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2024-01-02
I grandi fallimenti bancari tutti finiti con prescrizioni o micro condanne
È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti.
In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio.
La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto.
Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato.
Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011.
A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati.
Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. Se fossero stati contestati in tutti i crac bancari, senza timidi e pelosi distinguo sulla natura giuridica di «scioglimenti» e «risoluzioni», forse il bilancio della giustizia oggi sarebbe meno desolante.
Patteggiamento anche su Carige
A Genova e a Bari le anomalie erano lì, sotto gli occhi di tutti. Il merito di credito aveva ceduto il passo al credito agli amici degli amici e al familismo, sotto lo sguardo benigno di politica e autorità religiose e nel sovrano disinteresse delle Banca d’Italia. Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.
Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc.
Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty.
Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione.
Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere.
Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti.
Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno.
Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire»
Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
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I vertici dei gruppi saltati negli scorsi anni, da Antonveneta alle Popolari venete e del Centro Italia, se la sono cavata con pene lievi. Per Gianni Zonin anni dimezzati in appello (3 anni e 11 mesi) e ricorso alla Corte costituzionale. La Procura ha accettato l’accordo con l’ex presidente ligure di Carige Giovanni Berneschi nel processo per truffa per evitare la scadenza dei termini. Pop Bari, procedimenti al primo grado.I prestiti all’epoca concessi in cambio dell’acquisto di azioni delle Venete sono validi. Oggi ai due gruppi è subentrata Intesa. Lo speciale contiene tre articoli. È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti. In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio. La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto. Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato. Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011. A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati. Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. 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Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc. Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty. Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione. Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere. Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti. Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grandi-fallimenti-bancari-prescrizioni-microcondanne-2666850685.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-gli-sbancati-tre-sentenze-beffa-le-baciate-sono-da-restituire" data-post-id="2666850685" data-published-at="1704213207" data-use-pagination="False"> Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire» Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
Nasa
L’uomo li creò maschio e femmina, i bulloni. Ma dopo 500 anni di utilizzo inconsapevole è arrivato il momento di liberarli da stereotipi sessisti. Basta con viti maschio e dadi femmina. La Nasa ha brevettato un connettore genderless, che si assembla in qualunque direzione. Per secoli milioni di esseri umani hanno usato i bulloni con rozza insensibilità e sottile discriminazione. Come non capire che il dado-donna era un simbolo della dominazione patriarcale? Lo stesso vale per il reparto elettricità, dove si sprecano spinotti fallocrati, da abbinare per forza a spine femmine dolci e remissive. E pure nell’idraulica, è tutto un pullulare di tubi maschi, manicotti femmina e perfino «prolunghe femmina» sulla cui destinazione finale sarà meglio non elucubrare troppo.
Sul sito gay.it, tra i più popolari nei cantieri e nelle ferramenta, leggiamo che «il binarismo, anche nell’hardware, è un limite tecnico prima ancora che culturale. I connettori convenzionali impongono orientamento, gerarchia, direzione obbligata. Quello androgino no: si assembla in qualunque direzione, tollera il disallineamento, non richiede che il robot sappia distinguere chi sta sopra e chi sta sotto». E quindi ben venga il bullone no gender della Nasa, «strumento non-escludente che garantisce più ampi margini di manovra, più adattabilità e maggior efficienza». Tutto pronto, insomma, anche per la rondella ermafrodita e il trapano non binario. Sembra da gay.it apprendiamo che il connettore genderless «troverà immediato utilizzo nella costruzione di habitat lunari assemblati da robot: strutture modulari, reversibili, riconfigurabilabili. Metafora perfetta di identità deidentificate: non fisse, non gerarchiche, ma adattabili e polifunzionali». Come i batteri, le muffe e altre forme di vita umida e spugnosa.
