2021-11-03
«Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica»
- Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega: «Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono segnali di apertura al mondo occidentale. Il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso».
- Non solo Manchester City, Paris Saint-Germain e Newcastle: in Europa 11 club sono di proprietà dei paesi del Golfo. A comandare la mappa è proprio l'Arabia Saudita con cinque squadre. E il fondo Pif è pronto a sbarcare anche nel golf.
Lo speciale contiene due articoli.
«Nei paesi del Golfo c'è una grande passione per il calcio. Vanno pazzi per quello europeo. Molti bar e ristoranti trasmettono le partite. Non hanno gli spazi né le temperature elevate permettono di avere campionati competitivi, quindi investono all'estero, in Europa, anche per un discorso di tipo geopolitico. Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica». Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega alla Verità l'attivismo degli ultimi 10 anni di paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Barhein nel mondo del pallone. Abu Dhabi è stata tra i primi a investire nel Manchester City. Poi si è subito accodata Doha, con gli investimenti milionari nel Paris Saint-Germain. Da poco è entrata in scena Ryad, che con Moḥammad bin Salman ha deciso di rilevare la squadra inglese del Newcastle. Infine, anche il piccolo emirato del Barhein ha rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc che milita in Ligue 2, la serie B francese.
«Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni» spiega Ruvinetti «non riguardano solo la passione per il calcio. Sono segnali di apertura al mondo occidentale. È sempre la strategia di fare geopolitica con il denaro. In questo modo possono entrare in paesi con cui non hanno grande confidenza, ma il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso». Tra le monarchie del golfo, come noto, non esiste ormai solo una competizione calcistica. Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, stanno gareggiando da tempo al rinnovo delle loro rispettive economie, incentrate in particolare sul petrolio. Hanno sviluppato progetti di diversificazione economica, incentrati sulla tecnologia del futuro, prevedendo per il 2030 persino nuove città dove tutto sarà automatizzato, in modo da diventare nuovi hub di attrazione economica per l'occidente. «Le monarchie lavorano sul piano internazionale in modo differente. Basta seguire cosa accaduto in Libia, dove Qatar e Emirati Arabi sono su fronti opposti. Se i primi supportano i Fratelli Musulmani, i secondi invece sono contro, come anche l'Arabia Saudita». Allo stesso tempo le monarchie cercano amici in Europa. Hanno bisogno di instaurare un dialogo costruttivo. «Sono paesi piccoli, non hanno grandi eserciti, quindi la geopolitica si fa con il denaro». Il calcio è uno dei mercati più interessanti, ma anche non particolarmente redditizi. «In Libia il Qatar ha avuto sempre posizioni distanti dalla Francia. Eppure investendo nel Paris St Germain ha la possibilità di aprire un canale di comunicazione. Lo stesso si può vedere con gli Emirati o con l'Arabia Saudita, impegnati in Inghilterra, nazione da tempo vicina proprio ai Fratelli Musulmani». Le relazioni commerciali tra Francia e Qatar non sono mai andate così bene. The Peninsula, quotidiano in lingua inglese dell'emirato, ha spiegato nel dettaglio gli ultimi investimenti del Paese del Golfo in quello europeo. Si parla di oltre 20 miliardi di dollari (circa 17,21 miliardi di euro) investiti negli ultimi anni sul territorio francese. Inoltre, sono 120 le aziende transalpine che hanno cominciato a operare sul territorio qatariota. Le relazioni bilaterali, sottolinea il quotidiano, coprono una vasta gamma di settori, dalla sicurezza allo sport, il cui esempio principale è rappresentato dal Paris Saint-Germain. Tali investimenti, inoltre, sono realizzati sia a livello pubblico che privato, attraverso le entità affiliate alla Qatar Investment Authority, tra cui la Qatar Sports Investment proprietaria del Psg, e attraverso investimenti privati. Non è un caso che proprio ieri, Doha abbia preso parte alla riunione preparatoria per discutere la bozza di dichiarazione finale della Conferenza di Parigi sulla Libia, prevista per il 12 novembre.
