Pierfrancesco Majorino (Ansa)
Dall’Emilia-Romagna alla Campania, le amministrazioni Pd-M5s dicono no ai centri di rimpatrio pure con la scusa di salvare uccelli.
Giovedì scorso, durante una puntata di Dritto e rovescio, Pierfrancesco Majorino, consigliere regionale lombardo del Pd e aspirante sindaco di Milano al posto di Beppe Sala, ha detto che se in Italia non si riescono a costruire Centri per il rimpatrio per chi non ha diritto di restare qui la colpa non è delle amministrazioni di sinistra, ma del governo. Non tocca ai Comuni, ha spiegato, scegliere dove aprire i Cpr, ma al ministero dell’Interno.
Dunque, se nel nostro Paese i clandestini in attesa di espulsione circolano liberamente, la responsabilità non è dei compagni, bensì di Palazzo Chigi. Beh, come spesso capita, la cronaca si è incaricata di smentire il consigliere lombardo del Pd, il quale, al pari di tanti altri suoi compagni, invece di riconoscere che la questione della mancanza di sicurezza nelle città è diretta conseguenza delle politiche della sinistra, preferisce scaricare sull’attuale maggioranza.
La prima notizia che contraddice la tesi di Majorino e di altri esponenti dell’opposizione arriva da Bologna, dove da mesi si discute se inaugurare o meno un centro per stranieri da rispedire a casa. Il consiglio comunale del capoluogo emiliano-romagnolo è giunto fino al punto di approvare un ordine del giorno contrario al Cpr, impegnando il sindaco e la giunta a opporsi a qualsiasi progetto del genere. Inutile dire che Matteo Lepore, primo cittadino della città, non vedeva l’ora di ricevere un mandato per dire no a un Centro per il rimpatrio, perché lui e quelli come lui ritengono che i Cpr siano luoghi di detenzione. Risultato, a Bologna e dintorni quando un immigrato clandestino, che magari ha anche un curriculum criminale di tutto rispetto, deve essere trattenuto prima di essere imbarcato su un aereo con biglietto di sola andata, non si sa dove metterlo e dunque resta in libertà.
Stessa cosa si ripete a Napoli, dove a opporsi all’apertura di un centro per stranieri, oltre alla sinistra e ai gruppuscoli che le ruotano attorno, c’è perfino la Chiesa. Cardinali e vescovi dicono no alla costruzione di un Cpr a Castel Volturno. «La nostra regione», ha scritto in una lettera l’arcivescovo del capoluogo campano, «non può essere continuamente mortificata». L’umiliazione, a quanto si capisce, non consiste nell’aumento della criminalità di importazione, con spaccio di droga e violenza, e neppure nello sfruttamento dei migranti da parte di organizzazioni malavitose, ma nel tentativo di rimandare a casa chi non ha diritto di restare. Il presule dice di non voler criticare il governo, ma poi in realtà va anche oltre, contestando le politiche di contenimento migratorio. Insomma, respingere chi va respinto perché non ha diritto a ricevere protezione o perché ha compiuto più di un reato, secondo la Chiesa non va bene. E figuratevi se va bene alla sinistra che governa la città e la Regione: Gaetano Manfredi e pure Roberto Fico, con il no dell’arcivescovo ci vanno a nozze, perché combacia con la linea della coalizione. Vescovi e compagni vogliono i migranti, ma non a casa loro. E se serve a fermare il Cpr si usano perfino gli uccelli migratori che, come sostengono da sinistra, verrebbero disturbati da un Centro per il rimpatrio.
Risultato, gli unici centri che si possono fare sono quelli in Albania, dove nonostante tutti i tentativi per farli chiudere, finora i compagni non sono riusciti ad avere successo. Però, ogni volta che si registrano episodi di criminalità commessi da stranieri, invece di ammettere le proprie colpe e riconoscere di avere ostacolato l’espulsione dei clandestini, opponendosi ai Cpr o solidarizzando con i magistrati «democratici» che li scarcerano, la sinistra accusa la maggioranza, dicendo che il governo non ha fatto nulla per fermare degrado e criminalità. Cioè, prima legano le mani all’esecutivo, poi lo mettono sul banco degli imputati.
