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2024-01-02
I grandi fallimenti bancari tutti finiti con prescrizioni o micro condanne
È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti.
In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio.
La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto.
Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato.
Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011.
A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati.
Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. Se fossero stati contestati in tutti i crac bancari, senza timidi e pelosi distinguo sulla natura giuridica di «scioglimenti» e «risoluzioni», forse il bilancio della giustizia oggi sarebbe meno desolante.
Patteggiamento anche su Carige
A Genova e a Bari le anomalie erano lì, sotto gli occhi di tutti. Il merito di credito aveva ceduto il passo al credito agli amici degli amici e al familismo, sotto lo sguardo benigno di politica e autorità religiose e nel sovrano disinteresse delle Banca d’Italia. Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.
Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc.
Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty.
Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione.
Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere.
Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti.
Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno.
Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire»
Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
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I vertici dei gruppi saltati negli scorsi anni, da Antonveneta alle Popolari venete e del Centro Italia, se la sono cavata con pene lievi. Per Gianni Zonin anni dimezzati in appello (3 anni e 11 mesi) e ricorso alla Corte costituzionale. La Procura ha accettato l’accordo con l’ex presidente ligure di Carige Giovanni Berneschi nel processo per truffa per evitare la scadenza dei termini. Pop Bari, procedimenti al primo grado.I prestiti all’epoca concessi in cambio dell’acquisto di azioni delle Venete sono validi. Oggi ai due gruppi è subentrata Intesa. Lo speciale contiene tre articoli. È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti. In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio. La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto. Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato. Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011. A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati. Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. 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Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc. Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty. Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione. Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere. Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti. Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grandi-fallimenti-bancari-prescrizioni-microcondanne-2666850685.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-gli-sbancati-tre-sentenze-beffa-le-baciate-sono-da-restituire" data-post-id="2666850685" data-published-at="1704213207" data-use-pagination="False"> Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire» Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
Andrea Ostellari (Ansa)
Andrea Ostellari, sottosegretario leghista alla Giustizia, elenca le proposte della Lega, studiate con Nicola Molteni e Matteo Salvini per affrontare il tema sicurezza, che si sta ripresentando con prepotenza dopo gli ultimi fatti di cronaca. «Sulla legittima difesa, bisogna ampliare le tutele per chi si difende in casa propria in continuità con quanto già fatto nella riforma voluta dalla Lega nel 2019: i procedimenti giudiziari non devono nemmeno partire. Non ci deve essere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati per chi si difende o per le forze dell’ordine che ci proteggono». Critiche dall’opposizione «È incredibile come a sinistra, storicamente, faticano a digerire un principio elementare: la sicurezza è alla base del vivere civile. Difendere i cittadini significa tutelare le periferie e le fasce più deboli. Le nuove regole sulla sicurezza, volute dalla Lega, unite alla riforma della giustizia, miglioreranno la vita di tutti».
A La Spezia un diciannovenne egiziano è stato accoltellato a morte, al torace, da un compagno di scuola di origine marocchina. I docenti difendono la scuola: «Non è il Bronx», ma le statistiche dicono che c’è stato un aumento significativo dei reati commessi con armi da taglio. Come pensa di correre ai ripari? Ci saranno regole più severe sulle armi da taglio? Un decreto «anti lame»?
«Sì, a scuola si portano libri e non coltelli. Quella di avere lame in tasca è una moda preoccupante, che va stroncata. Ci saranno inasprimenti delle pene sia per il porto d’armi che per la vendita ai minori. Per questo stiamo spingendo affinché sia approvata quanto prima. Magari con un decreto urgente».
Bisogna intervenire sulle famiglie e sui genitori? Intravede un problema «educativo» dietro questi episodi? Matteo Salvini ha dichiarato che «oltre alla legge servono prevenzione ed educazione».
«La nuova norma sull’ammonimento fin dai 12 anni, introdotta dalla Lega, è un primo passo. Il questore, con la nuova nostra proposta, potrà convocare i ragazzi accompagnati dai genitori, che potranno essere puniti economicamente, fino alla perdita dei benefici genitoriali, anche per reati meno gravi ma che costituiscono una spia da non sottovalutare per evitare così che si sfoci in condotte ancora più violente».
Dalle baby gang all’«allarme maranza», c’è un problema sulle nuove generazioni non perfettamente integrate?
«Uno dei temi che va affrontato subito è quello dei minori non accompagnati che delinquono. Oggi per loro esiste un’ampia tutela addirittura fino ai 21 anni. Allo stato attuale questi giovani criminali non possono nemmeno essere collocati nei Cpr. Insomma, vengono protetti anche quando non lo meritano».
Quindi?
«Introdurremo, nel decreto sicurezza oggi in discussione, il rimpatrio assistito per i minori non accompagnati che commettono reati, e dunque non dimostrano volontà di integrarsi».
Cosa intende?
«Se si verifica un crimine, procederemo con il ricollocamento assistito nel loro Paese di origine, soprattutto quando si scopre che in quel Paese una famiglia ce l’hanno eccome. È una novità voluta dalla Lega che tutelerà in primis gli stranieri che in Italia arrivano per bisogno e necessità. Come è giusto che sia».
