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2024-01-02
I grandi fallimenti bancari tutti finiti con prescrizioni o micro condanne
È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti.
In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio.
La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto.
Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato.
Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011.
A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati.
Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. Se fossero stati contestati in tutti i crac bancari, senza timidi e pelosi distinguo sulla natura giuridica di «scioglimenti» e «risoluzioni», forse il bilancio della giustizia oggi sarebbe meno desolante.
Patteggiamento anche su Carige
A Genova e a Bari le anomalie erano lì, sotto gli occhi di tutti. Il merito di credito aveva ceduto il passo al credito agli amici degli amici e al familismo, sotto lo sguardo benigno di politica e autorità religiose e nel sovrano disinteresse delle Banca d’Italia. Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.
Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc.
Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty.
Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione.
Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere.
Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti.
Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno.
Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire»
Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
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I vertici dei gruppi saltati negli scorsi anni, da Antonveneta alle Popolari venete e del Centro Italia, se la sono cavata con pene lievi. Per Gianni Zonin anni dimezzati in appello (3 anni e 11 mesi) e ricorso alla Corte costituzionale. La Procura ha accettato l’accordo con l’ex presidente ligure di Carige Giovanni Berneschi nel processo per truffa per evitare la scadenza dei termini. Pop Bari, procedimenti al primo grado.I prestiti all’epoca concessi in cambio dell’acquisto di azioni delle Venete sono validi. Oggi ai due gruppi è subentrata Intesa. Lo speciale contiene tre articoli. È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti. In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio. La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto. Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato. Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011. A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati. Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. 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Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc. Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty. Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione. Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere. Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti. Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grandi-fallimenti-bancari-prescrizioni-microcondanne-2666850685.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-gli-sbancati-tre-sentenze-beffa-le-baciate-sono-da-restituire" data-post-id="2666850685" data-published-at="1704213207" data-use-pagination="False"> Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire» Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
Alessandro Morelli (Imagoeconomica)
Alessandro Morelli, sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, oltre che essere interista è pure consigliere comunale nella sua Milano. E dai banchi dell’opposizione sta lavorando, insieme al resto del Carroccio, per tornare dall’altra parte della barricata a Palazzo Marino dopo le giunte Pisapia e Sala. Sabato e domenica ci sono le primarie della Lega per le comunali di Milano.
Morelli, lei per chi vota?
«Ogni militante non può non votare il segretario federale, un milanese doc. Poi deciderà Matteo Salvini cosa fare…».
Perché votate proprio Salvini? C’è qualcosa che bolle in pentola che non vuole dirci?
«Tra noi milanesi è sentito, la Lega di Milano sostiene sempre Salvini anche per il consigliere di condominio…»
Ma se il vicepremier vincesse le primarie della Lega, come la prenderebbe?
«La prenderebbe bene, credo però abbia altro da fare rispetto a candidarsi a sindaco…»
Scusi senatore, ci faccia capire: voi votate Salvini per dargli ancora più potere nelle trattative per il futuro candidato sindaco di Milano del centrodestra?
«L’idea dalla quale nasce questo voto è dare una sveglia agli alleati di centrodestra. Non so se tutti hanno la nostra foga di vincere le amministrative di Milano. La presenza fisica dimostra che la Lega c’è, in maniera solida ed è la prima a farlo».
Adesso c’è Maurizio Lupi, candidato da Ignazio La Russa, come unico nome del centrodestra…
«Sul tavolo c’è Lupi. La Lega presenterà il proprio … Magari il secondo o il terzo arrivato alle nostre primarie. E poi si vedrà chi sarà scelto…»
La Lega potrà esprimere il candidato per Milano?
«Possibile… siamo carichi e pronti a vincere insieme agli alleati».
Dopo 15 anni di sinistra quante chance ha il centrodestra di riprendere la città?
«A Milano si può vincere… è necessario però il miglior candidato, a prescindere dalla bandiera. Saranno valutati pesi e contrappesi, ci mancherebbe. Ripeto: serve il candidato migliore per tutti. Quando si fanno le riunioni c’è gente che dice: siamo indietro di dieci punti. Io dico invece: possiamo vincere, con il candidato».
Lupi non vi piace?
«Non ho interesse a dire sì o no a Lupi… è il candidato di Fdi al tavolo nazionale? Bene, ma penso si valuteranno anche altri candidati».
