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2023-10-16
Quanto inquina il Green Deal
Auto escluse dalla circolazione in aree urbane sempre più vaste che all’improvviso diventano inutilizzabili e quindi da rottamare, batterie di vetture elettriche da smaltire, vecchi infissi e caldaie da rottamare e poi dispositivi elettronici, pannelli solari, pale eoliche. La transizione ecologica sta rivoluzionando le nostre abitudini, accelerando la fine di tanti prodotti sostituiti da altri che hanno una vita sempre più breve. L’altra faccia del Green Deal è l’aumento esponenziale dei rifiuti tossici ad un ritmo accelerato mentre la tecnologia dello smaltimento e del riciclo è ancora poco efficace e costosa.
Si moltiplicano i divieti alle vecchie auto ma nessuno si pone il problema di come sarà rottamato questo immenso parco circolante. Come nessuno si pone ancora con urgenza il tema dello smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici, al momento poche decine di migliaia quelle verso la fine della loro vita, ma che presto diventeranno milioni.
Poi ci sono i vecchi elettrodomestici, con una vita sempre più breve, sostituiti da prodotti più ecologici e performanti. Un’indagine di Altroconsumo ha rivelato che quasi il 40% dei «grandi bianchi», ovvero frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, e congelatori, non arrivano agli impianti di smaltimento autorizzati scomparendo in discariche abusive, in altre abitazioni private, in depositi o nei mercatini dell’usato. Il peso degli elettrodomestici abbandonati arriva a circa 44.000 tonnellate. Su 205 «pezzi», solo 107 (il 61% del totale) sono effettivamente approdati in impianti autorizzati, in grado di garantire cioè un trattamento corretto dal punto di vista ambientale. Gli altri 67 (pari al 39%) sono stati sottratti alla filiera «ufficiale» finendo nei flussi paralleli. Questi apparecchi hanno una vita cortissima, spesso vengono sostituiti dopo pochi anni, a causa di un marketing che propone oggetti più in linea con gli standard ecologici.
Il bonus del 110% ha accelerato i lavori di coibentazione per il risparmio energetico e prodotto una quantità mai vista prima di scarti: infissi inutilizzabili, caldaie, materiali edili sono andati al macero o dirottati verso località dove le misure ecologiche sono meno stringenti.
L’arrivo dei nuovi criteri di certificazione energetica, imporranno lavori di ristrutturazione nella maggior parte del patrimonio immobiliare. Questo significa che improvvisamente si produrranno tonnellate di materiali da smaltire, molti dei quali ad alto impatto ambientale come le plastiche.
Tra gli obiettivi della transizione ecologica c’è anche un capitolo che riguarda il tessile. Entro il 2030, addio fibre sintetiche, quelle finora padrone dell’abbigliamento perché veloci da asciugare e nemiche del ferro da stiro. Ad oggi solo l’1% di tutto il tessile nel mondo viene riciclato. Il resto va a finire nelle discariche, spesso illegali, nei mercati secondari e in regioni povere. La guerra serrata a queste fibre rischia di creare una montagna di rifiuti difficili da gestire. I materiali sintetici, rappresentano oggi il 60% delle fibre tessili immesse nel mercato (il poliestere è la più usata).
Un altro problema della transizione ecologica è lo smaltimento delle vecchie auto endotermiche ma anche, in una prospettiva ravvicinata, delle batterie delle elettriche e delle ibride.
I blocchi della circolazione in vaste aree nelle maggiori città inducono al ricambio veloce delle vetture. Le periferie urbane si stanno trasformando in discariche di carcasse che vengono affidate agli sfasciacarrozze. Spesso questi operano senza alcun rispetto delle normative sull’impatto ambientale. Le cronache riportano casi sempre più frequenti di roghi che esalano fumi tossici mentre i liquami chimici che escono dalle batterie vanno ad inquinare il terreno fino ad arrivare nelle falde acquifere. Altre auto prendono la strada di località dove i vincoli ambientalistici sono laschi o inesistenti e continuano a inquinare. Mentre procede serrata la guerra alle vetture a benzina e diesel, non avanzano con la stessa velocità i siti e la tecnologia di smaltimento.
