Ansa
Lì i partigiani cattolici della brigata Osoppo furono trucidati dai comunisti che volevano imporre la loro ideologia di morte.
Gentilissima Giorgia Meloni, vi è un giorno tra le pieghe della nostra storia che non può essere trattato come una ricorrenza qualsiasi, né consumato nella ritualità svuotata di senso: il 25 aprile. Non un semplice anniversario, ma un crocevia della coscienza nazionale.
Eppure, proprio per questo, esso chiede di essere ricordato davvero, non evocato distrattamente, non celebrato meccanicamente, ma attraversato con il coraggio severo della verità. Ricordarlo veramente significa strapparlo alla comoda narrazione univoca e restituirlo alla sua complessità, anche laddove essa brucia. Significa osare guardare negli occhi le ombre che accompagnarono la luce della Liberazione. Per questo, Signora Presidente, il suo gesto può diventare simbolo: vada a Porzûs, luogo che ancora oggi sussurra una verità scomoda e troppo a lungo marginalizzata. È il luogo in cui gli eroici partigiani della divisione Osoppo sono stati massacrati vigliaccamente dai partigiani comunisti. Destino comune a innumerevoli combattenti antifascisti spagnoli, francesi, polacchi. Molti sono stati eliminati denunciandoli alla Gestapo. È necessario che il popolo italiano sappia che nessun partigiano ha mai cantato la canzone «Bella ciao». Quella canzone con cui deridono la scelta democratica degli italiani che hanno scelto lei, in realtà è un’invenzione. Signora Meloni vada a onorare la divisione Osoppo, per ricordare loro e tutti gli eroi combattenti contro il nazifascismo e anche tutte le vittime della ferocia comunista a guerra finita. Si fermi lì, in silenzio, e deponga una corona di fiori. E lasci che quell’immagine percorra l’Italia intera. Perché il popolo italiano deve ricordare, deve sapere che tra coloro che combatterono sotto il vessillo della Resistenza non vi fu soltanto un’unica anima. Che accanto all’eroismo limpido dei partigiani della divisione Osoppo, caduti con dignità e fedeltà all’idea di libertà, vi furono anche tragedie nate da mani italiane contro italiani. Che a Porzûs si consumò un eccidio fratricida, dove la violenza non venne dal nemico dichiarato, ma da chi condivideva nominalmente la stessa lotta. Due Resistenze, dunque, si stagliano nella memoria: una che combatteva per liberare, e un’altra che mirava a sostituire un giogo con un altro. Due visioni inconciliabili della libertà, che il tempo non può fondere senza falsificare. Ed è proprio questa verità, difficile ma necessaria, che deve emergere con chiarezza. Non si tratta di negare il valore della Resistenza, ma di riconoscerne tutte le dimensioni. Come ricordava George Orwell nel suo Omaggio alla Catalogna, le lotte interne ai fronti antifascisti furono spesso feroci, segnate da ideologie inconciliabili. Come ha scritto Orwell, il numero dei partigiani uccisi dagli stalinisti, teoricamente compagni di trincea, è superiore a quelli uccisi dai nazifascisti. E anche nella nostra terra, il sangue versato non fu soltanto quello inflitto dal nazifascismo. E ancora, è necessario che il 25 aprile sia anche occasione per rendere giusto tributo a chi contribuì in modo determinante alla liberazione dell’Italia. Gli eserciti alleati, americani, britannici, francesi, polacchi, insieme alla Brigata Ebraica, un israeliano su tre venuto a combattere per noi, furono la forza decisiva che abbatté il giogo nazifascista. Come scrisse Winston Churchill nella sua monumentale opera sulla Seconda guerra mondiale, che gli fece avere il Premio Nobel per la letteratura nel 1953, il contributo militare della Resistenza italiana fu inevitabilmente limitato nel quadro complessivo del conflitto. Per questo, Signora Meloni, la sua presenza a Porzûs, affiancata dagli ambasciatori di quelle nazioni - Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Polonia, Israele, assumerebbe un valore che trascenderebbe il gesto istituzionale: diventerebbe un atto di verità storica, un invito collettivo a guardare il passato senza filtri ideologici. Non nomino la Russia, perché non esisteva come nazione. Esisteva l’Unione Sovietica, segnata però dall’orrenda macchia del patto Ribbentrop-Molotov. Perché la libertà non può germogliare su una memoria selettiva. E la verità intera, anche quando è scomoda, è il solo terreno su cui può crescere una Repubblica davvero consapevole di sé. Se non ora, quando? Se non lei, chi?