Vannacci ha fatto sapere che presenterà anche lui un suo candidato…
«… Direi un assist alla sinistra».
Non si vota solo a Milano, c’è anche Roma dove la Lega aveva candidato Antonio Maria Rinaldi, recentemente passato a Futuro Nazionale. Con le primarie pare però di capire che Milano vi interessi di più di altre città. È così?
«La Lega esprime cinque ministri lombardi, e molti esponenti di governo sono proprio milanesi, ovvio ci sia una sensibilità maggiore su Milano. Poi il tavolo è nazionale, le città sono tante… cerchiamo ovunque i candidati migliori».
Il tavolo nazionale sulle amministrative inevitabilmente si intreccerà con quello per le Politiche… Bisogna dialogare con Vannacci?
«Dipende dalla legge elettorale… non invidio chi sarà al tavolo».
Vannacci, secondo i sondaggi, sale… Da dove si parte per recuperare voti?
«Facendo la Lega, continuando a lavorare per il buon governo proponendo le cose buone che abbiamo fatto sui territori, ribadendo le nostre battaglie storiche… è un percorso, ma i sondaggi pagati dalle testate di Cairo lasciano il tempo che trovano».
Nella Lega si parla molto di modello Csu, di ritorno al Nord, di due leghe in una… A lei piacerebbe un ruolo politico più forte di Zaia e Fedriga?
«Partendo dal presupposto che il segretario è Salvini, io sono dalla parte di chiunque lavora per far crescere la Lega in vista delle Politiche. Però, come diceva Bossi, i panni sporchi vanno lavati in casa. Mi auguro non si lasci spazio a interpretazioni spesso più giornalistiche che reali perché ci fanno solo perdere tempo».
E la Schlein ignora il Pd meneghino
A Milano si scaldano i motori in vista della corsa per il rinnovo del Consiglio comunale e del sindaco del 2027. Qualche segnale è stato lanciato anche nella coalizione di governo, con una sortita del presidente del Senato La Russa che ha tenuto a far sapere la sua opinione sia sui tempi sia sulle caratteristiche per individuare la candidatura. È iniziato invece da diverso tempo ed è molto più articolato, il dibattito per individuare il candidato nel centrosinistra, ma troppa confusione c’è ancora sotto il cielo meneghino ed è quindi molto probabile che la ricerca venga rimandata a settembre.
Tanto per iniziare, a sinistra è ancora aperta la discussione sul «come» decidere il candidato: se ricorrere cioè allo strumento delle primarie o se invece trovare a tavolino un accordo tra i partiti. Sotto questo punto di vista la decisione su come procedere a Milano risente direttamente anche dell’impasse del centrosinistra a livello nazionale. All’indomani della vittoria al referendum sulla giustizia, a sinistra si è partiti lancia in resta con il dibattito su come individuare il candidato leader per le elezioni politiche del 2027, ma poi il dibattito si è impantanato nella palude delle diverse ipotesi, e a questo punto sono molti a dubitare che possano essere le «mitiche» primarie lo strumento per individuare il leader che guiderà la corsa per Palazzo Chigi.
Stessa situazione di incertezza a Milano: ma nel capoluogo lombardo, seppur regni prudenza, non si può davvero dire che tutto sia fermo. Alcuni possibili candidati si sono già palesati, altri invece rimangono in silenzio attendendo il momento propizio. Ovviamente i movimenti sono maggiori soprattutto nel principale partito della coalizione, il Pd.
Uno dei candidati in pectore è l’ex consigliere comunale, ex assessore, ex europarlamentare, ex candidato alla presidenza di Regione Lombardia e attualmente consigliere regionale Pierfrancesco Majorino, che si sta dando molto da fare. Le cronache cittadine raccontano di un susseguirsi di riunioni e incontri con diversi soggetti per saggiare il terreno e verificare se sussistano le condizioni per lanciare la sua (ennesima) candidatura. Tra l’altro dopo aver già partecipato alle primarie contro Beppe Sala nel 2016. Dato che le sue posizioni politiche eccessivamente sinistrorse non sembrano molto gradite a vasti settori moderati, Majorino si sta muovendo in due direzioni: da un lato smussando le sue posizioni per recuperare il consenso moderato (che serve sia per candidarsi che per vincere la contesa) e dall’altro per trovare conforto nell’appoggio pieno e incondizionato di Elly Schlein.
