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2022-01-29
Fi si squaglia, il centrodestra va a sbattere. Ora si cerca l’intesa: «Presidente donna»
Giorgia Meloni (Ansa)
Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.
Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza.
Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra.
Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».
La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita.
Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.
Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». Un muggito triste, tanto rumore per nulla.
Salvini vede Draghi, Conte e Letta: «Lavoriamo a una presidente donna»
La giornata del naufragio della candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati fa registrare la possibilità che a varcare il portone del Quirinale sia un’altra donna, Elisabetta Belloni, anche se appare ormai più che probabile una riconferma di Sergio Mattarella.
Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes».
Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini».
Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione.
Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra.
L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
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Fallisce il blitz in Aula: furia di Fdi, Ignazio La Russa accusa Giovanni Toti. Umiliazione per il Cav, che aveva chiesto compattezza nell’urna: la fronda femminile gli liquefa il partito.Matteo Salvini vede Mario Draghi, Giuseppe Conte ed Enrico Letta: «Lavoriamo a una presidente donna». Il leghista e il capo M5s, d’accordo con i dem, aprono alla svolta «rosa»: salgono le quotazioni di Elisabetta Belloni. Beppe Grillo esulta: «Benvenuta signora Italia», ma Matteo Renzi e azzurri dicono no. E Montecitorio rilancia Sergio Mattarella.Lo speciale comprende due articoli.Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza. Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra. Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita. Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». Un muggito triste, tanto rumore per nulla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-centrodestra-si-schianta-meloni-accusa-i-forzisti-qui-qualcuno-non-e-leale-2656504666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-vede-draghi-conte-e-letta-lavoriamo-a-una-presidente-donna" data-post-id="2656504666" data-published-at="1643420586" data-use-pagination="False"> Salvini vede Draghi, Conte e Letta: «Lavoriamo a una presidente donna» La giornata del naufragio della candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati fa registrare la possibilità che a varcare il portone del Quirinale sia un’altra donna, Elisabetta Belloni, anche se appare ormai più che probabile una riconferma di Sergio Mattarella. Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes». Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini». Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione. Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra. L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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(Ansa)
«Il presidente Trump ha reso noto che l’acquisizione della Groenlandia è una priorità per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ed è fondamentale per la deterrenza nei confronti dei nostri avversari nella regione artica», ha affermato, martedì sera, la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, per poi aggiungere: «Il presidente e il suo team stanno discutendo una serie di opzioni per perseguire questo importante obiettivo di politica estera e, naturalmente, l’impiego delle forze armate statunitensi è sempre un’opzione a disposizione del comandante in capo». Ieri, Leavitt ha ribadito che «la prima opzione di Donald Trump è sempre la diplomazia», che si sostanzierebbe nell’«acquisto nell’isola». Già il segretario di Stato americano, Marco Rubio, aveva riferito ai membri del Congresso di questa intenzione. Ieri ha inoltre confermato che, la settimana prossima, avrà dei colloqui con i funzionari di Copenaghen. Tutto questo, mentre, secondo l’Economist, gli Stati Uniti starebbero tentando di stipulare con Nuuk un Trattato di libera associazione: una soluzione con cui Washington garantirebbe alla Groenlandia autonomia interna e supporto finanziario, assumendone però il controllo in materia di difesa.
D’altronde, come chiarito dallo stesso Donald Trump domenica, la Casa Bianca vuole l’isola per una questione di sicurezza nazionale. In particolare, il presidente americano punta ad arginare l’influenza di Pechino e Mosca nell’Artico. La stessa Leavitt, ieri ha sottolineato che la Groenlandia darebbe a Washington «maggiore controllo sulla regione artica e garanzia che Cina, Russia e i nostri avversari non possano continuare la loro aggressione in questa regione così importante e strategica». Ricordiamo che nel 1941, a seguito della conquista della Danimarca da parte del Terzo Reich, gli Stati Uniti assunsero la gestione della difesa della Groenlandia, mantenendola fino al 1945. Washington si attivò quindi per proteggere dai tedeschi le locali riserve di criolite: un minerale cruciale per la produzione di alluminio. Il controllo dell’isola diede inoltre agli Usa un vantaggio sulla Luftwaffe in termini di stazioni metereologiche. Non a caso, nel 1946, l’amministrazione Truman tentò, per quanto senza successo, di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca. Segno, questo, del fatto che Washington ritenesse l’isola significativamente strategica.