Da sinistra vi accusano di agire solo sul penale, quando la sicurezza è un problema più complesso. «La repressione non garantisce sicurezza, servono anche politiche sociali», dice Filiberto Zaratti, capogruppo di Allenza Verdi e Sinistra in Commissione affari costituzionali alla Camera.
«Di sicuro l’integrazione non si può raggiungere solo con le parole lanciate dai salotti chic. La sicurezza è un diritto civile, come la salute e l’istruzione. Garantire la sicurezza significa aiutare le periferie e tutelare le fasce più deboli. Ed è anche una battaglia culturale, quella di educare i giovani a rispettare le regole. Bisogna educare ai valori dei nostri padri e dei nostri nonni».
A Lonate Pozzolo, vicino Varese, un uomo sorprende due rapinatori in casa e ferisce un nomade di 37 anni, che morirà in ospedale. Più di cento rom forzano la porta del pronto soccorso. E adesso si temono ritorsioni nei confronti del padrone di casa, che rischia anche l’apertura di un fascicolo per omicidio. Che idea si è fatto della storia di Jonathan Rivolta?
«La difesa in casa propria, per quanto ci riguarda, è sempre legittima. La riforma della legge fatta da noi della Lega nel 2019 ha definito in maniera chiara la cornice della legittima difesa domiciliare. E la situazione è già cambiata rispetto a qualche anno fa».
Cambiata?
«Ad esempio, abbiamo eliminato il risarcimento del danno nei confronti del delinquente. E abbiamo fatto in modo che lo Stato paghi le spese processuali al cittadino che si è difeso legittimamente».
Basta questo?
«No, e infatti vogliamo proseguire sulla stessa linea tracciata dal ministro Salvini quando era all’Interno. Nel pacchetto sicurezza introdurremo lo stop alle iscrizioni automatiche nel registro degli indagati. Un principio che deve valere non solo per le forze dell’ordine in servizio, ma anche per i comuni cittadini che si difendono in casa».
In pratica, come pensa di applicare una simile novità?
«Prima di indagare chi si difende, il pm dovrà verificare la sussistenza di cause di giustificazione. E se queste cause esistono, il procedimento non deve nemmeno partire con l’iscrizione nel registro degli indagati».
I parenti del nomade ucciso a Lonate hanno dichiarato: «Rubare era il suo lavoro, aveva due figli piccoli da crescere. Ce l’hanno ammazzato».
«Chi ruba non sta lavorando. Il lavoro è un’altra cosa. I campi rom sono spazi che vanno riportati alla legalità. Non possiamo far finta che in quei territori certe cose non succedano».
A cosa si riferisce?
«Nei campi, i bambini vengono addestrati al crimine. Il governo con istituzioni e associazioni ha dato il via al “protocollo Liberi di scegliere”, per tutelare i figli di famiglie mafiose, consentendo anche l’allontanamento dei ragazzi dai contesti in cui regna la criminalità organizzata. Una scelta che funziona, e che va estesa anche con una legge ad hoc».
Qual è la sua idea?
«Applicare le regole di questo protocollo a tutti i contesti in cui i bambini vengono sfruttati come ad esempio nei campi nomadi. Se un genitore non manda i bambini a scuola, ma li spedisce a rubare, quei figli vanno messi sotto tutela».
Pensa che la magistratura lo permetterà?
«Credo molto nella stragrande maggioranza di magistrati che lavorano in silenzio. Ciò che è mancato a questi magistrati non è l’indipendenza dal potere politico, ma l’autonomia dallo strapotere delle correnti delle toghe».
Sta dicendo che i magistrati sono le prime vittime delle correnti?
«Sì, le hanno sempre subite. È un sistema che danneggia non solo i cittadini ma la magistratura stessa. La riforma sottoposta a referendum, da questo punto di vista, può essere una vittoria per tutti».
In realtà vi accusano semplicemente di volere un pm sottomesso al governo. «Non si vuole separare la magistratura», dice Nicola Gratteri, «ma solo controllarla».
«Per capire che non è vero, basterebbe leggere il testo della riforma. È scritto chiaro che i magistrati rimarranno indipendenti e autonomi da ogni potere, pm e giudici saranno tutelati. Una libertà che oggi non hanno, essendo succubi delle logiche correntizie».
Perché sostiene che la riforma della giustizia servirà anche all’economia e agli investimenti? Non è solo una questione di diritti, ma di crescita del Pil?
«Perché una giustizia davvero libera e indipendente da ogni condizionamento è alla base di tutto. Chi crede nel nostro Paese e sta investendo non è incentivato da un sistema giudiziario farraginoso e complicato».
Quindi?
«Quindi procediamo su due binari: da un lato la riforma costituzionale, dall’altro la sburocratizzazione: velocizzare i processi, digitalizzarli, dotare i tribunali del personale necessario. Entro il 2026 prevediamo la copertura della pianta organica dei magistrati, con nuove assunzioni di personale, e questo è un risultato straordinario».