Il Direttore del dipartimento degli Affari Arabi presso il Ministero degli Affari Esteri, l'Ambasciatore HE Nayef bin Abdullah Al Emadi ha rappresentato lo Stato del Qatar all'incontro che si è tenuto ieri durante una conferenza stampa. A fine ottobre lo sceicco Hamad bin Khalifa bin Ahmed Al Thani, presidente della Qatar Football Association (QFA), ha ricevuto nel suo ufficio lo sceicco Ahmed Al Eissi, presidente della Yemen Football Association (YFA). Lo Yemen fa parte del Gruppo A di qualificazioni alla coppa del mondo con Qatar, Siria e Sri Lanka. Le qualificazioni si svolgeranno a Doha dal 25 al 31 ottobre. I due hanno parlato dei modi per rafforzare la cooperazione congiunta per rafforzare i legami tra le due federazioni e contribuire al loro sviluppo. E intanto in queste settimane i tifosi del Newcastle, festeggiano l'arrivo del Fondo per gli investimenti pubblici (PIF) di Riyad che ha acquisito una quota di controllo dell'80% della squadra in un'operazione dal valore di 300 milioni di sterline (circa 353 milioni di euro). I sauditi, come noto, sono invece rivali del Qatar nello Yemen. Dallo sport alla guerra, insomma, il passo è breve.
La mappa geopolitica dei club europei con proprietà arabe
Negli ultimi 10 anni il trend di club europei che vengono acquistati da fondi o proprietà provenienti dai paesi del Golfo è in netto aumento. Basti pensare che sulla mappa attuale del calcio europeo si contano ben 11 squadre che hanno come soci di maggioranza investitori arabi.
Su questa mappa, oltre ai più conosciuti Paris Saint-Germain e Manchester City, in mano rispettivamente all'emiro del Qatar Tamim bin Ḥamad Al Thani e allo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mansour bin Zayd Al Nahyan, troviamo anche l'Arabia Saudita con il principe ereditario Moḥammad bin Salman che ha appena rilevato le quote del Newcastle per non rimanere indietro rispetto ai vicini di casa. Per Paesi dove l'economia è principalmente incentrata sull'esportazione di petrolio, la parola d'ordine è diversificare il più possibile le fonti di guadagno con investimenti di questo tipo in vista di un futuro, non si sa ancora quanto lontano, in cui il mondo occidentale sta cercando soluzioni di energia alternative. Ed è così che anche il piccolo Bahrein prova a dire la sua. Manama, oltre a possedere già le quote del Wigan, club inglese che milita in Football League One, la terza divisione del campionato d'Oltremanica, ha anche recentemente rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc, che gioca in Ligue 2, la serie B francese.
Il Qatar, oltre al colosso del Psg, gestisce altre due squadre, una in Belgio e una in Spagna. Si tratta dell'Eupen, club della Pro League, la massima divisione del campionato belga di calcio, la cui proprietà è stata rilevata nel 2012 dall'Aspire Zone Foundation, una fondazione controllata direttamente dal governo del Qatar, e il Cultural y Deportiva Leonesa, squadra della città di Leon con a capo Tariq A. Al Naama, che gioca oggi in Primera División RFEF, la terza serie del calcio spagnolo.
Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno investito in Inghilterra, Spagna, Belgio e Francia. Qui il grosso investimento riguarda appunto il Manchester City, passato nel settembre del 2008 allo sceicco Mansour bin Zayd Al Nahyan, proprietario dell'Abu Dhabi United Group, con l'obiettivo di promuovere la compagnia aerea Etihad Airways. Ma non solo. Nell'agosto del 2017, la holding messa su dallo stesso Mansur, la City Football Group, nel frattempo proprietaria anche del New York City Fc nella Mls americana, del Melbourne City Fc in Australia, del Montevideo City in Uruguay e dei Yokohama Marinos in Giappone, ha messo le mani sul Girona, società catalana che milita nella Segunda División del campionato spagnolo. Stesso discorso riguarda il Troyes, club francese da questa stagione in Ligue 1, e il Lommel, squadra della seconda serie del campionato belga, passati nel corso del 2020 al City Football Group.
A comandare questa mappa europea, però, è proprio l'Arabia Saudita, con il fondo Pif che oltre ad aver acquisito il Newcastle in Premier League, può contare sullo Sheffield United in Championship, la seconda divisione inglese, sull'Almeria in Spagna, lo Chateauroux in Francia e il Beerschot in Belgio. Il fondo Pif, però, pare non abbia intenzione di fermarsi al calcio. Il fondo di bin Salman è pronto infatti a fare il suo ingresso anche nel golf, visto che Greg Norman, membro della World Folf Hall of Fame, è stato appena nominato amministratore delegato della Liv Golf Investments, società supportata appunto dal Public fund investmet.
Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega: «Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni sono segnali di apertura al mondo occidentale. Il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso».Non solo Manchester City, Paris Saint-Germain e Newcastle: in Europa 11 club sono di proprietà dei paesi del Golfo. A comandare la mappa è proprio l'Arabia Saudita con cinque squadre. E il fondo Pif è pronto a sbarcare anche nel golf.Lo speciale contiene due articoli.«Nei paesi del Golfo c'è una grande passione per il calcio. Vanno pazzi per quello europeo. Molti bar e ristoranti trasmettono le partite. Non hanno gli spazi né le temperature elevate permettono di avere campionati competitivi, quindi investono all'estero, in Europa, anche per un discorso di tipo geopolitico. Il calcio sta diventando uno strumento di geopolitica». Daniele Ruvinetti, analista geopolitico e Senior Advisor della Fondazione Med Or, spiega alla Verità l'attivismo degli ultimi 10 anni di paesi come Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Barhein nel mondo del pallone. Abu Dhabi è stata tra i primi a investire nel Manchester City. Poi si è subito accodata Doha, con gli investimenti milionari nel Paris Saint-Germain. Da poco è entrata in scena Ryad, che con Moḥammad bin Salman ha deciso di rilevare la squadra inglese del Newcastle. Infine, anche il piccolo emirato del Barhein ha rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc che milita in Ligue 2, la serie B francese.«Gli investimenti a cui abbiamo assistito negli ultimi anni» spiega Ruvinetti «non riguardano solo la passione per il calcio. Sono segnali di apertura al mondo occidentale. È sempre la strategia di fare geopolitica con il denaro. In questo modo possono entrare in paesi con cui non hanno grande confidenza, ma il grande consenso intorno al mondo sportivo permette loro di ottenere visibilità e consenso». Tra le monarchie del golfo, come noto, non esiste ormai solo una competizione calcistica. Qatar, Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, stanno gareggiando da tempo al rinnovo delle loro rispettive economie, incentrate in particolare sul petrolio. Hanno sviluppato progetti di diversificazione economica, incentrati sulla tecnologia del futuro, prevedendo per il 2030 persino nuove città dove tutto sarà automatizzato, in modo da diventare nuovi hub di attrazione economica per l'occidente. «Le monarchie lavorano sul piano internazionale in modo differente. Basta seguire cosa accaduto in Libia, dove Qatar e Emirati Arabi sono su fronti opposti. Se i primi supportano i Fratelli Musulmani, i secondi invece sono contro, come anche l'Arabia Saudita». Allo stesso tempo le monarchie cercano amici in Europa. Hanno bisogno di instaurare un dialogo costruttivo. «Sono paesi piccoli, non hanno grandi eserciti, quindi la geopolitica si fa con il denaro». Il calcio è uno dei mercati più interessanti, ma anche non particolarmente redditizi. «In Libia il Qatar ha avuto sempre posizioni distanti dalla Francia. Eppure investendo nel Paris St Germain ha la possibilità di aprire un canale di comunicazione. Lo stesso si può vedere con gli Emirati o con l'Arabia Saudita, impegnati in Inghilterra, nazione da tempo vicina proprio ai Fratelli Musulmani». Le relazioni commerciali tra Francia e Qatar non sono mai andate così bene. The Peninsula, quotidiano in lingua inglese dell'emirato, ha spiegato nel dettaglio gli ultimi investimenti del Paese del Golfo in quello europeo. Si parla di oltre 20 miliardi di dollari (circa 17,21 miliardi di euro) investiti negli ultimi anni sul territorio francese. Inoltre, sono 120 le aziende transalpine che hanno cominciato a operare sul territorio qatariota. Le relazioni bilaterali, sottolinea il quotidiano, coprono una vasta gamma di settori, dalla sicurezza allo sport, il cui esempio principale è rappresentato dal Paris Saint-Germain. Tali investimenti, inoltre, sono realizzati sia a livello pubblico che privato, attraverso le entità affiliate alla Qatar Investment Authority, tra cui la Qatar Sports Investment proprietaria del Psg, e attraverso investimenti privati. Non è un caso che proprio ieri, Doha abbia preso parte alla riunione preparatoria per discutere la bozza di dichiarazione finale della Conferenza di Parigi sulla Libia, prevista per il 12 novembre.Il Direttore del dipartimento degli Affari Arabi presso il Ministero degli Affari Esteri, l'Ambasciatore HE Nayef bin Abdullah Al Emadi ha rappresentato lo Stato del Qatar all'incontro che si è tenuto ieri durante una conferenza stampa. A fine ottobre lo sceicco Hamad bin Khalifa bin Ahmed