Venendo a tempi più recenti, non è che la voce grossa dei francesi e degli europei sia poi così giustificata. Al netto dei modi duri, Trump non ha esattamente tutti i torti quando pone la questione della Groenlandia. Innanzitutto, a dicembre 2024, fu l’amministrazione Biden a lanciare l’allarme su un aumento della cooperazione sino-russa nell’Artico: Artico che tuttavia non era granché stato al centro dei pensieri dell’allora presidente americano. In secondo luogo, sono state proprio le rivendicazioni di Trump sulla Groenlandia (espresse già a gennaio dell’anno scorso) a dare una scossa agli europei su questo dossier. A ottobre, Copenaghen ha annunciato una spesa extra da 4,2 miliardi di dollari per rafforzare la difesa nella regione artica. Era inoltre il mese scorso, quando la Groenlandia ha concesso una licenza di sfruttamento per il giacimento di grafite di Amitsoq a GreenRoc Mining, in un’iniziativa che è stata sostenuta dall’Ue. Insomma, se non fosse stato per Trump, probabilmente gli europei avrebbero continuato a ignorare bellamente la strategicità dell’isola sia sul fronte militare che su quello delle materie prime.
Ma non è tutto. Per quanto possano fare la voce grossa, gli europei sanno bene di non poter fare a meno degli Stati Uniti sia per quanto riguarda il processo diplomatico ucraino sia per quanto concerne la credibilità della Nato. Trump di questo è consapevole e, proprio ieri, su Truth ha dichiarato: «La Russia e la Cina non hanno alcuna paura della Nato senza gli Stati Uniti, e dubito che la Nato sarebbe lì per noi se ne avessimo davvero bisogno. Sono tutti fortunati che io abbia ricostruito il nostro esercito durante il mio primo mandato, e che continuiamo a farlo. Saremo sempre al fianco della Nato, anche se loro non ci saranno per noi». Tutto questo evidenzia come le manie di grandezza della Francia abbiano le armi spuntate. Il peso geopolitico del Vecchio continente appare infatti sempre più inconsistente. Senza poi trascurare che Emmanuel Macron ha costantemente flirtato (e continua a flirtare) con la Cina: un discorso, questo, che ha riguardato anche il cancellierato di Olaf Scholz in Germania (durato dal 2021 al 2025). Tutto questo per dire che, oltre a ignorare sostanzialmente l’Artico, alcuni Paesi europei, in questi anni, hanno creato delle tensioni nelle relazioni transatlantiche. E questo ben prima che Trump tornasse alla Casa Bianca. Quindi, prima di gridare allo scandalo sulla Groenlandia, forse gli europei, a partire da Francia e Germania, dovrebbero pensare un tantino alle proprie responsabilità.
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La Guardia costiera Usa durante l'avvicinamento alla petroliera russa Bella 1 (Ansa)
L’operazione condotta dagli Stati Uniti nelle ultime ore al largo del Venezuela segna un cambio di passo nella strategia dell’amministrazione Trump e assume una portata che va oltre il quadro regionale. Il sequestro quasi simultaneo di due grandi petroliere in acque internazionali rappresenta un segnale diretto non solo a Caracas, ma anche a Mosca e Pechino, confermando la volontà di Washington di far rispettare il regime sanzionatorio anche fuori dalle acque territoriali e di trasformare il dossier energetico in un terreno di confronto geopolitico.
Il primo intervento è avvenuto nell’Atlantico settentrionale, a Sud dell’Islanda, dove le forze statunitensi hanno abbordato una petroliera precedentemente nota come Bella 1, sanzionata nel 2024 per il presunto trasporto di petrolio iraniano destinato a circuiti riconducibili a Teheran. Secondo funzionari americani, l’imbarcazione era riuscita per settimane a eludere i controlli cambiando più volte nome, bandiera e identità operativa. Negli ultimi giorni, tuttavia, la nave si sarebbe mossa sotto una copertura sempre più esplicita, con la presenza di una nave militare russa e il supporto di un sottomarino di Mosca che avrebbe mantenuto contatti radio con la petroliera. L’abbordaggio è stato eseguito con il supporto di elicotteri e di una nave della Guardia Costiera americana, in applicazione di un mandato emesso da un tribunale federale degli Stati Uniti. Fonti vicine all’operazione riferiscono che la componente russa non è intervenuta direttamente, ma la dinamica ha innalzato il livello di tensione. Il Regno Unito ha confermato di aver fornito supporto logistico e di sorveglianza attraverso assetti della Raf, sostenendo che la nave facesse parte di un sistema di elusione delle sanzioni riconducibile all’asse russo-iraniano. Il Cremlino ha espresso «preoccupazione» e avrebbe chiesto a Washington di interrompere l’operazione, senza ottenere riscontri. Nelle stesse ore, nel bacino dei Caraibi, un’altra petroliera, la Sophia, è stata fermata mentre operava in acque internazionali. Il Comando Sud degli Stati Uniti ha riferito che l’imbarcazione era coinvolta in traffici illeciti e che la Guardia Costiera ne ha assunto il controllo, scortandola verso porti statunitensi. Le immagini diffuse dal Dipartimento per la Sicurezza interna mostrano militari americani salire a bordo durante un’operazione notturna. La Casa Bianca ha confermato che gli equipaggi delle navi sequestrate sono ora soggetti a procedimenti penali.