Come si è visto anche nel caso dell’incentivo agli avvocati che assistono i loro clienti per tornare a casa, a difendere il sistema affaristico che prospera sull’immigrazione (per certi legali opporsi ai decreti di espulsione è diventato un business) sono gli esponenti di Pd, 5 stelle e Avs. Secondo loro, un legale che aiuti uno straniero a fare le valigie compie un infedele patrocinio. Ma se qualcuno un bel giorno accusasse i compagni di non aver fatto gli interessi degli italiani? Ormai è chiaro che a sinistra non si occupano della questione nazionale, ma di quella migratoria. Più che rappresentanti del popolo italiano sono i difensori di un popolo di stranieri. E tradire gli interessi dei propri cittadini non è forse molto peggio di un infedele patrocinio?
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Gianluca Rocchi (Ansa)
Il selezionatore è accusato di concorso in frode sportiva Avrebbe avuto «riunioni a San Siro». Lui: «Estraneo ai fatti».
È il 28 agosto del 2024 quando all’Hotel Sheraton San Siro a Milano vanno in scena gli ultimi giorni del calciomercato. Dirigenti, procuratori, manager dei club di Serie A si incrociano nei corridoi dove il calcio italiano tratta, pesa e misura i rapporti. Giuseppe Marotta è lì da presidente dell’Inter e dell’A.Di.Se., l’associazione dei direttori sportivi.
Gianluca Rocchi arriva da designatore degli arbitri di Serie A e B, invitato a parlare di riforme regolamentari e nuove procedure arbitrali. In pubblico, davanti agli addetti ai lavori, Rocchi ringrazia Marotta «per come lavora l’Inter» e cita il modello del Referee Assistant Manager, figura di collegamento tra club e mondo arbitrale. Allora sembrava una formula istituzionale. Oggi quella frase risuona in modo diverso, dopo la notizia dell’inchiesta della Procura di Milano in cui Rocchi è accusato, tra le altre cose, di avere scelto arbitri «graditi» all’Inter e di aver gestito un arbitro considerato «poco gradito» ai nerazzurri per tenerlo lontano da partite successive più delicate. Da qui nasce la domanda che da ore agita un calcio italiano già scosso dallo scandalo escort e calciatori: 20 anni dopo, siamo di fronte a una Calciopoli 2? L’Inter rischia davvero di pagare come la Juventus nel 2006, fino alla revoca dello scudetto 2024? È presto per dirlo. Di certo sarà un percorso lungo, anche perché le squadre che si sentono penalizzate potrebbero costituirsi in un eventuale processo o fare denuncia.
Di certo, dopo l’uscita di scena di Gabriele Gravina, l’impressione è che dentro la Figc sembra essersi aperta una fase nuova: la Procura generale dello sport ha chiesto una relazione immediata a Giuseppe Chinè, che aveva archiviato gli atti Aia sul caso poi sfociato nell’indagine su Rocchi. E chissà che non possano riaprirsi anche altri cassetti della gestione dell’ex numero uno della federazione. Se l’inchiesta troverà conferme, rischia di travolgere non solo Rocchi ma l’intero assetto federale costruito negli ultimi anni. Anche il ministro Andrea Abodi chiede chiarezza sull’esposto che aveva presentato il fischietto calabrese Domenico Rocca: chi lo ha ricevuto, chi lo ha valutato e perché finora non ci siano stati riscontri pubblici. «Nel caso in cui fossero accertate responsabilità, non potranno non esserci conseguenze» dice Abodi. Ma intanto, a quanto apprende La Verità, tra alcuni club c’è anche chi arriva già a chiedere lo spostamento dell’indagine a Roma dal momento che il capo della Procura Marcello Viola è un tifoso dell’Inter.
