
L’Ucraina ha un piano di pace: la pulizia etnica. Non sapremmo come altro definire il programma illustrato ieri da Mikhailo Podolyak. A Repubblica, che gli chiedeva «quale sarà il destino dei milioni di ucraini che vorrebbero il proprio Paese nel “mondo russo”», il consigliere di Volodymyr Zelensky ha risposto che «non ci sarà alcun “mondo russo” in Ucraina» e che le «restrizioni alla propaganda russa devono essere totali». A meno che l’idea non sia quella di smembrare davvero il Paese, rinunciando all’intero Donbass e conservando solo la parte del territorio occidentalizzata, se ne deduce che la classe dirigente di Kiev intende risolvere il problema delle minoranze russofone eliminandole. Magari non fisicamente, come ai tempi di Slobodan Milosevic nei Balcani: basterà respingerle. Invitarle, come ha fatto Podolyak, ad andare a «vivere in Russia, finché esisterà».
Sarebbero questi i «nostri valori», per cui l’Unione europea è di nuovo in ebollizione, a causa del prestito da 90 miliardi a Zelensky. L’Ungheria di Viktor Orbán e la Slovacchia di Robert Fico lo stanno tenendo fermo con il veto, nonostante l’accordo dello scorso dicembre, che già esentava Budapest, Bratislava e Praga dall’obbligo di partecipare alla sovvenzione, da erogare ricorrendo al debito comune anziché agli asset di Mosca. Il premier magiaro è tornato sulle barricate perché Kiev starebbe ritardando la riparazione dell’oleodotto Druzhba, danneggiato dai raid russi, lasciando quasi a secco i due Stati del blocco di Visegrád. Martedì, Ursula von der Leyen ha premuto sul comandante in capo ucraino affinché acceleri i lavori. Ieri, Orbán, che cerca di diversificare gli approvvigionamenti puntando su un collegamento con la Serbia, ha dichiarato che introdurrà misure aggiuntive per garantire la sicurezza degli impianti energetici nazionali, temendo che Zelensky tenti di interromperne il funzionamento per ritorsione. La portavoce della Commissione, Paula Pinho, ha assicurato che è «attivo un dialogo» tra Bruxelles e l’Ungheria. Tuttavia, ha precisato che, «in un modo o nell’altro», la somma che serve a impedire il collasso finanziario del Paese invaso sarà erogata. È proprio il modo in cui ciò avverrà a fare la differenza.
Se è vero che Orbán e Fico si sono rimangiati l’intesa di due mesi fa, è vero pure che l’Europa forzerebbe i Trattati, qualora aggirasse l’opposizione di ungheresi e slovacchi. L’approvazione del prestito richiede l’unanimità, poiché comporta una modifica al bilancio dell’Ue. Andare avanti lo stesso significherebbe anticipare nei fatti la riforma che diversi Stati membri auspicano nel diritto: la sostituzione del criterio dell’unanimità con quello della maggioranza.
Eccoli, i «nostri valori». Stiamo valutando una corsia preferenziale per l’ingresso nell’Unione di un Paese, i cui leader dichiarano esplicitamente di voler espellere una minoranza etnica dal loro territorio. Anzi, non pago, Podolyak ha aggiunto che «i divieti sulla propaganda filorussa devono essere introdotti in tutta Europa». Fa il paio con Zelensky, che esattamente due anni fa aveva minacciato di stilare una lista dei putiniani d’Italia: vengono a comandare in casa nostra. Noi europei, intanto, ce ne infischiamo delle regole e delle procedure che dovrebbero garantire eguale rappresentanza ai membri dell’Ue, scordandoci, al solito, che le regole e le procedure servono più per i tempi eccezionali che per i tempi ordinari. Se saltano ogni volta che c’è un’«emergenza», vuol dire che erano una presa in giro. La Commissione blatera di «resilienza democratica»; ma quando la democrazia dà fastidio perché partorisce gli Orbán e i Fico, la si accantona.
Come se non bastasse, dalle fila della resistenza che vogliamo foraggiare a ogni costo, continuano a venir fuori soggetti poco raccomandabili. Ieri, alcuni alti funzionari dell’aeronautica e dei servizi ucraini sono stati arrestati per corruzione: nei guai sono finiti il colonnello Andriy Ukrainets, comandante della logistica per l’aviazione, e il numero uno degli 007 dell’Sbu nella regione di Zhytomyr, il colonnello Volodymyr Kompanichenko. Non siamo ai livelli dello scandalo dei water d’oro, ma i lupi non perdono il vizio.
Oggi, i negoziatori ucraini incontreranno i rappresentanti degli Usa per discutere di ricostruzione postbellica. Il vicepresidente americano, JD Vance, ha comunicato che Donald Trump «nutre un certo ottimismo» in merito alla trattativa. Nella serata di ieri, il tycoon ha sentito al telefono Zelensky. Presto, ci saranno tavoli pure con i russi. La versione ufficiale vuole Mosca sull’orlo della sconfitta: le forze di Kiev hanno rivendicato la riconquista di 365 chilometri quadrati di aree occupate tra metà dicembre e febbraio; e il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha notato che, in quattro anni, Vladimir Putin è riuscito a conquistare solo «il 18-19%» dell’Ucraina, Crimea compresa. Quel 18-19% corrisponde a Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Lazio messi insieme, o, se preferite, alla somma di Austria, Slovenia e Slovacchia. Vista così, la cosa fa più impressione. Ma almeno Podolyak saprà dove spedire le minoranze che non gradisce.






