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2022-01-29
Fi si squaglia, il centrodestra va a sbattere. Ora si cerca l’intesa: «Presidente donna»
Giorgia Meloni (Ansa)
Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.
Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza.
Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra.
Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».
La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita.
Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.
Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». Un muggito triste, tanto rumore per nulla.
Salvini vede Draghi, Conte e Letta: «Lavoriamo a una presidente donna»
La giornata del naufragio della candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati fa registrare la possibilità che a varcare il portone del Quirinale sia un’altra donna, Elisabetta Belloni, anche se appare ormai più che probabile una riconferma di Sergio Mattarella.
Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes».
Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini».
Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione.
Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra.
L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
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Fallisce il blitz in Aula: furia di Fdi, Ignazio La Russa accusa Giovanni Toti. Umiliazione per il Cav, che aveva chiesto compattezza nell’urna: la fronda femminile gli liquefa il partito.Matteo Salvini vede Mario Draghi, Giuseppe Conte ed Enrico Letta: «Lavoriamo a una presidente donna». Il leghista e il capo M5s, d’accordo con i dem, aprono alla svolta «rosa»: salgono le quotazioni di Elisabetta Belloni. Beppe Grillo esulta: «Benvenuta signora Italia», ma Matteo Renzi e azzurri dicono no. E Montecitorio rilancia Sergio Mattarella.Lo speciale comprende due articoli.Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza. Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra. Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita. Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». 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Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes». Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini». Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione. Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra. L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
Michela Moioli posa con la sua medaglia di bronzo durante la cerimonia di premiazione della finale femminile di snowboard cross ai Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, a Livigno (Ansa)
La quiete dopo la tempesta. Dopo la sbornia di giovedì, con gli ori che ancora luccicano al collo di Federica Brignone e Francesca Lollobrigida e l’argento di Arianna Fontana, la decima giornata dei Giochi invernali in corso a Milano-Cortina ha portato all’Italia una sola nuova medaglia, la diciottesima di questa Olimpiade casalinga, e qualche delusione.
L’emozione più grande l’ha regalata Michela Moioli, protagonista di una vera e propria impresa che rispetto a quelle firmate dalla Tigre di La Salle o dalla Freccia bionda - per chi non lo sapesse sono i soprannomi da battaglia di Brignone e Fontana - ha da invidiare soltanto il colore del metallo. Perché anche qui siamo in presenza di qualcosa di epico. La trentenne di Alzano Lombardo ha conquistato un bronzo insperato nello snowboard cross, completando con coraggio una rimonta che resterà nella memoria, non solo della disciplina che si svolge sulla tavola, ma dello sport in generale. Sulla pista di Livigno, Moioli ha dovuto recuperare dallo svantaggio nei confronti delle avversarie ben due volte: prima in semifinale, superando la francese Lea Casta e l’austriaca Pia Zherkhold, poi nella big final, dove ha ripreso e superato la svizzera Noemie Wiedmer negli ultimi metri, fino a scavalcarla sul terzo gradino del podio. Podio completato dall’australiana Josie Baff, medaglia d’oro, e dalla ceca Eva Adamczykova, argento. E dire che l’avventura olimpica della campionessa azzurra non era iniziata sotto i migliori auspici. Una caduta in allenamento, pochi giorni prima della gara, aveva messo a rischio la sua partecipazione. «Quando sono stata portata in elicottero a Sondalo ho pensato che i miei Giochi fossero finiti perché ero bella rintronata dalla caduta. Ieri che c’era la gara dei maschi sono stata tutto il giorno sul divano morta. E mi sono detta «Io domani come cacchio faccio», però ho una capacità di recupero notevole. Ho una squadra fortissima che mi ha aiutato in tutto e anche il Coni e l’Esercito. Comunque, è sempre la forza del cuore quella che fa la differenza ogni volta», ha raccontato Moioli mostrando le ferite ancora fresche sul suo volto a causa del trauma facciale riportato. «Sono così, tocco il fondo e risorgo come una fenice. Stavolta l’ho fatto con la faccia distrutta».
