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2024-01-02
I grandi fallimenti bancari tutti finiti con prescrizioni o micro condanne
È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti.
In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio.
La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto.
Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato.
Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011.
A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati.
Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. Se fossero stati contestati in tutti i crac bancari, senza timidi e pelosi distinguo sulla natura giuridica di «scioglimenti» e «risoluzioni», forse il bilancio della giustizia oggi sarebbe meno desolante.
Patteggiamento anche su Carige
A Genova e a Bari le anomalie erano lì, sotto gli occhi di tutti. Il merito di credito aveva ceduto il passo al credito agli amici degli amici e al familismo, sotto lo sguardo benigno di politica e autorità religiose e nel sovrano disinteresse delle Banca d’Italia. Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.
Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc.
Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty.
Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione.
Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere.
Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti.
Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno.
Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire»
Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
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I vertici dei gruppi saltati negli scorsi anni, da Antonveneta alle Popolari venete e del Centro Italia, se la sono cavata con pene lievi. Per Gianni Zonin anni dimezzati in appello (3 anni e 11 mesi) e ricorso alla Corte costituzionale. La Procura ha accettato l’accordo con l’ex presidente ligure di Carige Giovanni Berneschi nel processo per truffa per evitare la scadenza dei termini. Pop Bari, procedimenti al primo grado.I prestiti all’epoca concessi in cambio dell’acquisto di azioni delle Venete sono validi. Oggi ai due gruppi è subentrata Intesa. Lo speciale contiene tre articoli. È più facile far fallire una banca intera che rapinarne una filiale. Almeno in Italia, che dal punto vi vista finanziario vuole tanto somigliare a Wall Street e agli Stati Uniti, ma poi non ha il coraggio di mutuarne le pene esemplari per i banchieri che mettono sul lastrico migliaia di famiglie. A otto anni dai crack della Banca popolare di Vicenza, di Veneto banca, della Popolare dell’Etruria, di Banca Marche, della Cassa di Ferrara e di CariChieti, oggi si può dire che chi stava al comando degli istituti che hanno poi dovuto farsi salvare dalle banche più grandi, o dallo Stato con i denari dei contribuenti, se l’è cavata più che egregiamente. Qualche condanna da pochi anni, patteggiamenti, processi infiniti e molti reati prescritti. In quei sei istituti sono andati in fumo quasi 20 miliardi di euro, dei quali ben 16 nelle due popolari venete, e i salvataggi sono costati oltre 9 miliardi, senza contare le garanzie miliardarie sui crediti marci offerte dallo Stato. Il paragone è certo grossolano e demagogico, ma la settimana scorsa, a Busto Arsizio, per una rapina a mano armata alla Popolare di Sondrio da 24.000 euro di bottino, tre rapinatori hanno preso condanne da otto anni di carcere, mentre il basista ne ha presi cinque. Ad aprile, a Cernusco sul Naviglio, una classica banda del buco che ha svaligiato la filiale del Crédit agricole è stata punita con condanne fra i tre anni e mezzo e i sette di carcere. Finora, ai colletti bianchi che hanno distrutto le sei banche di cui sopra è andata decisamente meglio. La Popolare di Vicenza è stata per oltre un ventennio il feudo di Gianni Zonin, 85 anni, vignaiolo