Al Thani, presidente della Qatar Football Association (QFA), ha ricevuto nel suo ufficio lo sceicco Ahmed Al Eissi, presidente della Yemen Football Association (YFA). Lo Yemen fa parte del Gruppo A di qualificazioni alla coppa del mondo con Qatar, Siria e Sri Lanka. Le qualificazioni si svolgeranno a Doha dal 25 al 31 ottobre. I due hanno parlato dei modi per rafforzare la cooperazione congiunta per rafforzare i legami tra le due federazioni e contribuire al loro sviluppo. E intanto in queste settimane i tifosi del Newcastle, festeggiano l'arrivo del Fondo per gli investimenti pubblici (PIF) di Riyad che ha acquisito una quota di controllo dell'80% della squadra in un'operazione dal valore di 300 milioni di sterline (circa 353 milioni di euro). I sauditi, come noto, sono invece rivali del Qatar nello Yemen. Dallo sport alla guerra, insomma, il passo è breve. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/il-calcio-sta-diventando-uno-strumento-di-geopolitica-2655485458.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-mappa-geopolitica-dei-club-europei-con-proprieta-arabe" data-post-id="2655485458" data-published-at="1635959707" data-use-pagination="False"> La mappa geopolitica dei club europei con proprietà arabe Negli ultimi 10 anni il trend di club europei che vengono acquistati da fondi o proprietà provenienti dai paesi del Golfo è in netto aumento. Basti pensare che sulla mappa attuale del calcio europeo si contano ben 11 squadre che hanno come soci di maggioranza investitori arabi.Su questa mappa, oltre ai più conosciuti Paris Saint-Germain e Manchester City, in mano rispettivamente all'emiro del Qatar Tamim bin Ḥamad Al Thani e allo sceicco degli Emirati Arabi Uniti Mansour bin Zayd Al Nahyan, troviamo anche l'Arabia Saudita con il principe ereditario Moḥammad bin Salman che ha appena rilevato le quote del Newcastle per non rimanere indietro rispetto ai vicini di casa. Per Paesi dove l'economia è principalmente incentrata sull'esportazione di petrolio, la parola d'ordine è diversificare il più possibile le fonti di guadagno con investimenti di questo tipo in vista di un futuro, non si sa ancora quanto lontano, in cui il mondo occidentale sta cercando soluzioni di energia alternative. Ed è così che anche il piccolo Bahrein prova a dire la sua. Manama, oltre a possedere già le quote del Wigan, club inglese che milita in Football League One, la terza divisione del campionato d'Oltremanica, ha anche recentemente rilevato il 20% della seconda squadra parigina, il Paris Fc, che gioca in Ligue 2, la serie B francese.Il Qatar, oltre al colosso del Psg, gestisce altre due squadre, una in Belgio e una in Spagna. Si tratta dell'Eupen, club della Pro League, la massima divisione del campionato belga di calcio, la cui proprietà è stata rilevata nel 2012 dall'Aspire Zone Foundation, una fondazione controllata direttamente dal governo del Qatar, e il Cultural y Deportiva Leonesa, squadra della città di Leon con a capo Tariq A. Al Naama, che gioca oggi in Primera División RFEF, la terza serie del calcio spagnolo.Gli Emirati Arabi Uniti, invece, hanno investito in Inghilterra, Spagna, Belgio e Francia. Qui il grosso investimento riguarda appunto il Manchester City, passato nel settembre del 2008 allo sceicco Mansour bin Zayd Al Nahyan, proprietario dell'Abu Dhabi United Group, con l'obiettivo di promuovere la compagnia aerea Etihad Airways. Ma non solo. Nell'agosto del 2017, la holding messa su dallo stesso Mansur, la City Football Group, nel frattempo proprietaria anche del New York City Fc nella Mls americana, del Melbourne City Fc in Australia, del Montevideo City in Uruguay e dei Yokohama Marinos in Giappone, ha messo le mani sul Girona, società catalana che milita nella Segunda División del campionato spagnolo. Stesso discorso riguarda il Troyes, club francese da questa stagione in Ligue 1, e il Lommel, squadra della seconda serie del campionato belga, passati nel corso del 2020 al City Football Group.A comandare questa mappa europea, però, è proprio l'Arabia Saudita, con il fondo Pif che oltre ad aver acquisito il Newcastle in Premier League, può contare sullo Sheffield United in Championship, la seconda divisione inglese, sull'Almeria in Spagna, lo Chateauroux in Francia e il Beerschot in Belgio. Il fondo Pif, però, pare non abbia intenzione di fermarsi al calcio. Il fondo di bin Salman è pronto infatti a fare il suo ingresso anche nel golf, visto che Greg Norman, membro della World Folf Hall of Fame, è stato appena nominato amministratore delegato della Liv Golf Investments, società supportata appunto dal Public fund investmet.