Giovedì 30 aprile, alle 10, Rocchi avrà la possibilità di difendersi davanti al pubblico ministero Maurizio Ascione. Potrà rispondere all’accusa di concorso in frode sportiva oppure avvalersi della facoltà di non rispondere. Il designatore ha già detto di avere agito correttamente e di avere fiducia nella magistratura. «Conosco il signor Rocchi da anni, è una persona seria e corretta». Spiegava ieri il suo avvocato Antonio D’Avirro. Ma i capi d’accusa, anticipati ieri dall’Agi, sono pesanti. E bastano a spiegare perché la vicenda abbia di gran lunga superato il perimetro delle classiche polemiche da moviola della domenica sera. Del resto, sostengono gli inquirenti milanesi, la scorsa stagione Rocchi avrebbe designato il fischietto Andrea Colombo per Bologna-Inter del 20 aprile 2025 perché ritenuto arbitro gradito all’Inter; avrebbe persino «schermato» Daniele Doveri nella semifinale di Coppa Italia Inter-Milan del 23 aprile dello stesso anno per evitare che un arbitro considerato poco gradito potesse poi dirigere gare più sensibili per i nerazzurri (una decisione presa a San Siro in concorso con altre persone che potrebbero essere indagate); e avrebbe interferito con il processo decisionale del Var in Udinese-Parma (1 marzo 2025), inducendo Daniele Paterna alla on field review che portò al rigore decisivo per l’Udinese. E poi c’è Inter-Verona. Gennaio 2024. Una partita del campionato dominato dall’Inter, ma oggi tornata sullo sfondo dell’inchiesta perché racconta lo stesso nodo: il Var che guarda, valuta e non richiama. In campo Michael Fabbri interpreta il contatto Bastoni-Duda come non falloso, leggendo la reazione del veronese come accentuata; al Var Luigi Nasca rivede l’azione e conferma il gol di Frattesi per il 2-1. A fine stagione quei due punti non cambiano lo scudetto, ma a gennaio pesano: la Juventus è ancora vicina e l’Inter resta davanti nella corsa al titolo d’inverno. Il cuore dell’inchiesta, però, non sembrano essere i singoli errori. C’è il sospetto che Rocchi potesse orientare designazioni, interventi Var e carriere interne: Udinese-Parma per la presunta «bussata» al vetro di Lissone, Bologna-Inter e il caso Doveri per gli arbitri «graditi» o «schermati», anche se sul campo l’Inter perse entrambe le partite.
Per capire come si sia arrivati fin qui bisogna tornare all’esposto presentato da Rocca nel maggio 2025 e archiviato da Chinè. Assistente calabrese cresciuto nell’Aia fino alla Serie A, Rocca parte dalla propria esclusione ma attacca il sistema arbitrale: voti parziali, designazioni opache, graduatorie manipolate. Il punto è semplice: chi controlla voti e designazioni controlla le carriere. E forse anche il dissenso. Le tante partite citate nel suo esposto, da Frosinone-Sampdoria a Spezia-Cremonese ma anche Lazio-Genoa, Cesena-Spezia, Pisa-Frosinone (ma anche Inter-Roma persa dai nerazzurri lo scorso anno, che avrebbe favorito il Napoli), servono a descrivere un metodo: alcuni assistenti arbitrali penalizzati, altri rimessi «in carreggiata»; voti dichiarati immodificabili e poi ritoccati; designazioni usate per salvare o affossare le carriere. Di sicuro la resa dei conti nel calcio italiano è appena iniziata.
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Marta Sgubin (da Friulioggi.it)
La vedova di Jfk s’innamorò della tata italiana al servizio dell’ambasciatore francese nel Belpaese. A lei affidò l’educazione dei giovani figli John Jr. e Caroline. Poi le chiese di spadellare: i risultati lasciarono senza parole.
Ci sono figure ambasciatrici del miglior made in Italy, fatto di talento e passione, in questo caso culinaria e non solo, molto conosciute nella loro nuova patria adottiva ma praticamente sconosciute nella loro terra d’origine.
Una di queste è Marta Sgubin, la cuoca personale di Jacqueline Kennedy Onassis. È una storia che parte da lontano, negli anni Cinquanta, con le origini in quel di Fiumicello, piccolo borgo udinese di poche centinaia di anime. L’Italia usciva dalle devastazioni della guerra e molti giovani dovevano lasciare gli affetti familiari e le loro comunità per cercare di realizzare altrove i loro sogni, sostenuti da talento e passione conseguenti. Marta, sin da piccola, sognava di scoprire le bellezze del mondo, frenata solo da un timore, come riuscire poi a tornare a casa. Si fa coraggio e, dal suo Friuli, sbarca a Venezia, dove già lavorava una sorella.
Viene assunta dai Gaussen, lui ambasciatore francese in Italia che aveva bisogno di una brava tata (oggi baby sitter) per seguire la quinta figlia della nidiata. Marta è brava, segue la famiglia adottiva nelle varie tappe, la prima a Parigi. Talmente presa dalla sua missione «che correvo come una trottola da una stanza all’altra» tanto che, con tatto diplomatico, le spiegarono come «dovevo imparare a camminare». Mentre la piccola Gaussen cresce, Marta ha la possibilità di coltivare un’altra delle sue passioni, il teatro, oltre che la cultura transalpina, tanto da diplomarsi in letteratura francese alla Sorbona. Da Parigi a Boston, poi ancora a Parigi, infine quattro anni a Washington dove riesce a coltivare la sua passione per il teatro presso un circolo francese, la Marotte. Ed è proprio qui che le capiterà l’incontro che le cambierà la vita.