acclamato dalla finanza bianca e dalla stampa economica e riverito in Banca Italia come un grande banchiere. Fino alla caduta del 2015, per mano di un’ispezione devastante della Bce. Per avere la prima sentenza penale si è dovuto attendere sei anni, ovvero il marzo del 2021, quando il tribunale di Vicenza ha condannato Zonin a sei anni e mezzo (la Procura ne aveva chiesti 10) per aggiotaggio, falso in prospetto e ostacolo alle autorità di vigilanza. Tra gli altri imputati, l’ex vicedirettore generale Emanuele Giustini ha incassato una condanna da sei anni e tre mesi e gli altri due vice, Paolo Marin e Andrea Piazzetta, si sono visti infliggere sei anni. Ma niente paura, in secondo grado, a Venezia, il 10 ottobre dell’anno scorso i giudici hanno dimezzato le pene a tutti quanti e il cavalier Zonin se l’è cavata con tre anni e 11 mesi. È stato comunque presentato ricorso in Cassazione e lo scorso 15 dicembre la quinta sezione ha sospeso il processo rinviando gli atti alla Corte costituzionale in relazione alla legittimità dell’articolo 2641 del codice civile, che prevede la confisca obbligatoria per equivalente dei beni utilizzati per commettere il reato. Il sospetto dei giudici è che la sanzione sia sproporzionata. Nel dubbio, comunque, a Zonin nessuno ha mai osato ritirare il passaporto. Per il dissesto di Veneto banca, andato in scena nel 2017, la data simbolo è il 25 ottobre del 2021, quando i pm di Treviso annunciano che il reato di aggiotaggio contestato all’ex presidente Vincenzo Consoli andrà in prescrizione. «È un fallimento dello Stato», ammette il magistrato Massimo De Bortoli, per il quale non sono state date le risorse necessarie a quella piccola Procura che avrebbe dovuto rendere giustizia a 87.000 soci della ex Popolare di Montebelluna. Lo scorso 26 ottobre, la Procura ha chiuso le indagini sul terzo filone per bancarotta fraudolenta, nel quale sono indagate 12 persone, tra cui Consoli, classe 1949. L’ex amministratore delegato ha finora subito solo una condanna a tre anni per ostacolo alla vigilanza di Bankitalia e Consob, mentre il processo in cui è imputato per truffa scivola verso la prescrizione. A giugno del 2017, con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e il Pd al governo, le due ex banche rampanti del Nord Est sono finite nelle mani di Intesa Sanpaolo per un simbolico euro, con una dote di 4,8 miliardi a spese dello Stato. Una fine non meno ingloriosa è toccata alle quattro casse del Centro Italia che nel 2015, con Matteo Renzi e sempre il Pd al governo, vengono sciolte grazie a 4,7 miliardi a carico del Fondo nazionale di risoluzione. A Ferrara, la ex Cassa di risparmio aveva bruciato 450 milioni e a luglio del 2017 è stata rifilata a Bper banca. La magistratura ha indagato quasi dieci anni sul suo dissesto, ma lo scorso 13 ottobre ha alzato bandiera bianca e l’inchiesta è stata archiviata. C’era una quarantina di indagati per la malagestio tra il 2007 e il 2013, ma il giudice di Ferrara ha condiviso il pessimismo della Procura sulla possibilità di raggiungere le prove in dibattimento. Agli atti restano solo due condanne a due dirigenti per l’aumento di capitale truccato del 2011. A Chieti, sistemata in Ubi banca (poi confluita in Intesa), c’era mezzo miliardo di buco tra perdite e svalutazioni sui crediti. C’era un procedimento della locale Procura per le obbligazioni emesse da CariChieti, ma se ne sono perse le tracce, così com’è svanita nel nulla un’indagine sui due commissari di Bankitalia che certo potevano avere molte colpe, ma non quella di aver creato il buco. O presunto tale, perché va detto che alla vigilia del provvedimento di risoluzione la banca abruzzese aveva un patrimonio positivo per 68 milioni, diventato negativo per 52 milioni dopo le svalutazioni imposte da Bankitalia. Molto fumo (giudiziario) e poco arrosto anche