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2022-01-29
Fi si squaglia, il centrodestra va a sbattere. Ora si cerca l’intesa: «Presidente donna»
Giorgia Meloni (Ansa)
Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.
Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza.
Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra.
Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».
La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita.
Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.
Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». Un muggito triste, tanto rumore per nulla.
Salvini vede Draghi, Conte e Letta: «Lavoriamo a una presidente donna»
La giornata del naufragio della candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati fa registrare la possibilità che a varcare il portone del Quirinale sia un’altra donna, Elisabetta Belloni, anche se appare ormai più che probabile una riconferma di Sergio Mattarella.
Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes».
Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini».
Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione.
Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra.
L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
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Fallisce il blitz in Aula: furia di Fdi, Ignazio La Russa accusa Giovanni Toti. Umiliazione per il Cav, che aveva chiesto compattezza nell’urna: la fronda femminile gli liquefa il partito.Matteo Salvini vede Mario Draghi, Giuseppe Conte ed Enrico Letta: «Lavoriamo a una presidente donna». Il leghista e il capo M5s, d’accordo con i dem, aprono alla svolta «rosa»: salgono le quotazioni di Elisabetta Belloni. Beppe Grillo esulta: «Benvenuta signora Italia», ma Matteo Renzi e azzurri dicono no. E Montecitorio rilancia Sergio Mattarella.Lo speciale comprende due articoli.Sono riusciti a smentire perfino Charles De Gaulle. Prima di una battaglia un suo generale gli chiese cosa avrebbe fatto l’intendenza (gli addetti alle masserizie) e lui rispose: «L’intendance suivra». Qui i burocrati autoreferenziali non hanno seguito i leader, sono andati per margherite facendosi i fatti loro e mandando allo sbaraglio Maria Elisabetta Casellati (382 voti) nella Waterloo berlusconiana. Al quinto scrutinio salta tutto e si verifica puntualmente ciò che Matteo Salvini temeva (per questo non voleva andare alla conta): la prova di forza si trasforma in una prova di debolezza. E Forza Italia si risveglia partito balcanizzato.Sono le 14.25 quando matura l’implosione degli azzurri. I grandi elettori stanno ancora votando ma una vecchia volpe come Ignazio La Russa ha già capito tutto: «Sarebbe un miracolo avere più di 400 voti per la Casellati. Gli italiani di centrodestra sono molto migliori di noi e non meritano questo centrodestra di Palazzo». Così va in cartellone l’horror show e i 71 franchi tiratori vengono trovati con la pistola fumante in mano. Arrivano da Forza Italia (40), Coraggio Italia di Giovanni Toti (20) più il pulviscolo degli ultracentristi innamorati del Pd. Il controllo è grafologico: i delegati di Fratelli d’Italia scrivono sulla scheda «Elisabetta Alberti Casellati», i forzisti «Elisabetta Casellati», i leghisti «Casellati» secco, i totiani «Alberti Casellati». E non è necessario Sherlock Holmes per capire chi ha tradito. Incrociando Toti in Transatlantico, proprio La Russa lo apostrofa masticando amaro: «Hai già espresso la tua soddisfazione per il risultato, stai festeggiando?». Subito dopo Luigi Brugnaro rilancia: «Ora non resta che Mario Draghi». Che compattezza. Piange la presidente del Senato e ride Anna Maria Bernini, capogruppo al Senato e rivale interna, compagna del giornalista Alessandro De Angelis (Huffington Post) che davanti alla candidatura di Silvio Berlusconi tuonò: «È un atto pornografico». La variante trotzkista ha funzionato. Il Cavaliere per la prima volta vede macerie davanti a sé. Aveva intimato: «Votate Casellati compatti. La conosco da 30 anni e garantisco sul suo ruolo super partes». Flop. È impensabile che un leader capace di interpretare per 27 anni le correnti gravitazionali della politica abbia perso le redini del partito. Un parlamentare che conosce la situazione parla di «forzatura», del pessimo rapporto di Casellati con le altre signore del partito, del diverbio con Antonio Tajani perplesso. E chiude: «In questi anni si è fatta più nemici che amici». Solo dissapori interni? Conta anche la voglia di sgambetto alla destra degli