È quasi mezzogiorno e la chiesa del Giuramento di Pontida, quando nel 1167 alcune città lombarde si coalizzarono contro l’imperatore Federico Barbarossa, è piena. I posti sono 400, gli altri fuori sul viale delle Rimembranze a guardare il maxischermo con i fazzoletti verdi al collo, mentre sventolano i vessilli con il Sole delle Alpi, il simbolo che Giulio Andreotti (lui aveva capito tutto) tentò invano di comprare per depotenziare l’identità leghista. Erano gli anni in cui la sinistra ipocrita, che ieri flautava commenti al miele, trattava Bossi come Hitler.
Sul sagrato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti - vero deus ex machina delle esequie, delegato dalla famiglia - accoglie uno per uno gli ospiti istituzionali, dal premier, Giorgia Meloni (ovazione), ai presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa; da Antonio Tajani a Maurizio Lupi, ai molto applauditi governatori Attilio Fontana, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, ai ministri Giuseppe Valditara, Alessandra Locatelli, Roberto Calderoli, l’amico dagli albori. Manca il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e l’assenza nel giorno della livella, che dovrebbe azzerare le differenze politiche, si nota. Hanno tutti il cappotto, oggi il manzoniano cielo di Lombardia è parecchio imbronciato.
C’è anche Letizia Moratti, passa Irene Pivetti, l’applausometro crolla alla comparsa di Mario Monti («Vai via venduto!»), che rivela il motivo della sua presenza: «Per lui ho sempre nutrito un grande rispetto, mi voleva premier già nel 1995 dopo il Ribaltone ma Berlusconi disse no». Matteo Salvini viene rimbrottato («Molla la camicia verde», «Ridacci la Lega») da un preciso angolo della piazza, quello occupato da pasdaran in disarmo come Mario Borghezio e da transfughi del Partito popolare per il Nord dell’ex ministro Roberto Castelli, che azzarda: «Qui non ci sono leghisti, ci sono solo bossiani». Una contestazione isolata e surreale da parte di chi non ha mai digerito la svolta nazionale del partito, peraltro portato dall’attuale leader a percentuali impensabili dal giorno (2012) del famoso weekend delle scope alla Fiera di Bergamo.
Preso in contropiede, il segretario nasconde bene lo stupore mentre la sua compagna, Francesca Verdini, si lascia scappare uno «smettetela, è un funerale». I reduci ultrà si ricompongono, parte qualche nostalgico «Bruciamo il tricolore», c’è chi scandisce il polveroso «Secessione!». Nel contesto di raccoglimento generale sono quattro gatti ma piacciono parecchio al giornalista collettivo mainstream in cerca di facile indignazione fuori dal tempo. Giorgetti se ne accorge e ferma i coretti, dovrà farlo anche alla fine per consentire di intonare «L’eterno riposo». Dettagli di nostalgici con la testa rivolta al passato remoto.
Nella chiesa senza cameraman e fotografi la commozione prende il sopravvento davanti alla bara con il cuscino di rose bianche e la bandiera della Padania. Giorgetti e Renzo Bossi (l’amatissimo Trota) salgono sull’altare per le letture, poi l’abate don Giordano Rota affronta un’omelia con vista sull’eternità attraverso la preghiera. Guarda la moglie siciliana dell’Umberto, Manuela Marrone, gli altri figli Eridano Sirio e Roberto Libertà, e scandisce: «Noi pensiamo a Dio come un supereroe, ma Gesù non toglie il peso della sofferenza, fa una cosa molto più grande: condivide con noi tutto questo. Non ci toglie ciò che ci dà fastidio, ma ci salva dalla morte. Il dolore rimane, ma sappiamo che Lui è con noi. Per questo con la fede vogliamo vivere il distacco dal nostro fratello Umberto attraverso quel canale nuovo per relazionarsi con lui, quello della preghiera».
Tutto molto sobrio, tutto molto nordico. All’uscita del feretro un momento da brivido: il coro degli alpini della Valle San Martino intona a cappella quel Va’ pensiero verdiano che Bossi avrebbe voluto come inno nazionale. È il momento delle condoglianze e del ricordo di due volti che riconducono al suo grande alleato e contraltare, Silvio Berlusconi. Fedele Confalonieri è lapidario: «Di lui parlerà la Storia perché lui è già nella Storia». Marcello Dell’Utri si sofferma su un dettaglio interessante: «Sono andato a trovarlo qualche giorno fa, era stanco e parlava poco, sempre con quel mezzo toscano fra le labbra. Viveva in una casa povera, con una cucina povera». Come a ribadire che con la politica non si è mai arricchito. Il giudizio bossiano sulla Lega di oggi? Se ne va buttando lì: «Stendiamo un velo pietoso».
Su Pontida aleggia una domanda immateriale e decisiva. Qual è l’eredità politica di Umberto Bossi? Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio al Senato, non ha paura di rispondere. «Dobbiamo andare avanti sulla strada tracciata che è quella di pensare a un partito nazionale. Ma la questione settentrionale è ancora aperta e deve essere ripresa con più forza, con più vigore. C’è una rivoluzione da concludere e i tempi sono maturi per l’autonomia dei territori a livello nazionale». Completa il concetto Roberto Molinari, capogruppo alla Camera: «Salvini tiene alta la bandiera del federalismo e dell’autonomia. Se oggi le Regioni del Nord possono discutere con lo Stato centrale degli statuti nuovi è grazie alla riforma dell’autonomia differenziata, sull’onda del pensiero di Bossi. Fra la sua Lega e quella di adesso non ci sono differenze. Oggi non è un giorno di polemiche».
Nel viaggio verso Gemonio, il corteo del Senatur passa fra gli applausi sotto un cavalcavia dove compare un grande striscione bianco: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi». Proprio come W Coppi, pura passione. È l’ultimo abbraccio di un popolo che lo ha amato e non lo dimenticherà mai.