Gualtieri vuole spostare la Web tax. Nel bilancio un buco da 700 milioni
Ansa
A Davos l’Italia si accoda alla Francia nella gestione delle imposte contro i colossi della Silicon Valley. Solo che la misura è inserita nella manovra per il 2020 e farla slittare di un anno porterà altre tasse.

Assente il premier Giuseppe Conte, a Davos ci ha pensato il ministro Roberto Gualtieri a tenere banco. Il titolare del Mef si è inserito nella diatriba tra Francia e Stati Uniti sulla Web tax. Il collega francese Bruno Le Maire ha fatto sapere di essere disposto a fare marcia indietro sull’imposizione ai colossi della Silicon Valley in cambio di una nuova trattativa sui dazi. Che sia ovviamente favorevole a Parigi.

«Siamo d’accordo», ha dichiarato Le Maire, «con il segretario del Tesoro statunitense Steven Mnuchin per un quadro globale comune. Ma se non ci sarà un accordo la Francia non farà un passo indietro, ed è pronta a riscuotere la tassa sulle attività digitali delle grandi imprese globali a dicembre 2020». Sull’approccio alle tasse online «ho parlato oggi pomeriggio con il ministro dell’Economia italiano e siamo completamente sulla stessa linea», ha detto Le Maire, «spetta all’Italia decidere».

Dal canto suo Gualtieri ha confermato facendo sapere con una certa disinvoltura che «in assenza di accordo scatterà la tassazione italiana a partire dal febbraio 2021». La data non è però un dettaglio. Perché la manovra 2020 prevede l’avvio immediato del prelievo del 3% sulle transazioni online. Il fatto di spostare di oltre 12 mesi l’approvazione dei decreti attuativi causerà nel corso dell’anno un buco da bilancio di 708 milioni di euro. Quanto i tecnici del Mef avevano preventivato di incassare.

La mossa di allinearsi ad altri Paesi non è di per sé sbagliata. Una tale imposta se non trova sponda in altre nazioni rischia solo di essere un boomerang. I market place di ecommerce basati in italiani si limiterebbero a ricarica sui prodotti venduti il 3% di imposizione rendendo la vendita dal nostro Paese un mezzo svantaggioso rispetto alle piattaforme straniere come quelle tedesche o inglesi. D’altro canto 700 milioni non sono pochi e se non entreranno da quella voce, il governo sarà costretto a spremere qualcun altro. Immaginare che per tale discrasia i giallorossi facciano più deficit è difficilmente immaginabile. D’altronde c’è sempre il popolo delle partite Iva da tosare.

Dovremo comunque aspettare il Def di settembre per capire che succederà. A meno che la Francia riunisca a sé le mosse dell’Ue e faccia partire subito all’unisono la Web tax nei vari Paesi Ue. Perché non bisogna dimenticare che su questo tema presto subentrerà con tutti e due i piedi Bruxelles. L’Unione a partire dal 2022 ha in previsione l’idea di far applicare Web, Carbon e Tobin tax a tutti i Paesi membri. Con l’obiettivo di tenersi in cassa la maggior parte delle risorse. Su questo pericoloso progetto il governo giallorosso ha dimostrato di non avere obiezioni. «Entro ottobre al via la Tobin tax europea», ha fatto sapere Gualtieri in una delle sue prime uscite e dopo aver incontrato il socialdemocratico Olaf Scholz.

Si tratta di una tassa sulle transazioni finanziarie che in Italia già esiste ed è stata voluta da Mario Monti senza alcun esito per il semplice fatto che gran parte delle società ha spostato le attività all’estero. A breve diventerà europea e da quella non si scapperà. Peccato che il gettito non finirà a Roma ma a Bruxelles. Questo è lo scandalo. «Attualmente il bilancio dell’Ue è composto per l’80% dai contributi degli Stati membri», spiegava sulle colonne di Italia Oggi Daniele Viotti, membro della commissione per i bilanci Ue. «L’obiettivo è quello di abbassare i contributi statali a un 50% o meno, e contemporaneamente aumentare le risorse proprie di un 50% o più. Quel 50% in più verrà dunque ricavato dalla tassa sulle transazioni finanziarie, dalla Carbon tax e dalla tassa sul digitale (Web tax). La conseguenza è la diminuzione del potere decisionale degli Stati membri, a favore del Parlamento Ue».

L’annuncio di Gualtieri è il primo passo verso la rinuncia della sovranità fiscale. E come sempre chi ha i soldi comanda. Sull’immigrazione, sulle infrastrutture e su tutte le decisioni fondamentali. A noi resterà la consolazione delle briciole del Green new deal. Mentre sulla Web tax vivremo un vero paradosso. Se la facciamo slittare ci rimetteranno gli italiani e quando la applicheremo veramente ci guadagnerà l’Europa.

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