Per disarmare il nemico non servono il fuoco e il ferro ma una strategia per sottrargli le armi nel momento della vittoria. Ed è quello che sembra stia accadendo in questi giorni in Emilia Romagna, a meno di un anno dalle elezioni regionali. Anche solo immaginare una vittoria altrui è un sacrilegio.
Tira una brutta aria in Regione. Bologna, 29 gennaio, i muri grigi in cemento armato circoscrivono il palazzo del consiglio regionale. I politici, con annessi segretari, entrano ed escono dalla buvette accigliati. Alludendo a quanto potrebbe accadere, alcuni funzionari sussurrano a bassa voce un sornione «resistere, resistere». Dopo quasi cinquant’anni di egemonia incontrastata delle sinistre l’ente potrebbe capitolare a vantaggio delle opposizioni, soprattutto quelle del centrodestra capitanate dalla Lega di Matteo Salvini.
L’Emilia Romagna è contendibile e a fine 2019 si vota. Alle politiche del 2018 un terremoto l’ha colorata di blu, o meglio di verde. Nella regione rossa per antonomasia, dalla montagna alla collina, fino alla bassa modenese e al ferrarese l’avanzata della Lega ha travolto gli equilibri. Alla Camera le province di Piacenza, Parma, Ferrara e Forlì sono diventate di centrodestra. Reggio Emilia, Modena e Bologna si sono spaccate ognuna in due, tra destra e sinistra, con qualche macchia qua e là di M5s che a sua volta ha spaccato Rimini, dividendosela con il centrodestra. Solo Ravenna resta salda in mano al Pd. E una situazione simile c’è anche al Senato.
In questo scenario terrificante per i dem, agli inizi del 2020 scadono quasi tutti i direttori generali delle aziende sanitarie locali: le Usl di Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Modena, Bologna, Imola, Ferrara, della Romagna, l’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma, quella di Modena, di Bologna, di Ferrara e l’Ircss Istituto ortopedico Rizzoli.
Il potere e il governo della realtà passa dai miliardi della spesa sanitaria. I direttori ne sono il braccio operativo in termini di spesa, indirizzo, nomine e tanto altro. Il settore sanitario pesa il 67,7% del bilancio dell’Emilia Romagna, ben 8,4 miliardi di euro su 12,4 miliardi totali. L’Usl di Piacenza muove circa 600 milioni di euro, Parma 800 milioni, 850 milioni Reggio Emilia, Modena 1.100 milioni, Ferrara 700 milioni, la Romagna 2.000 milioni, Bologna 1.800 milioni.
Così, il 17 dicembre scorso, a ridosso delle feste natalizie e a un anno dalla scadenza dei dirigenti e dalla tornata elettorale la Giunta a guida Pd di Stefano Bonaccini bandisce con la delibera n. 2209 un «avviso pubblico di selezione» per tutte le posizioni in scadenza. Un’anomalia. Perché una selezione per ogni singola posizione si sarebbe potuta fare in pochi giorni a ridosso delle scadenze e soprattutto l’avrebbe fatta la nuova giunta regionale insediata dopo il voto.
«È logica una scelta simile un anno prima della scadenza?», si è chiesto il deputato Galeazzo Bignami di Forza Italia che ha scoperto il marchingegno.
Il processo confezionato dall’Emilia Romagna dovrebbe avvenire nei prossimi mesi. Nel bando si prevede una Commissione di tre persone, «nominata con decreto del presidente della Giunta», che andrà a selezionare i direttori. La «Commissione procederà, per ciascun candidato, alla valutazione per titoli e colloquio dell’esperienza dirigenziale, dei titoli formativi e di altre esperienze professionali, al fine di formare una rosa di idonei, composta da almeno 40 nominativi, da sottoporre al presidente della Regione, affinché proceda, con proprio atto, all’attribuzione dell’incarico». Tradotto: il nuovo presidente della Regione eletto a fine 2019 inizio 2020, ogni volta serva un dirigente sanitario locale, sarà costretto a pescarlo dai 40 scelti dal mandato precedente, la giunta Bonaccini.
Quello sanitario però è un settore in cui la giunta è già inciampata. Di recente l’assessore con delega, Sergio Venturi, che è un gastroenterologo, è stato radiato dall’Ordine dei medici per la scelta di mettere a bordo delle ambulanze i soli infermieri specializzati. Venturi ha presentato appello.
«Chiaro no?», allude Bignami riferendosi al nuovo bando, «riduco oggi le possibilità di scelta a un ristretto novero di “prescelti” così che il prossimo presidente non possa agire troppo liberamente». Chiunque esso sia.
«In realtà», spiega Bignami che è anche un legale, «con il decreto legislativo 171/2016 il governo Renzi, forse immaginando per sé stesso un altrettanto imperituro potere, aveva ritenuto di eliminare l’albo regionale dei direttori generali, da cui si dovevano attingere i nominativi che si intendevano nominare, prevedendo un unico albo nazionale in cui oggi bisogna essere iscritti per essere scelti». Con l’albo alle Regioni resta solo il potere di nomina di una Commissione che selezionerà una terna o una cinquina di nominativi da sottoporre al presidente, per la ratifica dell’incarico. Un’operazione fattibile in pochissimo tempo. Ma è meglio di no. È preferibile deciderli un anno prima con la propria giunta a guida Pd, aggirando i pericoli con «la rosa dei 40 nominativi». Casomai i «barbari» del centrodestra mettessero a ferro e fuoco l’Emilia Romagna rossa.
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