2021-04-26
I disoccupati aumentano e si rivolgono al web per occupazioni temporanee
iStock
Mercato del lavoro in sofferenza che fatica a ripartire. Il 2020, l'anno dello scoppio della pandemia, ha scombussolato le carte in tavola. L'emergenza sanitaria è ben presto diventata economica, andando a colpire diversi settori strategici per l'Italia. I vari lockdown, la disorganizzazione, le decisione tardive hanno peggiorato la situazione nel nostro Paese. I ristori stanziati con i vari decreti Conte e poi Draghi sono risultati essere poca cosa, se confrontati con gli altri paesi europei. L'Italia però già prima della pandemia aveva una crescita bassa, rispetto agli altri stati Ue, e un mercato del lavoro poco reattivo. La situazione italiana pre pandemica non ha dunque permesso grandi stanziamenti per aiutare le imprese costrette a chiudere per cercare di limitare la circolazione del virus. E questo ha avuto come conseguenza la cessazione di diverse realtà economiche e il crollo dell'occupazione.
Secondo l'Istat tra giugno e ottobre il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell'occupazione) ha dichiarato una riduzione del fatturato, rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi questo si è ridotto dal 10 al 15%, nel 13,6% si è più che dimezzato e nel 9,2% si sono registrati cali meno del 10%. Andando ad analizzare i diversi settori economici si nota come non tutti hanno subito gravi perdite. Aspetto sottolineato anche da una analisi condotta dalla Commissione dove si evidenziava come le realtà più tecnologiche o quelle che non hanno avuto problemi nel trasferire l'attività dall'ufficio allo smart working hanno continuato la loro attività senza troppi intoppi. Il problema c'è stato per il resto del mondo produttivo.
E dunque, stando ai dati Istat, la quota di operatori che riportano una perdita di fatturato compresa tra il 10 e il 50% è superiore alla media complessiva (45,6%) nel comparto dei beni alimentari (50,8%) e in quello dei beni di investimento (49,2%). All'interno della manifattura sono stati particolarmente colpiti la fabbricazione di prodotti in pelle, l'industria del legno e della carta stampata. La fabbricazione di altri mezzi di trasporto registra invece una quota significativa di imprese con un fatturato in crescita (26,2%). Il commercio, in particolare quello al dettaglio, ha risultati in linea con quelli aggregati nonostante le limitazioni amministrative. Il 42,3% registra un calo del 10-50%, il 10,6% di oltre il 50% e l'11,2% di meno del 10%. Molto più negativo l'andamento dei servizi ricettivi. Qui infatti, il 43,5% delle imprese dichiara assenza di fatturato o una diminuzione superiore al 50% e il 43% un calo del 10-50%. Stessa sorte per il mondo della ristorazione che registra flessioni. Il 26,7% non ha fatturato o subisce riduzioni di oltre il 50% e il 56,3% tra il 10-50%. I servizi alla persona, alle imprese o professionali si confermano infine i comparti più colpiti non riuscendo a beneficiare se non in misura limitata del complessivo miglioramento rispetto alla situazione di marzo-aprile.
Una congiuntura economica negativa ha però conseguenze anche sul mercato del lavoro. Stando all'ultimo bollettino Istat sugli occupati e disoccupati a febbraio 2021 (prossimo aggiornamento il 30 aprile) la situazione è stabile, se confrontata con il mese precedente, con un livello di occupazione al 56,5%. Si registrata una leggera flessione degli uomini e degli under 50 che sono in cerca di lavoro (-0,3% rispetto a gennaio, pari a 9 mila unità). Mentre per le donne e le persone con 50 anni o più si osserva un aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,2% (-0,1%) e tra i giovani al 31,6% (-1,2%). Il tasso di inattività (chi non cerca lavoro) continua ad essere alto al 37%. A febbraio però c'è una nota positiva su questo fronte. E infatti si è registrata una lieve diminuzione (-0,1%) «per effetto, da un lato, della diminuzione tra le donne e chi ha almeno 25 anni e dall'altro della crescita tra gli uomini e i 15-24enni. Il tasso di inattività è stabile al 37,0%», sottolinea l'Istat.
Ampliando l'arco temporale il confronto è impietoso. Il livello dell'occupazione nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021 è inferiore dell'1,2% rispetto a quello del trimestre precedente (settembre-novembre 2020), con un calo di 277 mila unità. Si nota inoltre sia un aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,0%, pari a +25mila), sia degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,3%, pari a +183mila unità). Ma non solo, perché l'Istat, sottolinea anche come le ripetute flessioni congiunturali dell'occupazione hanno determinato un crollo rispetto a febbraio 2020 (-4,1% pari a -945 mila unità). Questo ha colpito uomini e donne, dipendenti (-590 mila) e autonomi (-355 mila) e tutte le classi d'età, portando come risultato finale ad un tasso di occupazione che scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali.

