- Dalle pandemie influenzali inventate a quella di ebola ignorata: l’agenzia Onu per la salute è in balia dei suoi finanziatori. Altro che scienza indipendente.
- «Quella strana fissazione di Bill Gates per i vaccini…». L’esperta: «La sua fondazione possiede quote azionarie nelle ditte che li producono. E se chiudesse i rubinetti potrebbero naufragare tutte le campagne contro la polio».
Lo speciale comprende due articoli.
«Lo dice la scienza». È il motto dei «competenti», quelli che, con 13 morti per morbillo in due anni, hanno creato l’emergenza vaccinazioni, dimenticandosi dei 10.000 morti in Italia per infezioni antibiotico-resistenti. Ma alla scienza chi «lo dice»? È una domanda sensata, perché la scienza ha il suo metodo, le sue procedure, i suoi controlli di qualità, ma ha pure i suoi giri d’affari, i suoi cortocircuiti con la politica, con i grandi capitali e, quando si tratta di scienza medica, con le case farmaceutiche. Opacità incarnate proprio dall’istituzione che più di tutte dovrebbe brillare per neutralità e indipendenza: l’Organizzazione mondiale della sanità, l’agenzia Onu fondata nel 1946 con lo scopo di garantire nel mondo il diritto alla salute.
L’Oms, per il biennio 2016-2017, ha utilizzato un budget da quasi 4 miliardi e mezzo di dollari. Una cifra enorme, anche se è una briciola rispetto al denaro che maneggiano i colossi del farmaco: Novartis ha registrato oltre 49 miliardi di dollari di vendite nel solo 2017, Bayer 14 miliardi e 700 milioni di euro. Ma la torta dell’agenzia Onu rimane ghiotta. Anche perché negli ultimi decenni, parallelamente alla diminuzione dei fondi degli Stati membri, è cresciuta la quota dei contributi volontari, provenienti da soggetti privati e vincolati alla realizzazione di progetti commissionati dagli stessi donatori. Per esempio, nel periodo 2016-2017 l’ammontare dei contributi volontari è stato di circa 3 miliardi e 900 milioni di dollari: quasi l’87% del budget totale. E la stragrande maggioranza di questi soldi è frutto di finanziamenti earmarked, condizionati a una precisa agenda. Per il British medical journal, nel 2017 l’80% dei fondi ricevuti dall’agenzia Onu era earmarked. L’elenco dei filantropi è sterminato ed eterogeneo. Tra di loro, non poteva mancare la tentacolare Open society di George Soros, che però nel 2017 ha offerto l’equivalente di un caffè all’Oms: la sua donazione ammonta a 55.000 dollari tondi tondi. A fare la parte del leone è la creatura di Bill Gates: la Bill & Melinda Gates foundation (che vanta un patrimonio da 40 miliardi di dollari) ha destinato all’Oms quasi 444 milioni nel 2016, di cui circa 221 vincolati e quasi 457 milioni nel 2017, di cui 213 vincolati a programmi specifici. Ma il fondatore di Microsoft dedica alla salute mondiale, o almeno alla sua visione della salute mondiale, parecchi altri soldi.
La sua fondazione è infatti tra i maggiori finanziatori (1 miliardo e mezzo di dollari tra 2016 e 2018) della Gavi alliance, una partnership tra soggetti pubblici e privati che mira a incrementare la diffusione dei vaccini. E che, nel solo 2017, ha versato all’Oms oltre 150 milioni di dollari. La Gates foundation non fa mistero di voler «plasmare» il mercato dei vaccini, come si legge sul sito di Gavi alliance. Perciò Bill Gates sborsa milioni di dollari per orientare le decisioni politiche riguardanti la loro somministrazione. Da re dei computer a re dei vaccini. Forse non è un caso se dentro la fondazione ci sono dirigenti legati a doppio filo alle case farmaceutiche: ad esempio, l’amministratrice delegata, l’oncologa Sue Desmond-Hellmann, che peraltro, già presidente della sezione «sviluppo di nuovi prodotti» della Genetech. Oltre a lei, c’è il direttore del programma Hiv della fondazione, Emilio Emini, che è stato ricercatore dell’area vaccini per la Merck e Pfizer, o Penny Heaton, ex dirigente dell’area vaccini in Novartis, Novavax e Merck. In più, come ricorda il libro Immunità di legge, del Pedante e di Pier Paolo Dal Monte, nel 2013 Medici senza frontiere accusò Gavi di acquistare i vaccini «a prezzi insostenibili», dissimulando una regalia alle multinazionali.