Tomaso Montanari (Imagoeconomica)
Un complesso che l’ha sempre portata, per dirla con Massimo Fini, ad essere «antropologicamente incapace di accettare la destra», a disprezzarne gli esponenti e i sostenitori, giudicati sempre e comunque ignoranti e gretti, a negarne o a ridicolizzarne le espressioni culturali, «perché la sinistra difende ideali, mentre la destra difende interessi» e quindi, se presenta un profilo intellettuale, o si maschera o ricicla idee altrui. Questo retroterra psicologico, faceva notare il sociologo, produce nel mondo progressista un atteggiamento pedagogico, «un misto di supponenza e snobismo» al cui fondo c’è un riflesso razzista, connotato «da un assunto di irrecuperabilità, ossia dalla convinzione che gli «inferiori» siano destinati a rimanere tali», che «riaffiora continuamente nel [suo] discorso politico» e che «non si esprime solo nella petulanza un po’ rituale del politicamente corretto, nell’incapacità di intendere le ragioni degli altri […] ma si esprime anche nelle forme più dirette e aggressive del disprezzo e della derisione».
Da quando, nel settembre 2022, il successo elettorale ha portato a Palazzo Chigi Giorgia Meloni, la malattia descritta da Ricolfi si è ulteriormente aggravata. Sulla sinistra intellettuale italiana si è abbattuta un’ondata depressiva simile a quella che seguì l’exploit di Berlusconi nel 1994, che in molti dei suoi esponenti si è trasformata in nevrosi e in ossessione del «ritorno del fascismo», condita da una forte dose di aggressività, che è ulteriormente cresciuta quando l’ex ministro Sangiuliano ha espresso la sua velleitaria intenzione di promuovere un’azione di «contro-egemonia» in campo culturale. Gli appassionati di talk show ne hanno avuto - e tuttora ne hanno - un’ampia quantità di esempi nelle frequenti risse verbali e appassionate concioni in argomento, ma la stringatezza dei tempi televisivi non consente di constatare in tutta la sua gravità questo stato di malessere psicologico. Che si rivela in pieno, invece, nelle sue forme scritte.
Da un paio d’anni a questa parte ha infatti iniziato a fare la sua comparsa nelle librerie una serie di testi che non si limitano più alla generica denuncia del prossimo rientro sulla scena delle camicie nere ma si concentrato sulla scoperta, e successiva decrittazione, delle fonti ideologiche che starebbero preparando il terreno al temuto revival. Ad alimentare questo filone c’è l’impegno di una pletora di avanguardisti che, sprezzanti del disgusto che con ogni probabilità li avrebbe colti, si sono avventurati nella lettura di autori e opere del sulfureo mondo della destra radicale - da sempre circolanti, in tirature confidenziali, negli ambienti giovanili dei vari partiti della Fiamma - con l’esclusivo scopo di sostenere che, dietro la facciata delle politiche ufficiali del governo Meloni, il suo ferreo atlantismo, il sostegno a Israele, l’appoggio a Zelensky, le scelte liberali in economia, c’è un oscuro lato nascosto fatto di antiamericanismo, antisemitismo, razzismo, anticapitalismo, rivolta contro la modernità, celebrazione di ogni forma di diseguaglianza, suprematismo. Ovvero, per citare l’epigrafe del libro di Tomaso Montanari La continuità del male, ultimo (per adesso) prodotto di questa pamphlettistica livorosa e militante, svelare che «c’è un lungo e sotterraneo filo nero che lega le idee della destra che governa l’Italia al fascismo».
Ripetitiva, sommaria, zeppa di errori, intrisa di complottismo, questa letteratura ossessiva - che purtroppo, oltre a giornalisti e polemisti da talk show, ha coinvolto anche studiosi che su altri temi o in altre occasioni hanno dimostrato il loro valore - esemplifica alla perfezione quel razzismo etico di cui scriveva Ricolfi. Ogni manifestazione di una cultura accostabile al Nemico viene bollata come inaccettabile, assoggettata alla cultura del sospetto, manipolata sulla base del pregiudizio, adattata ai bisogni della propria fazione e denigrata. Perché, quando si è fanaticamente convinti di agire in nome del Bene, ogni mezzo per colpire il Male è lecito.