in Popolare Etruria, che all’epoca ebbe grande risalto per la presenza di Pierluigi Boschi, padre dell’allora ministro Maria Elena, alla vicepresidenza dell’istituto. La banca aveva 62.000 soci, un passivo di 526 milioni e 2,8 miliardi di crediti deteriorati. Aveva prestato soldi a una serie di immobiliaristi e palazzinari respinti da altre banche in tutta Italia, con tanti saluti alla retorica della «banca del territorio». Messa in liquidazione a novembre del 2015, due anni più tardi è stata ceduta a Ubi. I processi hanno dato poche soddisfazioni ai risparmiatori. Il 15 giugno 2022 il tribunale di Arezzo ha assolto in primo grado perché il fatto non sussiste 14 imputati, tra cui Boschi senior, nel filone sulle consulenze d’oro della banca. A ottobre del 2021, il processo per bancarotta fraudolenta si era concluso con 23 ex manager e consiglieri assolti su 24 imputati. Infine c’è lo scandalo di Banca Marche e del suo ex padre padrone, l’umbro Massimo Bianconi, 79 anni. L’istituto aveva perso 750 milioni di euro nel biennio 2012-2013 e aveva chiesto ai soci un aumento di capitale da 400 milioni. Tutto andato in fumo con la risoluzione amministrativa del 2015 e anche Banca Marche alla fine è stata ceduta a Ubi nel 2017. Dopo sette anni, lo scorso mese di gennaio il tribunale di Ancona ha condannato in primo grado a dieci anni e mezzo Bianconi e gli ex manager Stefano Vallesi (nove anni), Massimo Battistelli (quattro anni e dieci mesi), Giuseppe Paci (cinque anni e otto mesi), Giuseppe Barchiesi (sette anni e mezzo) e Daniele Cuicchi (quattro anni e mezzo). Secondo la Procura di Ancona, i reati fallimentari, che sono i più gravi, si prescriveranno solo nel 2031. 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Che dai tempi di Mario Draghi combatteva quel modo casareccio di fare banca, ma aveva preferito sedersi sulla sponda del fiume e aspettare che passassero i cadaveri. Alla fine, però, sono passati anche quelli dei risparmiatori. E a distanza di quasi un decennio dall’esplodere dei due bubboni, la giustizia è ancora in mezzo al guado.Carige e la vecchia gestione della Popolare Bari hanno bruciato rispettivamente 2,1 e 1,5 miliardi di euro. Per salvare l’istituto ligure e regalarlo a Bper nel 2022 sono serviti poco più di 800 milioni, a carico del Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd). Per la banca pugliese lo Stato ha dato invece 900 milioni a Invitalia nel 2019, in modo da consentire il salvataggio da parte della controllata Mcc. Dopo 20 anni di gestione autocratica del ragionier Giovanni Berneschi, uno che oggi non avrebbe i requisiti Bce per sedere nel cda di una banca, a gennaio del 2019 Francoforte commissaria Carige. L’istituto aveva bruciato tre aumenti di capitale in quattro anni, per un totale di 2,1 miliardi. Alla fine gli azionisti hanno perso il 98% dei soldi investiti e in molti hanno fatto causa, spesso vincendo, anche contro lo stesso commissariamento Bce. Perché in Italia con le banche è così: alla fine non sai mai se i maggiori danni ai risparmiatori li fa chi ha abbattuto l’avversario in area di rigore o chi ha fischiato il penalty. Dovrebbe dirlo, magari, la giustizia. Ma la giustizia con i colletti bianchi spesso balbetta. A maggio del 2021, Berneschi ha patteggiato a Milano una pena a due anni e 10 mesi per la truffa da 22 milioni ai danni di Carige vita. Il processo era dovuto ripartire da zero per volontà della Cassazione, dopo un clamoroso errore sulla competenza di Genova. In secondo grado, l’ex padre padrone della Carige aveva preso otto anni e sei mesi. Alla fine neppure la Procura di Milano si è opposta ai mini patteggiamenti perché gran parte dei reati sarebbe andata in prescrizione. Esattamente un anno fa, il 22 dicembre 2022, lo stesso Berneschi ha subito una condanna a tre anni e quattro mesi per concorso nella