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2026-02-27
Lagarde si alza la paga di un altro 5,6%. E nelle mail a Epstein si legge: «È sveglia»
Christine Lagarde (Ansa)
Lo stipendio di madame Bce sale ancora e raggiunge i 492.204 euro. La donna aveva estimatori nella rete del faccendiere.
Non ancora con le valigie pronte - perché, si sa, la stabilità europea è un impegno che non può aspettare - Christine Lagarde avanza, imperterrita, davanti al Parlamento europeo. Tra voci di dimissioni, retroscena e speculazioni sul suo futuro, la presidente della Bce rivendica i frutti di sette anni di regno: «Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento». Insomma puoi anche convincere gli indici armonizzati, ma quando il latte costa il doppio, il cittadino comune non lo perdona.
E mentre le famiglie stringono i cordoni della borsa, i conti correnti del comitato esecutivo Bce sorridono. Come emerge dal bilancio dell’istituto nel 2025, lo stipendio di Christine Lagarde è salito a 492.204 euro, in aumento del 5,6% rispetto ai 466.092 euro del 2024. Considerando che l’inflazione è stata solo del 2% la signora presidente, sempre assai rigorosa in fatto di buste paga, si è concessa un bel bonus. Un aumento difficile da spiegare soprattutto considerando che la sua retribuzione è quattro volte più alta di quella del collega Jerome Powell che guida la Fed. Ma perchè questa differenza? C’è anche da dire che l’extra-large di Christine non è un caso isolato. Tutto il consiglio direttivo della banca si è fatto un bel regalo portando a 2,3 milioni di euro il totale dei compensi. Il vice presidente Luis de Guindos si accontenta di 421.908 euro; Piero Cipollone, Frank Elderson, Philip R. Lane e Isabel Schnabel si consolano con 351.576 euro ciascuno. La morale? Quando l’inflazione non morde, si aumenta lo stipendio. Quando morde, si alza la voce. Ma qui entra in gioco un dettaglio che merita un applauso ironico. Il nome di Christine Lagarde compare anche nelle conversazioni via mail di Jeffrey Epstein. Al finanziere pedofilo un mittente oscurato la descrive con grande sintesi e grande lusinga: «Really smart lady».
Sì, proprio così. Non «capace», non «competente», ma «proprio intelligente». E se qualcuno stava pensando a un complimento innocuo, aggiungiamo un contesto. Nelle mail di Peter Mandelson, esponente di punta del Partito laburista britannico finito in galera proprio per via dei su antichi rapporti con Epstein, il nome della Lagarde compare nella cabina di regia, insieme a Trichet e Sarkozy del cosiddetto «massacro della Grecia» del 2010. All’epoca era ministro dell’Economia in Francia. Poi, come direttore generale del Fmi, non ha certo brillato per interventi risolutivi. Eppure, il suo stipendio sale e il mondo guarda, tra ironia e incredulità, come se il tempo e i conti pubblici fossero concetti marginali rispetto al potere e alla reputazione.
Ah la Grecia. Nella sua mail di tanti anni fa Mandelson lo spiega senza mezzi termini: gli eurofans non si occupano per niente delle sofferenze della popolazione. Certi atteggiamenti non sembrano essere cambiati. Le «elite» guardano solo il loro ombelico.
«Avanti tutta», dice Lagarde, con il suo aumento del 5,6% appena approvato. La stabilità, per lei, significa crescita dei conti correnti del comitato esecutivo e continuità del proprio stipendio, mentre le famiglie contano ogni centesimo al supermercato e gli scaffali si svuotano. Un binomio perfetto tra realtà e percezione: l’inflazione «misurata» può scendere, quella «vissuta» resta in aumento.
E i file di Epstein? Non sono solo curiosità, ma un vero sigillo di intelligenza - almeno secondo il criminale che si ammantava di buone intenzioni e ospitava i potenti del mondo. «Really smart lady». Sì, ma mentre il mondo contava euro e debiti, Epstein annotava giudizi personali, che oggi risuonano quasi come una vignetta satirica in versione «noir» sulla politica europea.