E qui il discorso si fa interessante e, per certi versi, persino divertente. Gli osservatori attenti e informati raccontano che nei diversi incontri che Majorino ha avuto con la segretaria del Partito democratico, quest’ultima abbia più volte affermato che lui sarebbe il candidato ideale. Naturalmente questi «rumors» avrebbero sollecitato sia il segretario cittadino milanese che la segretaria regionale del Pd (che pare non «amino» troppo questa candidatura) a verificare la fondatezza di tutto ciò direttamente alla fonte, e cioè con Roma. Raccontano, però, che nonostante abbiano tentato a più riprese di sollecitare una risposta di Elly Schlein, la segretaria del Pd non si sarebbe mai fatta trovare, lasciando gli elettori milanesi nell’incertezza e in un comprensibile sconcerto.
Quanto viene riferito, sembra proprio descrivere la situazione di confusione nella quale versa il Pd, primo partito del campo largo. Il problema principale è probabilmente la stessa segretaria, che si trova in una posizione delicata: è il leader del partito, ma sembra incapace di prendere posizioni decise e autorevoli. La sua modalità di gestione del partito, feroce nella «bassa cucina» o nel «minuto mantenimento», lascia invece trasparire una mancanza di coraggio e di decisione sulle questioni dirimenti che continuano a essere interpretate come segnali di debolezza, dando spazio a speculazioni e critiche interne. Non migliorano certo il clima le ultime defezioni di alcune rappresentanti istituzionali che non si trovano sintonia con la segretaria.
La figura di Elly Schlein è emblematica di una leader che si dibatte tra la chiarezza ideologica e l’incertezza nell’azione; volgarmente «vorrei ma non posso». Nonostante possieda indubbiamente un bagaglio di idee su temi quali la fiscalità, le pensioni, la lotta alla povertà, e una visione di un’Europa socialista, sembra tuttavia vacillare quando si tratta di prendere decisioni concrete e immediate. Questa percezione di incertezza o peggio di ambiguità, si manifesta chiaramente nelle sue azioni e scelte politiche, dove la fermezza ideale lascia spesso spazio a esitazioni, tentennamenti e passi indietro, anche di fronte a questioni meno complesse e fondamentali, come quella di dire la sua su chi potrebbe essere il candidato (del Pd) per Milano.
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JD Vance (Ansa)
La storia di una conversione. È questo, se vogliamo, il senso più profondo di Communion: il libro di JD Vance, uscito ieri negli Stati Uniti.
In quest’opera, il vicepresidente americano racconta due lati di sé distinti ma inscindibilmente interconnessi: quello intimo e quello politico. Vance parla innanzitutto del suo travagliato percorso interiore che, in gioventù, ha man mano messo in crisi la fede cristiano-evangelica in cui era stato cresciuto. Il vicepresidente cita la «rabbia» e un «senso di tradimento» che, nati dalle sofferenze e dalle tragedie della vita, lo hanno portato all’ateismo e, in particolare, alla filosofia individualistica di Ayn Rand. «Non mi importava della volontà di Dio. Mi importava di me stesso».
Da qui, racconta Vance, è tuttavia iniziato un percorso inverso che, nel corso degli anni, lo ha infine portato alla conversione al cattolicesimo.
Sotto questo aspetto, il vicepresidente sottolinea l’importanza del suo incontro con Peter Thiel. «Probabilmente la persona più intelligente che avessi mai conosciuto, si identificava apertamente come cristiano». Vance sostiene quindi che, grazie al fondatore di Palantir, sarebbe riuscito a scardinare la convinzione «secondo cui le persone stupide erano religiose e le persone intelligenti erano atee». Da Thiel, Vance è poi risalito a René Girard: filosofo particolarmente vicino al fondatore di Palantir.
Ed è proprio attraverso il pensiero girardiano che l’attuale vicepresidente americano sarebbe rientrato, per così dire, in contatto con la figura di Cristo: colui che, secondo il filosofo francese, avrebbe messo in crisi l’atavico (e crudele) meccanismo dei capri espiatori alla base delle società politiche. E si arriva così al 2018, quando, durante una visita in una cattedrale francese, Vance racconta di aver avvertito un «senso di appartenenza e di presenza». Un’esperienza, questa, che, l’anno successivo, lo avrebbe portato a convertirsi al cattolicesimo e a comprendere la centralità dell’eucaristia. «È uno dei mezzi più potenti per ricevere la grazia di Dio», scrive il vicepresidente, dicendosi influenzato da autori come Agostino d’Ippona, Tommaso d’Aquino, Tolkien, Chesterton e Lewis.