bancarotta fraudolenta delle aziende dell’imprenditore savonese Andrea Nucera. Carige aveva prestato al suo gruppo 1,3 milioni che poi non sarebbero stati utilizzati per risanare le aziende, ma per coprire debiti fiscali personali. A maggio 2021, l’ex presidente aveva patteggiato anche due anni e 10 mesi nel processo sulle maxitruffe immobiliari a Carige, condite da riciclaggio internazionale. Oggi Berneschi ha 86 anni e per l’età non finirà in carcere. Sul crack ligure sono perfette le parole scolpite nel maggio 2019 da Giuseppe Guzzetti, storico ex presidente di Cariplo e Acri: «È l’esempio clamoroso di come una fondazione non deve gestire un patrimonio, perché il 96-98% del patrimonio della fondazione Carige era nella banca di riferimento». E chi comandava in Fondazione? Quattro soggetti: Claudio Scajola, Claudio Burlando e le coop rosse, con il cardinal Angelo Bagnasco a fare da mediatore in quella che era la stanza di compensazione dei poteri liguri tra politici, costruttori, immobiliaristi, reucci dello shipping e smaltitori di rifiuti. Popolare Bari, una finta cooperativa da 69.000 soci, ha lasciato una voragine da 1,5 miliardi di euro e nel 2019 il suo salvataggio è costato ai contribuenti 900 milioni. Uno scandalo annunciato da anni, visto che sul mercato secondario il titolo era totalmente illiquido e che la governance era affidata alla famiglia Jacobini. Marco Jacobini (77 anni) e il figlio Gianluca hanno prestato soldi a costruttori decotti, come il gruppo di Vito Fusillo, e fatto affari con personaggi come Raffaele Mincione (che garantiva entrature in Vaticano) e il banchiere dalemiano Vincenzo De Bustis. In più, hanno salvato Tercas per ingraziarsi Bankitalia, che poi li ha comunque mollati. Solo lo scorso 10 novembre, la Procura di Bari ha ottenuto il processo per gli Jacobini e altri ex manager della banca nell’ambito del fallimento Fusillo. Mentre è in corso da un anno il processo per le «baciate» baresi (mutui in cambio di acquisto di azioni della banca), che vede imputato Jacobini junior. Gli ultimi reati sono del 2016 e siamo al primo grado. Poi a Bari c’è un terzo processo in corso, con le accuse di falso in bilancio e ostacolo alla vigilanza per gli anni 2016, 2017 e 2018, che vede i due Jacobini alla sbarra, insieme a De Bustis. Se la Cassazione non sposta anche questo processo a Roma, dove ha sede Banca d’Italia, forse i magistrati ce la faranno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grandi-fallimenti-bancari-prescrizioni-microcondanne-2666850685.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-gli-sbancati-tre-sentenze-beffa-le-baciate-sono-da-restituire" data-post-id="2666850685" data-published-at="1704213207" data-use-pagination="False"> Per gli sbancati tre sentenze beffa. «Le baciate sono da restituire» Antonio Riva è il personaggio tragico protagonista di Cento domeniche, film diretto e interpretato da Antonio Albanese e ispirato alla vicenda delle ricadute sui risparmiatori del crac delle Popolari venete. Riva, ex operaio, conduce la vita che sogna ogni pensionato che non rimpiange il lavoro. Quando l’amatissima figlia Emilia gli annuncia che ha deciso di sposarsi, vuole regalarle il più bel matrimonio possibile. Ma in banca troverà una sorpresa che lo apre prima alla depressione e poi alla tragedia. Tragedia che per alcuni non è ancora finita, che ha segnato interri territori - pensiamo a Vicenza - e che ha portato al tradimento della fiducia. Delle relazioni. E per una beffa del destino molti sono stati traditi dai baci, anzi dalle baciate. Così erano infatti chiamate le operazioni con cui l’istituto prestava denaro, a tassi di interesse molto più vantaggiosi, a patto che i clienti acquistassero azioni della banca stessa. Qualcosa che assomigliava a un sottile ricatto, in quanto va da sé che se non si fossero comprati