Jacopo Luchini vince la medaglia d'oro nello snowboard, specialità banked slalom, alle Paralimpiadi di Milano-Cortina 2026 (Ansa)
Quattro medaglie oggi portano gli azzurri a quota 14 podi a Milano-Cortina, battendo il record di Lillehammer: oro per Jacopo Luchini nello snowboard banked slalom SB-UL, Emanuel Perathoner nello snowboard banked slalom SB-LL2 e René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting, e argento per Giacomo Bertagnolli nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. Un traguardo storico che segue il successo alle Olimpiadi invernali.
Milano-Cortina 2026 ha scritto oggi un nuovo capitolo nella storia dello sport paralimpico italiano. Con quattro medaglie conquistate nella giornata odierna, infatti, la spedizione azzurra ha raggiunto quota 14 podi, superando il record di Lillehammer 1994, che resisteva da oltre trent’anni.
Il giorno è iniziato sulle piste di Socrepes con Jacopo Luchini, protagonista nello snowboard banked slalom SB-UL. L’azzurro ha chiuso la prova con il tempo di 56”28, davanti ai due atleti cinesi Wang Pengyao (56”62) e Jiang Zihao (57”03), conquistando così il suo primo oro di giornata e il quarto complessivo per l’Italia a questi Giochi. «Ci si prova sempre a pensare ad una giornata così… quattro anni fa avevo perso la medaglia per otto centesimi, oggi il tempo mi ha ripagato con gli interessi», ha commentato Luchini. Non è mancato il bis dello snowboard con Emanuel Perathoner, che ha dominato il banked slalom SB-LL2. L’azzurro, già vincitore sabato nello snowboard cross, si è confermato il primo snowboarder italiano a realizzare la doppietta d’oro nella stessa Paralimpiade. «La pista era meglio oggi che in training, era più ghiacciata e la preferisco così», ha spiegato Perathoner, che con il tempo di 54”28 ha preceduto lo svizzero Fabrice Von Gruenigen e l’australiano Ben Tudhope. Sul fronte dello sci alpino, Giacomo Bertagnolli ha centrato l’argento nello slalom gigante ipovedenti insieme alla guida Andrea Ravelli. L’azzurro, al comando dopo la prima manche, ha chiuso a soli 34 centesimi dall’austriaco Johannes Aigner. «Siamo quattro su quattro, ma a parte il bronzo iniziale che è stata la sorpresa abbiamo replicato pari pari Pechino», ha dichiarato Bertagnolli. Con questa medaglia, Bertagnolli eguaglia le 12 conquistate in carriera da Bruno Oberhammer, diventando uno degli atleti italiani più medagliati della storia paralimpica. La giornata si è chiusa con il trionfo di René De Silvestro nello slalom gigante categoria sitting. L’azzurro ha preceduto l’olandese Niels De Langen e il norvegese Jesper Pedersen, aggiungendo una medaglia d’oro inedita alla sua collezione e portando l’Italia a quota 14 podi, record assoluto per le Paralimpiadi invernali italiane. «Volevo così tanto questa medaglia che non potevo cadere. I salti? Quando faccio qualcosa di buono finisco sempre a stupire un po’ tutti», ha commentato De Silvestro indicando la figlia con orgoglio.
