- L’inchiesta napoletana scatena i vertici dell’Arma, divisi in fazioni «politiche». Gli interrogatori rivelano intrighi, odi personali e imbarazzanti lotte di potere.
- Il nostro giornale rivelò l’attività della Procura di Napoli sul padre del leader democratico. Ma per qualcuno non era una notizia.
L’inchiesta Consip, quando saranno terminate le indagini (verosimilmente a giugno) e tutte le carte saranno rese pubbliche, potrebbe creare più di un imbarazzo all’Arma dei carabinieri. Gli inquirenti, parlando con gli indagati, non hanno nascosto lo sconcerto per il quadro che starebbe emergendo di quel mondo e, in particolare, dei suoi vertici: intrighi, lotte di potere, odii, il tutto all’ombra del potere politico, una realtà a metà tra House of cards e le serie anglosassoni sull’antica Roma. In questo contesto nel 2016 sono state condotte le indagini su Tiziano Renzi e si sono verificate gravi fughe di notizie a suo vantaggio.
Intorno al padre dell’ex premier si è scatenata una vera e propria battaglia, tra centurioni fedeli all’imperatore Matteo e altri militari devoti al magistrato Henry John Woodcock. Nei mesi caldi dell’inchiesta le indagini erano affidate al Comando tutela ambiente dei carabinieri. Il vicecomandante, sino al marzo 2016, era il capitano Ultimo, al secolo Sergio De Caprio, uomo di fiducia di Woodcock. Ma De Caprio due anni fa è stato sollevato dall’incarico e al Noe hanno iniziato a scorrere veleni. Addirittura il capo di stato maggiore dei carabinieri, Gaetano Maruccia, fu costretto a garantire a Woodcock («che aveva poco gradito il trasferimento» di De Caprio) «l’immutato impegno dell’Arma e in particolare del Comando tutela ambiente».
Dai verbali emergono i rapporti tesi dentro al Noe, per esempio tra il capitano Gianpaolo Scafarto, firmatario della contestata informativa finale dell’inchiesta, e il comandante del reparto operativo Fabio De Rosa, che si sentiva scavalcato dal collega. Ma c’erano contrasti ancora più forti tra il comandante Sergio Pascali e il successore di Ultimo, Alessandro Sessa. È stato lo stesso Pascali a rivelarlo ai pm: «Io non volevo il colonnello Sessa come vicecomandante perché ritenevo inadeguato il suo profilo professionale (…) avevo anche indicato altro ufficiale per la sostituzione parlandone più volte con il generale Maruccia e in un caso con il comandante generale Tullio Del Sette. Per questi motivi i miei rapporti con Sessa sono meramente formali e nell’ambito delle attività a lui delegate preferisco, se del caso, parlare con il tenente colonnello De Rosa». Ma se Pascali non si fidava di Sessa, Woodcock non si fidava di Pascali.
Il pm anglonapoletano, in un paio d’occasioni, ricordò al generale che non aveva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria e che, quindi, «non poteva essere punto di riferimento informativo del contenuto delle indagini». Per questo Pascali aveva «evitato di chiedere informazioni specifiche sulle indagini coordinate dal dottor Woodcock» e, a suo dire, fu informato in modo del tutto generico dai suoi ufficiali sul fatto che «l’indagine andava bene e aveva sviluppi interessanti», senza nessun altro particolare.