Andrea Goggi (Jobby)
Il lavoro è cambiato, le esigenze di flessibilità sono sempre maggiori ma vanno coniugate con la tutela del lavoratore. Il diffondersi del COVID-19, inoltre, ha accelerato alcuni processi di disgregazione dei modelli sociali tradizionali già in atto, compreso quello che storicamente ha contraddistinto il mercato del lavoro nel nostro Paese. Per questo è necessario ripensare l’accessibilità al lavoro, per intercettare la grande onda di nuovi lavoratori in cerca di impiego che si genererà al termine della pandemia.
Fondata nel 2016 da Andrea Goggi – che oggi ricopre il ruolo di CEO -, Jobby è la prima e unica piattaforma completamente digitale di lavoro temporaneo presente in Italia, che permette alle aziende di trovare, ingaggiare e gestire personale in modalità “chiavi in mano”. La piattaforma oggi conta 30.000 workers verificati, con una percentuale di successo del matching del 96%. Il tutto per un giro d’affari totale di 1.5 milioni soltanto nel 2020.
Come nasce Jobby?
«Jobby nasce da una riflessione fatta nell’estate del 2015 su come sarebbe cambiato l’approccio al lavoro per le nuove generazioni. Ero diventato papà da due anni, e ho pensato che mia figlia in un futuro prossimo si sarebbe aspettata un modo rapido, diretto e soprattutto digitale per entrare in contatto con opportunità lavorative. Da quello spunto è partito un approfondimento sul progressivo cambiamento del mercato del lavoro che in altri Paesi come USA e UK stava già affrontando una graduale trasformazione verso modelli più flessibili e più agili. Da tutto questo è nata Jobby a metà del 2016, una startup innovativa che come mission ha quella di rendere il lavoro più accessibile grazie alla tecnologia. Abbiamo così ideato un sistema che potesse, proprio grazie alla tecnologia, semplificare tutto il processo di selezione, ingaggio e gestione di un rapporto di lavoro temporaneo. Il nostro obiettivo è quello di semplificare e di fornire una soluzione completa che possa realmente costituire una risposta a chi cerca lavoro e alle aziende che hanno bisogno di personale. In questi anni il progetto si è sviluppato, è maturato e oggi possiamo considerare Jobby come la prima full digital platform di lavoro temporaneo presente in Italia: sono cambiate tante cose rispetto a quella prima idea del 2015, ma sono felice di aver mantenuto la rotta e che la nostra mission non sia mai mutata».
Come si è evoluta la piattaforma con lo scoppio della pandemia?
«Sono diversi anni che monitoriamo un graduale cambiamento del mercato del lavoro globale verso una direzione che prevede maggiore flessibilità accompagnata da garanzia e tutela. L’arrivo della pandemia ha ovviamente impresso un’accelerazione forte e inaspettata a questa trasformazione: il modello di lavoro tradizionale è stato profondamente messo in crisi con conseguenze devastanti per il tessuto economico e sociale italiano, europeo e globale. Jobby non ha dovuto fare particolari cambiamenti: ci siamo trovati in una situazione dove il contesto si è improvvisamente orientato verso un bisogno a cui eravamo in grado di rispondere. Questo ha comportato una crescita forte, immediata e soprattutto ci ha permesso di diventare una risposta concreta e reale in un periodo di grande difficoltà, durante cui abbiamo garantito una opportunità a chi aveva bisogno di lavorare e una soluzione per le aziende che dovevano trasformare il proprio modello per reggere l’impatto provocato dal Covid. Chiaramente abbiamo sperimentato in prima persona lo stop repentino di alcuni settori che si rivolgevano al nostro servizio (ristorazione, hospitality, eventi), e allo stesso tempo la crescita esponenziale di altri che sono stati potenziati dal contesto pandemico (logistica, consegne, servizi). Ora si va verso una fase di stabilizzazione, anche se è evidente come ormai il cambiamento sia irreversibile, e quello che stiamo constatando è che sempre più settori e aziende si stanno orientando verso una soluzione di lavoro più sostenibile, garantito e tutelato».
Come funziona?