Tuttavia, come detto, Communion è un libro anche politico. Il vicepresidente parla innanzitutto dell’impatto della fede sul suo impegno pubblico. Secondo Vance, l’antiabortismo tipico del Partito repubblicano non va abbandonato ma ripensato. «Dovremo formulare argomentazioni cristiane più convincenti, incentrate sulla costruzione di una cultura e di un’economia in grado di sostenere concretamente le giovani famiglie e la vita che esse portano nel mondo». Tra l’altro, il vicepresidente si dice possibilista sull’eventualità di un’armonizzazione tra l’amministrazione Trump e la Chiesa in materia migratoria. «L’invocazione della dignità dei migranti da parte della Chiesa impone una riflessione sui compromessi morali. E si può credere che tali compromessi portino a privilegiare una politica migratoria rigorosa senza disumanizzare nessuno».
In secondo luogo, Vance racconta anche della sua conversione politica al trumpismo: un tempo feroce critico dell’attuale presidente americano, fu nel 2016 che iniziò a rendersi conto di come le sue ricette fossero in linea con gli interessi dei colletti blu della Rust Belt. Un cambio di posizione che, stando alle sue stesse parole, Vance ha pagato con l’astio dei media che prima lo avevano elogiato. Infine, nel suo libro, il vicepresidente non rinuncia a una stoccata ai vertici della Santa Sede. «Ero lì, il cattolico di più alto rango nel governo degli Stati Uniti, e il Vaticano sembrava riluttante ad andare oltre le banali frasi fatte nella sua guida morale», scrive Vance, ricordando l’incontro che ebbe a Pasqua dell’anno scorso con i diplomatici vaticani a Roma sull’immigrazione irregolare.
E arriviamo quindi a una domanda ovvia: e se lo stretto connubio tra fede e dimensione politica di Communion fosse un manifesto in vista delle primarie repubblicane presidenziali del 2028? Non si può certo escludere. Che Vance nutra delle ambizioni in tal senso, non è un mistero. Così come non è un mistero che, in caso, il suo principale rivale sarebbe probabilmente un altro cattolico come il segretario di Stato americano Marco Rubio. Guarda caso, in Communion, il vicepresidente valorizza i tre principali pilastri della coalizione elettorale che ha riportato Donald Trump alla Casa Bianca nel 2024: i cattolici, i colletti blu della Rust Belt e (almeno una parte) del settore ipertecnologico (si pensi a Thiel). Al contempo, il vicepresidente ha mostrato una certa dose di coraggio, visto che alcuni passaggi del libro - soprattutto quello sulla necessità di un antiabortismo diverso - potrebbero irritare le aree più intransigenti della destra evangelica.
E comunque, al di là delle prossime elezioni, il libro di Vance si inserisce in un contesto culturale più ampio. Il cattolicesimo americano sta sperimentando una sorta di nuova primavera. L’anno scorso, è stato eletto il primo papa statunitense della storia e la stessa amministrazione Trump ospita ai suoi vertici numerosi fedeli della Chiesa di Roma. Communion si configura quindi come un tassello di questo complesso mosaico. Un mosaico che conferma la vitalità, sacramentale, sociale e intellettuale del cattolicesimo statunitense. Una vitalità da cui la Chiesa europea dovrebbe forse apprendere qualche lezione significativa.
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Emmanuel Macron (Getty Images)
Il G7 di Evian è per lui una delle ultime vetrine internazionali, sebbene la presenza ingombrante del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nonché di figure più «fresche» e destinate ancora a far parlare di sé, come il premier italiano Giorgia Meloni e quello nipponico Sanae Takaichi, lo mettano in ombra. Macron ha puntato molto sulla cena alla reggia di Versailles con Trump, con entusiasmo del presidente Usa: «Non è una copia dorata, è l’originale». Lì nel 1783 fu firmata la pace che consacrò la secessione dei nascenti Usa dall’Impero coloniale inglese grazie all’aiuto militare francese. Ricorso storico a cui Macron spera di riallacciarsi mostrando una Francia che tratta da pari a pari con gli Stati Uniti. Brucia ancora, forse, il ricordo dei funerali di papa Francesco, nell’aprile 2025, quando, nella Basilica di San Pietro, Trump volle parlare in disparte col presidente ucraino Volodymir Zelensky tenendone fuori Macron.