quei titoli non si sarebbe ricevuto il finanziamento. Ebbene, la beffa è stata doppia perché tre recenti sentenze del tribunale di Venezia-Sezione imprese di questo autunno (le numero 1753, 1786 e 1815), hanno stabilito che i prestiti originati da «baciate» per acquistare azioni delle due banche venete defunte restano validi e andrebbero pagati, anche se è molto improbabile che vengano chiesti, a Intesa Sanpaolo, a esse subentrata. Detto in altri termini, i crediti delle ex Popolari venete restano validi e vanno onorati dai debitori anche se i finanziamenti sono stati concessi dalle ex Popolari nelle operazioni cosiddette baciate. Per i giudici Intesa non è responsabile per i finanziamenti concessi da Popolare di Vicenza e Veneto banca alla clientela per acquistare azioni proprie. Sono state così respinte le pretese di clienti che chiedevano di dichiarare nulli e di non rimborsare dei finanziamenti «baciati» ceduti al gruppo guidato da Carlo Messina con l’operazione banche venete (un cliente è stato anche condannato a pagare il debito). Intesa è stata dichiarata dal tribunale priva di legittimazione passiva, cioè estranea a tali pretese, perché il decreto legge banche venete e il contratto di cessione di giugno 2017 escludono la sua responsabilità sia per le operazioni di vendita di azioni da parte delle due banche venete liquidate, sia per i contenziosi sorti dopo la cessione ma per fatti precedenti alle stesse imputabili. Quei finanziamenti ceduti restano quindi pienamente validi ed efficaci. Improbabile, probabilmente impossibile, che intesa chieda il conto.Riavvolgiamo, però, un attimo il nastro della storia del crac delle ex Popolari: Veneto banca, contemporaneamente alla ex Banca popolare di Vicenza, fu liquidata per decreto il 25 giugno 2017, assieme al trasferimento degli asset profittevoli a Intesa Sanpaolo, istituto che permise, assorbendo le reti, di far proseguire l’attività degli sportelli senza interruzioni. Nel default di Veneto banca (che nel 2013 era arrivata a gestire più di 500 filiali in Italia e oltre 60 all’estero) circa 80.000 risparmiatori, di cui circa 600 oggi parti civili al processo, videro azzerati i valori di azioni e obbligazioni. A una sessantina di chilometri da Montebelluna, ha fatto crac anche la Popolare di Vicenza. Il 19 marzo del 2021, dopo un processo durato due anni, con 116 udienze e 8.000 parti civili, il Tribunale di Vicenza aveva emesso il verdetto di primo grado sulle responsabilità del maxi dissesto che tra baciate e mala gestio fece crollare nel 2017 la Popolare vicentina, per tutti identificata con il suo patron, Gianni Zonin. Il 10 ottobre la Corte d’Appello di Venezia ha confermato la sua condanna, ma ha accordato al banchiere un grosso sconto di pena: 3 anni e 11 mesi la sentenza (la Procura generale aveva chiesto 5 anni e 10 mesi), contro i 6 anni e 6 mesi inflitti nel primo grado. Nel frattempo, i risparmiatori in attesa di giustizia devono digerire altre due notizie: a Treviso, la prescrizione per l’accusa di truffa ai danni di decine di migliaia di persone, clienti di Veneto banca, mentre a Roma la Cassazione ha sollevato il conflitto di incostituzionalità nel procedimento per la Popolare di Vicenza, riferito alla legittimità di un articolo del codice civile che aveva portato alla confisca dei beni degli imputati per 963 milioni di euro.«Per me andare in banca era un po’ come andare dal dottore. Ci si doveva fidare e basta. Ci insegnano a credere a queste istituzioni fin da piccoli e credere per noi è una virtù. Darsi la mano, guardarsi negli occhi, fidarsi... per noi era tutto», ha detto Luigi Ugone, presidente e rappresentante legale dell’associazione dei risparmiatori veneti Noi che credevamo. Moltissimi di loro, a novembre, erano seduti in platea a vedere il film di Albanese proiettato nei due teatri di Vicenza.