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- Per l’Iran il blocco dei porti da parte degli Stati Uniti viola la tregua e rende impossibile riaprire il passaggio. Colpito un altro mercantile, riconducibile agli Emirati. Il regime: «Occhio per occhio, petroliera per petroliera».
- Il capo di Stato maggiore Berutti Bergotto conferma l’adesione italiana a una missione congiunta nell’area. Il Pentagono: «Sei mesi per sminarla». Intanto, nel Mar Rosso l’Ue lascia l’Italia sola.
Lo speciale contiene due articoli.
Nelle acque sempre più tese dello Stretto di Hormuz si consuma un nuovo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con ricadute dirette sulla sicurezza del traffico marittimo internazionale. Tra versioni divergenti e dichiarazioni contrapposte, il quadro resta incerto ma segnato da una progressiva escalation che coinvolge attori militari, interessi economici e rotte strategiche globali. Secondo quanto annunciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, due navi mercantili sarebbero state intercettate e poste sotto sequestro mentre attraversavano lo Stretto. Tra queste viene indicata la Msc Francesca, portacontainer battente bandiera panamense ma operante sotto il gruppo Mediterranean Shipping Company, gigante italo-svizzero fondato dall’armatore Gianluigi Aponte, mentre l’altra unità coinvolta è la Epaminondas, riconducibile a interessi greci.
Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha identificato le due navi sostenendo che la Msc Francesca sarebbe «collegata a Israele», mentre la Epaminondas sarebbe stata priva dei «permessi necessari» e avrebbe «manomesso i sistemi di navigazione». La versione è stata diffusa dall’emittente iraniana Irib attraverso Telegram e rilanciata dal Guardian, rafforzando la narrativa di Teheran secondo cui le operazioni sarebbero avvenute per motivi di sicurezza marittima. La stessa linea viene ribadita dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, secondo cui le unità avrebbero violato ripetutamente le normative internazionali, alterato i sistemi di tracciamento e tentato di transitare clandestinamente nello stretto.
Accuse che, nel caso della Msc Francesca, assumono anche una valenza politica: l’imbarcazione viene associata al «regime sionista», espressione utilizzata da Teheran per indicare Israele. Un riferimento che si intreccia con il profilo della famiglia Aponte, considerando che la cofondatrice del gruppo, Rafaela Diamant-Aponte è nata ad Haifa. Atene ha smentito il sequestro della Epaminondas, parlando di informazioni inesatte, mentre la nave - gestita dalla greca Technomar - sarebbe stata colpita da una cannoniera al largo dell’Oman: nessun ferito, ma ingenti danni al ponte di comando. Nel frattempo, nuovi episodi confermano il deterioramento della sicurezza nell’area. La società di intelligence marittima Vanguard ha segnalato l’attacco a una terza nave commerciale in fase di attraversamento dello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo l’agenzia britannica Ukmto ha riferito di colpi d’arma da fuoco contro un mercantile in uscita dall’Iran e di un attacco da parte di una motovedetta iraniana a un’altra nave al largo dell’Oman, con danni rilevanti alla struttura. L’Iran insiste sul fatto che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti costituisca una violazione diretta del cessate il fuoco, rendendo impossibile la riapertura dello Stretto di Hormuz. In un messaggio pubblicato su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato». «L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco», ha aggiunto Ghalibaf, sottolineando che Stati Uniti e Israele «non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno con l’intimidazione», indicando come unica soluzione il riconoscimento dei diritti dell’Iran. «Occhio per occhio, petroliera per petroliera»: così Ibrahim Rezaei portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, citato da Al Mayadeen, ha giustificato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz, avvertendo che Teheran non resterà in silenzio e non permetterà al nemico di trasformare una sconfitta in una vittoria.
