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2024-01-02
I grandi fallimenti bancari tutti finiti con prescrizioni o micro condanne
È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti.
In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio.
La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto.
Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato.
Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011.
A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati.
Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. Se fossero stati contestati in tutti i crac bancari, senza timidi e pelosi distinguo sulla natura giuridica di «scioglimenti» e «risoluzioni», forse il bilancio della giustizia oggi sarebbe meno desolante.
Patteggiamento anche su Carige
A Genova e a Bari le anomalie erano lì, sotto gli occhi di tutti. Il merito di credito aveva ceduto il passo al credito agli amici degli amici e al familismo, sotto lo sguardo benigno di politica e autorità religiose e nel sovrano disinteresse delle Banca d’Italia. Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.
Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc.
Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty.
Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione.
Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere.
Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti.
Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno.
Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire»
Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
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I vertici dei gruppi saltati negli scorsi anni, da Antonveneta alle Popolari venete e del Centro Italia, se la sono cavata con pene lievi. Per Gianni Zonin anni dimezzati in appello (3 anni e 11 mesi) e ricorso alla Corte costituzionale. La Procura ha accettato l’accordo con l’ex presidente ligure di Carige Giovanni Berneschi nel processo per truffa per evitare la scadenza dei termini. Pop Bari, procedimenti al primo grado.I prestiti all’epoca concessi in cambio dell’acquisto di azioni delle Venete sono validi. Oggi ai due gruppi è subentrata Intesa. Lo speciale contiene tre articoli. È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti. In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio. La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto. Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato. Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011. A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati. Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. 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Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc. Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty. Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione. Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere. Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti. Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grandi-fallimenti-bancari-prescrizioni-microcondanne-2666850685.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-gli-sbancati-tre-sentenze-beffa-le-baciate-sono-da-restituire" data-post-id="2666850685" data-published-at="1704213207" data-use-pagination="False"> Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire» Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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