Nel commentare i sequestri, l’amministrazione ha insistito sulla cornice legale delle operazioni, presentandole come un’applicazione rigorosa delle norme vigenti. Allo stesso tempo, il messaggio politico è apparso chiaro: il commercio clandestino di petrolio viene considerato una minaccia globale e un obiettivo prioritario dell’azione statunitense. La pressione americana si estende però anche al futuro assetto del Venezuela e alla gestione delle sue risorse energetiche.
In un briefing riservato al Congresso, il segretario di Stato Marco Rubio ha illustrato un piano in tre fasi per il dopo Maduro. La prima, definita di stabilizzazione, punta a evitare il collasso del Paese e comprende una «quarantena» del petrolio venezuelano. La seconda riguarda la ripresa economica e l’accesso al mercato per le compagnie statunitensi e occidentali. La terza è quella della transizione politica, con un processo di riconciliazione, amnistie e la scarcerazione delle forze di opposizione. La Casa Bianca ha ribadito di essere in costante contatto con il governo ad interim di Caracas e di influenzarne le decisioni. In questo contesto si inserisce l’annuncio diretto del presidente Donald Trump sul petrolio venezuelano. In una dichiarazione su Truth, il presidente ha affermato: «Sono lieto di annunciare che le autorità provvisorie del Venezuela consegneranno agli Stati Uniti d’America tra i 30 e i 50 milioni di barili di petrolio di alta qualità, sanzionato. Questo petrolio sarà venduto al suo prezzo di mercato e questo denaro sarà controllato da me, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, per garantire che venga utilizzato a beneficio del popolo venezuelano e degli Stati Uniti». Secondo l’amministrazione, l’operazione potrebbe proseguire nel tempo ed essere accompagnata da un alleggerimento selettivo delle sanzioni. Sul piano militare, Washington ha lasciato aperta anche l’ipotesi di un coinvolgimento diretto delle proprie forze armate e ha chiesto di recidere ogni legame con Rusia, Cina e Iran. Interpellata dai giornalisti, la portavoce Karoline Leavitt non ha escluso l’invio di soldati americani in Venezuela per proteggere le compagnie petrolifere statunitensi - che venerdì dovrebbero incontrare il tycoon alla Casa Bianca - e altri operatori occidentali da eventuali attacchi o sabotaggi, precisando che «la diplomazia resta sempre la prima opzione». Nello stesso briefing, la Casa Bianca ha smentito le ricostruzioni su un ruolo marginale del vicepresidente JD Vance, chiarendo che è stato coinvolto in tutte le fasi della definizione della politica statunitense sul Venezuela. A Caracas, intanto, la fase di transizione è accompagnata da una profonda riorganizzazione degli apparati di sicurezza.
Il presidente ad interim Delcy Rodríguez ha destituito Javier Marcano Tábata, comandante della Guardia d’onore presidenziale e direttore del controspionaggio militare, figura centrale nel dispositivo di protezione di Nicolás Maduro. La misura è attribuita alla spinta del ministro dell’Interno Diosdado Cabello e del ministro della Difesa Vladimir Padrino López, indicati da fonti di intelligence come contrari a un’intesa strutturata con Washington. In questo quadro rientra anche il caso di Alex Saab, considerato uno dei principali snodi finanziari del sistema chavista. L’imprenditore ha patteggiato nell’ottobre scorso in Italia una condanna per riciclaggio, così come la moglie Camilla Fabri. Roma aveva confidato che l’accordo potesse aprire spazi di dialogo in merito ad Alberto Trentini detenuto illegalmente in Venezuela dal 2024 , ma l’assenza di sviluppi concreti ha rafforzato la percezione che i dossier giudiziari continuino a essere utilizzati come leve politiche da parte di Caracas.