Il comandante del reparto operativo del Noe, Fabio De Rosa, con gli inquirenti capitolini, ha provato a tenere la stessa linea, confermando di aver riferito a Pascali «profili generali, privi di dettagli» sull’inchiesta Consip. De Rosa ha aggiunto che il suo comandante venne tenuto all’oscuro del coinvolgimento di Tiziano Renzi. Ma i magistrati hanno obiettato che il colonnello Sessa aveva dato un’altra versione e allora De Rosa ha innestato la retromarcia: «A una più attenta riflessione ricordo di aver parlato con il generale Pascali con riferimento alla posizione di Tiziano Renzi. Si è trattato di un discorso da lui sollecitato, che non ricordo se si sviluppò in uno o due incontri». Dunque il capo del Noe si mostrò particolarmente interessato ad avere notizie sulla questione di babbo Renzi. «In particolare, nel corso di quell’incontro da lui sollecitato, egli mi chiese se vi erano attività tecniche (intercettazioni, ndr) su Tiziano Renzi e io risposi negativamente poiché così non era (le captazioni cominciarono a dicembre, ndr) (…) in ogni caso ricordo che l’oggetto principale del colloquio fu l’esistenza di indagini e intercettazioni nella direzione di Carlo Russo, persona che rappresentai essere molto vicina a Tiziano Renzi (…)». Qualcosa di inconsueto deve essere successo al Noe anche la notte del 20 dicembre, dopo che l’ex ad di Consip, Luigi Marroni, con le sue dichiarazioni aveva coinvolto nel filone sulle fughe di notizie il comandante della Legione Toscana, Emanuele Saltalamacchia, in stretti rapporti con la famiglia Renzi, il comandante generale Del Sette e il ministro dello Sport, Luca Lotti. De Rosa dice di aver telefonato all’una di notte a Pascali per riferirgli le novità.
Va specificato che il comandante del Noe è grande amico di Saltalamacchia e che i due sono pure stati compagni di corso: c’è chi se li ricorda impegnati in lunghe partite di teresina quando operavano entrambi in Campania. Ancora De Rosa: «Dopo mezzanotte informai il generale Pascali dell’esistenza di ipotesi di reato a carico del generale comandante dell’Arma, del generale Saltalamacchia e del ministro Lotti. La mattina successiva parlai ancora di quanto emerso nelle indagini con il generale Pascali».
A quanto risulta alla Verità il 21 dicembre, direttamente da Firenze, piombò nel quartier generale del Noe, a Roma, Saltalamacchia in persona, vestito in abiti borghesi; l’alto ufficiale era stato prelevato in stazione dall’autista dello stesso Pascali. Non è difficile immaginare quale sia stato l’argomento del conciliabolo urgente. E pensare che Sessa e Scafarto avevano provato a tenere all’oscuro di tutto Pascali. Il motivo? Con le prime intercettazioni del giugno 2016 «emersero ben presto rapporti di familiarità tra Marroni e il generale Saltalamacchia che sapevamo essere amico del generale Pascali. Tale situazione ci confermò nella decisione di non parlarne con questi per evitare situazioni di imbarazzo» ha rivelato ai pm Sessa.
Che, però, la sera del 20 dicembre, mentre De Rosa parlava con Pascali, chiamò Maruccia e lo informò delle accuse del presidente Luigi Ferrara al comandante generale dei carabinieri, sempre con riferimento alle fuga di notizie. Subito Maruccia riferì a Del Sette l’informazione «nei suddetti termini sintetici».
Lo stesso capo di Stato maggiore ha anche confidato ai magistrati che, dopo aver appreso la notizia delle indagini su Tiziano Renzi, suggerì prudenza ai vertici del Noe: «Raccomandai loro di essere molto attenti nelle indagini e nella valutazione delle stesse, sia per il profilo di oggettiva delicatezza istituzionale della persona, sia perché non si erano ancora sopite le polemiche per le indagini dello stesso Comando tutela e della Procura di Napoli su persone vicine all’allora presidente del Consiglio e che per altro non avevano avuto esiti giudiziari».
Nella loro personalissima caccia alla talpa, alcuni uomini del Noe, ha spiegato De Rosa, inclusero tra i possibili sospetti anche un ex collega, legatissimo a Saltalamacchia, che era passato ai servizi segreti ma con cui numerosi militari erano rimasti in contatto.
In questo clima di sfiducia non c’è da stupirsi che tutti iniziarono a temere di essere intercettati e a comunicare solo su Whatsapp. Eppure cautele e diffidenze non sono bastate a evitare che l’indagine su babbo Renzi avesse più spifferi del Colosseo.
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