Se i file di Epstein aggiungono ironia, le mail di Peter Mandelson aggiungono dramma. Lagarde, insieme a Trichet e Sarkozy, viene citata come regista del disastro greco. Un sipario tragico tra obbligazioni, piani fiscali e mercati pronti a scatenare il panico. Non solo numeri: responsabilità politica, scelte strategiche, effetti sul continente. Il tutto mentre il presidente della Bce aumenta il suo stipendio e sorride davanti alle telecamere, incurante di chi paga le conseguenze.
I cittadini europei vivono la spesa quotidiana come un campo minato: latte, pane, pasta, carne, tutto più caro di ieri. La presidente della Bce spiega che l’inflazione è diminuita, ma la percezione resta alta. È il paradosso della politica monetaria: misurata e vissuta non coincidono mai. E mentre le famiglie sospirano, Lagarde firma il proprio aumento e guarda avanti, con l’aria di chi sa di essere davvero intelligente
Così Christine Lagarde avanza sul palcoscenico europeo: stipendio in crescita, famiglie in difficoltà, Grecia al centro del dramma, file di Epstein e mail di Mandelson a testimoniare un ruolo da protagonista, silenziosa e potente. E il mondo osserva, tra ironia, incredulità e un po’ di sbalordimento: perché nella finanza internazionale, come in una commedia tragica, ci sono eroi, cattivi, spettatori e, naturalmente, «really smart ladies».
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Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La corrispondenza tra l’orco e Teodorani, figlio della sorella dell’Avvocato, parte almeno dal 2010, due anni dopo la prima condanna del magnate. Il quale, oltre a sapere in anticipo maxi operazioni di Exor e commentare insieme ragazze, di lui diceva: «È uno di noi».
Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.
La figura centrale è Eduardo Teodorani Fabbri, figlio di Maria Sole Agnelli, sorella dell’avvocato. Cugino di secondo grado di John e Lapo Elkann, è stato top manager di Exor, Fiat, New Holland e Cnh International, ma anche un grande amico di Epstein. Nel 2010, due anni dopo la prima condanna del finanziere ebreo, questi scriveva a Peter Mandelson, esimio protagonista del partito laburista blairiano, allora primo segretario di Stato e oggi caduto anch’egli in disgrazia dopo la pubblicazione dei file: «Eduardo Teodorani e Annabelle Nielson (modella britannica morta nel 2018, moglie per un breve periodo, negli anni Novanta, del banchiere Nathaniel Rothschild, ndr) sono qui al ranch con me». Il riferimento è allo Zorro ranch, tenuta comprata da Epstein nel New Mexico, dove si sospetta possano essere state sepolte due ragazze uccise durante una sessione di sesso estremo. Quando Mandelson gli chiede lumi su chi sia, il pedofilo risponde: «Agnelli, Ferrari, Fiat, ecc».
La corrispondenza tra i due è cospicua. Teodorani si rivolge spesso al pedofilo con l’appellativo di «master», cioè «maestro». «È incinta Davina?», domanda Epstein l’1 ottobre 2011. «No, e ho scoperto che quella storia era una truffa e lui non è mio figlio, quindi buone notizie. Domani pranzo con il mio amico Mark Getty (cofondatore di Getty Images), pieno di figa», risponde il nipote di Gianni Agnelli. Sempre nel 2011, David Stern, collaboratore del principe Andrea molto presente negli Epstein files, racconta al finanziere di dover incontrare a Hong Kong colui che sta che sta costruendo «la piattaforma asiatica per la famiglia Agnelli, agendo principalmente per conto di John Elkann (Exor)». Un’altra mail mostra, nel 2012, un invito a Teodorani sull’isola degli orrori, Little Saint James. «Eduardo è uno di noi», scrive invece il finanziere a un altro dei suoi sodali, l’emiratino Sultan Ahmed bin Sulayem, nel 2013. Che cosa intenda con «uno di noi», chiaramente, non è dato sapere. Ma il miliardario di Dubai, che da pochi giorni si è dimesso da Dp World perché travolto dallo scandalo, è colui che condivise con Epstein l’ormai noto «video delle torture». «Mi piacerebbe incontrarlo», risponde Ahmed bin Sulayem. «Possiede la Ferrari», continua Epstein.