La debolezza del comparto si trascina da diversi anni ed è stata aggravata dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente, che hanno frenato i flussi turistici e colpito alcuni scali aeroportuali strategici. Il risultato è stato un forte calo delle vendite nel canale duty-free, da sempre una componente cruciale per i grandi gruppi della moda e dell’accessorio.
Ma la crisi non dipende solo dai passeggeri mancati. Il nodo è più profondo e riguarda quella che gli addetti ai lavori definiscono luxury fatigue: una stanchezza da lusso che segnala una perdita di fiducia del consumatore. Dal 2019 a oggi molti prodotti di fascia alta hanno visto aumenti di prezzo del 40-50%, mentre l’esclusività percepita - e in alcuni casi anche la qualità - pare indebolita. «Il settore si trova in una vera e propria trappola autoinflitta», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «poiché le politiche di prezzo eccessivamente aggressive degli ultimi anni hanno progressivamente allontanato la classe media, che costituiva la reale base volumetrica delle vendite. Al contempo, quello che per anni è stato considerato il Bengodi indiscutibile del settore, ovvero il mercato cinese, ha visto contrarsi la domanda a causa della debolezza dei consumi privati e delle rinnovate tensioni nel comparto immobiliare, lasciando le maison senza il consueto paracadute».
I mercati finanziari stanno fotografando con chiarezza questa fase. Lvmh, leader mondiale del settore, mostra una flessione pesante da inizio anno e una correzione ancora più marcata nell’arco degli ultimi tre anni. A pesare sono stati l’indebolimento della domanda, gli effetti valutari sfavorevoli e lo spostamento della spesa verso le esperienze, a scapito dei beni fisici. Anche Christian Dior riflette la stessa fase di stallo, nonostante i tentativi di rilancio creativo.
Il segnale più sorprendente arriva però da Hermès, per anni simbolo assoluto dell’esclusività. La maison ha registrato una forte correzione in Borsa. Secondo un’analisi di Bernstein, persino alcune borse Birkin e Kelly sul mercato secondario vengono oggi scambiate a prezzi inferiori rispetto a pochi anni fa.
«Il fatto che perfino i modelli usati di Hermès subiscano un ridimensionamento dei prezzi dimostra che nessuno è immune al ciclo di boom e sgonfiamento del lusso», continua Gaziano, «e questa consapevolezza ha ridotto il premio di valutazione storico del titolo rispetto ai concorrenti ai minimi degli ultimi dieci anni». Non tutto, però, arretra. Richemont continua a distinguersi grazie alla forza della gioielleria, trainata da marchi come Cartier, Van Cleef & Arpels e Buccellati, mentre gli orologi di alta gamma restano resilienti. Segnali positivi arrivano anche da Hugo Boss, sostenuta dall’offerta del gruppo Frasers.
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Ecco #DimmiLaVerità del 18 giugno 2026. L'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti spiega perché l'Iran è uscito rafforzato dall'accordo con gli Usa.
Michele De Pascale (Imagoeconomica)
Peccato che sotto il suo mandato dem, per otto anni (dal 2016 al 2024) la Provincia di Ravenna (tra le più colpite dalle alluvioni del 2023 e 2024) abbia accentuato problematiche geologiche, territoriali e produttive come segnalava nel maggio dello scorso anno il 1° Rapporto Cassa di Ravenna-Censis che analizzava la situazione post-emergenza. «Il suolo è saturo e la provincia presenta un’urbanizzazione abbastanza fragile», si leggeva. «Il consumo di suolo a Ravenna, cioè quel fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta all’occupazione di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale e, quindi, l’incremento della copertura artificiale di terreno legato alle dinamiche insediative, è pari al 10,3%, rispetto all’8,9% dell’Emilia-Romagna e al 7,2% a livello nazionale. Il ritmo di crescita del suolo impermeabilizzato è del +2,8% tra il 2017 e il 2023, contro l’1,8% della media italiana. Il 7,7% del suolo consumato si trova proprio in aree a pericolosità idraulica frequente». Che cosa faceva, allora, De Pascale? «Negli ultimi dieci anni», guarda proprio durante il suo mandato, «le imprese attive in provincia di Ravenna sono calate del 9,4%, più della media regionale (-5,9%) e nazionale (-1,9%)». E «la fragilità sociale si è intrecciata con quella ambientale».