«Jobby propone un modello unico, che permette di gestire con un unico flusso tutto il processo di ingaggio e gestione di una prestazione di lavoro. Noi ci poniamo come un soggetto di intermediazione che garantisce la creazione di un rapporto di lavoro diretto tra azienda e worker. La piattaforma va analizzata dal punto di vista dei due soggetti principali coinvolti: datore di lavoro e lavoratore. L'azienda è in grado di inserire direttamente online una richiesta per uno o più turni di lavoro indicando tutti i dettagli, come ad esempio mansione, orari, compenso orario più adatto rispetto alla mansione richiesta, luogo di lavoro, requisiti. Questa richiesta si trasforma in quello che chiamiamo “job”, e viene resa visibile ai workers che utilizzano la nostra app mobile e che possono candidarsi alle diverse proposte. La piattaforma raccoglie le candidature e l’algoritmo analizza i migliori match tra il job e i worker, selezionando il profilo più adatto. Viene successivamente finalizzato e firmato digitalmente il contratto di lavoro tra i due soggetti coinvolti, viene generata la lettera di ingaggio che fa riferimento allo specifico work e i due utenti possono quindi dialogare tra loro attraverso la chat interna alla piattaforma. Quando arriva il giorno stabilito, il worker svolge l’incarico e al termine di questo può chiudere il job attraverso l’app. Per ogni lavoro viene automaticamente attivata una copertura assicurativa per infortuni e danni accidentali che copre le ore di lavoro previste. Il datore di lavoro può controllare dal proprio pannello di controllo i jobs conclusi, aggiungere il compenso per eventuali bonus o ore extra e processare poi il pagamento, che viene gestito direttamente all’interno della piattaforma in modo sicuro e tracciato. I workers possono ricevere il proprio compenso attraverso PayPal o direttamente sul proprio conto corrente. Al termine del pagamento la piattaforma genera automaticamente la documentazione relativa ai pagamenti (ricevute, pro-forma, etc), e a entrambi i soggetti coinvolti viene richiesta una recensione che serve a valutare l’esperienza e la qualità del rapporto di lavoro».
Su quali criteri si basa l’algoritmo di matching?
«Alla base del nostro sistema ci sono chiaramente i dati che raccogliamo dall’esperienza degli utenti in piattaforma. Questi dati, che derivano dalle informazioni inserite negli step di iscrizione a Jobby e dall’esperienza fatta in piattaforma, costituiscono il cuore che permette all’algoritmo di matching di funzionare. Il nostro non è un algoritmo che valuta la bontà o meno di un profilo in valore assoluto, ma è un sofisticato calcolo matematico che permette di identificare il più alto grado di affinità tra i requisiti di uno specifico job e il profilo del worker che si è candidato volontariamente per svolgere quel lavoro. Ovviamente non possiamo rivelare la “formula segreta”, ma possiamo dire che parametri analizzati abbracciano un range ampio di dati che toccano soft skills, hard skills, requisiti tecnici, disponibilità, geolocalizzazione, comportamento, rating, etc. Quello che abbiamo voluto creare è un sistema “fair”, che possa essere il più aperto e trasparente possibile e che basi la sua valutazione esclusivamente sulla qualità del lavoro che il worker potrebbe svolgere rispetto a una richiesta molto precisa. Il match negativo non costituisce mai un’etichetta penalizzante per il worker, ma è un’analisi contestualizzata e limitata a quello specifico job. In fondo tutti siamo più portati per certe cose e meno per altre. Il risultato è che a Jobby non interessa se il worker abbia caratteristiche personali di un certo tipo, ma esclusivamente la sua capacità e affidabilità per svolgere un lavoro di qualità. Con questo approccio tutti possono avere delle possibilità concrete e non influenzate da parametri esogeni al lavoro».
Come identificate i profili esistenti?
«Jobby è un servizio in rapida espansione, che abbraccia un territorio che ad oggi comprende nord e centro Italia e che a breve arriverà anche al sud. Svolgiamo un’attività continua di acquisizione di profili e di recruiting, così da essere in grado di avere sempre il giusto grado di bilanciamento tra domanda e offerta di lavoro. Chiunque voglia lavorare attraverso Jobby deve compiere un processo di “on boarding” strutturato durante il quale vengono fatti diversi check su informazioni e competenze. A tutela di tutti gli utenti svolgiamo un processo di verifica dell’identità dei nuovi iscritti in totale rispetto della normativa Europea in materia di KYC (Know Your Customer) e GDPR. Durante questo step vengono controllati i documenti di identità - rispetto a validità e regolarità - e viene fatto un check su eventuali segnalazioni. Il passaggio è obbligatorio per poter lavorare con noi. A seguito di questo step raccogliamo progressivamente informazioni utili ai fini di match lavorativo come competenze, preferenze, certificazioni, disponibilità e altro. I workers possono anche fare richiesta per ottenere lo status di Top Worker (come esperto di settori specifici es. fai da te, tecnologia, consegne, etc). Tale status è un’ulteriore validazione delle competenze ed è identificato sul profilo utente con un badge specifico. Poi chiaramente c’è la prova sul campo, per cui l’attività in piattaforma, le candidature, i jobs svolti e le recensioni raccolte costituiscono elementi che completano la struttura del profilo».