La produzione di batterie per e-car aumenta del 25% l’anno in media, e tra 10 o 15 anni la quantità di batterie da smaltire e riciclare sarà drammatica. Di qui al 2030 la domanda di motori elettrici aumenterà di oltre dieci volte. Entro il 2030 si stima che saranno almeno 30 milioni le e-car sulle strade dell’Ue. Milioni di batterie dovranno essere smaltite.
Attualmente è più facile riciclare le tradizionali batterie con piombo e acido che non quelle a litio e ioni delle auto elettriche, poiché contengono molti elementi pericolosi e inquinanti, dal cobalto al nickel al manganese. Devono essere smaltite in modo corretto e soprattutto in strutture specializzate: se il processo è a norma non ci sono rischi né per le persone né per l’ambiente ma se gli elementi che ne fanno parte vengono dispersi, possono provocare dei danni, anche ingenti. Gli impianti specializzati nello smaltimento e riciclo delle batterie a litio si trovano solamente in pochi Paesi europei, per lo più in Germania, Francia, Belgio e Spagna. Il processo è ancora economicamente molto dispendioso e sono in corso gli esperimenti per un processo idrometallurgico in grado di recuperare oltre il 90% dei metalli contenuti nella batteria.
Il Consiglio europeo ha approvato in via definitiva a luglio scorso il nuovo regolamento sui motori elettrici. I produttori dovranno occuparsi del recupero entro il 2023 di almeno il 45% degli scarti, del 63% entro il 2027 e del 73% entro il 2030. La nuova normativa prevede pure che «entro il 2027 le batterie portatili incorporate negli apparecchi siano rimovibili e sostituibili dall’utilizzatore finale». Si è anche fissata una percentuale di recupero del litio dagli scarti pari a al 50% entro il 2027 e all’80% nel 2031. Sono percentuali che al momento appaiono difficili da raggiungere.
«All’Italia mancano industrie che riutilizzino i metalli riciclati»
«In un viaggio in Africa mi sono imbattuto in alcuni bambini che smontavano vecchie batterie per ricavare i metalli per le industrie. Tutto avveniva nel totale dispregio delle norme per il lavoro minorile e per la tutela della salute e dell’ambiente. Quei bambini che mettevano le mani in sostanze chimiche molto pericolose, mi fecero riflettere a lungo. Era il 2008 e nonostante in Europa e in Italia già circolassero auto elettriche e ibride, non si parlava ancora dello smaltimento e riciclaggio delle batterie. C’erano alcune multinazionali che si occupavano dell’estrazione e dalla raffinazione dei metalli contenuti nelle celle delle batterie, ma erano realtà isolate. Da quel viaggio in Africa ho cominciato a pensare di avviare un’attività che si occupasse di questi prodotti di scarto. Batterie in generale, da quelle dei veicoli a quelle di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di computer, cellulari, dei pannelli fotovoltaici». La storia della Spirit di Angelo Forestan, con sede a Chiampo in provincia di Vicenza, comincia così e va avanti tra mille difficoltà, tra pastoie burocratiche e problematiche di accesso ai finanziamenti, anche di quelli destinati all’economia circolare.
Cosa fa esattamente la Spirit con le batterie?
«La mia azienda nasce nel 1984 per trattare i materiali di scarto dell’industria chimica di un altro settore. Dopo quel viaggio in Africa e dopo aver studiato la legislazione europea ed italiana e quello che offrivano altri Paesi in Europa, ho pensato che era una follia continuare ad esportare ricchezza. Le batterie sono infatti uno scrigno perché contengono metalli che possono essere riutilizzati per costruire altre batterie. Ho impiegato oltre tre anni per avere tutti i permessi e avviare questa attività. La Spirit produce quella che viene definita la black mass, ovvero la polvere anodica e catodica tratta dalle celle delle batterie. Contiene composti del cobalto, nichel, litio, manganese e grafite ma anche i cavi elettrici di rame, il Bms, la plastica o il metallo del pack».
Che fine fa questa polvere tratta dalle batterie?