Ne annusa il talento, non solo teatrale, madame Janet Lee Bouvier, madre di Jacqueline Kennedy. Le domande passano progressivamente dalla condivisione per la passione teatrale e una strategia sempre più mirata, con un fine ben preciso. «Quando lascerai i Gaussen?». La sua Jacqueline, da poco vedova del presidente John Kennedy, aveva i due piccoli John Jr e Caroline bisognosi di chi li sapesse affiancare per crescere con la serenità che meritavano. In casa Gaussen, Marta si era sdoganata dal ruolo di tata e aveva cominciato ad affiancare il cuoco dell’ambasciata nell’organizzazione e realizzazione dei numerosi banchetti.
Il dubbio è grande. Lasciare una certezza, che la occupava con passione, per intraprendere un nuovo percorso, con numerose incognite. Tornata a Parigi, sono gli stessi Gaussen a incoraggiarla a fare il nuovo passo. Nel frattempo, Jacqueline sposa Onassis, siamo nel 1968. Un giorno suona il campanello Aristotele Onassis, che si intrattiene con lei per circa due ore. Promossa a pieni voti, ma il dubbio rimane. La nuova famiglia si nuove tra New York, la residenza di Martha’s Vineyard, sulla costa atlantica, e l’isola di Skorpios nell’Egeo. Poco dopo si presenta a casa Gaussen la stessa Jacqueline. Colloquio di meno di un’ora, assunta all’istante. Un cambio di passo non solo geografico, ma anche professionale. I ragazzi crescono, Marta sa destreggiarsi bene, non solo come degna spalla a Jacqueline nei vivaci ritmi familiari, ma anche come sempre più affidabile regista dei fornelli, che poi diventerà la sua missione definitiva. Da queste premesse nasce il bel libro Cucinando per Madam in cui Marta Sgubin ha raccontato alla brava Nancy Nicholas le sue avventure ai fornelli in quel mondo che mai avrebbe immaginato nei suoi sogni a Fiumicello, dove le sorelle maggiori erano brave cuoche e il compito che le veniva affidato era al massimo quello di pelapatate, anche se mamma sua la rimproverava ogni volta di consegnarle poi troppo piccole.
Tra Rita e Jackie si stabilisce subito un rapporto speciale, anche se l’esordio un po’ rischioso. Abituata ai rituali dell’ambasciata francese, dove le madame erano trattate come regine, le viene naturale chiederle se può chiamarla «madam», una traduzione anglofona apparentemente coerente. Jackie la guarda sorridente: «Marta, sai cosa vuol dire veramente madam in inglese?». Sempre al femminile, ma di ben altro livello. Nello scorrere il libro di memorie di Marta Sgubin si ha conferma di come si possano conciliare le proprie radici native con le contaminazioni più diverse, trovando una sintesi fatta di piacevole equilibrio.
Ad esempio, Jackie era molto golosa del suo minestrone friulano, dove la semplicità raggiungeva l’eccellenza, di gusti e profumi: fagioli, patate, carote, sedano, su di un soffritto di pancetta suina. John e Caroline apprezzavano molto le scaloppine di vitello ripiene di salsiccia abbinate poi con le fettuccine, una classica contaminazione italoamericana. Nonostante all’inizio Jackie fosse molto attenta a fornirle i dovuti testi di alfabetizzazione culinaria internazionale, Marta in breve tempo riuscì a dimostrare di saper navigare di suo, che si trattasse dell’ucraino pollo alla Kiev come del britannico roast beef con lo Yorkshire pudding (una pastella cotta al forno). Il diario gastrogoloso di Marta è molto eclettico. Scopriamo così gli oeufs toupinel, piatto amatissimo da John Jr. Delle patate cotte al forno, poi svuotate e con la buccia a fare da piatto. Una base di besciamella con cubetti di prosciutto e qualche cucchiaino di purè, il tutto per accogliere poi debite uova in camicia. Una delle specialità di Marta era il gelato al mango, con panna, succo di lime messicano, ideale prima di una serata a teatro. Immancabile il bigliettino che Jackie le faceva scorrere sotto la porta: «È un dessert così incredibile che nessun grande chef avrebbe potuto eguagliare il suo aspetto, il suo gusto, il suo sapore». Quando, nei weekend, erano nella tenuta di Martha’s Vineyard, non mancavano mai le frittelle alle melanzane. Tagliate a listarelle, salate e messe sotto una pressa per asciugare, poi impanate e fritte nel grasso bollente. Da far concorrenza alle migliori patatine fritte. Divertente il passaggio su braciole e dintorni: «La carne preferisco toglierla dal frigorifero almeno un’ora prima di cuocerla», così da portarla a temperatura ambiente in quanto «non può essere cotta quando è troppo fredda, altrimenti trema. Fa come noi, anche se è carne macellata».