Capita così a chi scrive queste righe - che pure da più di quarant’anni rifiuta di essere classificato a destra e rivendica una libertà di giudizio che lo rende sgradito tanto all’attuale governo quanto ai suoi oppositori (e ai rispettivi fiancheggiatori radiotelevisivi e giornalistici) - di subire da parte di Montanari, «intellettuale pubblico fra i più influenti», come umilmente si lascia definire nella bandella della sua più recente fatica editoriale, l’accusa di non essere uno studioso «neutrale» per il solo fatto di aver dimostrato, testi alla mano, nel mio libro Le tre età della Fiamma (Solferino) che inserire Fratelli d’Italia nella categoria della «destra radicale populista» è infondato, e che l’etichetta che più gli si addice è quella di un partito nazional-conservatore e afascista.
A questa convinzione sono giunti altri politologi come Salvatore Vassallo, già deputato del Pd e direttore dell’Istituto Cattaneo, e Rinaldo Vignati, nel loro libro Fratelli di Giorgia (il Mulino), o Alice Santaniello, autrice della prima ricerca empirica sul FdI. Ma ciò non sembra indignare Montanari, stanti le opinioni di sinistra degli autori citati. Nel mio caso c’è invece da segnalare e denunciare «una vita [che] si è svolta così dentro la galassia neofascista, che a un certo punto fu eletto alla guida del Fronte della Gioventù, salvo essere sostituito con Gianfranco Fini per decisione di Giorgio Almirante» [i fatti non andarono così, ma poco importa…] «e quindi espulso dal Movimento Sociale per un numero satirico della Voce della fogna che dirigeva».
Con un simile pedigree, che risale agli anni 1977 e 1981, per i piccoli Torquemada alla Montanari ce n’è abbastanza per essere destinati al ghetto dei deplorevoli e degli infrequentabili. Non servono più di trent’anni di insegnamento e più di un centinaio di corsi di Scienza politica e materie affini tenuti all’università di Firenze, le attestazioni di stima di studenti, collaboratori e colleghi molto spesso di opinioni politiche lontane, la produzione scientifica, gli inviti ai convegni internazionali, l’elezione a professore emerito, per essere al riparo dalla denigrazione di chi, accecato dalla faziosità, ovunque e comunque vede nero.
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«Margo» (Apple Tv)
Dal romanzo di Rufi Thorpe, la serie segue una diciannovenne sola con un figlio, tra difficoltà economiche e giudizi sociali. Quando perde il lavoro, sceglie una strada controversa pur di sopravvivere, aprendo una riflessione su maternità e stigma.
Margo è vagamente diversa da come Rufi Thorpe l'aveva dipinta. Ha un pizzico di strafottenza, lo sguardo severo di Elle Fanning. Fra le braccia, però, lo stesso neonato che la scrittrice americana aveva immaginato per lei. Margo, diciannove anni, ha portato a termine la propria gravidanza nonostante gli strali del mondo circostante. Le dicevano di abortire, di restarsene al college, in California, e darsi l'occasione di vivere una vita di intenzionalità e scelte consapevoli. Urlavano che un figlio le avrebbe distrutto la vita, e lei, così giovane e inesperta, avrebbe finito per distruggerla a lui, esserino senza colpa. Margo, invece, quel bambino ha deciso di tenerlo. Da sola, ché il padre, adultero, s'è tenuto stretto la moglie che tradiva, e i figli avuti con lei. Un'esistenza di plastica, finta e miserevole. Margo è tornata a casa, dalla madre e dalle amiche ormai estranee. Lo ha fatto da sola, e di questa sua solitudine la Thorpe ha fatto un libro.Nessuna storia vera, solo verosimile.
