- Un paper dell’istituto Bruegel, think thank europeista, svela le possibili conseguenze di una rottura sui conti con Bruxelles. I trattati prevedono multe da 3 a 8 miliardi e procedure di infrazione. I mercati faranno il resto.
- Fitch e Moody’s lo dicono: con questo Def, i giudizi saranno negativi. Summit di governo con le partecipate per 15 miliardi di investimenti.
Lo speciale contiene due articoli.
Nonostante la bocciatura alla Nota di aggiornamento al Def, arrivata nella tarda serata di martedì da parte dell’Ufficio parlamentare di bilancio, il governo tira dritto e conferma le previsioni contenute nel documento. «Non dobbiamo lasciare che la volatilità di breve termine dei mercati offuschi la nostra capacità di formulare valutazioni e previsioni equilibrati», ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione di fronte alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. «I rischi politici ed economici internazionali sono sempre esistiti ed è anche per questo motivo che nei documenti di programmazione si formulano previsioni prudenziali e non ottimistiche. Ma non possiamo», ha aggiunto Tria, «basare il quadro programmatico su scenari di rischio a ribasso altrimenti stravolgiamo il significato di tale previsione».
L’Upb ha motivato la decisione di non validare le previsioni macroeconomiche sul 2019 nel quadro programmatico, spiegando in audizione che «i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico – rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori – rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1% nel 2019), variabile quest’ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica». Secondo i tecnici, nella Nota «sembrerebbe mancare una compiuta analisi delle condizioni cicliche che hanno portato alla proposta del governo di deviare dal percorso di avvicinamento all’obiettivo di medio termine, nonché la scansione temporale del piano di rientro».
In realtà non è la prima volta che l’Upb manca di validare la Nadef. Era già successo nel 2016, quando al governo c’era Matteo Renzi e al Mef sedeva Pier Carlo Padoan. Nel corso dell’audizione tenutasi il 3 ottobre di quell’anno, l’ufficio lamentava «un eccessivo ottimismo delle previsioni ufficiali per il 2017», aggiungendo che «in assenza di una revisione coerente con tali rilievi del quadro programmatico pubblicato nella Nadef, non è possibile per l’Upb procedere a una validazione positiva». Analogamente a quanto sta accadendo in questi giorni, il titolare di Via XX Settembre si trovò a doversi giustificare delle stime inserite nel documento, spiegando come lo scarto rispetto al panel dell’Upb fosse «contenuto» e «non significativo». Dunque, niente di particolarmente nuovo sotto il sole.
La tabella di marcia ora si fa serratissima. Entro lunedì occorre inviare alla Commissione Ue il Draf budgetary plan contenente le stime di finanza pubblica. La strada per il governo è irta di ostacoli, e le conseguenze di un «muro contro muro» potenzialmente esplosive. È quanto spiega nel dettaglio un articolo pubblicato dal think tank Bruegel, tipicamente vicino alle istituzioni europee, basti pensare che Mario Monti ne è stato il presidente dal 2005 al 2008. Entro due settimane dalla presentazione della bozza la Commissione può inviare le sue osservazioni e chiederci l’invio di un nuovo documento corretto. Per fine novembre, infine, è atteso un primo giudizio definitivo.
A quel punto la Commissione deciderà di che morte dobbiamo morire. La percentuale del deficit, paradossalmente, rappresenta il male minore. Sulla base delle stime formulate sulla crescita, il governo ha previsto una riduzione del rapporto debito/Pil al 127% entro il 2021. Se le previsioni si dovessero effettivamente rivelare troppo ottimistiche, come sostengono sia l’Ue che i ricercatori di Bruegel, il debito «nella migliore delle ipotesi, ristagnerà o, molto più probabilmente, crescerà ancora come conseguenza delle nuove misure fiscali».
Le opzioni sul piatto per Bruxelles sono due. Come prima cosa, la Commissione potrebbe contestare al governo la violazione del cosiddetto «braccio preventivo». Dei due tronconi che formano il Patto di stabilità e crescita (Psc), il braccio preventivo è quello che assicura la sostenibilità delle politiche fiscali dei Paesi membri. Le cifre contenute nella Nadef violerebbero sia l’obiettivo di bilancio a medio termine (Omt), che dovrebbe tendere al pareggio, sia la «regola della spesa», che vincola la crescita della spesa pubblica. Dopo un mese, in assenza di riscontri da parte del nostro esecutivo, il Consiglio europeo potrebbe intimare all’Italia le politiche correttive da mettere in atto per rientrare all’interno dei binari previsti dalle regole europee. Nel caso in cui Roma dovesse continuare a dimostrarsi recalcitrante, le possibili sanzioni prevedono l’obbligo di effettuare un deposito pari allo 0,2% del Pil (circa 3,4 miliardi di euro).
Ma la Commissione può riservarsi anche la possibilità di aprire direttamente la procedura per disavanzo eccessivo, come previsto dall’articolo 126 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Siamo nel campo del «braccio correttivo», quello che si attiva nel caso di sforamento di uno dei due parametri previsti dal Psc, cioè il rapporto deficit/Pil al 3% oppure il debito/Pil al 60%. La sanzione sarebbe più elevata, fino allo 0,5% del Pil (ovvero 8,5 miliardi circa) ma i tempi si allungherebbero. L’iter richiede fino a 6 mesi e, considerata la vicinanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo della prossima primavera, non è remota l’eventualità che tocchi a una Commissione completamente diversa gestire la questione.
A prescindere dalle modalità e dei dettagli tecnici, l’avvio di un contenzioso con Bruxelles rischia di scatenare la violenta reazione dei mercati. L’ultima ratio, l’abbiamo sperimentato nel 2011, prevede la sostituzione del governo scomodo con uno più malleabile. Una strada che, come dimostra il dettagliato articolo di Bruegel, è già perfettamente tracciata.
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