Nella tenuta di Vineyard c’era anche un piccolo orto. Tra le specialità di Marta, l’insalata di barbabietole, la preferita di Ted Kennedy che veniva in cucina apposta per sgranocchiarsela tra una chiacchiera e l’altra, tanto che non sempre, poi, il piatto riusciva ad arrivare in tavola. Tra Madam e Marta si era creato un rapporto di stima e fiducia ben ricambiato ma con alcuni paletti. Dopo un’ottima cena, poteva capitare che Jackie avesse la curiosità di chiedere: «Quel piatto era buonissimo, ma come hai fatto?». La riposta conseguente, ovviamente con il dovuto rispetto: «… Non le serve saperlo». Gli aneddoti lungo il libro dei ricordi culinari di Marta Sgubin a casa Kennedy Onassis sono un’antologia divertente e curiosa. Ad esempio, quando Madam veniva in cucina per verificare che tutto fosse pronto per la cena a seguire, se trovava dei piselli appena colti se li sgranocchiava tutti un po’ alla volta, senza se e senza ma. Marta era pronta a ogni sfida, come quella volta che, per il pranzo di Natale, arriva dal pasticcere di fiducia un gigantesco croquembouche, ovvero una montagna di bignè, che però erano stati decorati come un albero di Natale. L’esatto contrario di quanto si aspettava Madam. Marta smonta tutto in un battibaleno, giusta e riaggiusta improvvisandosi pasticcera da pronto soccorso. Un rapporto tale, sul piano umano, oltre che professionale, che quando Jacqueline giunse ai suoi ultimi giorni Marta Sgubin fu l’unica persona, al di là dell’ambiente familiare, a essere ammessa al suo capezzale.
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Alessandro Saviola (Ansa)
Il presidente del Gruppo Saviola, specializzato nella produzione di pannelli ecologici: «Lavoriamo da quasi 40 anni solo con legno riciclato, salvando in 12 mesi una foresta grande quanto Roma. Mercato e clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere».
Non è semplice raccogliere l’eredità di un fondatore e trasformarla senza snaturarla. Alessandro Saviola ci è riuscito ripensando in profondità il modello industriale costruito dal padre Mauro Saviola, portandolo ben oltre i confini di un’azienda tradizionale del legno. Oggi il Gruppo Saviola è una realtà internazionale da oltre 800 milioni di fatturato (15 stabilimenti, 2.000 collaboratori, 10.000 alberi salvati ogni giorno), ma soprattutto un caso industriale che ha fatto della sostenibilità una scelta radicale, prima ancora che una tendenza. La sua è stata una trasformazione progressiva ma decisa: riorganizzazione interna, integrazione tra business diversi e una visione chiara, quella di un’industria capace di rigenerare materia, valore e impatto. Un percorso che oggi trova una vetrina naturale al Salone del Mobile, dove il gruppo porta non solo prodotti, ma un’idea precisa di futuro. Lo abbiamo incontrato per capire cosa significa, oggi, guidare un’azienda che ha scelto di stare un passo avanti.
Quando avete capito che la sostenibilità sarebbe stata una leva strategica e non solo etica?
«Per Gruppo Saviola la sostenibilità è stata una risposta industriale a un problema concreto. Negli anni Ottanta il gap competitivo con i produttori del Nord Europa, avvantaggiati dal basso costo della materia prima legnosa, ha spinto mio padre a intuire che il riciclo del legno post-consumo potesse diventare il nostro vantaggio strutturale. Da allora, la sua visione è diventata metodo e oggi questo modello si traduce in investimenti continui su filiera, processi e persone. La sostenibilità è sempre una parte integrante delle nostre decisioni strategiche, non un tema accessorio».
