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2025-01-26
Il genocidio dimenticato in Sudan
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La situazione in Sudan continua a deteriorarsi, con la guerra civile che si avvicina al secondo anniversario a metà aprile. Nonostante ciò, e benché più di 150.000 persone siano state uccise, 11 milioni di sudanesi siano stati costretti a lasciare le loro case e altri 26 milioni vivano in condizioni di grave insicurezza alimentare, il conflitto è rimasto in secondo piano, oscurato dall'attenzione concentrata su Gaza e la guerra in Ucraina.
Con una popolazione di oltre 48 milioni di abitanti, il paese è bloccato in una crisi di collasso statale, caratterizzato da un potenziale aumento della violenza, flussi migratori, traffici illeciti e contrabbando, che rischiano di riversarsi nei paesi confinanti, aggravando l'instabilità della regione. Oltre un milione di persone ha cercato rifugio nel Sudan del Sud dall'inizio della guerra nell'aprile 2023. Il conflitto è stato segnato da bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie e l'utilizzo della fame come strumento di guerra. La carestia è stata confermata a El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, situato nella parte occidentale del Sudan e i campi per sfollati interni risultano particolarmente vulnerabili.
A inizio gennaio, prima della fine del mandato, l'amministrazione Biden ha accusato le Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare guidato dal noto signore della guerra Mohammad Hamdan Daglo Mousa, detto Hemedti, di genocidio. In risposta, gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti per Hemedti ei suoi familiari, impedendo loro l'ingresso negli Stati Uniti. L’allora Segretario di Stato Antony Blinken, riferendosi alla responsabilità delle RSF nel genocidio, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti non sostengono nessuna delle due parti in questa guerra, e queste misure contro Hemedti e le RSF non implicano alcun appoggio alle SAF», riferendosi alle Forze Armate Sudanesi guidate da Abdel Fattah al-Burhan. Blinken ha inoltre sottolineato: «Entrambi gli schieramenti coinvolti nel conflitto sono responsabili della violenza e della sofferenza in Sudan, e nessuno di loro possiede la legittimità per guidare un Sudan pacificato». Mentre scriviamo gli scontri tra l'esercito sudanese e le Forze di supporto rapido (RSF) proseguono nei pressi della raffineria di al-Jili, situata a nord della capitale Khartoum. Mercoledì scorso, l'esercito sudanese ha dichiarato di aver preso il controllo di questa area strategica, a seguito di un'offensiva condotta su diversi fronti nella regione settentrionale. Le ostilità non si concentrano solo nell'area della raffineria. A El-Fasher, le tensioni sono aumentate dopo che le RSF hanno imposto un ultimatum di 48 ore all'esercito per abbandonare la città. Alla scadenza del termine, l'esercito ha reagito con raid aerei contro le postazioni delle RSF, mentre violenti scontri sono stati riportati nei pressi del complesso edilizio Zarqa, situato a nord di di Khartoum.
Nella guerra in Sudan usate anche armi chimiche
Due settimane fa, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato l'intenzione di imporre sanzioni anche a Burhan, accusato di aver autorizzato l'impiego di armi chimiche in almeno due episodi contro le RSF. Parallelamente, le RSF e le milizie a loro affiliate sono state ritenute responsabili di un violento massacro avvenuto a El Geneina, capitale del Darfur occidentale, del reclutamento forzato nello stato di Gezira e di una spietata campagna volta a ridurre uomini e donne in schiavitù nel Darfur. Quest'ultima regione era già stata teatro di un genocidio nei primi anni 2000, quando centinaia di migliaia di persone persero la vita. Secondo alcun analisti, le sanzioni vengono percepite come quasi simboliche; per altri, sono considerate insufficienti e tardive. Cameron Hudson, esperto di questioni africane, ha dichiarato in un'intervista a Voice of America che l'approccio dell'amministrazione Biden nei confronti del Sudan «è stato moralista piuttosto che pragmatica». E in effetti la tempistica delle sanzioni, avvenuta solo poche settimane prima che Biden lasciasse l'incarico, suggerisce che queste misure non facessero parte di una strategia complessiva. Separate da obiettivi politici concreti, difficilmente quste misure potranno avere un impatto rilevante sulla violenza o sulla crisi umanitaria in Sudan.
