I fan dei bavagli s’attaccano alla scarlattina
I nostalgici dei diktat approfittano della diffusione della malattia tipica dei bimbi per riproporre l’uso massiccio delle mascherine Intanto l’ex «Tg1» Tiziana Ferrario incolpa Giorgia Meloni influenzata: «Non avrebbe saltato impegni di governo se avesse usato le protezioni».

Adesso il problema è che Giorgia Meloni ha l’influenza? Non avevamo tessuto le lodi delle donne leader che «sanno fare un passo indietro» (Corriere della Sera)? Non eravamo andati in brodo di giuggiole per Jacinta Arden, che ha lasciato la premiership della Nuova Zelanda per carenza «di energie psicofisiche»? Non ci eravamo inchinati all’esempio di Nicola Sturgeon, che ha mollato la guida della Scozia perché non può «dare a questo lavoro tutto ciò che richiede e merita»? Non ci eravamo messi a invocare il congedo mestruale per lavoratrici e studentesse? Le donne hanno diritto al mal di pancia ma non alla febbre?

Chiariamo: se sei la Meloni e stai a destra, i competenti progressisti sono tutti contenti se ti dimetti. La rinuncia al potere è l’ultima frontiera del femminismo.

Guai, invece, a buscarti un malanno. Guai a saltare un faccia a faccia con Roberta Metsola e la conferenza di Monaco, dove George Soros ci illustra le tecniche per ricongelare l’Antartide e Jens Stoltenberg prova a convincerci che la vittoria della Russia sarebbe peggio dell’apocalisse nucleare. In questo caso, ti vedi spuntare su Twitter il moralizzatore sanitario.

Ecco, allora, il cinguettio del Cavaliere al merito della Repubblica, nonché storico volto del Tg1, Tiziana Ferrario: «Senza mascherina i virus ballano e gli impegni saltano. E se sei premier gli impegni sono vertici internazionali, incontri bilaterali tra capi di governo, visite di Stato. Roba seria. Vale la pena non proteggersi quando si hanno impegni ufficiali governativi?». Bisognerebbe domandarlo agli altri pezzi grossi del globo: loro vivono con una Ffp2 calata su naso e bocca? La cambiano ogni quattro ore, per evitare contaminazioni? Vanno a dormire in una camera sterile? Stringono le mani solo con i guanti di lattice? O magari non hanno bisogno di «proteggersi»? I virus ballano, come dice la Ferrario, ma specialmente se in pista ci sono i no mask. Che sotto sotto sono pure un po’ no vax. Gli agenti patogeni li riconoscono: hanno dei recettori cellulari specifici. Sono cagionevoli. Mica come il commander in chief della nazione più potente del pianeta, che scambia i morti per i vivi, inciampa sulle scalette degli aerei, stringe le mani ai fantasmi e si becca il Covid due volte, la seconda dopo essersi curato con l’antivirale miracoloso.

Su una cosa, però, l’ex presentatrice del telegiornale di Rai 1 ha ragione: i virus stanno trovando terreno fertile. Lo conferma, al Messaggero, l’infettivologo Massimo Andreoni, commentando la nuova emergenza medica che decima le scuole e gli asili della Capitale: la scarlattina. «L’aumento dei casi», ipotizza, può dipendere dal fatto che «siamo tornati a una maggiore “libertà” rispetto alle misure di contenimento degli anni precedenti». Chi è «libero», ormai, porta le malattie. Specialmente se, avendolo chiuso in casa a doppia mandata, gli hai rammollito le difese immunitarie.

La soluzione, però, esiste. Alla fine, i contagi «avvengono con le stesse modalità del Covid». Ma «l’uso corretto delle mascherine riduce la circolazione dei microrganismi in aria», permettendo un «maggiore isolamento». Ergo, «per contenere l’aumento dei contagi di scarlattina», basta indossare i «dispositivi di protezione». Eh già. Non vi eravate stancati di vedere i vostri figli a muso scoperto? Della ricreazione tutti insieme, anziché col panino a orari alterni? Dei parchi giochi aperti? A tre anni dalla scoperta del paziente 1 a Codogno, il verdetto è inappellabile: una mascherina è per sempre. Non basterà la fine della pandemia a separarci dalle nostre fidate compagne di un triennio. Per qualcuno, che ancora ne porta un paio nel taschino per difendersi dallo spauracchio degli assembramenti, sono irrinunciabili. È la «nuova normalità». Insieme al vaccino, ovviamente.

Quello contro il coronavirus, tra i giovanissimi, non ha riscosso un grande successo. Ma siccome la sfilza di punture rese obbligatorie dal decreto Lorenzin non sembrava abbastanza, ecco che l’ultima temibile epidemia scolastica offre lo spunto per una campagna della Regione Lazio, per «rafforzare la comunicazione» e «spingere i genitori a immunizzare i loro piccoli».

Peccato soltanto che il vaccino da «spingere» non esista. Non c’è. Non l’hanno inventato. Non l’hanno prodotto. Nemmeno quei geniacci di Pfizer. Nisba. Manco una dose che non blocchi il contagio, ma almeno protegga dalla malattia grave, per citare antichi adagi. Anche perché, dopo l’avvento degli antibiotici, la scarlattina ha quasi cessato di essere letale. E dunque, con cosa dovrebbero inoculare i bimbi delle materne? Acqua ossigenata? Succo di frutta? Un booster a mRna sotto mentite spoglie?

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