Quali precauzioni prendete per tutelare aziende e lavoratori?
«Jobby è stata una realtà che fin dal primo giorno di vita ha messo al centro il valore di un rapporto di lavoro sano e per questo motivo abbiamo sempre adottato soluzioni e meccanismi per garantire la massima tutela. Tutti i rapporti di lavoro svolti attraverso Jobby sono regolarmente contrattualizzati e firmati digitalmente in modo certificato, e sono sempre accompagnati da tutta la documentazione necessaria a rendere il rapporto il più chiaro e trasparente possibile. Per ogni prestazione di lavoro viene sempre inclusa una copertura assicurativa fornita in partnership con Generali Italia per infortuni e spese mediche del worker e per danni accidentali a terzi. Abbiamo un customer service sempre attivo e pronto ad intercettare richieste di supporto da parte dei nostri clienti, e forniamo inoltre una serie di vantaggi e benefit ai workers tramite il nostro programma Jobby Joy. Ci stiamo impegnando insomma per fare in modo che Jobby sia un ecosistema valoriate capace di promuovere un nuovo modo di lavorare tutelato, positivo e completo».
Quali sono le business line di Jobby?
«Oggi operiamo con due linee di business che sfruttano il pieno potenziale del nostro modello e della community di oltre 30.000 workers verificati: Jobby Staff. La soluzione all in one per lo staffing flessibile. La nostra piattaforma è lo strumento perfetto per le aziende di qualsiasi dimensione per gestire direttamente un team di lavoratori flessibili senza nessuna complicazione, dalla ricerca fino alla pianificazione. Jobby Easy. La nuova frontiera dei servizi per il retail. Forniamo ai clienti dei grandi operatori retail servizi di consulenza, installazione e assemblaggio di alta qualità, acquistabili in negozio o online e attivabili attraverso speciali card prepagate».
Quali sono i vostri progetti per il futuro?
«Jobby è un progetto che non ha mai smesso di evolversi e crescere, e penso che questo sia una caratteristica insita nel nostro DNA di startup innovativa. Stiamo vivendo un momento di crescita positiva e vogliamo continuare in questa direzione, per cui nei piani a breve termine c’è l’obiettivo di chiudere un round di investimento Series A per poter accelerare e arrivare ad avere entro l’anno una copertura del servizio sull’intero territorio nazionale con entrambe le nostre linee di business. Come obiettivo strategico sul medio/lungo periodo vogliamo diventare la piattaforma di riferimento del nuovo modo di lavorare per il mercato italiano e aprire nei prossimi 2 anni una prima presenza all’estero».
Come si evolverà il lavoro nei prossimi anni?
«Questo è un tema estremamente ampio e con molte sfaccettature. Quello che mi sento di dire è che il modello tradizionale di mercato del lavoro è stato pesantemente scosso e messo in discussione dall’arrivo della pandemia. Questo shock ha forzatamente messo tutti di fronte a nuovi bisogni e nuove necessità: penso che c’è e ci sarà sempre bisogno di lavoro, semplicemente questo avrà una forma diversa. Io credo che la flessibilità - se accompagnata dal corretto grado di tutela, correttezza e riconoscimento - sia l’elemento che può garantire al mercato del lavoro di accelerare, creando opportunità vere e distribuendo benessere economico, di conoscenza, di esperienza. Oggi la strada è ancora lunga, almeno in Italia, dal punto di vista normativo e di cultura del lavoro, ma i segnali sono forti e in Europa ci sono Paesi che stanno accelerando. Jobby vuole essere un po’ il precursore e il beta tester di questo nuovo modello di lavoro in cui crediamo, che risponderà a pieno alle esigenze delle generazioni future. Noi ci crediamo ed è per questo che ci impegniamo quotidianamente per rendere il lavoro più accessibile».