Uno dei messaggi più controversi è del 19 aprile 2015, quando Epstein scrive a un certo Jabor Y., probabilmente Sheikh Jabor Yousuf Jassim Al Thani, membro della famiglia reale del Qatar: «Shabaz potrebbe dare un’occhiata ai dettagli di Exor, la holding della famiglia Agnelli, proprietaria di Cushman. Hanno appena fatto un’offerta per una compagnia di riassicurazione la settimana scorsa, sposteranno Ferrari in spin-off quest’anno e avranno ancora Fiat Chrysler e Maserati. La maggior parte dei loro soldi è liquida, circa 15 miliardi o giù di lì». Informazioni estremamente precise: l’11 maggio successivo fu annunciata la vendita di Cushman & Wakefield, e se l’offerta di Exor per PartnerRe era effettivamente già nota qualche giorno prima della mail - compravendita poi chiusa ad agosto per 6,9 miliardi - la separazione di Ferrari dal gruppo Fca è iniziata a ottobre del 2015 e si è conclusa all’inizio del 2016. Insomma, il finanziere conosceva in anticipo le mosse della famiglia più potente di Italia. E non è difficile immaginare chi fosse a dargli queste informazioni.
«Domani se per te va bene passo a trovarti verso le 13», scrive Teodorani il 22 giugno 2016. Epstein: «Ok, da solo o con qualcosa di carino?». La replica: «Molto carina, occhi azzurri». Ma il messaggio più inquietante, soprattutto se si pensa alle note attività di Epstein, è dell’anno successivo. Il 18 gennaio 2017, Teodorani gli scrive: «Fammi sapere se vieni in Europa prima di febbraio». Il faccendiere risponde: «Parigi la prossima settimana. Mi devi un bambino/una bambina (letteralmente «you own me a bambini», una storpiatura dell’italiano simile a quella che fece Trump con Giuseppi). La figlia del tuo amico non mi ha più chiamato su Skype». Termine che torna nel 2019, pochi mesi prima dell’arresto di Epstein, quando Teodorani gli scrive: «Maestro, noi aspettiamo la bambina dalle belle caviglie con un’altra buona amica a tua scelta!!! Stanotte il Peninsula (hotel di lusso a New York, ndr) sarà il nostro quartier generale della festa!».
Ricapitolando: non solo Eduardo Teodorani ha per anni mantenuto un legame molto stretto con un uomo condannato per sfruttamento sessuale di minori, ma partecipava e organizzava feste con lui a cui invitava ragazze, si prodigava in commenti, lo aggiornava riguardo a presunte gravidanze illegittime, organizzava incontri (in una mail dice di volergli presentare Pilar Fogliati). E, con un pedofilo, parlava di bambini e bambine. Nel frattempo il finanziere, che altrove definisce Lapo Elkann un amico, aveva informazioni dettagliatissime su operazioni economiche condotte dalla Exor e da John Elkann, capo della holding di famiglia, prima che fossero annunciate. Non c’è molto altro da aggiungere: è il filone italiano dello scandalo Epstein.
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(Getty Images)
Il disastro causato dalla corsa all’auto a batteria non lo pagano né i manager, né gli Agnelli. Landini non ha niente da dire?
Stellantis quest’anno non pagherà ai propri dipendenti il premio annuale. Lo ha annunciato l’amministratore delegato Antonio Filosa, precisando che nel 2025 il gruppo ha conseguito «risultati negativi sul fronte delle consegne, del fatturato, della redditività e del cash flow». In una parola, un disastro. Del resto, il numero uno del gruppo, subentrato a Carlos Tavares nel maggio dello scorso anno, non ha fatto che confermare quanto si sapeva e cioè che il colosso automobilistico nato dalla fusione fra Peugeot e Fiat va malissimo.