Si è rifatto a Evian con un trilaterale Trump-Macron-Zelensky dal quale è uscito il solito appello alla Russia affinché «faccia un accordo», nulla di nuovo sotto il cielo. Al G7 il presidente francese s’è premurato di presentare i vari «benvenuto» agli ospiti, con un post social in cui a ogni alleato ha riservato una specifica colonna sonora di sottofondo. A Trump ha associato Love is a long road di Tom Petty, per la Meloni ha optato per Felicità di Al Bano e Romina, poi Lieblingsmensch (persona preferita) di Namika per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Arigato dei Nxnja Beats per la Takaichi, J'irai où tu iras (Andrò dove andrai tu) di Celine Dion per il premier canadese Mark Carney, The world is not enough dei Garbage, colonna sonora di James Bond, per il britannico Keir Starmer, infine, brano assai più scontato, L’inno alla gioia»di Beethoven, già considerata inno dell’Unione Europea, per Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e Antonio Costa, presidente del Consiglio europeo.
Quel Macron che anela a una guida francese per la missione navale europea nel Golfo Persico, allo scopo di recuperare al paese quella parte di «grandeur» perduta con la fine del colonialismo e che sopravvive grazie all’arsenale nucleare, bada ora ai contenuti musicali mentre nei dossier che contano il suo governo sembra più un gregario. Anche i calorosi baci e abbracci che Macron s’è scambiato con Merz all’insegna dell’asse franco-tedesco che ha sempre fatto da architrave dell’Ue, ovvero la «Framania», lasciano il tempo che trovano considerato che appena pochi giorni fa è stato chiuso il programma franco-tedesco per il nuovo aereo da caccia Fcas, Future Combat Air System, dopo anni di incomprensioni fra la francese Dassault e la tedesca Airbus. Francia e Germania hanno già visto fallire di recente altri due importanti progetti di difesa, l’evoluzione dell’elicottero Tiger e il carro armato Mgcs.
Ora la Francia si troverà a far da sola, come già 35 anni fa col Rafale, quando uscì dal programma Eurofighter. E che dire del crollo dell’influenza francese nel Sahel, dopo i golpe filorussi fra 2020 e 2023? Capitoli da svoltare per Macron, che negli ultimi anni ha sondato il terreno in cerca di popolarità con varie boutade. Una volta diceva sconsolato che «la Nato è in morte cerebrale». Poi ha sparato che sarebbe stato «pronto a condividere l’arsenale nucleare francese con l’Ue», estendendo l’ombrello della Force de Dissuasion (che si chiamava Force de Frappe ai tempi di Charles De Gaulle), salvo poi specificare che sarebbe rimasto tutto sotto il controllo dei francesi. Ora non gli resta che fare il «padrone di casa» e attendere un programmato momento di gloria per domani sera alle 20.00, quando è attesa su France 2 una sua intervista con la giornalista Caroline Roux sui grandi temi, da Hormuz al Libano, a proposito dei quali può però solo prender atto di decisioni altrui.
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Giorgia Meloni (Ansa)
A testimoniarlo, alcune «scenette» simpatiche catturate dai media. La prima: i leader si preparano a sedersi a tavola per il pranzo sul Medio Oriente, la Meloni si avvicina a un capannello nel quale c’è il presidente Usa, che sta parlando con il cancelliere tedesco Friederich Merz. Arriva il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, che vedendo la Meloni e Trump che parlano dice: «Siete di nuovo amici».
«Siamo sempre stati amici», risponde la Meloni, sorridendo. Trump fa il neomelodico: «Sono stato abbandonato», scherza, e la Meloni ribatte: «Ma no!». Il gelo tra la presidente del Consiglio e Trump, ricordiamolo, era calato due mesi fa, esattamente a metà aprile, quando l’inquilino della Casa Bianca aveva attaccato papa Leone provocando la dura reazione, in difesa del Santo Padre, di Giorgia Meloni, che aveva definito «inaccettabili» le parole del tycoon.