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I dati Istat mostrano come il livello di occupazione sia attorno al 56,5%. Situazione particolarmente difficile per donne e over 50. Andrea Goggi, ceo di Jobby, la prima e unica piattaforma completamente digitale di lavoro temporaneo presente in Italia: «Sempre più settori e aziende si stanno orientando verso una soluzione di lavoro più sostenibile, garantito e tutelato». Lo speciale contiene due articoli.Mercato del lavoro in sofferenza che fatica a ripartire. Il 2020, l'anno dello scoppio della pandemia, ha scombussolato le carte in tavola. L'emergenza sanitaria è ben presto diventata economica, andando a colpire diversi settori strategici per l'Italia. I vari lockdown, la disorganizzazione, le decisione tardive hanno peggiorato la situazione nel nostro Paese. I ristori stanziati con i vari decreti Conte e poi Draghi sono risultati essere poca cosa, se confrontati con gli altri paesi europei. L'Italia però già prima della pandemia aveva una crescita bassa, rispetto agli altri stati Ue, e un mercato del lavoro poco reattivo. La situazione italiana pre pandemica non ha dunque permesso grandi stanziamenti per aiutare le imprese costrette a chiudere per cercare di limitare la circolazione del virus. E questo ha avuto come conseguenza la cessazione di diverse realtà economiche e il crollo dell'occupazione. Secondo l'Istat tra giugno e ottobre il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell'occupazione) ha dichiarato una riduzione del fatturato, rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi questo si è ridotto dal 10 al 15%, nel 13,6% si è più che dimezzato e nel 9,2% si sono registrati cali meno del 10%. Andando ad analizzare i diversi settori economici si nota come non tutti hanno subito gravi perdite. Aspetto sottolineato anche da una analisi condotta dalla Commissione dove si evidenziava come le realtà più tecnologiche o quelle che non hanno avuto problemi nel trasferire l'attività dall'ufficio allo smart working hanno continuato la loro attività senza troppi intoppi. Il problema c'è stato per il resto del mondo produttivo. E dunque, stando ai dati Istat, la quota di operatori che riportano una perdita di fatturato compresa tra il 10 e il 50% è superiore alla media complessiva (45,6%) nel comparto dei beni alimentari (50,8%) e in quello dei beni di investimento (49,2%). All'interno della manifattura sono stati particolarmente colpiti la fabbricazione di prodotti in pelle, l'industria del legno e della carta stampata. La fabbricazione di altri mezzi di trasporto registra invece una quota significativa di imprese con un fatturato in crescita (26,2%). Il commercio, in particolare quello al dettaglio, ha risultati in linea con quelli aggregati nonostante le limitazioni amministrative. Il 42,3% registra un calo del 10-50%, il 10,6% di oltre il 50% e l'11,2% di meno del 10%. Molto più negativo l'andamento dei servizi ricettivi. Qui infatti, il 43,5% delle imprese dichiara assenza di fatturato o una diminuzione superiore al 50% e il 43% un calo del 10-50%. Stessa sorte per il mondo della ristorazione che registra flessioni. Il 26,7% non ha fatturato o subisce riduzioni di oltre il 50% e il 56,3% tra il 10-50%. I servizi alla persona, alle imprese o professionali si confermano infine i comparti più colpiti non riuscendo a beneficiare se non in misura limitata del complessivo miglioramento rispetto alla situazione di marzo-aprile.Una congiuntura economica negativa ha però conseguenze anche sul mercato del lavoro. Stando all'ultimo bollettino Istat sugli occupati e disoccupati a febbraio 2021 (prossimo aggiornamento il 30 aprile) la situazione è stabile, se confrontata con il mese precedente, con un livello di occupazione al 56,5%. Si registrata una leggera flessione degli uomini e degli under 50 che sono in cerca di lavoro (-0,3% rispetto a gennaio, pari a 9 mila unità). Mentre per le donne e le persone con 50 anni o più si osserva un aumento. Il tasso di disoccupazione scende al 10,2% (-0,1%) e tra i giovani al 31,6% (-1,2%). Il tasso di inattività (chi non cerca lavoro) continua ad essere alto al 37%. A febbraio però c'è una nota positiva su questo fronte. E infatti si è registrata una lieve diminuzione (-0,1%) «per effetto, da un lato, della diminuzione tra le donne e chi ha almeno 25 anni e dall'altro della crescita tra gli uomini e i 15-24enni. Il tasso di inattività è stabile al 37,0%», sottolinea l'Istat.Ampliando l'arco temporale il confronto è impietoso. Il livello dell'occupazione nel trimestre dicembre 2020-febbraio 2021 è inferiore dell'1,2% rispetto a quello del trimestre precedente (settembre-novembre 2020), con un calo di 277 mila unità. Si nota inoltre sia un aumento delle persone in cerca di occupazione (+1,0%, pari a +25mila), sia degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+1,3%, pari a +183mila unità). Ma non solo, perché l'Istat, sottolinea anche come le ripetute flessioni congiunturali dell'occupazione hanno determinato un crollo rispetto a febbraio 2020 (-4,1% pari a -945 mila unità). Questo ha colpito uomini e donne, dipendenti (-590 mila) e autonomi (-355 mila) e tutte le classi d'età, portando come risultato finale ad un tasso di occupazione che scende, in un anno, di 2,2 punti percentuali.