Raccogliere l’eredità di Mauro Saviola: quanto è stato difficile innovare senza tradire l’identità?
«L’eredità di mio padre è tuttora un patrimonio di visione e la sfida è stata trasformare quell’intuizione pionieristica in un’organizzazione capace di crescere e strutturarsi negli anni. Abbiamo lavorato su governance, management e cultura organizzativa, mantenendo intatto il Dna industriale. Innovare, per noi, significa rendere attuale un’identità forte, senza snaturarla».
Il Pannello Ecologico® è ancora un vantaggio competitivo reale?
«È il nostro prodotto di punta, vanta un articolato sistema di certificazioni ed è a tutti gli effetti un brand che porta con sé il valore competitivo del nostro modello circolare. Oggi non basta dichiarare di essere sostenibili: servono filiere controllate. Noi produciamo da quasi 40 anni pannelli esclusivamente con legno post-consumo, riciclando ogni anno una quantità di legno superiore a 30 volte le dimensioni del Colosseo e salviamo una foresta grande quanto il Comune di Roma».
Come si distingue un’azienda realmente eco-ethical dal greenwashing?
«La differenza è nella capacità di rendicontare le proprie performance. Un’azienda davvero eco-ethical ha processi verificabili e si pone obiettivi di lungo periodo. Noi rendicontiamo, certifichiamo e integriamo la sostenibilità anche attraverso documentazioni tecniche come il Bilancio e il Piano di sostenibilità che sono coordinati da un Comitato Esg di gruppo.
La comunicazione è importante, ma arriva dopo, come informazione agli stakeholder di un impegno reale e misurabile».
Crescita e sostenibilità possono davvero andare di pari passo?
«Sì, se la sostenibilità è industriale e non ideologica. La crescita del Gruppo sta dimostrando che economia circolare e solidità finanziaria possono rafforzarsi a vicenda. Certo, soprattutto all’inizio, ha richiesto un grande sforzo culturale, oltre che economico, ma oggi ci accorgiamo che essere sostenibili significa essere più competitivi».
Un modello che integra legno, chimica, arredo e life science è una forza o una complessità?
«È una complessità che abbiamo trasformato in forza. Integrare più business ci consente di governare l’intera filiera e controllarla in modo trasversale. Questa struttura ci permette di ridurre sprechi, valorizzare tutte le materie e sviluppare nuove applicazioni. Richiede un coordinamento interno molto forte, ma genera valore industriale e ambientale».
Quanto pesa oggi essere sostenibili rispetto ai competitor meno attenti?
«Nel breve periodo può pesare di più, perché la transizione ha costi significativi. Ma nel medio-lungo termine essere sostenibili riduce il rischio industriale e reputazionale. Il mercato e i clienti sono sempre più attenti alla qualità delle filiere. Oggi non rappresenta un costo, ma una condizione per restare competitivi».
Come mantenere standard ambientali e sociali uniformi con 15 stabilimenti nel mondo?
«La chiave è una governance chiara e condivisa. Abbiamo definito standard comuni e investiamo molto nella formazione delle persone. Il controllo dei processi e il monitoraggio continuo ci permettono di mantenere coerenza anche in contesti diversi. La sostenibilità, per noi, è un linguaggio industriale globale che supera i confini nazionali.
Le imprese italiane sono pronte alla sfida della green economy?
«L’Italia è certamente al primo posto nelle classifiche legate ai dati di riciclo con performance importanti già da alcuni anni. Ci sono eccellenze imprenditoriali straordinarie, ma servono visione industriale, politiche di supporto e investimenti a lungo termine. La sostenibilità non può essere affrontata da soli o perché oggi è un trend. È una trasformazione strutturale che richiede coraggio imprenditoriale, snellimento della burocrazia e chiarezza a livello normativo».
Una scelta che farà la differenza per il futuro del Gruppo Saviola?
«Continuare a investire in innovazione industriale e nelle persone. Stiamo lavorando su nuove tecnologie e sul potenziamento dei nostri impianti per l’efficientamento dei processi. La vera sostenibilità è creare valore duraturo, economico e sociale. Questo è l’approccio che guiderà le nostre scelte nei prossimi anni».