Gli attori esterni che alimentano il conflitto
Diversi attori esterni hanno fin qui preso parte al conflitto, fornendo sostegno ai loro alleati attraverso finanziamenti, armamenti e assistenza logistica. Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno appoggiato le RSF, mentre l'Egitto si è schierato a favore delle SAF. Russia e Arabia Saudita hanno cercato di mantenere relazioni con entrambe le parti, tentando di posizionarsi strategicamente con il possibile vincitore. Mosca punta a garantirsi l'accesso al porto del Sudan mediante un potenziale accordo con le SAF, mentre i mercenari dell'Africa Corps (ex Wagner Group) collaborano con le RSF e, insieme all'EAU, sostengono la manovra del Cremlino. Questo scenario ha portato a improbabili alleanze, con l'Iran che ha anche fornito armi alla SAF, compresi i droni. L'amministrazione Biden ha mostrato reticenza nel denunciare apertamente l'ingerenza degli EAU nel conflitto. Resta da capire come l'amministrazione Trump potrebbe affrontare la questione in Sudan. Per gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan rappresenta un nodo strategico di grande importanza geopolitica, poiché l'influenza di Abu Dhabi nel paese facilita il traffico illegale di oro verso la Russia. Quest'ultima, da parte sua, ha intensificato la ricerca di risorse naturali per mitigare l'impatto delle sanzioni economiche imposte dopo l'invasione dell'Ucraina nel febbraio 2022.
Una guerra che non vince nessuno
Il conflitto in Sudan ha attraversato fino a oggi fasi alterne, ma si è principalmente cristallizzato in uno stallo distruttivo per entrambe le parti, del tutto incapaci di ottenere una vittoria definitiva, ma comunque in grado di infliggersi danni reciproci. Di recente, la SAF ha ottenuto progressi significativi contro la RSF, riprendendo il controllo di Wad Madani, capitale dello stato di Gezira. Parallelamente, la RSF ha avanzato le sue posizioni negli stati del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, che confinano rispettivamente con il Sudan e l’Etiopia. Una delle complessità del conflitto sudanese risiede nel suo intrecciarsi con altre crisi nella regione dell'Africa orientale, che vedono il coinvolgimento attivo di attori internazionali. Tra le tensioni emergenti, vi è il futuro del Somaliland, dove l'Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti si contrappongono a Turchia ed Egitto, oltre alle dispute legate alla diga Grand Tyrolian Renaissance Dam (GERD), che si oppone Etiopia, Sudan ed Egitto. Gli Emirati Arabi Uniti si sono offerti di intervenire come mediatori in questa contesa. In diverse occasioni, la Turchia ha proposto di facilitare i negoziati per risolvere il conflitto in Sudan, mentre l'Arabia Saudita ha tentato di organizzare incontri diplomatici a Ginevra. Tuttavia, tali iniziative non hanno avuto alcun successo, con la SAF restia ad impegnarsi in soluzioni negoziate, preferendo perseguire una vittoria sul campo. Con l’insediamento di una nuova amministrazione negli Stati Uniti, si riaccende la speranza che Washington e altri attori internazionali possano dedicare risorse significative a negoziare per porre fine alle violenze. Ciononostante, permangono attori statali e non statali che continuano a fomentare le parti in conflitto.