A rendere ancora più complesso lo scenario interviene anche il fattore militare legato alla sicurezza della navigazione. Per ripulire lo Stretto di Hormuz da eventuali mine potrebbero essere necessari fino a sei mesi e, secondo il Pentagono, è improbabile che un’operazione di questo tipo venga avviata prima della conclusione del conflitto. Gli sviluppi si inseriscono in un quadro più ampio legato al tentativo statunitense di limitare le esportazioni energetiche iraniane attraverso un blocco navale. Tuttavia, secondo i dati del gruppo di monitoraggio Vortexa, riportati dal Financial Times, almeno 34 petroliere legate a Teheran sarebbero riuscite a eludere i controlli, trasportando milioni di barili di greggio e generando entrate significative nonostante le sanzioni. A rendere ancora più instabile lo scenario contribuisce la prospettiva di una ripresa degli attacchi da parte dei ribelli Huthi nel Mar Rosso, mentre sullo sfondo resta il rischio legato ai cavi sottomarini che attraversano lo stretto. Un eventuale danneggiamento simultaneo di queste infrastrutture, minacciato da Teheran, potrebbe provocare gravi interruzioni delle comunicazioni nei Paesi del Golfo, con effetti a catena sull’economia globale.
La Marina: presto 4 navi a Hormuz
L’Italia è già pronta a mandare quattro navi a Hormuz, quando si muoverà una coalizione internazionale. L’annuncio l’ha dato ieri sera il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, spiegando che si tratta della «pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di stato maggiore della Difesa.
In mattinata, in audizione alla Commissione Difesa, lo stesso alto ufficiale aveva rivelato che, al di là dei proclami dei vari Emmanuel Macron e Keir Starmer, e delle promesse dell’Ue, «nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana». Insomma, eravamo e siamo soli, come di fronte al contrasto dell’immigrazione clandestina.
Berutti Bergotto, intervendo in tv a Cinque Minuti, ha spiegato: «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto quattro navi». Poi ha precisato che «ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».
Anche in Parlamento era spuntata una notizia. Berutti Bergotto aveva ricordato che «le attività che facciamo in ambienti internazionali vengono condotte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza». Quindi questo è lo scenario anche per Hormuz, quando il governo italiano, e gli altri «volonterosi», decideranno in concreto la missione. Poi l’ammiraglio, con l’aria di fare il punto della situazione, aveva affermato: «Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave […] e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però a oggi c’è soltanto una nave italiana». Quindi tutto questo «rafforzamento» di cui si parla in Europa (un mese a dire «Rafforziamo la missione Aspides») è rispetto a una sola nave, italiana. E speriamo che arrivino anche quegli altri servi della gleba con bandiera greca.
Venerdì scorso, i leader di 49 nazioni riuniti a Parigi hanno annunciato l’accelerazione dei piani per una missione multinazionale, definita di natura «neutrale e difensiva», per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz (il cui sminamento, secondo il Pentagono, durerà almeno sei mesi).
Su questo importante «risultato» (promesso) hanno messo il cappello i due capi di Stato che hanno presieduto insieme il vertice, ovvero Macron e Starmer. Il premier britannico ha raccontato che i leader hanno concordato sulla necessità di accelerare la pianificazione militare per una missione multinazionale, «non appena le condizioni lo permetteranno». E ha annunciato un’altra conferenza militare a Londra.