Il presidente del Comitato italiano paralimpico, Marco Giunio De Sanctis, ha definito la giornata «meravigliosa» e ha sottolineato come lo snowboard, disciplina in cui l’Italia non aveva mai ottenuto grandi risultati, sia oggi tra i protagonisti di questa spedizione. Anche i grandi campioni dello sci italiano, come Alberto Tomba e Deborah Compagnoni, hanno assistito alle gare, applaudendo i successi degli azzurri e la loro capacità di ispirare nuovi atleti.
Oltre alle vittorie, la giornata ha registrato anche i piazzamenti degli altri azzurri: Federico Pelizzari ha chiuso quarto nel gigante standing, Luca Palla undicesimo, mentre Davide Bendotti non ha completato la prova a causa di una caduta. Nel biathlon, Marco Pisani e Cristian Toninelli hanno chiuso rispettivamente diciottesimo e tredicesimo nelle sprint di inseguimento, con l’obiettivo di migliorare domani nella staffetta.
Con la settima giornata, Milano-Cortina conferma il trend eccezionale della spedizione italiana: sei ori, cinque argenti e tre bronzi, un bottino che segna il record assoluto di medaglie in una Paralimpiade invernale per l’Italia. Il sogno olimpico continua, con nuovi appuntamenti sulle piste e nuovi traguardi da inseguire.
Continua a leggereRiduci
Philippe Donnet (Ansa)
Partiamo dai numeri, che sono quelli che alla fine contano davvero. Generali chiude il primo anno del nuovo piano con risultati che non si erano mai visti. L’utile netto sale a 4,17 miliardi, in crescita del 12%. Il risultato operativo supera per la prima volta la soglia degli 8 miliardi, fermandosi poco sopra quota 8,1 con un incremento vicino al 10%. Insomma, il Leone continua a ruggire. Donnet, che guida una nave grande in mari agitati, spiega che Generali è abituata a «navigare bene nella tempesta». E tempeste, nel mondo finanziario e geopolitico, non mancano certo. Il messaggio agli azionisti è semplice: continuiamo a guadagnare bene e continueremo a darvi soddisfazioni. La maniera migliore per ricucire i rapporti con i grandi azionisti come Caltagirone e gli eredi Del Vecchio.
La cedola sale a 1,64 euro per azione, con un incremento del 14,7%, superiore alle attese degli analisti. Quasi 2,4 miliardi distribuiti agli azionisti. Donnet lancia anche un nuovo programma di buyback da 500 milioni di euro. In altre parole, soldi che tornano direttamente nelle tasche dei soci. Quando si distribuisce così tanta liquidità significa che il motore gira forte. Le masse gestite dal gruppo arrivano a sfiorare i 900 miliardi di euro, in crescita del 4,3%. Il risparmio gestito porta a casa oltre 1,19 miliardi di utile operativo. Ma il cuore pulsante resta l’attività assicurativa. I premi lordi complessivi salgono a 98,1 miliardi. La solidità patrimoniale resta robusta. In termini semplici: il capitale per coprire i rischi è più che abbondante. Accanto a Donnet, il nuovo direttore generale e vice ceo Giulio Terzariol prova a sintetizzare il momento dei mercati partendo da vicino: «Le assicurazioni non coprono i rischi di guerra». Ma la parte più interessante arriva quando si passa alla geografia della finanza. È cambiato l’azionista di riferimento di Mediobanca, la storica custode della quota strategica di Generali. Un passaggio che ha riacceso i riflettori sugli equilibri del capitalismo tricolore, con i soci Francesco Gaetano Caltagirone e la holding Delfin della famiglia Del Vecchio molto attivi nel riassetto del sistema. Donnet, con diplomazia d’ordinanza, dice di avere «rapporti positivi e istituzionali con tutti gli azionisti». Il riferimento è alla mancata alleanza con la francese Natixis nella gestione del risparmio, stoppata anche in nome della difesa della sovranità nazionale. Il ceo del Leone tira fuori la mossa più elegante della giornata. Se davvero il risparmio italiano deve restare in Italia, dice in sostanza Donnet, allora Generali è prontissima a dare una mano. L’accordo di bancassurance tra Banca Monte dei Paschi e la francese Axa scade il prossimo anno. «Il nostro mestiere è anche la gestione del risparmio», osserva Donnet. «Forse saremo un candidato per sostituire Axa». Pertanto: «Se possiamo rimpatriare questo risparmio italiano in Italia, saremo felici di farlo». Non solo patriottismo (Donnet ha preso la cittadinanza italiana) e tentativo di allacciare nuovi rapporti con la capogruppo: gli sportelli del Monte rappresentano una rete commerciale importante per vendere polizze, previdenza e prodotti di investimento. In altre parole, un affare che vale miliardi. E non è l’unica partita aperta. Generali guarda con interesse anche all’espansione dell’accordo di bancassurance con Unicredit, oggi limitato al Centro ed Est Europa. L’idea è ampliarlo e rafforzarlo sostituendo Amundi, altro gruppo francese. Intanto, mentre a Trieste si parlava di utili record, il titolo Generali a Piazza Affari chiudeva la seduta in controtendenza, salendo dell’1,48% a 33,6 euro. Segno che il mercato apprezza la traiettoria del Leone. Il prossimo appuntamento sarà l’assemblea del 23 aprile. Una riunione un po’ particolare: per la prima volta dopo il periodo Covid gli azionisti non saranno presenti fisicamente e voteranno solo tramite il rappresentante designato. Ma non è detto che mancherà lo spettacolo. Perché quando si parla di Generali, di Mediobanca e di finanza italiana, qualcosa succede sempre.