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La situazione in Sudan continua a deteriorarsi, con la guerra civile che si avvicina al secondo anniversario a metà aprile. Nonostante ciò, e benché più di 150.000 persone siano state uccise, 11 milioni di sudanesi siano stati costretti a lasciare le loro case e altri 26 milioni vivano in condizioni di grave insicurezza alimentare, il conflitto è rimasto in secondo piano, oscurato dall'attenzione concentrata su Gaza e la guerra in Ucraina.Con una popolazione di oltre 48 milioni di abitanti, il paese è bloccato in una crisi di collasso statale, caratterizzato da un potenziale aumento della violenza, flussi migratori, traffici illeciti e contrabbando, che rischiano di riversarsi nei paesi confinanti, aggravando l'instabilità della regione. Oltre un milione di persone ha cercato rifugio nel Sudan del Sud dall'inizio della guerra nell'aprile 2023. Il conflitto è stato segnato da bombardamenti indiscriminati, esecuzioni sommarie e l'utilizzo della fame come strumento di guerra. La carestia è stata confermata a El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, situato nella parte occidentale del Sudan e i campi per sfollati interni risultano particolarmente vulnerabili.A inizio gennaio, prima della fine del mandato, l'amministrazione Biden ha accusato le Rapid Support Forces (RSF), un gruppo paramilitare guidato dal noto signore della guerra Mohammad Hamdan Daglo Mousa, detto Hemedti, di genocidio. In risposta, gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti per Hemedti ei suoi familiari, impedendo loro l'ingresso negli Stati Uniti. L’allora Segretario di Stato Antony Blinken, riferendosi alla responsabilità delle RSF nel genocidio, ha dichiarato: «Gli Stati Uniti non sostengono nessuna delle due parti in questa guerra, e queste misure contro Hemedti e le RSF non implicano alcun appoggio alle SAF», riferendosi alle Forze Armate Sudanesi guidate da Abdel Fattah al-Burhan. Blinken ha inoltre sottolineato: «Entrambi gli schieramenti coinvolti nel conflitto sono responsabili della violenza e della sofferenza in Sudan, e nessuno di loro possiede la legittimità per guidare un Sudan pacificato». Mentre scriviamo gli scontri tra l'esercito sudanese e le Forze di supporto rapido (RSF) proseguono nei pressi della raffineria di al-Jili, situata a nord della capitale Khartoum. Mercoledì scorso, l'esercito sudanese ha dichiarato di aver preso il controllo di questa area strategica, a seguito di un'offensiva condotta su diversi fronti nella regione settentrionale. Le ostilità non si concentrano solo nell'area della raffineria. A El-Fasher, le tensioni sono aumentate dopo che le RSF hanno imposto un ultimatum di 48 ore all'esercito per abbandonare la città. Alla scadenza del termine, l'esercito ha reagito con raid aerei contro le postazioni delle RSF, mentre violenti scontri sono stati riportati nei pressi del complesso edilizio Zarqa, situato a nord di di Khartoum.Nella guerra in Sudan usate anche armi chimicheDue settimane fa, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha annunciato l'intenzione di imporre sanzioni anche a Burhan, accusato di aver autorizzato l'impiego di armi chimiche in almeno due episodi contro le RSF. Parallelamente, le RSF e le milizie a loro affiliate sono state ritenute responsabili di un violento massacro avvenuto a El Geneina, capitale del Darfur occidentale, del reclutamento forzato nello stato di Gezira e di una spietata campagna volta a ridurre uomini e donne in schiavitù nel Darfur. Quest'ultima regione era già stata teatro di un genocidio nei primi anni 2000, quando centinaia di migliaia di persone persero la vita. Secondo alcun analisti, le sanzioni vengono percepite come quasi simboliche; per altri, sono considerate insufficienti e tardive. Cameron Hudson, esperto di questioni africane, ha dichiarato in un'intervista a Voice of America che l'approccio dell'amministrazione Biden nei confronti del Sudan «è stato moralista piuttosto che pragmatica». E in effetti la tempistica delle sanzioni, avvenuta