Quella riunione si è svolta ieri, tra i vertici della «pianificazione militare» di 30 Stati, tra cui l’Italia, in modo da predisporre i piani per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz quando le armi taceranno. E adesso, la palla torna alla politica con il vertice Ue di Cipro, oggi e domani, con una riunione informale del Consiglio europeo. Si parlerà anche di temi economici, gas compreso, ma il piatto forte sono la missione nello Stretto e il rilancio di quella in Libano, dopo il disimpegno Usa. E a proposito di Casa Bianca, vista com’è la situazione nel Mar Rosso (se gli Huthi attaccassero domani mattina, c’è solo una nave italiana), forse tocca ammettere che quando Donald Trump si diceva «deluso» dagli alleati europei non aveva tutti i torti.
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Sventato nel Modenese un matrimonio fittizio tra un tunisino irregolare e una donna sconosciuta organizzato al solo scopo di ottenere la cittadinanza italiana. La polizia lo ha portato a Malpensa e l’ha imbarcato su un aereo diretto al suo Paese.
L’obiettivo del tunisino era quello di prendere la cittadinanza italiana e, per evitare di tornare nel suo Paese d’origine, era disposto a tutto. Anche sposare una sconosciuta.
Da tempo, lo straniero soggiornava irregolarmente nell’Area Schengen ed era appena arrivato in Italia dalla Germania, pensando di poter aggirare le normative vigenti in materia di immigrazione. Peccato per lui, però, che qualcuno all’interno degli uffici del comune di Cavezzo, in Provincia di Modena, se ne sia accorto segnalando il fatto alla polizia locale. Da qui l’azione congiunta con la polizia di Stato che, una volta appurati i fatti, ha rintracciato il tunisino proprio presso gli uffici comunali.
«Queste forme di illegalità diffuse vanno assolutamente contrastate, perché vanno a minare anche l’integrazione e la coesione sociale. Queste persone, che arrivano e si comportano in modo illegale o non regolamentare, alla fine danneggiano anche coloro che vengono in Italia per comportarsi correttamente, che si integrano perfettamente all'interno della nostra società e del nostro tessuto sociale», afferma alla Verità il sindaco di Cavezzo, Stefano Venturini.
«Sono stati fatti dei controlli congiunti per verificare se ci fossero delle dichiarazioni mendaci», racconta Venturini, che sottolinea come si sia anche investito per avere «un adeguato numero di personale all’interno di questi servizi».
Una vicenda che significa tanto per il territorio anche in termini di sicurezza e che, prosegue Venturini, «fa capire a pseudo organizzazioni o a singoli che intendono delinquere che la collaborazione tra enti e l’attenzione dei Comuni fanno sì che non ci siano zone d’ombra in cui possa insinuarsi una criminalità o delle situazioni illegittime. Siamo particolarmente attenti, per cui fanno fatica a sfuggirci situazioni di irregolarità», conclude il sindaco di Cavezzo.
Dopo aver accertato i fatti, nei confronti del trentenne straniero è scattata l’espulsione dall’Italia e che, previa convalida dell’autorità giudiziaria, è stato accompagnato presso la frontiera aerea di Milano Malpensa per essere rimpatriato nel proprio paese di origine.
Non è la prima volta che nel Modenese accadono episodi simili. Già a settembre dell’anno scorso, la polizia di Stato aveva proceduto all’espulsione con accompagnamento alla frontiera di un venticinquenne, anch’egli di nazionalità tunisina. Il giovane era arrivato in maniera irregolare sul suolo italiano su cui è rimasto per circa tre anni senza essere in possesso di un regolare permesso di soggiorno.
A far scattare i controlli, in quel caso, pare fosse stata una questione anagrafica: il venticinquenne si era sposato con una cittadina italiana di 27 anni più grande di lui. Una differenza di età che ha fatto storcere il naso all’Ufficio immigrazione che, a seguito di accurate verifiche, ha accertato che il matrimonio era stato contratto fittiziamente e che tra i due non era in atto alcuna convivenza, requisito necessario per ottenere il permesso di soggiorno. L’istanza per il permesso di soggiorno, presentata dal venticinquenne, venne pertanto rifiutata e nei confronti del giovane venne eseguito un provvedimento di espulsione dopo il quale venne accompagnato dagli agenti della polizia di Stato alla frontiera aerea di Roma Fiumicino.