Basta infatti guardare come sta in casa nostra: in Italia, a settembre, il 60% dei dipendenti o era in cassa integrazione o lavorava con un contratto di solidarietà, cioè a orario e stipendio ridotto. E dalle fabbriche del gruppo sono uscite poco più di 200.000 vetture e solo 166.000 veicoli commerciali. In pratica, sono lontani i tempi in cui le catene di montaggio della Fiat sfornavano più di un milione di automobili. Oggi, da Mirafiori a Melfi, passando per Pomigliano e dai pochi altri stabilimenti che ancora resistono, le automobili escono con il contagocce. Così Stellantis ha deciso di dare un taglio, oltre che alle ore di lavoro, anche al premio per i dipendenti, che nonostante le difficoltà in precedenza era sempre stato confermato. L’annuncio di Filosa, a cui è stato affidato il difficilissimo compito di riportare in utile il colosso dell’auto (nel 2025 ha perso 22,3 miliardi di euro), vale però solo per l’Europa. Infatti, i lavoratori delle fabbriche di Stellantis in Africa, Medio Oriente e Sudamerica riceveranno regolarmente la gratifica prevista per il raggiungimento degli obiettivi.
Se un’azienda va male, tutti devono tirare la cinghia e perciò la prima cosa che accade è che si comincino a sforbiciare i bonus a causa del mancato raggiungimento degli obiettivi. Tuttavia viene spontanea una domanda: perché, se l’azienda da anni arranca, all’amministratore delegato uscente, quello che non ha conseguito i risultati attesi, ovvero il rilancio del gruppo, è stata liquidata una buonuscita da 35 milioni di euro? Carlos Tavares, già nel corso degli anni ha percepito uno stipendio tra i più alti del settore, pari a circa 350 volte quello medio di un suo dipendente. Dunque, perché ringraziarlo con un maxi assegno? C’è anche altro a destare perplessità. Da tempo si capiva che Stellantis aveva adottato una strategia pericolosa, che rischiava non solo di farla sbandare, ma anche di farla uscire di strada. Scommettere pesantemente sull’elettricità e sulla transizione green quando era evidente che il mercato non stava assecondando le direttive di Bruxelles era un chiaro errore, perché le difficoltà richiedevano maggior cautela. Invece, con Tavares, l’azienda ha tirato diritto, con il risultato che ora Filosa è stato costretto a rimangiarsi tutto. In sintesi, non soltanto si sono buttati miliardi dalla finestra, ma pure in Borsa si sono bruciati capitali enormi e il titolo è precipitato del 71% in due anni (il 49 in soli dodici mesi), scavando voragini nei portafogli degli investitori. Di chi è la colpa? Di Tavares, certo, perché ha sbagliato strategia. Ma forse anche di chi gli stava a fianco, ovvero del presidente, che mi risulta risponda al nome di John Elkann, e dei consiglieri di amministrazione che hanno assecondato il volere dell’amministratore delegato. E però, mentre si taglia il premio dei dipendenti, i vertici della società non si sono tagliati i compensi e così pure gli azionisti. Anzi. Negli anni passati, quando già si capiva che il piano di sviluppo faceva acqua, Stellantis ha distribuito 14 miliardi di dividendi, dei quali oltre due sono stati incassati da Exor, ossia dalla cassaforte della famiglia Agnelli. Ma ora il problema sarebbe il premio di produzione di operai e impiegati? Maurizio Landini lo sa? Sì, ora la Fiom sciopera, ma fino a ieri il leader era troppo occupato a protestare per la Palestina. E anche a inseguire un futuro da leader della sinistra. Per questo nelle sue interviste a Repubblica non parlava di Fiat.
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Nel riquadro la lettera scritta da Carmelo Cinturrino (Ansa)
Cinturrino scrive una lettera: «Mansouri doveva essere dentro, non morto. Pagherò». I familiari replicano: «Uccidere non è un errore». Trasferiti i quattro colleghi indagati.