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/i-disoccupati-aumentano-e-si-rivolgono-al-web-per-occupazioni-temporanee-2652780018.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="particle-1" data-post-id="2652780018" data-published-at="1619448789" data-use-pagination="False"> Andrea Goggi (Jobby) Il lavoro è cambiato, le esigenze di flessibilità sono sempre maggiori ma vanno coniugate con la tutela del lavoratore. Il diffondersi del COVID-19, inoltre, ha accelerato alcuni processi di disgregazione dei modelli sociali tradizionali già in atto, compreso quello che storicamente ha contraddistinto il mercato del lavoro nel nostro Paese. Per questo è necessario ripensare l’accessibilità al lavoro, per intercettare la grande onda di nuovi lavoratori in cerca di impiego che si genererà al termine della pandemia.Fondata nel 2016 da Andrea Goggi – che oggi ricopre il ruolo di CEO -, Jobby è la prima e unica piattaforma completamente digitale di lavoro temporaneo presente in Italia, che permette alle aziende di trovare, ingaggiare e gestire personale in modalità “chiavi in mano”. La piattaforma oggi conta 30.000 workers verificati, con una percentuale di successo del matching del 96%. Il tutto per un giro d’affari totale di 1.5 milioni soltanto nel 2020.Come nasce Jobby? «Jobby nasce da una riflessione fatta nell’estate del 2015 su come sarebbe cambiato l’approccio al lavoro per le nuove generazioni. Ero diventato papà da due anni, e ho pensato che mia figlia in un futuro prossimo si sarebbe aspettata un modo rapido, diretto e soprattutto digitale per entrare in contatto con opportunità lavorative. Da quello spunto è partito un approfondimento sul progressivo cambiamento del mercato del lavoro che in altri Paesi come USA e UK stava già affrontando una graduale trasformazione verso modelli più flessibili e più agili. Da tutto questo è nata Jobby a metà del 2016, una startup innovativa che come mission ha quella di rendere il lavoro più accessibile grazie alla tecnologia. Abbiamo così ideato un sistema che potesse, proprio grazie alla tecnologia, semplificare tutto il processo di selezione, ingaggio e gestione di un rapporto di lavoro temporaneo. Il nostro obiettivo è quello di semplificare e di fornire una soluzione completa che possa realmente costituire una risposta a chi cerca lavoro e alle aziende che hanno bisogno di personale. In questi anni il progetto si è sviluppato, è maturato e oggi possiamo considerare Jobby come la prima full digital platform di lavoro temporaneo presente in Italia: sono cambiate tante cose rispetto a quella prima idea del 2015, ma sono felice di aver mantenuto la rotta e che la nostra mission non sia mai mutata».Come si è evoluta la piattaforma con lo scoppio della pandemia?«Sono diversi anni che monitoriamo un graduale cambiamento del mercato del lavoro globale verso una direzione che prevede maggiore flessibilità accompagnata da garanzia e tutela. L’arrivo della pandemia ha ovviamente impresso un’accelerazione forte e inaspettata a questa trasformazione: il modello di lavoro tradizionale è stato profondamente messo in crisi con conseguenze devastanti per il tessuto economico e sociale italiano, europeo e globale. Jobby non ha dovuto fare particolari cambiamenti: ci siamo trovati in una situazione dove il contesto si è improvvisamente orientato verso un bisogno a cui eravamo in grado di rispondere. Questo ha comportato una crescita forte, immediata e soprattutto ci ha permesso di diventare una risposta concreta e reale in un periodo di grande difficoltà, durante cui abbiamo garantito una opportunità a chi aveva bisogno di lavorare e una soluzione per le aziende che dovevano trasformare il proprio modello per reggere l’impatto provocato dal Covid. Chiaramente abbiamo sperimentato in prima persona lo stop repentino di alcuni settori che si rivolgevano al nostro servizio (ristorazione, hospitality, eventi), e allo stesso tempo la crescita esponenziale di altri che sono stati potenziati dal contesto pandemico (logistica, consegne, servizi). Ora si va verso una fase di stabilizzazione, anche se è evidente come ormai il cambiamento sia irreversibile, e quello che stiamo constatando è che sempre più settori e aziende si stanno orientando verso una soluzione di lavoro più sostenibile, garantito e tutelato».Come funziona?