ultracentristi alla Elio Vito, che sognano di costruire con Carlo Calenda e Matteo Renzi il Grande Centro; per esperienza non è mai grande e non è mai centro ma pende sempre a sinistra. Davanti ai miserevoli niet del progressismo allo sbando, il centrodestra doveva accollarsi l’onere di fare la prima mossa. Ma la disfatta era nell’aria e a ufficializzare l’impietosa ricostruzione arrivano come coltellate le parole degli alleati. Giorgia Meloni usa la carta vetrata: «Fratelli d’Italia si conferma come partito granitico e leale. Anche la Lega tiene. Non così altri. C’è chi in questa elezione, dall’inizio ha apertamente lavorato per impedire la storica elezione di un presidente di centrodestra. Le decine di milioni di italiani che credono in noi non meritano di essere trattate così. Occorre prenderne atto».La Lega non si scompone. «I nostri 208 voti sono andati a Casellati in blocco, siamo stati compatti. Fossero tutti così», riferiscono i colonnelli salviniani. Il numero uno è meno loquace del solito e ricomincia immediatamente a tessere la tela. «Sono deluso dalla fuga del centrosinistra dal confronto, mi piacerebbe sapere cosa sanno dire oltre che no» si limita a dichiarare riferendosi all’astensione di Pd e Movimento 5 stelle alla quinta chiamata. La mossa era necessaria per non rischiare che sulla presidente del Senato confluissero i voti grillini in libera uscita. Nel pomeriggio, mentre va in scena l’inutile sesto scrutinio, Salvini incontra Enrico Letta, Giuseppe Conte, ipotizza «l’elezione di una presidente donna in gamba». Poi vede Mario Draghi in vista di un nuovo, possibile coinvolgimento personale. È evidente che dopo la débâcle su lady Casellati, il veto di Berlusconi sul premier non ha più valore per gli alleati. Si riparla anche di Pier Ferdinando Casini, che piace al Cavaliere. Ma il governatore lombardo Attilio Fontana è lapidario: «Io non lo voto e non credo che la Lega lo voterà». Lo sgambetto di Casellati avrà conseguenze; le voci di dentro parlano di Salvini e Meloni determinati a trattare con i dem un nome condiviso, con il peso dei 300 voti sicuri. E a mettere sul piatto una contropartita come la legge elettorale per mandare all’angolo i cespugli di alleanze ormai posticce.Se nel centrodestra si raccolgono i cocci, nel centrosinistra brillano frammenti di bolscevismo da operetta. Per accertarsi che i parlamentari piddini consegnassero la scheda bianca senza fermarsi a scrivere, Piero De Luca (figlio dello sceriffo campano) cronometrava il loro passaggio. Siamo al servizio d’ordine. Nell’Aula in derapata poco controllata si nota stanchezza per un rito anacronistico. Un governatore di peso ammette: «Siamo come capi di bestiame nel Corral, che vengono spinti inconsapevolmente in un percorso sempre più stretto. E in fondo al percorso ci sono Mattarella o Draghi». Un muggito triste, tanto rumore per nulla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-centrodestra-si-schianta-meloni-accusa-i-forzisti-qui-qualcuno-non-e-leale-2656504666.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-vede-draghi-conte-e-letta-lavoriamo-a-una-presidente-donna" data-post-id="2656504666" data-published-at="1643420586" data-use-pagination="False"> Salvini vede Draghi, Conte e Letta: «Lavoriamo a una presidente donna» La giornata del naufragio della candidatura di Maria Elisabetta Alberti Casellati fa registrare la possibilità che a varcare il portone del Quirinale sia un’altra donna, Elisabetta Belloni, anche se appare ormai più che probabile una riconferma di Sergio Mattarella. Sono le 20 di ieri sera quando Matteo Salvini (che ha incontrato i leader del centrosinistra e ha parlato con Mario Draghi) - e Giuseppe Conte annunciano il solenne «Habemus Papessam»: «Sto lavorando perché ci sia una presidente donna», dice Salvini, «una donna in gamba, non faccio nomi né cognomi»; «Ho l’impressione», sottolinea Conte, «che ci sia la sensibilità di Salvini, spero di tutto il Parlamento, per la possibilità di una presidente donna, il M5s lo ha sempre detto. Ci sono almeno due figure solide e super partes». Una di queste è certamente Elisabetta Belloni, capo dei servizi segreti italiani, già segretario generale del ministero degli Esteri. È a lei che pensano tutti, quando Conte e Salvini comunicano la clamorosa novità in diretta tv. C’è anche chi si spinge a prevede nel corso della notte una serie di incontri della Belloni con le forze politiche. Fioccano i commenti positivi, a partire da un incredibile tweet di Beppe Grillo: «Benvenuta signora Italia, ti aspettavamo da tempo». «Voteremmo la Belloni con convinzione», scrive invece il leader di Azione, Carlo Calenda, «la Cartabia ha più esperienza come garante della Costituzione. Belloni più esperienza come rapporti internazionali. Entrambe sono fuoriclasse». Il nome della Cartabia resta in campo, così come quello di Paola Severino. La Belloni però non sfonda: «Non penso che sia minimamente possibile», argomenta Matteo Renzi, votare la capo dei servizi segreti alla presidenza della Repubblica: non sta né in cielo né in terra. Se è il suo nome proporremo di non votarlo. Elisabetta Belloni è una straordinaria professionista, io la volevo ministro degli Esteri. La stimo molto, è una mia amica, è stata capo di gabinetto di Gentiloni e segretario generale della Farnesina», aggiunge Renzi, «ma oggi è il capo dei servizi segreti in carica. Indipendentemente dal nome, in una democrazia del 2022 il capo dei servizi segreti non diventa presidente della Repubblica, se non lasciando tutti gli incarichi e candidandosi di fronte ai cittadini». Arriva il no alla Belloni di Leu: «Con tutto il rispetto per la competenza e la capacità di Elisabetta Belloni», fanno sapere fonti del partito di Roberto Speranza, «in un Paese democratico è assolutamente inopportuno che il capo dei servizi segreti diventi presidente della Repubblica. Allo stesso modo non è accettabile che la presidenza della Repubblica e la guida del governo siano affidate entrambe a personalità tecniche e non politiche». Per Forza Italia è la senatrice Licia Ronzulli a dire no alla Belloni: «Per noi non va bene». «Vorrei ricordare a tutti», frena immediatamente il senatore del Pd Andrea Marcucci, riferendosi alla Belloni, «che per volontà della direzione del Pd, tutti nomi possibili per il Quirinale dovranno essere preliminarmente valutati e votati dall’assemblea dei grandi elettori democratici. Non si possono votare candidati a scatola chiusa». Dal Nazareno fanno sapere che «sono finalmente in corso, dopo il fallimento del muro contro muro voluto dal centro destra, confronti e discussioni su alcune possibili soluzioni. Tra queste», aggiungono fonti della segreteria dem, «anche candidature femminili di assoluto valore. Ma ci vuole serietà, la cosa peggiore è continuare col metodo di questi giorni che consiste nel bruciare con improvvide fughe in avanti ogni possibilità di intesa. Per noi rimane fondamentale preservare l’unità della maggioranza di governo. Intanto invitiamo tutti a prendere atto della spinta che da due giorni e in modo trasversale in Parlamento viene a favore della riconferma del presidente Mattarella». Luigi Di Maio, come riportato dalla Verità, ha raccomandato di non lanciare in campo la Belloni senza la certezza assoluta della sua elezione. Negli stessi istanti in cui si discute della Belloni, dall’aula di Montecitorio si alza un vero e proprio ruggito: sono ben 336 i voti che i grandi elettori che hanno partecipato al voto, tutti tranne quelli di centrodestra, assegnano a Sergio Mattarella. tanti, tantissimi, considerato che l’indicazione di Pd, M5s, Leu e Iv era quella di votare scheda bianca. Non solo: la votazione precedente, quella sulla Casellati, ha riservato 46 voti a Mattarella, tutti di centrodestra. L’idea Belloni già traballa. Mattarella, invece, sembra la scelta dei parlamentari: «Sta salendo un moto dal basso», dice alla Verità il deputato del Pd e costituzionalista Stefano Ceccanti, da sempre vicino al Capo dello Stato, «e questi numeri sono un risultato al di là di ogni rosea previsione». Da ambienti pro-Mattarella arriva alla Verità una indiscrezione importante: nelle votazioni precedenti Enrico Letta avrebbe fatto di tutto perché i parlamentari del Pd non scrivessero sulle schede il nome di Sergio Mattarella, mentre ieri sera il segretario Dem non ha mosso un dito in questa direzione. Nel corso dello stesso incontro tra Salvini e Mario Draghi, che si è svolto nel pomeriggio, a quanto ci risulta si è parlato di una eventuale riconferma dell’attuale Capo dello Stato. La votazione di oggi, se si andrà nella direzione di una riconferma di Mattarella, sarà a questo punto decisiva. Il Presidente uscente infatti se avesse voluto davvero rinunciare avrebbe certamente proclamato ufficialmente la sua indisponibilità, quando ha visto montare l’onda in suo favore in parlamento. Restano in campo sempre le ipotesi di Draghi e Casini.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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