solo poche settimane prima che Biden lasciasse l'incarico, suggerisce che queste misure non facessero parte di una strategia complessiva. Separate da obiettivi politici concreti, difficilmente quste misure potranno avere un impatto rilevante sulla violenza o sulla crisi umanitaria in Sudan.Gli attori esterni che alimentano il conflittoDiversi attori esterni hanno fin qui preso parte al conflitto, fornendo sostegno ai loro alleati attraverso finanziamenti, armamenti e assistenza logistica. Gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno appoggiato le RSF, mentre l'Egitto si è schierato a favore delle SAF. Russia e Arabia Saudita hanno cercato di mantenere relazioni con entrambe le parti, tentando di posizionarsi strategicamente con il possibile vincitore. Mosca punta a garantirsi l'accesso al porto del Sudan mediante un potenziale accordo con le SAF, mentre i mercenari dell'Africa Corps (ex Wagner Group) collaborano con le RSF e, insieme all'EAU, sostengono la manovra del Cremlino. Questo scenario ha portato a improbabili alleanze, con l'Iran che ha anche fornito armi alla SAF, compresi i droni. L'amministrazione Biden ha mostrato reticenza nel denunciare apertamente l'ingerenza degli EAU nel conflitto. Resta da capire come l'amministrazione Trump potrebbe affrontare la questione in Sudan. Per gli Emirati Arabi Uniti, il Sudan rappresenta un nodo strategico di grande importanza geopolitica, poiché l'influenza di Abu Dhabi nel paese facilita il traffico illegale di oro verso la Russia. Quest'ultima, da parte sua, ha intensificato la ricerca di risorse naturali per mitigare l'impatto delle sanzioni economiche imposte dopo l'invasione dell'Ucraina nel febbraio 2022.Una guerra che non vince nessunoIl conflitto in Sudan ha attraversato fino a oggi fasi alterne, ma si è principalmente cristallizzato in uno stallo distruttivo per entrambe le parti, del tutto incapaci di ottenere una vittoria definitiva, ma comunque in grado di infliggersi danni reciproci. Di recente, la SAF ha ottenuto progressi significativi contro la RSF, riprendendo il controllo di Wad Madani, capitale dello stato di Gezira. Parallelamente, la RSF ha avanzato le sue posizioni negli stati del Nilo Bianco e del Nilo Azzurro, che confinano rispettivamente con il Sudan e l’Etiopia. Una delle complessità del conflitto sudanese risiede nel suo intrecciarsi con altre crisi nella regione dell'Africa orientale, che vedono il coinvolgimento attivo di attori internazionali. Tra le tensioni emergenti, vi è il futuro del Somaliland, dove l'Etiopia e gli Emirati Arabi Uniti si contrappongono a Turchia ed Egitto, oltre alle dispute legate alla diga Grand Tyrolian Renaissance Dam (GERD), che si oppone Etiopia, Sudan ed Egitto. Gli Emirati Arabi Uniti si sono offerti di intervenire come mediatori in questa contesa. In diverse occasioni, la Turchia ha proposto di facilitare i negoziati per risolvere il conflitto in Sudan, mentre l'Arabia Saudita ha tentato di organizzare incontri diplomatici a Ginevra. Tuttavia, tali iniziative non hanno avuto alcun successo, con la SAF restia ad impegnarsi in soluzioni negoziate, preferendo perseguire una vittoria sul campo. Con l’insediamento di una nuova amministrazione negli Stati Uniti, si riaccende la speranza che Washington e altri attori internazionali possano dedicare risorse significative a negoziare per porre fine alle violenze. Ciononostante, permangono attori statali e non statali che continuano a fomentare le parti in conflitto.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa del 2 marzo con Carlo Cambi
Antonio Tajani (Ansa)
Tutto il traffico areo è paralizzato nella zona del Golfo: almeno 5.000 i voli cancellati, mentre nell’area sarebbero 58.000 gli italiani coinvolti. Da Mascate è passato anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, rimasto bloccato due giorni fa a Dubai, come migliaia di italiani, sotto il bombardamento iraniano, per rientrare in serata in Italia con il Gulfstream G550 dell’Aeronautica militare, partito dalla base di Pratica di Mare.