«Purtroppo prende la via dell’estero. In Italia non ci sono industrie per la raffinazione e il riutilizzo di tali metalli molto ricercati. Spirit è l’unica realtà industriale che recupera e ricicla il contenuto delle batterie e sta studiando come migliorare il processo di raffinazione. Occorrono investimenti importanti».
Non c’è il Pnrr?
«Chi l’ha visto?».
E altri finanziamenti?
«Ci sono i fondi per l’economia circolare ma per partecipare ai bandi occorre affidarsi a uno studio di sviluppo, è oneroso e non garantisce l’esito. Quanto alle banche, chiedono piani di previsione di qui ai prossimi dieci anni. Difficile trovare in Italia imprenditori capaci di scommettere su un settore che ha un ritorno economico non immediato e non privo di rischi visto il ritardo con cui l’Italia, in generale, si muove nel settore dello storage, della mobilità elettrica».
E allora i metalli ricavati dalle batterie vanno all’estero. È così?
«Esattamente. In Belgio, Francia e Germania ci sono multinazionali con miniere in tutto il mondo e che si occupano della raffinazione delle materie prime. Anziché scavare in miniera traggono i materiali da celle di batterie a fine vita. Nella black mass concentrata ci può essere un contenuto di cobalto che può arrivare al 40%. Meglio che estrarlo nelle miniere del Congo. Il governo francese, tedesco ed altri, sono molto attenti all’industria del trattamento di questo tipo di rifiuti perché servono alla produzione di nuove celle. L’Italia ha abbandonato da tempo l’industria elettrochimica, oggetto di una cultura che l’ha demonizzata, perché considerata inquinante a causa di errori di pochissimi. E ora esportiamo ricchezza».
Quante batterie arrivano nella sua impresa?
«Noi lavoriamo oltre 500 tonnellate all’anno di batterie. La gran parte vengono da smartphone, computer, scouter, impianti industriali, impianti fotovoltaici e circa il 10-20% dalle auto. Provengono dai centri Raee e da aziende operanti nel settore».
Chi sono i principali acquirenti dei composti metallici?.
«Riforniamo di black mass aziende situate nel Sud Est asiatico che sono all’avanguardia nella produzione di celle, di batterie e di apparecchiature portatili. L’accelerazione della transizione ecologica dovrebbe indurre ad investire, per non essere dipendenti dall’estero, anche in questo settore».
Allarme sfasciacarrozze: fumi velenosi e falde contaminate
«Lo smaltimento delle batterie delle auto elettriche non sarà certamente un problema, semmai un’opportunità». Andrea Cardinali, direttore generale dell’Unrae, associazione di categoria dell’automotive sostiene che «si sta sollevando un gran polverone sull’impatto ambientale delle vetture elettriche e ci si dimentica dei rischi di uno smaltimento scorretto del vecchio parco circolante endotermico». Le vetture endotermiche in circolazione, spiega, «sono 39 milioni, di cui quasi un quarto ante Euro 4 che prima o poi dovranno essere rottamate».
I divieti di circolazione sempre più estesi imposti da alcuni sindaci, porranno il tema della rottamazione di milioni di veicoli con più di 15 anni sulle spalle. Il direttore dell’Unrae punta il dito su un tema sensibile. «Benché l’Italia sia all’avanguardia nell’economia circolare, in questo settore non è stato pienamente raggiunto l’obiettivo dell’85% di riciclo», afferma, «perché, nonostante l’impegno delle case automobilistiche, esiste un sommerso con sacche di attività poco controllate».
E indica quello che succede alla periferia di Roma, in via Palmiro Togliatti, nota per gli sfasciacarrozze, una sorta di cimitero delle auto. «Per decenni si è parlato di trasferirli fuori dal perimetro urbano, senza mai riuscirci. Alla fine sono state revocate tutte le autorizzazioni nella provincia di Roma. Ma i siti non sono stati sgomberati né tantomeno bonificati, e non sono rari i casi di incendi, riportati dalle cronache, che creano fumi altamente tossici. Per non parlare dei fluidi che fuoriescono dai motori endotermici, penetrano nel terreno e vanno ad inquinare le falde acquifere. È questa la vera emergenza di danno ambientale. Nel frattempo tante vecchie auto, espulse da alcuni centri urbani finiscono nel Mezzogiorno o in altri Paesi che non hanno i vincoli della transizione ecologica. E continuano ad inquinare».