Se la gioia dell’atleta bergamasca ha illuminato la giornata di ieri, il biathlon maschile ha riservato invece una delusione per Tommaso Giacomel. Il trentino, tra i favoriti della 10 chilometri sprint, ha chiuso ventiduesimo a 1’43» dall’oro vinto dal francese Quentin Fillon Maillet. «Ho fallito, credo che questa fosse la gara più adatta a me e ho fallito. Sono molto deluso. Arrivare qui da favorito o comunque tra i favoriti e poi performare così male è una cosa che mi fa molto arrabbiare. Sinceramente non ho idea di cosa ho sbagliato. Non è finita, però la gara di domenica è già compromessa con il risultato di oggi», ha commentato Giacomel, visibilmente provato. I compagni di squadra Lukas Hofer, Nicola Romanin ed Elia Zeni hanno chiuso rispettivamente tredicesimo, sedicesimo e oltre la cinquantesima posizione, mentre le altre due posizioni sul podio restano saldamente nelle mani dei norvegesi Vetle Sjåstad Christiansen e Sturla Holm Laegreid. L’altra amarezza per i nostri colori è arrivata nel tardo pomeriggio dal pattinaggio di velocità maschile, dove i due azzurri Riccardo Lorello e Davide Ghiotto hanno chiuso la gara dei 10.000 metri fuori dal podio. Una delusione soprattutto per Ghiotto, che si avvicinava alla «gara dei re - così viene definita la competizione più combattuta e ambita del panorama del ghiaccio olimpico - da favorito e recordman mondiale su questa distanza, oltre che vincitore di tre titoli iridati consecutivi.
Dal ghiaccio della pista lunga di Rho Fiera, dove si svolgono le gare di pattinaggio di velocità, a quello dell’Arena Santa Giulia. Nemmeno l’hockey maschile può gioire: la nazionale allenata dal ct finlandese Jukka Jalonen ha affrontato alla pari la Slovacchia, ma ciò non è bastato per evitare la seconda sconfitta (3-2) nel torneo olimpico dopo quella patita all’esordio contro la Svezia.
In una giornata «povera» di medaglie, uno dei momenti più suggestivi per il pubblico italiano presente sugli spalti è arrivato nel corso della 10 chilometri sprint di biathlon. Il francese Emilien Jacquelin, grande tifoso di Marco Pantani, ha corso con l’orecchino che gli era stato regalato dalla famiglia del campione romagnolo e, in uno dei passaggi più intensi della gara, ha lanciato la bandana proprio come faceva il Pirata prima delle sue volate in salita.
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Ansa
Il processo non è recente. Già nel 1963, sei anni prima del Sessantotto, l’Università di Stanford abolì il corso di Storia della civiltà occidentale. In Italia, il disastro è cominciato nel Sessantotto, che però è eterno, sembra non essere mai finito. L’idea del professore politicamente neutrale appare da decenni una delicata contraddizione in termini: «professore di sinistra» non è più una categoria sociologica, ma una normalità data per scontata. Antonio Gramsci teorizzò la necessità di occupare i gangli del potere - magistratura, scuola, spettacolo, giornalismo - e Palmiro Togliatti lavorò perché quella strategia diventasse realtà. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: l’egemonia culturale si è trasformata in senso comune e il dissenso è percepito come una colpa morale. Anche come colpa mortale.
Sergio Ramelli è stato ucciso e ancora si irride la sua morte. La storia di Sergio Ramelli è una di quelle che mettono a disagio perché non si lasciano archiviare con una formula. Non è una «tragica fatalità», non è un «clima di tensione», non è nemmeno un «errore». È una storia semplice e proprio per questo intollerabile: un ragazzo di 18 anni ucciso a colpi di chiave inglese per un tema scolastico scritto «male», o forse scritto troppo bene, o semplicemente scritto. Ramelli non era un personaggio con un qualche peso politico, non era un capo, non era nulla di particolarmente pericoloso. Era uno studente. Ma negli anni Settanta nell’Italia che custodiva il più potente Partito comunista del mondo occidentale, bastava poco per diventare colpevoli: bastava non essere dalla parte giusta. La sua colpa fu di pensare fuori dal perimetro consentito. Il suo tema esprimeva concetti su cui si poteva e si può essere d’accordo o meno, ma era senza dubbio un tema molto ben argomentato.