Acqua, anzi alluvione passata, sembra pensare il presidente, che ha lanciato con orgoglio la nuova Agenzia regionale per la sicurezza territoriale e la Protezione civile. Si occuperà di post emergenza e ricostruzione in supporto alle gestioni commissariali e sub-commissariali, gestirà i 919 milioni di euro stanziati dal governo in 10 anni per opere di prevenzione come casse di espansione. «Lavoreremo insieme ai Comuni e alla struttura commissariale per realizzare opere strategiche attese da molti anni», annuncia il presidente della Regione, perché «la messa in sicurezza del nostro territorio sarà il cuore della nostra azione amministrativa». Alla buon’ora, dopo anni di mancata manutenzione dei corsi d’acqua delle aree più fragili e delle frane, lasciando vivere indisturbate le nutrie.
«Il problema della fauna non si risolve, va gestito, mentre su tutto il resto abbiamo le competenze per intervenire. Bisogna iniziare ad affrontare il problema con una visione almeno ventennale e non di rattoppo, e di conseguenza comportarsi», spiegava tre anni fa Paride Antolini, presidente dell’Ordine dei geologi dell’Emilia-Romagna. Uno studio del 2021, dell’Università di Modena e Reggio, l’aveva spiegato bene: l’argine di un fiume in condizioni ordinarie regge cent’anni, ma se in quel tratto vivono animali come tassi, istrici o nutrie, la vita di quell’opera essenziale per la sicurezza idraulica cala a 10 anni al massimo.
Oggi De Pascale vuole fare da solo e se il Pd è sempre stato contrario alla decentralizzazione, il presidente della Regione rossa chiede, invece, per l’Emilia-Romagna autonomia di risorse finanziarie, materiali e umane, necessarie a espletare competenze diversificate su materie di grande importanza.
Lo fa con critiche nette. «L’intervento da Roma funziona male», dice, e attribuisce scarsa competenza alle agenzie statali coinvolte nella ricostruzione. «Sono in difficoltà, perché questo mestiere non l’hanno mai fatto. Bisogna avere veramente gli stivali sul campo, oggi stiamo anche pensando di “riprendere” alcune opere». Il presidente non si è messo gli stivali nemmeno durante i sopralluoghi lungo il corso del torrente Marzeno, un affluente del Lamone che era esondato in più punti, anche per tre volte. «L’intero corso d’acqua non è arginato», ammetteva a maggio 2025 controllando i lavori.
«Sul post-alluvione stiamo ancora attendendo che la Regione Emilia-Romagna inizi a fare la propria parte. Le risorse ci sono, gli indirizzi della struttura commissariale ci sono, le scadenze sono chiare: quello che ancora manca sono le proposte operative della Regione, le rimodulazioni delle risorse già stanziate e l’apertura delle piattaforme necessarie per continuare a procedere con le opere di ricostruzione», hanno dichiarato le onorevoli di FdI Alice Buonguerrieri e Beatriz Colombo, rispettivamente segretario e capogruppo in commissione d’inchiesta sul rischio idrogeologico.
Hanno poi aggiunto: «La Regione ha chiuso la piattaforma informatica delle richieste il 30 aprile e non ha ancora avanzato la proposta di rimodulazione delle risorse alla struttura commissariale per l’emissione della relativa ordinanza» e per i nuovi interventi, «con risorse pari a 100 milioni di euro per gli eventi del 2024 e 400 milioni per quelli del 2023 e 2024 […] la Regione non ha ancora aperto la piattaforma per consentire ai soggetti attuatori di inserire le richieste per poi procedere alla definizione dell’elenco delle opere ulteriormente finanziabili».