Come per Carmelo Cinturrino, anche le loro versioni hanno retto qualche giorno. Poi hanno iniziato a incrinarsi, a sovrapporsi, a correggersi. Anche grazie alle testimonianze di chi frequenta il boschetto di Rogoredo, come l’afghano che, nascosto tra i cespugli, ha visto tutta la sequenza del controllo antidroga culminato nell’uccisione di Abderrahim Mansouri.
E oggi quei quattro agenti - tutti presenti il 26 gennaio - non sono più al commissariato Mecenate. Indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso, sono stati assegnati a uffici non operativi della questura di Milano. Un trasferimento deciso mentre le indagini del pm Giovanni Tarzia continuano a scavare non solo sull’omicidio e sulla presunta messinscena, ma anche sulla gestione del commissariato dove Cinturrino ha lavorato dal 2010.
Il primo scarto tra le versioni riguardava la posizione del corpo. Nelle dichiarazioni iniziali, la caduta di Mansouri era stata descritta in modo compatibile con una posizione supina. Ma, negli interrogatori del 19 febbraio, la scena cambia: Davide Picciotto (l’agente che stava dietro all’assistente capo) racconta che il ventottenne, visto estrarre l’arma, avrebbe girato il corpo per fuggire, cadendo «di faccia». Un dettaglio che ha poi incrociato gli accertamenti medico-legali e la presenza di fango sul volto.
La seconda crepa è quella della pistola a salve. All’inizio è l’elemento centrale della legittima difesa. Poi Picciotto ha introdotto la sequenza della valigetta: l’ordine di andare al commissariato, il ritorno con la borsa, Cinturrino che apre l’auto e preleva un oggetto nero, e solo dopo la comparsa della pistola accanto al corpo.
Terzo nodo: i soccorsi. Le carte fissano la chiamata al 118 alle 17.55, oltre 20 minuti dopo lo sparo delle 17.33. Una scansione che contrasta con la rappresentazione iniziale di un intervento tempestivo. L’agente Gaetano Raimondi ha ammesso solo nel secondo interrogatorio che nel bosco «se ne parlava» e che Carmelo «non era tutto pulito e lineare», senza che però fossero mai state fatte segnalazioni. Mentre Luigi Ramundo colloca la svolta al rientro dalla Procura la prima sera, quando, in auto, Picciotto iniziò a riferire particolari taciuti prima, compresa la paura di essere colpito alle spalle. La quarta agente, Federica Morneri, resta sullo sfondo della ricostruzione: così la versione iniziale sulla legittima difesa si è incrinata nei giorni successivi.

In una lettera scritta dal carcere, Cinturrino chiede scusa «a tutti per quello che è successo», spiegando di aver «avuto paura» e di essersi poi sentito «disperato». «Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto», scrive, esprimendo pentimento e dolore anche per la famiglia di Mansouri. Rivendica di essere stato «sempre onesto e servitore dello Stato», ricordando encomi e assenza di sanzioni disciplinari, e conclude: «Perdonatemi, pagherò per il mio errore». La famiglia di Mansouri respinge le scuse: «Ammazzare una persona e poi creare una messinscena non è un errore». Se le accuse fossero confermate, aggiungono, l’agente «avrebbe dovuto essere arrestato molto tempo fa». E puntano il dito anche sui colleghi: se qualcuno avesse denunciato prima, «Abderrahim oggi sarebbe vivo».
Cinturrino ha trascorso l’intera carriera al Mecenate, commissariato a ridosso della più grande piazza di spaccio del Nord Italia. In 16 anni si sono succeduti molti dirigenti. Nessuno si è mai lamentato di lui. Il capo della polizia, Vittorio Pisani, ha già fatto sapere di voler arrivare alla destituzione dell’agente, senza attendere il rinvio a giudizio. Ma i tempi del procedimento disciplinare non saranno immediati.
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