Nei tempi decenti i temi potevano essere solo sull’analisi de L’Infinito di Giacomo Leopardi o sulla figura di don Abbondio. In tempi ignobili i temi sono di «attualità», vale a dire di politica, vale a dire di indottrinamento, perché il tema di Ramelli era comunque un ottimo tema e prese un’insufficienza, dimostrando che la libertà di opinione millantata dalla nostra costituzione è, insieme a «La legge è uguale per tutti», uno spettacolare esempio di umorismo involontario. E l’insufficienza è ancora il meno. La scuola, che avrebbe dovuto proteggerlo, lo segnalò. La politica, che avrebbe dovuto ignorarlo, lo marchiò. La violenza, che non aveva bisogno di molte giustificazioni, fece il resto. Sergio Ramelli morì dopo settimane di agonia. Ne dà una dolente testimonianza sua madre, che giorno dopo giorno gli tenne la mano sperando in un miracolo che non venne, mentre sui muri e sui ciclostili si sghignazzava per l’agonia e la morte del suo ragazzo. E per molto tempo, più della sua morte, fece rumore il silenzio. Un silenzio educato, responsabile, quasi morale, quello degli educati moralmente superiori, quello dei responsabili, perché alcune vittime disturbano l’educato e sempre etico arredamento ideologico. E allora si preferisce non nominarle, come certi parenti imbarazzanti alle cene di famiglia.
La storia di Sergio Ramelli non insegna nulla, dicono. Ed è proprio questo che fa paura. Insisto: un buon professore - come un buon magistrato - dovrebbe essere qualcuno di cui è impossibile indovinare le idee politiche. Non perché non ne abbia, ma perché non le manifesta nel suo lavoro e rinuncia persino a esibirle nello spazio pubblico, consapevole che la sua imparzialità, come la virtù della moglie di Cesare, deve essere al di sopra di ogni sospetto. Dove l’imparzialità è al di sotto di ogni sospetto, prendiamo atto che la moglie di Cesare è di facili costumi. Magistrati ufficialmente schierati arricchiscono la giurisprudenza di sentenze indubbiamente creative, mentre professori apertamente schierati stigmatizzano e deridono non solo idee politiche diverse dalle loro, ma anche posizioni etiche e religiose tradizionali. Il cristianesimo «forte» viene trattato come un residuo imbarazzante: dalla condanna dell’aborto come omicidio alla considerazione dell’cosiddetta omosessualità come peccato, ogni visione non conforme viene liquidata come segno di spregevole arretratezza morale. Per inciso: anche in epoca di pandemia Covid non pochi professori hanno manifestato pubblicamente la loro perplessità per gli studenti non inoculati e li hanno indicati al pubblico ludibrio come potenziali untori. I professori che non si sono inoculati sono stati sospesi senza stipendio e i loro colleghi lo hanno trovato giustissimo, vista la mancanza di una qualsiasi forma di solidarietà. Quando poi sono rientrati, questi docenti non hanno potuto subito insegnare: c’era il rischio che insegnassero la libertà e il coraggio. Sono stati rinchiusi negli sgabuzzini e nei sottoscala a contare i ragni. Così la scuola, da luogo del sapere, diventa spazio di rieducazione. E il professore imparziale resta, appunto, una creatura mitologica.
A chiarire la natura profonda di questo processo è stato il filosofo francese Jacques Ellul. Nel suo libro Propaganda, Ellul spiega che il mezzo più potente di indottrinamento nelle società moderne non è la propaganda esplicita dei regimi totalitari, bensì quella silenziosa e pervasiva delle democrazie avanzate, una propaganda che «educa». Secondo Ellul, la scuola rappresenta lo strumento privilegiato di questo meccanismo, perché non solo in non pochi casi arrotondi la realtà, per cui, ad esempio, le decine di milioni di vittime del comunismo sono scomparse, ma perché seleziona i quadri mentali attraverso cui le nozioni vengono interpretate. L’indottrinamento moderno non consiste nel dire cosa pensare, bensì nel delimitare ciò che è pensabile. Una volta interiorizzati certi presupposti morali e ideologici, il soggetto crede di ragionare liberamente, mentre in realtà si muove all’interno di un recinto invisibile. Ellul sottolinea come l’educazione sia particolarmente efficace proprio perché rivolta ai giovani, quando le difese critiche non sono ancora formate e l’autorità dell’istituzione scolastica gode di una legittimazione quasi sacrale. Ciò che viene insegnato a scuola non viene percepito come opinione, ma come evidenza, non come ideologia, ma come neutralità scientifica. È in questo modo che la propaganda diventa totalizzante: quando smette di apparire come tale. Applicata al contesto contemporaneo, l’analisi di Ellul illumina con precisione inquietante il funzionamento della scuola odierna. Non si tratta più di discutere la storia, ma di giudicarla; non di comprenderla, ma di condannarla. L’Occidente non è studiato come civiltà complessa, contraddittoria e plurale, bensì come colpevole originario da decostruire. E lo studente non è chiamato a formarsi un’opinione, ma a espiare. Solo odiando l’Occidente e spaccando la testa di Sergio Ramelli o del poliziotto che cerca di proteggere Torino guadagnerà l’innocenza. In questo quadro, il pluralismo non è assente per caso: è strutturalmente incompatibile con l’obiettivo. Perché, come Ellul avvertiva, la propaganda più riuscita è quella che riesce a presentarsi come educazione morale. E la scuola, da luogo del sapere, diventa così il più efficiente laboratorio di conformismo spietato. Sia coloro che hanno spaccato le ossa del cranio di Sergio Ramelli, che quelli che hanno tentato di spaccare quelle del poliziotto aggredito a Torino, sono studenti: frutti di una scuola ideologizzata, quindi, per definizione, una scuola cattiva, anzi pessima, l’ultimo baluardo della mai veramente defunta Unione sovietica. È la scuola che ha armato con la chiave inglese o il martello.