Pale eoliche obsolete dopo appena 15 anni
L’energia eolica è una fonte rinnovabile il cui sfruttamento è in forte crescita. Nel 2021 la capacità eolica globale installata è risultata pari a 837 GW, il 12,4% in più rispetto all’anno precedente. L’Italia è il quinto paese in Europa in termini di capacità eolica installata. Dopo 15-20 anni dalla loro installazione, molti dei parchi eolici sono considerati obsoleti. Secondo le stime dell’Università di Cambridge, entro il 2050 ci saranno circa 43 milioni di tonnellate di infrastrutture da smaltire. Le pale della turbina, a differenza degli altri componenti, sono più difficili da eliminare. Inoltre la parte interrata resta lì dov’è.
Attualmente vengono spedite in altri Paesi, come l’Ucraina, oppure vengono riassemblate in Italia, nel Regno Unito, in Danimarca e in Svezia. Circa il 20% viene riciclato ma sono poche le aziende europee in grado di farlo. Una di esse è una start-up spagnola Reciclalia, che riceve le pale da Francia, Portogallo e Nord Africa. Enel Green Power è parte del progetto DeremCo dell’Ue, che si occuperà di creare una catena di valore per il riutilizzo dei materiali compositi delle pale eoliche. Il piano è iniziato nel dicembre 2022 e avrà una durata di 3 anni, con un budget complessivo di 12 milioni di euro. In Europa la danese Continuum ha annunciato la realizzazione nella Ue di 6 impianti. Dove? Per ora i paesi in lista sono Danimarca, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Turchia. Sarà cofinanziato con i fondi del Pnrr, il progetto del Gruppo Greenthesis per il recupero dei vecchi parchi eolici: i materiali dismessi diventeranno scafi di barche o nuove eliche. Il luogo del conferimento, di proprietà Enel, è a Rossano Calabro, nel Cosentino.
Rispetto alla tabella di marcia dell’installazione di nuovi impianti, la tecnologia di smaltimento è in ritardo.
I pannelli fotovoltaici? Impossibile recuperarli
In Italia nel 2022 erano attivi 1.225.000 impianti fotovoltaici, il 21% in più rispetto al 2021. La metà della potenza installata è concentrata nel settore industriale, seguito dal comparto residenziale, terziario e agricoltura. L’accelerazione è dovuta anche al Superbonus, utilizzato nel 66% delle nuove installazioni lo scorso anni. «Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa vent’anni, significa che il nostro Paese ha di fronte il tema di un ammodernamento di milioni di impianti» afferma il ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica, Enrico Mariutti.
Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico. Negli Stati Uniti circa il 90% delle strutture solari difettose o a fine vita finisce in discarica, perché questa opzione è più economica del riciclo. Anche nell’Ue il tasso di riciclo è pari a solo il 10%. Eppure contengono materiali preziosi come argento, rame e silicio cristallino, il semiconduttore dominante nella produzione di celle solari per il fotovoltaico, ma anche vetro, alluminio e polimeri derivanti dalle materie plastiche. Però paradossalmente i pannelli, emblema dell’economia green, sembrano progettati per non essere riciclabili. I materiali preziosi sono dislocati in piccole quantità o «incollati» insieme. Se il tutto viene triturato in un impianto di riciclaggio, è difficile o impossibile recuperare i singoli componenti, che peraltro, verrebbero contaminati. È necessario quindi che prima siano individuati e separati, ma per farlo servono procedimenti complessi e attrezzature sofisticate.
Le tecniche di trattamento sono costose, spesso in fase di sperimentazione e non ancora ottimizzate per gestire grandi volumi di rifiuti.