«Jobby propone un modello unico, che permette di gestire con un unico flusso tutto il processo di ingaggio e gestione di una prestazione di lavoro. Noi ci poniamo come un soggetto di intermediazione che garantisce la creazione di un rapporto di lavoro diretto tra azienda e worker. La piattaforma va analizzata dal punto di vista dei due soggetti principali coinvolti: datore di lavoro e lavoratore. L'azienda è in grado di inserire direttamente online una richiesta per uno o più turni di lavoro indicando tutti i dettagli, come ad esempio mansione, orari, compenso orario più adatto rispetto alla mansione richiesta, luogo di lavoro, requisiti. Questa richiesta si trasforma in quello che chiamiamo “job”, e viene resa visibile ai workers che utilizzano la nostra app mobile e che possono candidarsi alle diverse proposte. La piattaforma raccoglie le candidature e l’algoritmo analizza i migliori match tra il job e i worker, selezionando il profilo più adatto. Viene successivamente finalizzato e firmato digitalmente il contratto di lavoro tra i due soggetti coinvolti, viene generata la lettera di ingaggio che fa riferimento allo specifico work e i due utenti possono quindi dialogare tra loro attraverso la chat interna alla piattaforma. Quando arriva il giorno stabilito, il worker svolge l’incarico e al termine di questo può chiudere il job attraverso l’app. Per ogni lavoro viene automaticamente attivata una copertura assicurativa per infortuni e danni accidentali che copre le ore di lavoro previste. Il datore di lavoro può controllare dal proprio pannello di controllo i jobs conclusi, aggiungere il compenso per eventuali bonus o ore extra e processare poi il pagamento, che viene gestito direttamente all’interno della piattaforma in modo sicuro e tracciato. I workers possono ricevere il proprio compenso attraverso PayPal o direttamente sul proprio conto corrente. Al termine del pagamento la piattaforma genera automaticamente la documentazione relativa ai pagamenti (ricevute, pro-forma, etc), e a entrambi i soggetti coinvolti viene richiesta una recensione che serve a valutare l’esperienza e la qualità del rapporto di lavoro».Su quali criteri si basa l’algoritmo di matching?«Alla base del nostro sistema ci sono chiaramente i dati che raccogliamo dall’esperienza degli utenti in piattaforma. Questi dati, che derivano dalle informazioni inserite negli step di iscrizione a Jobby e dall’esperienza fatta in piattaforma, costituiscono il cuore che permette all’algoritmo di matching di funzionare. Il nostro non è un algoritmo che valuta la bontà o meno di un profilo in valore assoluto, ma è un sofisticato calcolo matematico che permette di identificare il più alto grado di affinità tra i requisiti di uno specifico job e il profilo del worker che si è candidato volontariamente per svolgere quel lavoro. Ovviamente non possiamo rivelare la “formula segreta”, ma possiamo dire che parametri analizzati abbracciano un range ampio di dati che toccano soft skills, hard skills, requisiti tecnici, disponibilità, geolocalizzazione, comportamento, rating, etc. Quello che abbiamo voluto creare è un sistema “fair”, che possa essere il più aperto e trasparente possibile e che basi la sua valutazione esclusivamente sulla qualità del lavoro che il worker potrebbe svolgere rispetto a una richiesta molto precisa. Il match negativo non costituisce mai un’etichetta penalizzante per il worker, ma è un’analisi contestualizzata e limitata a quello specifico job. In fondo tutti siamo più portati per certe cose e meno per altre. Il risultato è che a Jobby non interessa se il worker abbia caratteristiche personali di un certo tipo, ma esclusivamente la sua capacità e affidabilità per svolgere un lavoro di qualità. Con questo approccio tutti possono avere delle possibilità concrete e non influenzate da parametri esogeni al lavoro».Come identificate i profili esistenti?