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«Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette» (Disney+)
Allora, si dice la passione fosse ormai sopita, logorata da un'esposizione mediatica eccessiva, da incomprensioni e battibecchi, da un chiacchiericcio che, a distanza di oltre venticinque anni, ancora non ha perso veemenza. Cosa sia successo dentro quell'amore da filma, tra persone che sembravano essersi scelte senza riserve, sole tra mille, nessuno lo ha mai saputo con certezza. La cerchia di John F. Kennedy Jr. riferisce di sensibilità diverse, cuori distanti. Voleva figli, l'erede della dinastia Kennedy. Si avvicinava ai quaranta e avrebbe voluto la moglie gli consentisse di allargare la famiglia.
Ma Carolyn non avrebbe avuto alcun istinto materno. Carolyn, ex commessa con un lavoro nella moda. Carolyn, che le cronache descrivono cocainomane. Carolyn, che nei racconti degli amici voltava la testa dall'altra parte, ogniqualvolta il marito toccava l'argomento.Gli affetti più cari di John John sostengono lui stesse per chiedere il divorzio. Prima, però, sarebbe andato al matrimonio della cugina, portando con sé la moglie, un abito nero di Yves Saint Laurent comprato da Saks, e la cognata. Guidava lui il Piper Saratoga che, il 16 luglio 1999, è decollato alla volta di Martha's Vineyard, senza mai arrivarvi. Quel piccolo aereo è caduto nel mare, John e Carolyn sono morti, con loro la sorella di lei. L'amore da film s'è interrotto quel giorno, è finito prima che un giudice lo rendesse carta straccia, prima che i giornali facessero a pezzi il ricordo di quel che erano stati. La coppia più bella degli Stati Uniti d'America è morta, e - venticinque anni più tardi - è una serie tv a ritrovarla.
Love Story: John F. Kennedy Jr. & Carolyn Bessette, su Disney+ a partire da venerdì 13 febbraio, vuole ricostruire quell'amore da film. Dagli inizi, dal primo incontro all'interno di Calvin Klein, quando Carolyn, bionda ed etera, si era ormai affrancata dal ruolo di commessa per diventare dirigente e confidente di CK. Lo show, che alla regia porta la firma di Ryan Murphy, racconta come la coppia si sia innamorata, come lo scapolo d'oro sia diventato marito, gli americani pazzi di quel duo-gioiello. Ma racconta altresì come i media, la sovraesposizione, abbiano pian piano minato la serenità della coppia. Di Carolyn, in particolare, una donna della porta accanto che non avrebbe mai voluto essere oggetto della bulimia dei rotocalchi.
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A spiegarci di che cosa si tratti è stato anche il Corriere della Sera, che giovedì così titolava la recensione: «Gestazione per altri, storia di solidarietà». Ovvero, come far passare la pratica dell’utero in affitto per «una storia d’amore, solidarietà, rispetto, al di là di ogni ideologia». Potenza artistica della rappresentazione, di e con Rossella Fava, autrice e attrice, che sui social racconta di aver «preso spunto dalle interviste che ho realizzato nel giro di un anno, a uomini e donne che hanno affrontato percorsi di Pma e Gpa».
Sulla piattaforma del Teatro della Cooperativa lo spettacolo viene presentato come «un testo importante e necessario che affronta un tema complesso e ancora troppo poco conosciuto, di estrema delicatezza, e che nel nostro Paese, a differenza di altri, fatica ancora a trovare una legislazione più giusta e più umana».