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Dalle vecchie auto alle caldaie ai vestiti a fibre sintetiche, la transizione ecologica accelerata produce un aumento esponenziale di rifiuti tossici. E la tecnologia dello smaltimento non riesce a tenere il passo.Il fondatore di Spirit Angelo Forestan: «Siamo l’unica azienda che recupera le batterie, ma poi dobbiamo vendere all’estero il materiale ottenuto. Servirebbero investimenti, come in Francia e Germania, invece nel Pnrr non c’è niente».Allarme Unrae sugli sfasciacarrozze per l'inquinamento di falde e fumi tossici.Eolico: pale obsolete in soli 15 anni.Pannelli solari: riciclo quasi impossibile.Lo speciale contiene cinque articoli.Auto escluse dalla circolazione in aree urbane sempre più vaste che all’improvviso diventano inutilizzabili e quindi da rottamare, batterie di vetture elettriche da smaltire, vecchi infissi e caldaie da rottamare e poi dispositivi elettronici, pannelli solari, pale eoliche. La transizione ecologica sta rivoluzionando le nostre abitudini, accelerando la fine di tanti prodotti sostituiti da altri che hanno una vita sempre più breve. L’altra faccia del Green Deal è l’aumento esponenziale dei rifiuti tossici ad un ritmo accelerato mentre la tecnologia dello smaltimento e del riciclo è ancora poco efficace e costosa. Si moltiplicano i divieti alle vecchie auto ma nessuno si pone il problema di come sarà rottamato questo immenso parco circolante. Come nessuno si pone ancora con urgenza il tema dello smaltimento delle batterie dei veicoli elettrici, al momento poche decine di migliaia quelle verso la fine della loro vita, ma che presto diventeranno milioni. Poi ci sono i vecchi elettrodomestici, con una vita sempre più breve, sostituiti da prodotti più ecologici e performanti. Un’indagine di Altroconsumo ha rivelato che quasi il 40% dei «grandi bianchi», ovvero frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, e congelatori, non arrivano agli impianti di smaltimento autorizzati scomparendo in discariche abusive, in altre abitazioni private, in depositi o nei mercatini dell’usato. Il peso degli elettrodomestici abbandonati arriva a circa 44.000 tonnellate. Su 205 «pezzi», solo 107 (il 61% del totale) sono effettivamente approdati in impianti autorizzati, in grado di garantire cioè un trattamento corretto dal punto di vista ambientale. Gli altri 67 (pari al 39%) sono stati sottratti alla filiera «ufficiale» finendo nei flussi paralleli. Questi apparecchi hanno una vita cortissima, spesso vengono sostituiti dopo pochi anni, a causa di un marketing che propone oggetti più in linea con gli standard ecologici. Il bonus del 110% ha accelerato i lavori di coibentazione per il risparmio energetico e prodotto una quantità mai vista prima di scarti: infissi inutilizzabili, caldaie, materiali edili sono andati al macero o dirottati verso località dove le misure ecologiche sono meno stringenti.L’arrivo dei nuovi criteri di certificazione energetica, imporranno lavori di ristrutturazione nella maggior parte del patrimonio immobiliare. Questo significa che improvvisamente si produrranno tonnellate di materiali da smaltire, molti dei quali ad alto impatto ambientale come le plastiche.Tra gli obiettivi della transizione ecologica c’è anche un capitolo che riguarda il tessile. Entro il 2030, addio fibre sintetiche, quelle finora padrone dell’abbigliamento perché veloci da asciugare e nemiche del ferro da stiro. Ad oggi solo l’1% di tutto il tessile nel mondo viene riciclato. Il resto va a finire nelle discariche, spesso illegali, nei mercati secondari e in regioni povere. La guerra serrata a queste fibre rischia di creare una montagna di rifiuti difficili da gestire. I materiali sintetici, rappresentano oggi il 60% delle fibre tessili immesse nel mercato (il poliestere è la più usata). Un altro problema della transizione ecologica è lo smaltimento delle vecchie auto endotermiche ma anche, in una prospettiva ravvicinata, delle batterie delle elettriche e delle ibride.I blocchi della circolazione in vaste aree nelle maggiori città inducono al ricambio veloce delle vetture. Le periferie urbane si stanno trasformando in discariche di carcasse che vengono affidate agli sfasciacarrozze. Spesso questi operano senza alcun rispetto delle normative