Margo ha problemi di soldi, da cui Apple Tv ha tratto una serie omonima, pronta a debuttare online mercoledì 15 aprile, ha preso spunto dalla contemporaneità per dar forma ad un racconto sottile e ironico. Un racconto che può dirsi iniziato con la crisi di questa diciannovenne di belle speranze. Margo, contro tutti fuorché se stessa, ha scelto una vita difficile. Ostinata, credeva di poterla sostenere. Ma il castello che s'era figurata crolla miseramente il giorno in cui la licenziano. Troppe assenze per badare al figlio, nessuna capacità economica che le consenta una tata. Margo è sul baratro della disperazione. Ed è guardando giù, nell'abisso nero, che pensa l'impensabile: aprire un account OnlyFans per garantire a sé e al figlio un posto nel mondo.Lo show, in cui Michelle Pfeiffer è madre di Margo, ex cameriera di Hooter's perennemente in bolletta, si muove così a raccontare le difficoltà intrinseche alla maternità, alla solitudine che spesso ne consegue e, pure, al pregiudizio legato ai lavori online. Specie, a quelli che abbiano a che fare con il sesso.
Margo è il cuore di ogni complessità, motore di ogni riflessione che la serie induca. Non somiglia per forza alle ragazze di oggi, così particolare nelle sue scelte. Eppure, è capace di indurre al pensiero critico chiunque la guardi muoversi nel mondo dei grandi: lei, piccola e bionda, testarda e fiera, di quella fierezza che ogni madre scopre in sé nel momento in cui capisce di essere l'unica responsabile dell'esistenza minuscola che le sta fra le braccia.
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Ansa
Suo padre, magari anche per insegnare a suo figlio come ci si comporta, è intervenuto con suo cognato per farli smettere. Il branco di ragazzini allora si è scagliato contro, in particolare alcuni di loro, tra cui due romeni maggiorenni e un italiano minorenne, poi fermati dalla polizia. Ha visto suo padre morire davanti ai suoi occhi, inutilmente soccorso dal 118. Ma esco dalla cronaca, non vi racconto quello che è già stato descritto nei dettagli; vorrei entrare invece nella testa di quel bambino e in quella degli assassini di suo padre, per capire come hanno vissuto quella domenica sera di aprile a Massa.
Io non sono riuscito a capire cos’hanno in testa quei ragazzi che hanno massacrato l’uomo, e cosa frullava nella loro testa in quel momento, quando hanno cominciato a colpirlo e a finirlo. Se avevano bevuto, fumato, oppure no. Certo, non è stato tutto l’intero branco ad aggredirlo, c’è chi si è limitato a vedere la scena o magari a godersi il brutto spettacolo di un uomo adulto che soccombe sotto i colpi furiosi dei ragazzi fino a morire. Ma l’effetto branco è sicuramente la prima molla che li muove e li contagia. E ogni branco ha sempre un capo-branco, o forse due, cioè qualcuno che dà l’esempio e indica la linea da violare, individua il nemico o l’ostacolo da abbattere e sveglia la molla bestiale che è in loro, dà inizio al massacro, come se fosse una festa crudele, invita all’imitazione e al rito tribale.