Viene da chiedersi come si ripercuotano questi intrecci sull’Oms, il cui operato, in tema di vaccinazioni, non è stato sempre immacolato.
Basti pensare al caso dell’influenza suina, una finta emergenza denunciata dall’Oms nel giugno 2009, cioè pochi mesi dopo un preallarme dell’agenzia Onu, che aveva indotto molti Paesi a stipulare impegni d’acquisto di vaccini pandemici. Con tanto di assurda clausola contrattuale: gli accordi prevedevano la responsabilità a carico degli acquirenti in caso di effetti collaterali. Come se uno comprasse un elettrodomestico, ma per i malfunzionamenti, anziché essere coperto dalla garanzia, dovesse versare una penale all’azienda produttrice. Guarda caso, quei contratti sarebbero diventati vincolanti se l’Oms avesse annunciato lo scoppio di una pandemia. Ma la pandemia annunciata non si verificò. Tanto che l’European journal of epidemiology pubblicò nel 2011 un articolo dal titolo eloquente: «L’invenzione della pandemia di influenza suina». Un’altra rivista scientifica, Sleep medicine reviews, lo scorso aprile ha diffuso uno studio che mostrava un’elevata correlazione tra il vaccino per il virus della suina, l’H1N1 e la narcolessia in bambini e adolescenti. Qualcuno, però, ci aveva guadagnato: i profitti di due case produttrici del farmaco, la Csl limited e la GlaxoSmithKline, nel 2009 erano aumentati anche del 60%. Un caso, direte. Eppure, a spulciare un po’, di conflitti d’interessi interni all’Oms se ne trovano. Nel 2015, ad esempio, l’agenzia Onu raccomandava per l’emisfero Nord l’uso di alcuni vaccini, tra cui uno per il già citato H1N1. E chi c’era nel comitato degli esperti che aveva siglato quel documento? La dottoressa Anne Kelso, medico australiano, costretta a segnalare «significative partecipazioni azionarie» nella Csl limited. Cioè la ditta farmaceutica che produceva il vaccino raccomandato dalla Kelso. E che dire dell’influenza aviaria? Nel 2005 l’Oms fece diventare il Tamiflu il farmaco d’elezione per il trattamento della «febbre dei polli». Nel 2009 si paventò una pandemia: per l’Italia erano stimate 150.000 potenziali vittime. Una strage. Per fortuna, l’ecatombe non ci fu. In compenso, qualche anno dopo si scoprì che il Tamiflu era inutile. E che uno degli articoli che ne doveva provare l’efficacia era basato su un solo caso di studio. Ma il farmaco prodotto dalla Roche spa (che nel 2017 ha versato all’Oms 6.628.090 dollari) aveva avuto uno sponsor altolocato: l’allora segretario di Stato americano Donald Rumsfeld, azionista di Gilead, società che in precedenza aveva detenuto il brevetto (e che a sua volta finanzia l’Oms). Rumsfeld lucrava il 22% dei ricavi derivanti dalla vendita del Tamiflu.
Voi direte: meglio essere prudenti. Meglio un allarme esagerato che uno sottovalutato. Eppure l’Oms, nel caso dell’epidemia (vera) di ebola non ha mostrato la stessa solerzia riservata all’epidemia (falsa) di suina. A mesi dalla rapida propagazione della terribile malattia, i vertici dell’agenzia Onu stentavano a intervenire. L’epidemia era scoppiata a fine 2013; il primo Consiglio esecutivo dedicato all’ebola risale a fine gennaio 2015. Fino al 2016, il virus ha ucciso 11.325 persone, quasi tutte in Africa occidentale. Persino l’allora dg dell’Oms, Margaret Chan, dovette riconoscere i ritardi. Una delegata inglese al Consiglio del 2015 parlò, senza mezzi termini, di «una vergogna». C’entrerà qualcosa il fatto che il primo vaccino anti ebola fu messo a punto solo nel 2016?