Crosetto, investito da molte critiche, in particolare dai deputati pentastellati della commissione Difesa che hanno presentato un’interrogazione sul perché l’Italia non sia stata avvisata dell’attacco israelo-americano a Teheran, prima di muoversi verso l’Oman ha rilasciato una nota durissima. Ha scritto su «X»: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò da solo, per evitare l’esposizione a ulteriori pericoli ad altri. Ho già bonificato all’Aeronautica Militare una somma che è il triplo di quello che pagano i passeggeri sui voli di Stato. Lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
Crosetto ha poi precisato: «Trovo vergognoso e basso questo modo di fare polemica. Non penso che si possa strumentalizzare una situazione creatasi per eventi, l’attacco a Dubai, che non erano considerati tra le ipotesi di risposta iraniana. Ciò detto la mia presenza qui è stata utile nella gestione della crisi così come lo sono stati i contatti con i miei colleghi europei e mediorientali e quella che avrò con il Pentagono». A rispondere in Parlamento di quanto sta avvenendo sarà oggi il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ricordato: «Abbiamo costituito al ministero degli Esteri una task force Golfo affinché tutti gli italiani possano essere assistiti nella maniera migliore possibile». Tajani in risposta a chi dice che il governo italiano è stato ignorato ha precisato: «Non sapevo della presenza di Crosetto a Dubai, ma lui è partito prima dell’attacco: noi siamo stati informati quando l’operazione era già iniziata. Mi ha chiamato il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, per avvertirmi di quanto stavano facendo in accordo con gli americani». A Dubai c’è la maggiore concentrazione di italiani e ci sono molti studenti minorenni in gita. Tajani ha rassicurato: «In questo momento il console d’Italia è a contatto con questi ragazzi; sono tutti assistiti, sistemati negli alberghi ed è tutto garantito dal governo degli Emirati Arabi Uniti come mi aveva assicurato il ministro degli Esteri». Ad Abu Dhabi, dove c’è un’altra massiccia presenza di italiani, si è avuto un momento critico perché - ha comunicato il ministro degli Esteri - «è stato colpito un grattacielo vicino alla nostra sede diplomatica». La cantante Big Mama ha lanciato un appello: «Siamo bloccati a Dubai, sentiamo i missili sopra di noi, siamo tantissimi, sono terrorizzata». Un gruppo di italiani è fermo nell’isola di The Palm. Daniele Bovo, un ragazzo veronese di 21 anni, si è improvvisato reporter dagli Emirati e ha raccontato attimi di grande paura. A Dubai sono bloccati in aeroporto imprenditori pugliesi che di ritorno dall’India, una volta fatto scalo, non sono potuti ripartire. In totale gli italiani che si trovano nell’area di conflitto sono circa 58.000. Una mappa approssimativa ne stima 22.400 residenti tra Dubai e Abu Dhabi a cui si aggiungono circa 2.000 turisti. In Iran, dove da tempo c’è la massima allerta, si trovano 470 connazionali, in Libano ce ne sono 3.900 e circa 2.000 in Giordania. In Israele sono presenti 20.800 italiani e mille di questi militano nell’esercito di Tel Aviv, in Arabia Saudita ci sono 3.500 connazionali, in Qatar 3.200, in Kuwait 1.000, nel Bahrein circa 780 e in Iraq poco più di 550.
Ora si aggiunge anche un altro velato timore. I servizi britannici avvertono che due missili iraniani hanno colpito Cipro, ma Nicosia ha smentito. L’ex consigliere per la sicurezza della Casa Bianca, Jhon R. Bolton, conversando con Repubblica ha affermato che l’Italia sarebbe un possibile bersaglio, ipotesi già affacciata dall’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled. Teoricamente è possibile: i missili Soumar hanno una gittata di 3.000 chilometri, ma noi siamo un bersaglio al limite e comunque abbiamo un efficiente scudo sia nazionale che europeo, anche se dall’inizio dell’operazione israelo-americana a Teheran la base Nato di Aviano è in stato di massima allerta.