sull’impatto ambientale. Le cronache riportano casi sempre più frequenti di roghi che esalano fumi tossici mentre i liquami chimici che escono dalle batterie vanno ad inquinare il terreno fino ad arrivare nelle falde acquifere. Altre auto prendono la strada di località dove i vincoli ambientalistici sono laschi o inesistenti e continuano a inquinare. Mentre procede serrata la guerra alle vetture a benzina e diesel, non avanzano con la stessa velocità i siti e la tecnologia di smaltimento. La produzione di batterie per e-car aumenta del 25% l’anno in media, e tra 10 o 15 anni la quantità di batterie da smaltire e riciclare sarà drammatica. Di qui al 2030 la domanda di motori elettrici aumenterà di oltre dieci volte. Entro il 2030 si stima che saranno almeno 30 milioni le e-car sulle strade dell’Ue. Milioni di batterie dovranno essere smaltite.Attualmente è più facile riciclare le tradizionali batterie con piombo e acido che non quelle a litio e ioni delle auto elettriche, poiché contengono molti elementi pericolosi e inquinanti, dal cobalto al nickel al manganese. Devono essere smaltite in modo corretto e soprattutto in strutture specializzate: se il processo è a norma non ci sono rischi né per le persone né per l’ambiente ma se gli elementi che ne fanno parte vengono dispersi, possono provocare dei danni, anche ingenti. Gli impianti specializzati nello smaltimento e riciclo delle batterie a litio si trovano solamente in pochi Paesi europei, per lo più in Germania, Francia, Belgio e Spagna. Il processo è ancora economicamente molto dispendioso e sono in corso gli esperimenti per un processo idrometallurgico in grado di recuperare oltre il 90% dei metalli contenuti nella batteria.Il Consiglio europeo ha approvato in via definitiva a luglio scorso il nuovo regolamento sui motori elettrici. I produttori dovranno occuparsi del recupero entro il 2023 di almeno il 45% degli scarti, del 63% entro il 2027 e del 73% entro il 2030. La nuova normativa prevede pure che «entro il 2027 le batterie portatili incorporate negli apparecchi siano rimovibili e sostituibili dall’utilizzatore finale». Si è anche fissata una percentuale di recupero del litio dagli scarti pari a al 50% entro il 2027 e all’80% nel 2031. Sono percentuali che al momento appaiono difficili da raggiungere.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-deal-inquinamento-2665978590.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="allitalia-mancano-industrie-che-riutilizzino-i-metalli-riciclati" data-post-id="2665978590" data-published-at="1697460271" data-use-pagination="False"> «All’Italia mancano industrie che riutilizzino i metalli riciclati» «In un viaggio in Africa mi sono imbattuto in alcuni bambini che smontavano vecchie batterie per ricavare i metalli per le industrie. Tutto avveniva nel totale dispregio delle norme per il lavoro minorile e per la tutela della salute e dell’ambiente. Quei bambini che mettevano le mani in sostanze chimiche molto pericolose, mi fecero riflettere a lungo. Era il 2008 e nonostante in Europa e in Italia già circolassero auto elettriche e ibride, non si parlava ancora dello smaltimento e riciclaggio delle batterie. C’erano alcune multinazionali che si occupavano dell’estrazione e dalla raffinazione dei metalli contenuti nelle celle delle batterie, ma erano realtà isolate. Da quel viaggio in Africa ho cominciato a pensare di avviare un’attività che si occupasse di questi prodotti di scarto. Batterie in generale, da quelle dei veicoli a quelle di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di computer, cellulari, dei pannelli fotovoltaici». La storia della Spirit di Angelo Forestan, con sede a Chiampo in provincia di Vicenza, comincia così e va avanti tra mille difficoltà, tra pastoie burocratiche e problematiche di accesso ai finanziamenti, anche di quelli destinati all’economia circolare. Cosa fa esattamente la Spirit con le batterie? «La mia azienda nasce nel 1984 per trattare i materiali di scarto dell’industria chimica di un altro settore. Dopo quel viaggio in Africa e dopo aver studiato la legislazione europea ed italiana e quello che offrivano altri Paesi in Europa, ho pensato che era una follia continuare ad esportare ricchezza. Le batterie sono infatti uno scrigno perché contengono metalli che