- La capigruppo si spacca in due e convoca l’Aula oggi alle 18 per decidere il calendario della sfiducia. Da una parte sinistra e grillini, dall’altra Lega-Fi-Fdi. Presidente del Consiglio atteso, con calma, il 20.
- Il giornale degli avvocati e i giuristi che contano incensano l’ex «burattino». Con la regia di Sabino Cassese.
Lo speciale contiene due articoli.
I tempi della crisi si allungano e bisognerà aspettare fino al prossimo martedì per vedere il premier, Giuseppe Conte, in Aula. Solo allora il presidente del Consiglio riferirà sull’epilogo del governo gialloblù. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo tenutasi ieri al Senato, che ha inoltre convocato i senatori in emiciclo alle 18 di oggi per votare il calendario definitivo. Si tratta di una prima piccola «sconfitta» per il centrodestra, che, essendosi presentato unito, sperava di abbreviare l’iter di uscita dal divorzio della Lega con i 5 stelle, ma che si è trovato a far i conti, all’interno della capigruppo, con avversari (Pd, M5s, Misto e Autonomie) più che mai determinati a mantenere il punto.
Spieghiamo meglio. Dopo meno di due ore di riunione è arrivata la prima spaccatura: i presidenti dei vari gruppi, non avendo raggiunto l’unanimità sulla data in cui Conte fosse dovuto andare in Aula, hanno dovuto passare la palla all’Assemblea. M5s, Pd, Misto e Autonomie avevano indicato la data del 20, mentre Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia avevano chiesto che le comunicazioni del premier si svolgessero domani, 14 agosto, dopo le commemorazioni del crollo del ponte di Genova. Ma, nonostante i tentativi della presidente, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per affrettare i tempi, sarà solo l’Assemblea dei senatori a decidere nella seduta di oggi il calendario definitivo a maggioranza. Lo prevede l’articolo 55 del regolamento del Senato e da questo non si sfugge. Se stamane, dunque, nessun gruppo proporrà un diverso ordine del giorno per la seduta e un diverso giorno rispetto al 20 agosto, il calendario stabilito ieri dalla capigruppo diventerà definitivo. Se, invece, uno o più gruppi proporranno modifiche, allora le richieste saranno messe in votazione e passeranno se otterranno la maggioranza dei voti.
Ma quali saranno i possibili scenari a Palazzo Madama? I numeri, sulla carta, parlano chiaro. La Lega, al cui fianco si sono schierati anche Fdi e Fi, ha poche chance di ottenere che l’Aula si riunisca già domani, 14 agosto, per discutere e votare sulla mozione di sfiducia a Conte. Se, come è prevedibile, il premier si presenterà martedì 20, dopo le sue comunicazioni si potrebbe svolgere il voto sulle risoluzioni che ogni gruppo deciderà di presentare. O, ancora, il premier potrà decidere di non attendere alcun voto e salire al Colle per dimettersi senza che l’Aula si sia prima espressa. Se, quindi, oggi la Lega, con Fi e Fdi, dovesse riproporre in Aula la richiesta di voto sulla mozione di sfiducia a Conte il 14 agosto, la proposta verrebbe messa ai voti. Le tre forze di centrodestra possono contare su 138 voti. Di cui, 58 della Lega, anche se difficilmente il Senatur, Umberto Bossi, ancora in convalescenza, sarà presente; 62 di Forza Italia e 18 di Fdi.
Il fronte opposto, costituito da M5s, Pd, Autonomie e Misto può contare invece su almeno 170 voti se non 175, numeri che però potrebbero crescere ulteriormente. I 5 stelle infatti hanno 107 senatori, 51 il Pd, 8 le Autonomie e sarebbero circa 8 i senatori del Misto (in tutto 15) pronti a votare compatti. Anche se la Lega riuscisse a portare dalla sua parte alcuni senatori sparsi, comunque non avrebbe i numeri per ribaltare la decisione della capigruppo.
Ai numeri sulla carta, tuttavia, potrebbero dover essere sottratti alcuni senatori che non riusciranno a rientrare a Roma in tempo per la seduta di oggi. Dunque, salvo sorprese dell’ultimo minuto, oggi il Senato confermerà la convocazione del 20 agosto sulle comunicazioni del premier. Stante la situazione, e visti i numeri e il regolamento del Senato, quel giorno le comunicazioni del premier dovrebbero avere la meglio sulle mozioni di sfiducia già presentate in Parlamento (da Lega contro Conte e da Pd contro Salvini), che decadrebbero e non verrebbero più affrontate. Un nodo delicatissimo nella battaglia del Capitano contro tutti, che fatica a uscire dalle sabbie mobili.
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