Dopo le litigate per gli scioperi, Cgil e Usb giocano a chi è più Maduro
Finite le vacanze natalizie ripartono le lotte di piazza. E dopo la Palestina, la Flotilla, il riarmo per l’Ucraina, i centri migranti in Albania, la manovra e chissà quale altra diavoleria si inventeranno, oggi il tema internazionale sentitissimo dai Compagni è la lotta bolivariana pro Maduro. L’importante è scioperare. E, dunque, un’altra ondata di piazzate ravvicinate, sempre di venerdì, sabato, lunedì o martedì, sta per arrivare. E questo solo perché a sinistra non si accetta che ci sia qualcuno più a sinistra dell’altro. Dunque, dopo il 3 ottobre, il 28 novembre, il 12 dicembre, il 5 gennaio, adesso arriva anche il 10 gennaio (e come contorno anche il 12 e 13 con un bello sciopero del comparto scuola).
Ma ad andare in scena sono le solite beghe tra Unione sindacale di base e Cgil. Gli ex fratelli fanno a gara per intestarsi la lotta a favore del dittatore sanguinario Nicolás Maduro, che per i sindacati rosso fuoco è stato ingiustamente arrestato da Trump il 3 gennaio.
Non ci interessa capire chi abbia torto o ragione o se l’America abbia o meno rispettato il diritto internazionale, peraltro calpestato da 30 anni da molti altri Paesi, compresi quelli europei (leggasi attacchi in Jugoslavia, Iraq o Libia). Interessa invece analizzare il perché i sindacati di casa nostra mettano ogni volta in ginocchio il Paese (sempre vicino al fine settimana) per cause lontane anni luce dalle loro competenze, solo per una ridicola gara interna a vincere il premio di comunista dell’anno.
E così sabato prossimo, 10 gennaio, Potere al popolo, Unione sindacale di base e Rete dei comunisti lanciano una mobilitazione nazionale per contestare l’intervento del presidente Usa in Venezuela e chiedere la liberazione di Maduro. E questo dopo che lo aveva già fatto la Cgil il 5 gennaio a Roma e dopo il corteo di lunedì scorso a Napoli, alla Rotonda Diaz, a poca distanza dal consolato americano. Buttata via la bandiera della Palestina, adesso è più «hype» sventolare quella blu, gialla e rossa del Venezuela, e una volta finito magari rifocillarsi con un bell’hamburger da McDonalds, postando tutto col proprio iPhone 17, tornando a casa con la Tesla.
Nel loro delirante comunicato si legge, per chi non fosse ben informato come loro, che tutto questo bendidio è per combattere «il terrorismo a stelle e strisce». Ah ecco. «Il criminale e illegale bombardamento della Repubblica bolivariana del Venezuela», scrivono, «e il rapimento del legittimo presidente Nicolás Maduro da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti hanno trovato subito una risposta in tantissime piazze italiane». Tremano tutti, soprattutto la Cgil che fa le stesse cose ma da sola. Perché il marketing di sinistra si capisce solo se si guarda al contrario. E come non metterci dentro anche il governo? «Il governo Meloni e tutta l’Ue hanno legittimato l’azione terroristica del governo Trump, dimostrando ancora una volta, come per il genocidio in Palestina, la natura predatoria dell’imperialismo occidentale», insistono. Ovvia, ora è tutto chiaro.
Anche Trump inizia a vacillare davanti all’Usb. Ma chi davvero batte i denti (e non di freddo) è Maurizio Landini, che teme che la Rete dei Comunisti gli rubi la scena. Il piatto è ricco e Maduro ingolosisce tutti. Esaurita la spinta propulsiva della Palestina, il capo della Cgil deve trovare un altro modo per pigliarsela con la Meloni. Ma non si deve essere ancora accorto che è rimasto da solo. Non lo segue più neppure la Uil. Landini ha barattato l’unità sindacale con una cieca lotta di opposizione al governo. Invece di pensare a tenere unite le rappresentanze dei lavoratori, la Cgil fa a gara con i sindacati di base. Affetto dalla febbre del vecchio Pci: nessun nemico a sinistra. E ripropone sulla causa pro Maduro lo stesso schemino usato per ingraziarsi i pro Pal. Ora si è messo a difendere un dittatore baffuto, capo di un regime corrotto che ha portato il 66% dei cittadini sotto la soglia di povertà. In un farneticante siparietto andato in scena il 5 gennaio in piazza Barberini, davanti all’ambasciata americana, dove un manipolo di militanti rossi inneggiava a Maduro nel nome di un fantomatico diritto internazionale, un sindacalisti ha investito con i suoi strali dei poveri esuli venezuelani accusandoli di sbagliare a esultare per la caduta di chi ha oppresso la sua gente. Per Landini, d’altronde, Maduro è un leader «legittimamente eletto dal popolo». E che importa se le elezioni in Venezuela sono truccate da 27 anni e che il popolo è da sempre perseguitato. Dettagli. È la nuova Cgil di Landini, che ha smesso di difendere i lavoratori a favore dei dittatori.
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il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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