Continua a leggereRiduci
«Quella Notte» (Netflix)
Il romanzo da cui Netflix ha deciso di trarre ispirazione, in Italia, non è mai arrivato. Non tradotto. Esiste solo la sua versione inglese, quella che il Sunday Times ha celebrato annoverandola tra i propri bestseller. Veloce, dinamico, capace di prendere le distanze dal classico giallo procedurale per trovare una complessità diversa, allargando l'ambito psicologico fino a interrogarsi sui confini che l'etica e la morale dovrebbero imporre ad ognuno di noi.
That Night, com'è stato intitolato in lingua originale il romanzo di Gillian McAllister, non ha falle, per la critica statunitense. Che, venerdì 13 marzo, sarà chiamata a valutare una nuova versione di questo libro perfetto: la serie televisiva che di qui ha avuto origine.Quella Notte, i cui episodi saranno rilasciati su Netflix nella modalità canonica del cofanetto, è l'adattamento televisivo del romanzo mai tradotto. E, con lo stesso ritmo, ne racconta la storia. Una storia difficile da valutare, quella di una donna, Elena, partita per una vacanza che avrebbe dovuto essere leggera. Aveva scelto la Repubblica Dominicana per passare qualche giorno lontano dalla città, sulle spiagge in cui il mare sovrasti i pensieri. Ma, poco dopo il proprio arrivo, con la macchina presa a nolo, ha investito un uomo. Lo ha ucciso e lasciato sul ciglio della strada. Elena è scappata, per paura. Paura della prigione in un Paese straniero, paura di essere separata dal figlio piccolo. Paura di ammettere il proprio errore, di non riuscire a giustificarlo come tale, di essere considerata un'assassina. Così, anziché fare quello che avrebbe dovuto, chiamare le autorità competenti, lascia che sia il panico a guidare le proprie azioni, scegliendo la famiglia. Sono le sue sorelle le prime persone che Elena avvisa, Paula e Cris. E sono loro a cedere al legame di sangue, acconsentendo a coprire l'omicidio. Peggio, ad insabbiarlo. Avevano le stesse paure di Elena, temevano il nipotino rimanesse senza sua madre. Coprono, dunque, rendendosi complici di un crimine che avrebbe dovuto essere denunciato.
Quella Notte comincia qui, allontanandosi dall'incedere tipico del giallo per raccontarne una variabile, il calvario di chi del giallo è parte, la pressione psicologica, l'ansia che schiaccia e toglie il fiato. E, ad agitare le coscienze, il dubbio e la colpa. Lo show, come il romanzo dal quale è tratto, cerca di interrogarsi sui limiti dell'etica individuale, capendo quanto possa essere elastica: fin dove si possano spingere gli esseri umani per proteggere se stessi e coloro che amano. La risposta è ambigua, volutamente fumosa. Tra le sorelle, una sembra patire meno il senso di colpa. L'altra vorrebbe aggiustare il tiro, fare diversamente. Non c'è moralismo, né la condanna dell'una o dell'altra. Solo l'interrogativo, declinato con lo schema sempre efficace di episodi breve e intensi.
Continua a leggereRiduci