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato che sulla responsabilità dei magistrati bisogna intervenire con caparbietà. Cito: «Il magistrato inetto e impreparato non va colpito nel portafoglio ma nella carriera, e semmai deve essere destituito». È d’accordo?
«Credo che l’inserimento nella riforma dell’Alta corte disciplinare proceda in questo senso. Stiamo ponendo le basi affinché il magistrato possa essere sanzionato o valorizzato quando è giusto farlo. È corretto prevedere sanzioni concrete, valorizzando, così, davvero il merito dei magistrati».
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Sui metal detector il ministro: «L’obiettivo è la sicurezza degli studenti».
Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha fatto visita all’Istituto Comprensivo Elisa Barozzi Beltrami di Rozzano, nel milanese. Prima dell’incontro, il ministro ha parlato ai giornalisti dei nuovi progetti, in lavorazione e in avvio, per incrementare l’apprendimento e la sicurezza in ambito scolastico. «Ci sono diverse misure che noi abbiamo già iniziato ad adottare, altre che stiamo invece andando a provare. Una di queste misure è Agenda Nord, progetto che ha trovato proprio in questa scuola una sua straordinaria affermazione». Il progetto è finalizzato a superare i divari territoriali, garantendo pari opportunità di istruzione agli studenti su tutto il territorio nazionale. «Mi sono fatto stampare alcune considerazioni dell’ufficio scolastico regionale, che sono quindi considerazioni oggettive», ha dichiarato Valditara.
Il primo report Milano Wellness City 2030 mostra dati su salute, stili di vita, benessere mentale e ambiente, evidenziando criticità come malattie croniche, solitudine e inattività fisica. Il progetto, voluto da Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation, raccoglie le azioni già avviate per migliorare la qualità della vita dei cittadini e lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026.
La città di Milano si prepara a trasformarsi in un modello globale di benessere urbano. La Wellness Foundation di Technogym ha presentato il primo report del progetto Milano Wellness City 2030, un’iniziativa nata per lasciare una legacy concreta dopo le Olimpiadi e Paralimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026.
Il report offre una fotografia aggiornata di popolazione, economia, salute, stili di vita, benessere mentale, territorio e infrastrutture. Riporta inoltre le principali politiche pubbliche integrate per la promozione della salute e le azioni già realizzate nell’ambito del progetto, raccogliendo i primi risultati raggiunti.
Tra i dati principali emergono luci e ombre sullo stato di salute dei milanesi. L’aspettativa di vita resta elevata: 82,7 anni per gli uomini e 86,7 per le donne, superiori alla media lombarda e nazionale. Tuttavia, il divario tra aspettativa di vita e aspettativa di vita in salute rimane significativo. Le malattie croniche non trasmissibili interessano 687.037 persone e assorbono la maggior parte della spesa sanitaria, mentre la prevenzione resta limitata. Il report evidenzia anche problemi legati alla salute mentale: tra i giovani, meno della metà dichiara un adeguato livello di benessere psicologico e tre su quattro riferiscono sintomi psicosomatici. La solitudine è diffusa, con il 50,4% che si sente solo e il 42,8% che fatica a fare nuove amicizie. Sul fronte fisico, un quarto dei lombardi è inattivo e tra bambini e adolescenti milanesi meno di uno su dieci pratica sufficiente attività sportiva. L’obesità riguarda l’11% della popolazione lombarda e il 33% è in sovrappeso; tra i più giovani, un bambino su cinque è in eccesso ponderale.
Sul piano ambientale, sebbene la qualità dell’aria resti inferiore a quella di altre città europee, il verde urbano per abitante è aumentato da 16,9 m² nel 2011 a 18,8 m² nel 2023, con piste ciclabili e aree pedonali in crescita. La città dispone inoltre di una rete sanitaria consolidata, con 744 medici di medicina generale, 114 pediatri e 423 farmacie attive nella promozione di stili di vita salutari.
L’incontro di presentazione, organizzato alla Palazzina Appiani – Arena Civica, ha visto la partecipazione di numerosi stakeholder pubblici e privati, tra cui istituzioni, università, fondazioni e grandi società sportive come Inter, AC Milan e Olimpia Milano. Il progetto conta su un gruppo multidisciplinare che comprende, tra gli altri, Fondazione Cariplo, Fondazione Milano Cortina 2026, Bocconi, Politecnico di Milano, Humanitas University e Ospedale San Raffaele. «Milano ha tutte le carte in regola per fare da apripista e diventare un riferimento mondiale del benessere – ha affermato Nerio Alessandri, fondatore di Technogym e presidente della Wellness Foundation –. Con Milano Wellness City 2030 vogliamo promuovere un cambiamento culturale: prendersi cura delle persone quando sono in salute, educare al benessere e creare le condizioni per scelte di vita sane».
Il progetto mira a lasciare una legacy concreta alle nuove generazioni, sviluppando un ecosistema urbano del benessere che integri salute, educazione, sport, nutrizione, ricerca e sviluppo urbano. I progressi saranno monitorati attraverso report annuali, con l’obiettivo di rendere Milano un modello replicabile anche in altre città italiane e straniere.
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