possono essere riutilizzati per costruire altre batterie. Ho impiegato oltre tre anni per avere tutti i permessi e avviare questa attività. La Spirit produce quella che viene definita la black mass, ovvero la polvere anodica e catodica tratta dalle celle delle batterie. Contiene composti del cobalto, nichel, litio, manganese e grafite ma anche i cavi elettrici di rame, il Bms, la plastica o il metallo del pack». Che fine fa questa polvere tratta dalle batterie? «Purtroppo prende la via dell’estero. In Italia non ci sono industrie per la raffinazione e il riutilizzo di tali metalli molto ricercati. Spirit è l’unica realtà industriale che recupera e ricicla il contenuto delle batterie e sta studiando come migliorare il processo di raffinazione. Occorrono investimenti importanti». Non c’è il Pnrr? «Chi l’ha visto?». E altri finanziamenti? «Ci sono i fondi per l’economia circolare ma per partecipare ai bandi occorre affidarsi a uno studio di sviluppo, è oneroso e non garantisce l’esito. Quanto alle banche, chiedono piani di previsione di qui ai prossimi dieci anni. Difficile trovare in Italia imprenditori capaci di scommettere su un settore che ha un ritorno economico non immediato e non privo di rischi visto il ritardo con cui l’Italia, in generale, si muove nel settore dello storage, della mobilità elettrica». E allora i metalli ricavati dalle batterie vanno all’estero. È così? «Esattamente. In Belgio, Francia e Germania ci sono multinazionali con miniere in tutto il mondo e che si occupano della raffinazione delle materie prime. Anziché scavare in miniera traggono i materiali da celle di batterie a fine vita. Nella black mass concentrata ci può essere un contenuto di cobalto che può arrivare al 40%. Meglio che estrarlo nelle miniere del Congo. Il governo francese, tedesco ed altri, sono molto attenti all’industria del trattamento di questo tipo di rifiuti perché servono alla produzione di nuove celle. L’Italia ha abbandonato da tempo l’industria elettrochimica, oggetto di una cultura che l’ha demonizzata, perché considerata inquinante a causa di errori di pochissimi. E ora esportiamo ricchezza». Quante batterie arrivano nella sua impresa? «Noi lavoriamo oltre 500 tonnellate all’anno di batterie. La gran parte vengono da smartphone, computer, scouter, impianti industriali, impianti fotovoltaici e circa il 10-20% dalle auto. Provengono dai centri Raee e da aziende operanti nel settore». Chi sono i principali acquirenti dei composti metallici?. «Riforniamo di black mass aziende situate nel Sud Est asiatico che sono all’avanguardia nella produzione di celle, di batterie e di apparecchiature portatili. 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Le vetture endotermiche in circolazione, spiega, «sono 39 milioni, di cui quasi un quarto ante Euro 4 che prima o poi dovranno essere rottamate». I divieti di circolazione sempre più estesi imposti da alcuni sindaci, porranno il tema della rottamazione di milioni di veicoli con più di 15 anni sulle spalle. Il direttore dell’Unrae punta il dito su un tema sensibile. «Benché l’Italia sia all’avanguardia nell’economia circolare, in questo settore non è stato pienamente raggiunto l’obiettivo dell’85% di riciclo», afferma, «perché, nonostante l’impegno delle case automobilistiche, esiste un sommerso con sacche di attività poco controllate». E indica quello che succede alla periferia di Roma, in via Palmiro Togliatti, nota per gli sfasciacarrozze, una sorta di cimitero delle auto. «Per decenni si è parlato di trasferirli fuori dal perimetro urbano, senza mai riuscirci. Alla fine sono state revocate tutte le autorizzazioni nella provincia di Roma. Ma i siti non sono stati sgomberati né tantomeno bonificati, e non sono rari i casi di incendi, riportati dalle cronache, che creano fumi altamente tossici. Per non parlare dei fluidi che fuoriescono dai motori endotermici, penetrano nel terreno e vanno ad inquinare le falde acquifere. È questa la vera emergenza di danno ambientale. Nel frattempo tante vecchie auto, espulse da alcuni centri urbani finiscono nel Mezzogiorno o in altri Paesi che non hanno i vincoli della transizione ecologica. E continuano ad inquinare». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-deal-inquinamento-2665978590.