Senza mezzi termini, si definisce dunque disumana la legge italiana che vieta la surrogata e la rende reato universale. Non bastasse, viene lanciata questa provocazione: «Oggi chi è madre? Chi un bambino lo partorisce o chi lo desidera e lo cresce?».
E per togliere anche l’ultimo dubbio sulla collocazione ideologica dell’iniziativa, il pubblico è informato che domenica 15 febbraio «al termine dello spettacolo, ci sarà un incontro con Francesca Re, avvocato e consigliere generale dell’Associazione Luca Coscioni Aps», che vuole la legalizzazione dell’eutanasia, la gestazione per altri e le tecniche di fecondazione assistita per le coppie dello stesso sesso. Venerdì prossimo, 20 febbraio, sempre al termine dello spettacolo «ci sarà un incontro con l’Associazione Famiglie Arcobaleno», composta da genitori Lgbt.
«Non conosco questo spettacolo ma il modo in cui viene presentato è sufficientemente eloquente. C’è un continuo, tenace tentativo di presentare l’utero in affitto come un gesto solidale, mentre è una organizzazione commerciale, sempre regolata da un contratto e da passaggi di denaro», interviene con fermezza Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità. «È una pratica che lede nel profondo la dignità delle donne e i diritti dei bambini. Nonostante la ricerca spasmodica di storie che dimostrino il contrario, la verità è che dietro l’utero in affitto c’è un mercato transnazionale che commercializza i corpi, i bambini, la genitorialità. Ci sono dei contratti molto rigidi, delle penali, uffici legali e clausole durissime, cataloghi di ovociti come fossero merce da banco, giri vertiginosi di denaro, del quale di norma alle donne bisognose che portano avanti le gravidanze vanno le briciole».
Il ministro sottolinea: «In Italia l’organizzazione, la realizzazione e anche la pubblicizzazione di queste pratiche è reato da più di vent’anni, e la legge approvata in questa legislatura, che impedisce di aggirare il divieto e rende l’utero in affitto punibile per i cittadini italiani anche se vanno all’estero a praticarlo, pone il nostro Paese all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne e dei bambini. Siamo un esempio per il mondo, e stiamo lavorando per costruire un’alleanza internazionale contro questa barbarie. Nessun tentativo di “normalizzarla” o spacciarla per una pratica solidale potrà cambiare la realtà».
Invece, in questi giorni la maternità surrogata viene spacciata come un gesto altruistico lanciando un messaggio devastante dal palcoscenico di un teatro che riceve contributi statali e regionali. L’associazione, fondata nel 2002 dal drammaturgo, regista e attore Renato Sarti e che ha come obiettivo «fin dalla sua fondazione, la promozione dei valori della memoria storica e dell’antifascismo», mostra la contabilità solo fino al 2024. In quell’anno aveva ricevuto dal ministero della Cultura 113.838 euro; dalla direzione Cultura area spettacolo del Comune di Milano 52.898,18 euro; dalla Regione Lombardia, direzione generale cultura, tre acconti per complessivi 20.800 euro. Gli anticipi 2025 del ministero della Cultura sono di 63.555,76 euro; dalla Regione Lombardia di 27.000 euro. L’acconto contributo per le attività 2026 è di 18.900 euro, 18.900 euro l’importo per quelle del 2027. Sicuramente le cifre liquidate saranno ben superiori. Nella graduatoria Next - Laboratorio delle idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo 2025/2026, «M(Other)» era stato selezionato con il punteggio 73 su 100. E aveva ricevuto un «rimborso spese» di 10.500 euro.
Alla trasmissione Il Suggeritore Night Live di Radio Popolare, a cura di Ira Rubini, Rossella Fava ha spiegato di essere cresciuta «con l’immagine della donna con il pancione e che partorendo sarebbe stata lei la mamma del bambino ma oggi, grazie al progresso della scienza e della tecnica in maniera di procreazione, grazie alla gestazione per altri, di madri tra virgolette ce ne possono essere fino a tre. La donna che partorisce il bambino, la donna che fornisce il materiale genetico e la donna che invece lo desidera e lo crescerà. La mamma diventa doppia o trina». Ecco, con quale atteggiamento si affronta a teatro un reato universale. Sempre a Radio Popolare, il regista Sarti (che a settembre era tra coloro che manifestavano «giù le mani dal Leoncavallo»), ha definito «bella l’dea di tre donne in un unico corpo, soprattutto in un periodo di maschilismo esasperato».
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