Il nostro premier aveva anche detto «no» alla partecipazione dell’Italia a operazioni militari per riaprire lo stretto di Hormuz. «È lei che è inaccettabile», aveva attaccato Trump in una intervista al Corriere, «perché non le importa se l’Iran ha un’arma nucleare e farebbe saltare in aria l’Italia in due minuti se ne avesse la possibilità. Sono scioccato da lei. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo, molto diversa da quello che pensavo».
Va detto con franchezza che in fondo la fine della luna di miele politica tra Trump e la Meloni non aveva provocato né disperazione né tristezza a Palazzo Chigi, considerata la bassissima popolarità che il presidente americano riscuote in Italia (peggio di lui solo Benjamin Netanyahu).
Nell’ultimo sondaggio EuroScope, realizzato da Polling Europe, gli italiani sono sono i più contrari all’intervento militare in Iran di tutto il continente: il 73% lo giudica ingiustificato. Tuttavia, ora è interesse della Meloni far trapelare che il rapporto con «l’amico Donald» è stato riallacciato: non a caso sono state fonti diplomatiche italiane a far sapere che l’altro ieri, in occasione della cena dei leader del G7, i due si sono incontrati. Un colloquio descritto come «di chiarimento», «utile», con al centro l’interesse a ribadire il principio di unità dell’Occidente, ritenuto «necessario in questa fase di crisi».
Tornando a ieri, la Meloni si presenta al vertice con un outfit notevole: un tailleur con giacca e pantalone avana chiaro, con tanto di cravatta. Un look che suscita interesse e approvazione da parte dei colleghi: al cancelliere tedesco Friedrich Merz, che fa notare lo stile di Giorgia, lei risponde «consideratemi una combattente». Si chiacchiera anche della scelta della Meloni di smettere di fumare: «Ho preso un caffè per svegliarmi», dice agli altri leader, «ma niente sigaretta. Ho smesso di fumare un mese fa» (la prova del fuoco, anzi dell’accendino, sarà la sera dei risultati delle prossime politiche). Sul conflitto ucraino, la posizione espressa da Meloni ha contestato la narrazione del Cremlino, sostenendo che la situazione sul terreno non corrisponde all'immagine di una Russia in avanzata. Da qui la convinzione che il presidente russo Vladimir Putin non possa ottenere attraverso il negoziato ciò che non è riuscito a conquistare militarmente. Per Roma, la condizione essenziale per arrivare a una pace credibile resta dunque il mantenimento del sostegno occidentale a Kiev. La Meloni incontra anche, tra gli altri, lo sceicco Mohammed bin Zayed Al Nahyan, presidente degli Emirati arabi uniti, e il premier canadese Mark Carney. Con quest’ultimo il presidente del Consiglio si trattiene a lungo: un colloquio che vede al centro l’argomento dei minerali critici.
La Meloni ringrazia Carney per la decisione del Canada di riservare all’Italia un accesso prioritario alle sue scorte, garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento.
Nel pomeriggio, bilaterale con il presidente degli Emirati Arabi Uniti, Sheikh Mohamed bin Zayed Al-Nahyan. I due leader discutono della situazione nella regione anche alla luce del memorandum d’intesa siglato tra Iran e Stati Uniti, concordando sulla necessità di sostenere gli sforzi internazionali volti ad assicurare la libertà di navigazione attraverso lo Stretto di Hormuz. La Meloni ribadisce il pieno sostegno dell’Italia alla sicurezza degli Emirati Arabi Uniti e di tutte le Nazioni del Golfo. A proposito di Hormuz, l’Italia è pronta a fare la sua parte per mettere in sicurezza lo stretto, utilizzando i cacciamine della Marina militare, considerati tra i migliori al mondo. Il «Crotone» e il «Rimini» sono vicini alla zona, nel porto di Gibuti, con circa 500 militari a bordo. Per entrare in azione, come ribadito dalla Meloni, occorre innanzitutto un passaggio in Parlamento, e poi che ci sia la certezza che le ostilità siano cessate.
Si attende in particolare la firma ufficiale, attesa per dopodomani 19 giugno, di quello che al momento è un accordo preliminare tra Washington e Teheran. Occorrerà oltretutto definire in quale quadro giuridico si configurerà la missione internazionale che avrà il compito di mettere in sicurezza Hormuz, una operazione che, solo per quel che riguarda lo sminamento, potrebbe richiedere diversi mesi.
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