bianca però resta ondivaga. "Un cambiamento di politica a Cuba non è attualmente tra le massime priorità del presidente Biden", ha dichiarato a inizio marzo la portavoce della Casa Bianca, Jen Psaki. L'Avana rischia quindi di rivelarsi un'ennesima spina nel fianco per la politica estera dell'amministrazione Biden.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
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Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
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«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
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