Ma si può uccidere per così poco un essere umano di cui non sai nulla, che non ti ha mai fatto nulla, che ti ha solo detto di non fare danni, non far del male e non farvi male? Cos’è per loro un uomo, non è un loro simile, uno che vive, fatica, ama, soffre, ha il suo mondo e i suoi affetti proprio come te? No, lui è solo un’ombra molesta, un ostacolo da abbattere, come nei videogiochi; e a differenza della vetrina che subisce inerte il loro scempio, è uno che osa mettere in discussione la tua libertà e frenare i tuoi desideri. Ma non ti ricorda, quell’uomo che hai pestato a sangue, tuo padre, tua madre, un amico o una persona a cui sei affezionato, non ti dice nulla l’umanità che avete in comune, non provi nulla davanti a qualcuno che soffre, per giunta a causa tua, non vedi la sproporzione gigantesca tra un piccolo bisticcio e la soppressione definitiva di una persona? E non ti sembra da vigliacchi pestarlo in branco? Non hai nessun codice elementare di vita, nessuna residua, istintiva pietà, nessun freno o nessun senso del limite che a un certo punto, quando lo vedi a terra, inerme e ferito, ti spinge a fermarti? Nessuno ti ha insegnato nulla o nessuno è riuscito a insegnarti nulla? Da chi attingi i tuoi modelli di vita, dalla tv, dai social, dalla scuola, dalla famiglia, dal rione? Ma come vivi, cosa dà significato e valore alla tua vita e a quella degli altri, vale solo quel che ti passa in quel momento per la testa e per le mani? Pensi pure tu, come quel tredicenne di Bergamo che scriveva prima di aggredire l’insegnante e progettare l’uccisione dei suoi genitori, che «conto solo io, gli altri sono nulla»? Non ti fa nessun effetto che con lui c’era anche sua moglie e soprattutto c’era un bambino, suo figlio; non ti sei neanche per un momento messo nei suoi panni, per capire come avrà sofferto davanti a quella scena, quanto dolore e forse quanto odio impotente, che è il peggiore delle forme di odio accumulate nel tempo, gli hai trasmesso per tutta la sua vita, massacrandogli il padre davanti ai suoi occhi?
Mentre scrivo queste parole so che sto parlando al vento o so che potrà ascoltarmi e magari capirmi solo chi non avrebbe mai compiuto un massacro del genere, non certo quei ragazzi; so che le parole rimbalzano nel vuoto quando hanno davanti il nulla più sordo e più cieco; se potessero, costoro ucciderebbero anche me. So che ogni frase rivolta a loro cade in una terra straniera, come se mi rivolgessi a barbari o alieni che non ne capiscono il più basilare significato; so che parliamo due lingue diverse, abitiamo in due mondi diversi anche se in apparenza è lo stesso.
Ma qui la domanda che più preme è l’altra, da cui sono partito. Cosa avrà capito della vita il bambino che ha visto suo padre colpito e ucciso dal branco di ragazzi un po’ più grandi di lui? Che idea si sarà fatto del mondo, dei rapporti tra gli uomini, della legge che vige sulla terra? Che fiducia potrà avere nella vita e nel futuro avendo patito un colpo così letale che gli ha lasciato un macigno così enorme sulle sue spalle? Da grande sarà come suo padre, e cercherà di opporsi al male e di educare a sua volta suo figlio, o sarà come i suoi assassini, per vendicarsi della vita subita e perché ha capito che quello è l’unico modo per stare al mondo, uccidi prima che ti uccidano gli altri, se non sbrani vieni sbranato? Io mi auguro che quel dolore lo renda migliore, lo vaccini dal male, lo conduca a una vita decisamente diversa da quella di chi ha imboccato quel vicolo cieco sull’abisso. Ma non sempre il dolore ci rende migliori, non sempre l’ingiustizia subita, il male patito, vengono ripagati con un più acuto senso della giustizia e un più forte desiderio del bene. Le tragedie educano i migliori, incattiviscono i peggiori, migliorano i più costruttivi, peggiorano i più disfattisti. Conta l’indole, e l’habitat, il mondo circostante, le esperienze successive di vita.
Intanto hanno rubato a quel bambino suo padre, per sempre, e lo hanno prematuramente gettato nella vita, facendolo passare dalla porta peggiore, lasciandogli addosso l’odore nero e acre della disperazione e della vita selvaggia. Spero che gli resti almeno l’esempio di suo padre come un segno benefico lasciato nella sua mente e nella sua anima: a lui è costato la vita insegnare agli altri, a cominciare da suo figlio, il rispetto per le regole, per le cose e per la vita degli altri. Ha fatto il suo dovere di uomo, di padre, di cittadino, esponendosi a un rischio che si è rivelato mortale. Che di quella domenica sera a passeggio, gli resti da adulto almeno la fierezza di essere il figlio di quel Giacomo e la tenerezza indimenticabile di averlo visto morire, in modo così stupido e brutale. Ricordarsi e pensare, con fierezza e tenerezza: di questo vive la nostra umanità.
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