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Da allora gli Stati Uniti hanno provato in mille modi a piegare l’Iran, prima con le cattive, poi con le buone, quindi di nuovo con le cattive. All’inizio sostennero il regime di Saddam Hussein, nella speranza che facesse cadere quello di Khomeini, poi - finita una guerra che durò otto anni e provocò un milione di morti - provarono con le sanzioni economiche. Quindi, con l’arrivo di Barack Obama, tentarono la via dell’accordo, per impedire che Teheran proseguisse l’arricchimento dell’uranio e si dotasse della bomba atomica. Infine, una volta eletto al suo primo mandato Donald Trump, ritornarono alla dottrina delle maniere forti. Resosi conto che l’Iran continuava i piani per ottenere armamenti nucleari, prima ruppe le intese rimettendo le sanzioni e poi autorizzò l’uccisione del capo delle forze speciali iraniane, un’organizzazione che negli anni aveva tessuto una formidabile rete di alleanze militari nella regione. Già, perché l’Iran in mezzo secolo ha cercato di imporre all’islam la sua guida, sposando la causa palestinese e finanziando un’infinità di movimenti terroristici. Hezbollah in Libano, Hamas a Gaza, gli Huthi nello Yemen, più chiunque fosse in grado di destabilizzare il Medio Oriente. Gli sciiti di Teheran hanno armato fino ai denti tutti, persino gruppi sunniti, con l’obiettivo di conquistare un giorno la Mecca, sfrattando la monarchia saudita. Per capire che cosa questo ha significato è sufficiente pensare a che cosa sia successo negli anni in Libano, Siria, Yemen, Gaza, Iraq e via.
Dunque appare piuttosto curioso che, come ha fatto ieri Ezio Mauro su Repubblica, si definisca l’intervento degli Stati Uniti e di Israele una «Guerra del disordine mondiale». Ciò a cui abbiamo assistito per anni è stato proprio questo: un conflitto permanente che nella regione aveva come obiettivo il caos. Gli ayatollah miravano a spazzare via i governi di Arabia, Giordania, Egitto, per imporre il loro predominio. Per definire ciò che sta accadendo a Teheran si rispolverano vecchie categorie del passato. Si parla di «nuovo imperialismo» e si rivendica la necessità di rilanciare l’Onu, ovvero quella stessa organizzazione che non soltanto ha assistito impotente a ogni conflitto, ma negli anni ha consentito a regimi sanguinari come quello iraniano di salire in cattedra e rappresentare la difesa dei diritti civili. Il responsabile Esteri del Pd, Giuseppe Provenzano, sostiene che l’unica via per risolvere la crisi e ripristinare il diritto internazionale sia il dialogo, senza rendersi conto che la diplomazia è stata sepolta da quasi mezzo secolo di dittatura.
«Infiammare il Golfo è un boomerang», ammonisce l’ex ministro montiano Andrea Riccardi, a capo della comunità di Sant’Egidio, aggiungendo: «Ora Putin e Xi avranno campo libero». Ma se c’è una cosa che si capisce dalle reazioni di Russia e Cina è proprio che la fine degli ayatollah mette in seria difficoltà anche Mosca e Pechino. La prima non potrà più disporre dei droni di fabbricazione iraniana che tanto sono serviti per contrastare le forze dell’Ucraina. La seconda invece non avrà più modo di contare sul petrolio di Teheran per alimentare la sua economia. E il gigante asiatico, senza il combustibile iraniano e venezuelano, non può far correre le sue fabbriche e sarà costretto a rallentare.
Altro che disordine mondiale. Se l’operazione di Stati Uniti e Israele riuscirà a decapitare il regime teocratico di Teheran, il mondo sarà un po’ meno minacciato. O per lo meno questo è ciò che si spera.
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