«Jobby è un servizio in rapida espansione, che abbraccia un territorio che ad oggi comprende nord e centro Italia e che a breve arriverà anche al sud. Svolgiamo un’attività continua di acquisizione di profili e di recruiting, così da essere in grado di avere sempre il giusto grado di bilanciamento tra domanda e offerta di lavoro. Chiunque voglia lavorare attraverso Jobby deve compiere un processo di “on boarding” strutturato durante il quale vengono fatti diversi check su informazioni e competenze. A tutela di tutti gli utenti svolgiamo un processo di verifica dell’identità dei nuovi iscritti in totale rispetto della normativa Europea in materia di KYC (Know Your Customer) e GDPR. Durante questo step vengono controllati i documenti di identità - rispetto a validità e regolarità - e viene fatto un check su eventuali segnalazioni. Il passaggio è obbligatorio per poter lavorare con noi. A seguito di questo step raccogliamo progressivamente informazioni utili ai fini di match lavorativo come competenze, preferenze, certificazioni, disponibilità e altro. I workers possono anche fare richiesta per ottenere lo status di Top Worker (come esperto di settori specifici es. fai da te, tecnologia, consegne, etc). Tale status è un’ulteriore validazione delle competenze ed è identificato sul profilo utente con un badge specifico. Poi chiaramente c’è la prova sul campo, per cui l’attività in piattaforma, le candidature, i jobs svolti e le recensioni raccolte costituiscono elementi che completano la struttura del profilo».Quali precauzioni prendete per tutelare aziende e lavoratori?«Jobby è stata una realtà che fin dal primo giorno di vita ha messo al centro il valore di un rapporto di lavoro sano e per questo motivo abbiamo sempre adottato soluzioni e meccanismi per garantire la massima tutela. Tutti i rapporti di lavoro svolti attraverso Jobby sono regolarmente contrattualizzati e firmati digitalmente in modo certificato, e sono sempre accompagnati da tutta la documentazione necessaria a rendere il rapporto il più chiaro e trasparente possibile. Per ogni prestazione di lavoro viene sempre inclusa una copertura assicurativa fornita in partnership con Generali Italia per infortuni e spese mediche del worker e per danni accidentali a terzi. Abbiamo un customer service sempre attivo e pronto ad intercettare richieste di supporto da parte dei nostri clienti, e forniamo inoltre una serie di vantaggi e benefit ai workers tramite il nostro programma Jobby Joy. Ci stiamo impegnando insomma per fare in modo che Jobby sia un ecosistema valoriate capace di promuovere un nuovo modo di lavorare tutelato, positivo e completo».Quali sono le business line di Jobby?«Oggi operiamo con due linee di business che sfruttano il pieno potenziale del nostro modello e della community di oltre 30.000 workers verificati: Jobby Staff. La soluzione all in one per lo staffing flessibile. La nostra piattaforma è lo strumento perfetto per le aziende di qualsiasi dimensione per gestire direttamente un team di lavoratori flessibili senza nessuna complicazione, dalla ricerca fino alla pianificazione. Jobby Easy. La nuova frontiera dei servizi per il retail. Forniamo ai clienti dei grandi operatori retail servizi di consulenza, installazione e assemblaggio di alta qualità, acquistabili in negozio o online e attivabili attraverso speciali card prepagate».Quali sono i vostri progetti per il futuro?«Jobby è un progetto che non ha mai smesso di evolversi e crescere, e penso che questo sia una caratteristica insita nel nostro DNA di startup innovativa. Stiamo vivendo un momento di crescita positiva e vogliamo continuare in questa direzione, per cui nei piani a breve termine c’è l’obiettivo di chiudere un round di investimento Series A per poter accelerare e arrivare ad avere entro l’anno una copertura del servizio sull’intero territorio nazionale con entrambe le nostre linee di business. Come obiettivo strategico sul medio/lungo periodo vogliamo diventare la piattaforma di riferimento del nuovo modo di lavorare per il mercato italiano e aprire nei prossimi 2 anni una prima presenza all’estero».Come si evolverà il lavoro nei prossimi anni?«Questo è un tema estremamente ampio e con molte sfaccettature. Quello che mi sento di dire è che il modello tradizionale di mercato del lavoro è stato pesantemente scosso e messo in discussione dall’arrivo della pandemia. Questo shock ha forzatamente messo tutti di fronte a nuovi bisogni e nuove necessità: penso che c’è e ci sarà sempre bisogno di lavoro, semplicemente questo avrà una forma diversa. Io credo che la flessibilità - se accompagnata dal corretto grado di tutela, correttezza e riconoscimento - sia l’elemento che può garantire al mercato del lavoro di accelerare, creando opportunità vere e distribuendo benessere economico, di conoscenza, di esperienza. Oggi la strada è ancora lunga, almeno in Italia, dal punto di vista normativo e di cultura del lavoro, ma i segnali sono forti e in Europa ci sono Paesi che stanno accelerando. Jobby vuole essere un po’ il precursore e il beta tester di questo nuovo modello di lavoro in cui crediamo, che risponderà a pieno alle esigenze delle generazioni future. Noi ci crediamo ed è per questo che ci impegniamo quotidianamente per rendere il lavoro più accessibile».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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