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="pale-eoliche-obsolete-dopo-appena-15-anni" data-post-id="2665978590" data-published-at="1697460271" data-use-pagination="False"> Pale eoliche obsolete dopo appena 15 anni L’energia eolica è una fonte rinnovabile il cui sfruttamento è in forte crescita. Nel 2021 la capacità eolica globale installata è risultata pari a 837 GW, il 12,4% in più rispetto all’anno precedente. L’Italia è il quinto paese in Europa in termini di capacità eolica installata. Dopo 15-20 anni dalla loro installazione, molti dei parchi eolici sono considerati obsoleti. Secondo le stime dell’Università di Cambridge, entro il 2050 ci saranno circa 43 milioni di tonnellate di infrastrutture da smaltire. Le pale della turbina, a differenza degli altri componenti, sono più difficili da eliminare. Inoltre la parte interrata resta lì dov’è. Attualmente vengono spedite in altri Paesi, come l’Ucraina, oppure vengono riassemblate in Italia, nel Regno Unito, in Danimarca e in Svezia. Circa il 20% viene riciclato ma sono poche le aziende europee in grado di farlo. Una di esse è una start-up spagnola Reciclalia, che riceve le pale da Francia, Portogallo e Nord Africa. Enel Green Power è parte del progetto DeremCo dell’Ue, che si occuperà di creare una catena di valore per il riutilizzo dei materiali compositi delle pale eoliche. Il piano è iniziato nel dicembre 2022 e avrà una durata di 3 anni, con un budget complessivo di 12 milioni di euro. In Europa la danese Continuum ha annunciato la realizzazione nella Ue di 6 impianti. Dove? Per ora i paesi in lista sono Danimarca, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna e Turchia. Sarà cofinanziato con i fondi del Pnrr, il progetto del Gruppo Greenthesis per il recupero dei vecchi parchi eolici: i materiali dismessi diventeranno scafi di barche o nuove eliche. Il luogo del conferimento, di proprietà Enel, è a Rossano Calabro, nel Cosentino. Rispetto alla tabella di marcia dell’installazione di nuovi impianti, la tecnologia di smaltimento è in ritardo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem4" data-id="4" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/green-deal-inquinamento-2665978590.html?rebelltitem=4#rebelltitem4" data-basename="i-pannelli-fotovoltaici-impossibile-recuperarli" data-post-id="2665978590" data-published-at="1697460271" data-use-pagination="False"> I pannelli fotovoltaici? Impossibile recuperarli In Italia nel 2022 erano attivi 1.225.000 impianti fotovoltaici, il 21% in più rispetto al 2021. La metà della potenza installata è concentrata nel settore industriale, seguito dal comparto residenziale, terziario e agricoltura. L’accelerazione è dovuta anche al Superbonus, utilizzato nel 66% delle nuove installazioni lo scorso anni. «Considerato che la vita media dell’impianto fotovoltaico è di circa vent’anni, significa che il nostro Paese ha di fronte il tema di un ammodernamento di milioni di impianti» afferma il ricercatore e analista nel settore energetico e presidente dell’Istituto Alti Studi in Geopolitica, Enrico Mariutti. Il problema è che, per il momento, riciclare i pannelli è antieconomico. Negli Stati Uniti circa il 90% delle strutture solari difettose o a fine vita finisce in discarica, perché questa opzione è più economica del riciclo. Anche nell’Ue il tasso di riciclo è pari a solo il 10%. Eppure contengono materiali preziosi come argento, rame e silicio cristallino, il semiconduttore dominante nella produzione di celle solari per il fotovoltaico, ma anche vetro, alluminio e polimeri derivanti dalle materie plastiche. Però paradossalmente i pannelli, emblema dell’economia green, sembrano progettati per non essere riciclabili. I materiali preziosi sono dislocati in piccole quantità o «incollati» insieme. Se il tutto viene triturato in un impianto di riciclaggio, è difficile o impossibile recuperare i singoli componenti, che peraltro, verrebbero contaminati. È necessario quindi che prima siano individuati e separati, ma per farlo servono procedimenti complessi e attrezzature sofisticate. Le tecniche di trattamento sono costose, spesso in fase di sperimentazione e non ancora ottimizzate per gestire grandi volumi di rifiuti.
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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