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Eugenio Giani (Imagoeconomica)
La sanità è un colabrodo, con ospedali al collasso e liste d’attesa infinite. I trasporti un terno all’otto, non si sa né quando si parte né se si torna. Firenze, grazie anche alla «bravura» della sua sodale sindaca, Sara Funaro, è una cloaca a cielo aperto, con sporcizia, degrado e insicurezza che partono dalla stazione e finiscono di là d’Arno.
Ad aggiungersi a tutto questo, Giani insieme al suo assessore ai Trasporti, Filippo Boni, ha avuto la brillante idea di aumentare il costo dei biglietti e abbonamenti del bus. Amento a dir poco ingiustificato visto il servizio inadeguato e scadente, con tempi di percorrenza lunghissimi, corse soppresse o saltate, mezzi vetusti e carenti di manutenzione, vetture continuamente ferme per guasti. Ma ecco come si giustifica il poliedrico Giani: «Questo aumento è nel contratto, non l’ho fatto io. Il costo dei biglietti deve essere relazionato all’inflazione e agli aumenti Istat».
La cosa buffa è che anche l’assessore alla mobilità del Comune di Firenze, Andrea Giorgio, della sua stessa area politica, giudica inaccettabili quegli aumenti. Perplessi anche Anci Toscana e diversi sindaci Pd, tra cui il primo cittadino di Prato, Matteo Biffoni. Contrari i sindacati rossi. Cgil e Filt chiedono maggiori tutele per i pendolari mentre Fit Cisl definisce la misura socialmente ingiusta. E così, dal 1° agosto i biglietti passeranno da 1,70 euro a 2 euro. Il governatore rigira la frittata verso un maggiore contributo economico da parte dei Comuni. «La Regione Toscana», dice, «ogni anno per tenere bassi i biglietti stanzia 145 milioni di euro; i Comuni e le Province ne mettono 44: serve uno sforzo anche da parte loro». E dà poi la colpa al caro carburanti: «Una persona di buon senso si rende conto che un ritocco fosse naturale quando, solo in questo anno, il carburante è aumentato del 40%».
Naturale per lui. I consiglieri regionali toscani di Forza Italia, Marco Stella e Jacopo Ferri, avviano gazebo in tutta la Regione per raccogliere le firme contro questo aumento. «Dietro a questo aumento ci sono solo incapacità gestionali. Dopo l’aumento dell’Irpef regionale, un’altra tassa per i toscani, che colpisce i ceti più poveri». Il presidente della Provincia di Prato, Simone Calamai, afferma che è «necessario individuare soluzioni alternative. Si tratta di una misura che rischia di gravare sulle fasce più fragili della popolazione per le quali i servizi di mobilità rappresentano uno strumento essenziale per gli spostamenti quotidiani». All’attacco anche i Cobas: «Aumenti ingiustificati e vergognosi».
Ma questo non è il solo problema per Giani e per la sua giunta che da ottobre non ne ha fatta una come si deve. «La crisi della moda, della pelle, del tessile, della meccanica e della componentistica automotive sta colpendo duramente territori che rappresentano da decenni il cuore produttivo della Toscana», dicono Cgil, Cisl e Uil Toscana che proclamano per il 9 luglio uno sciopero regionale dell’intera giornata, dei settori industriali e manifatturieri.
Come ciliegina sulla torta la tegola degli affitti brevi. Il consiglio regionale ha approvato il nuovo testo unico del turismo, introducendo una estensione delle norme che consentono ai Comuni di limitare le locazioni. In totale saranno 165 i Comuni che potranno adottare misure restrittive sugli affitti brevi (fino a ora erano 91). «La legge sul turismo significa valorizzazione, promozione e senso di accoglienza», si giustifica Giani. L’assessore al Turismo, Leonardo Marras, fa peggio: «L’obiettivo non è combattere il turismo, ma la rendita». Il portavoce dell’opposizione, Alessandro Tomasi, avverte: «Questo testo non modificherà il fenomeno».
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