«Lo dice la scienza», ma a volte si ha l’impressione che alla scienza «lo dica» (o «non lo dica») qualcuno. E a proposito di influenza, quella di Bill Gates ha sollevato parecchie critiche. Molte si focalizzano sulla parzialità dell’approccio «tecnocratico» adottato dalla fondazione del magnate di Microsoft: c’è una malattia, si comprano e si distribuiscono i vaccini, la malattia scompare. Ma così si trascurano fattori importanti per l’insorgere delle patologie nelle aree sottosviluppate: aspetti sociali e ambientali, la qualità dei sistemi sanitari nazionali.
Di questo tenore erano i rilievi che un rapporto dell’Osservatorio italiano sulla salute globale, presentato cinque anni fa alla Camera dei deputati, muoveva alla gestione delle cosiddette «malattie tropicali dimenticate». Nel report si leggeva che le strategie per la cura di queste patologie dipende «da ingenti donazioni di farmaci da parte delle multinazionali del settore», il che limita le opportunità di «costruire capacità nei Paesi affinché siano gli attori nazionali al posto di comando, quando si prendono decisioni che producono conseguenze sulla salute delle loro popolazioni». Che è un po’ il limite della recente legislazione italiana sugli obblighi vaccinali: un’imposizione calata dall’alto, sulla base di raccomandazioni che l’Oms ci ha indirizzato con curioso tempismo. I nostri connazionali trattati come pericolosi incapaci da mettere sotto tutela.
Ma a oscurare la fama dell’Oms non c’è solo il capitolo sull’origine dei finanziamenti. C’è anche il modo in cui quei fondi vengono utilizzati. Ad esempio, pare che ai dipendenti dell’organizzazione piacciano gli alberghi di lusso. Nel maggio 2017, Associated press pubblicò dei documenti che rivelavano come l’Oms avesse tirato fuori «circa 200 milioni di dollari all’anno per le spese di viaggio, più di quanto destinasse ad alcuni dei maggiori problemi sanitari, incluse Aids, tubercolosi e malaria messe insieme». Insomma, più soldi per la prima classe degli aeroplani e per gli hotel a 5 stelle, che per combattere alcune tra le peggiori malattie infettive del pianeta. Il direttore delle finanze dell’Oms aveva candidamente ammesso: «A volte i dipendenti possono manipolare un po’ i loro viaggi». 200 milioni di dollari all’anno. Non male per essere «un po’».
L’Oms però non è solo una colonia per le grandi fondazioni private e una torta da divorare per chi ama le trasferte deluxe. Oltre ai soldi, c’è il potere. C’è la politica. Ci sono gli scambi di favori. Tipo quello tentato dal nuovo direttore generale, eletto nel luglio 2017, l’etiope Tedros Adhanom Ghebreyesus. Pochi mesi dopo aver ottenuto l’incarico, Adhanom fece nominare «ambasciatore di buona volontà» dell’Oms Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Un dittatore al potere dal 1980 nel Paese che deteneva un infelice record: la più alta mortalità infantile e la più bassa aspettativa di vita al mondo. Che autentica manifestazione della «buona volontà» di difendere il diritto alla salute!
Mezzo mondo si ribellò a quella che il ministro della Sanità irlandese definì una nomina «offensiva e bizzarra». Ma la nomina aveva la sua logica politica: Mugabe presiedeva l’Unione africana quando Adhanom fu indicato come il candidato unico alla presidenza dell’Oms per il continente nero. Il piacere andava ricambiato…
«Lo dice la scienza»: il motto dei competenti. Ma troppo spesso qualcuno, per interesse o per megalomania, «lo dice» alla scienza. Ecco perché, a questa scienza, non si dovrebbe «mandarle a dire».
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