I tentativi di matrimoni fittizi da parte di tunisini nella Provincia di Modena hanno poi continuato a essere un fenomeno inarrestabile. Emblematico il caso di inizio febbraio quando la polizia di Stato, in una settimana, ne rimpatriò, per diversi motivi, quattro. Tra questi figurava anche un trentenne che, entrato in Italia illegalmente, aveva contratto poco prima un matrimonio fittizio con una cittadina italiana di 20 anni più grande di lui con l’intento di regolarizzarsi in modo fraudolento. Seguirono quindi delle verifiche a cura dell’Ufficio Immigrazione grazie alle quali si è potuta accertare l’assenza di un vero rapporto coniugale. Successivamente il giovane venne rimpatriato nella mattinata del 4 febbraio dall’aeroporto di Roma Fiumicino.
Casi simili, per non dire fotocopia, che si sono svolti nella stessa Provincia e che vedono sempre coinvolte persone irregolari con la stessa cittadinanza e che adesso a molti fanno sorgere più di qualche perplessità.
Una dinamica ripetuta che, secondo diversi osservatori, evidenzia la possibile esistenza di schemi consolidati o di reti informali capaci di favorire questi tentativi di aggirare la legge. Elementi che spingono a interrogarsi non solo sull’efficacia dei controlli, ma anche sulla necessità di rafforzare ulteriormente i sistemi di verifica preventiva.
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Il presidente di Taiwan Lai Ching-te (Getty Images)
L’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano segnala il ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, che avrebbe impedito la visita ufficiale del presidente Lai Ching-te in Eswatini. Nel mirino le pressioni della Repubblica Popolare Cinese.
Gentile redazione,
in qualità di Console Generale/ Direttore Generale dell’Ufficio di rappresentanza di Taipei a Milano, desidero informarVi in merito a un grave episodio verificatosi in data odierna. Il Presidente di Taiwan, Lai Ching-te, avrebbe dovuto guidare una delegazione in visita ufficiale nel Regno di Eswatini, alleato africano del nostro Paese, su invito di Sua Maestà il Re Mswati III. Tuttavia, a causa
dell’improvviso ritiro dei permessi di sorvolo da parte di Seychelles, Mauritius e Madagascar, avvenuto a seguito delle pressioni esercitate dalla Repubblica Popolare Cinese, l’itinerario non ha potuto svolgersi come previsto.
Il Ministero degli Affari Esteri (MOFA) di Taiwan condanna fermamente la politicizzazione e la strumentalizzazione delle regioni di informazione di volo da parte della Repubblica Popolare Cinese. Tali azioni, volte a interferire nelle decisioni sovrane di altri Paesi, compromettono gravemente il regolare funzionamento dell’aviazione civile globale. Invitiamo la comunità internazionale a riconoscere la coercizione politica ed economica esercitata dalla Cina nei confronti di altri Stati, nonché la sua evidente e ingiustificata ingerenza nelle loro politiche interne. Questo comportamento non è rivolto esclusivamente contro Taiwan, ma rappresenta una minaccia per l’ordine democratico e il diritto internazionale.
Taiwan esprime profonda gratitudine a tutti i Paesi alleati che, in questo momento cruciale, hanno teso la mano e offerto un sostegno tempestivo. La Repubblica di Cina (Taiwan) è una nazione democratica e sovrana: nessuna delle due sponde dello Stretto di Taiwan è subordinata all’altra e rivendichiamo con fermezza il diritto di interagire liberamente e su base paritaria con la comunità internazionale.
Confido nella Vostra sensibilità rispetto alla gravità della situazione e Vi ringrazio sinceramente per l’attenzione che dedicherete a questa rilevante questione.
Colgo l'occasione per porgerVi i miei più cordiali saluti e augurarVi un proficuo lavoro.
di Riccardo Tsan-Nan Lin
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