Il governo ieri ha fatto un passo importante per l’attivazione della cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale che consente di richiedere all’Unione europea la possibilità di deviare temporaneamente dai requisiti di bilancio per affrontare maggiori spese sul fronte della Difesa e della sicurezza energetica.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha annunciato che l’Italia chiederà nell’arco di un triennio uno 0,6% del Pil per la sicurezza energetica e lo 0,9% del Pil per la Difesa. In cifre assolute -utilizzando come base di riferimento il Prodotto interno lordo nominale tendenziale per il 2026-28 contenuto nel Documento di finanza pubblica – si tratta di circa 14 miliardi per l’energia e di circa 21-22 miliardi per la Difesa.
Quello che c’è di nuovo – ha spiegato il ministro Giorgetti alla Camera – è che nell’ambito di questo 1,5% di scostamento uno 0,3% l’anno può essere dedicato alla sicurezza energetica, per un massimo pari allo 0,6%. Giorgetti ha spiegato che «il governo intende chiedere il massimo fino allo 0,6% per la parte energetica mentre per quanto riguarda la Difesa ci si fermerà allo 0,9%».
Giorgetti ha fornito le sue comunicazioni alla Camera così da aggiornare il Parlamento sull’iter di questo complesso procedimento che ha subito una accelerazione in questi giorni perché la Commissione europea ha invitato a presentare la richiesta di attivazione della clausola entro la metà di agosto.
Il ministro ha precisato che «per la ripartizione delle risorse nei diversi esercizi finanziari e alle disposizioni necessarie per attuare i singoli interventi, si procederà con la prossima manovra di bilancio». Solo in quel momento il Parlamento sarà chiamato a deliberare lo scostamento. «Oggi», ha spiegato Giorgetti , «il governo ha ritenuto doveroso presentarsi davanti al Parlamento per richiedere l’autorizzazione a intavolare la trattativa con la Commissione europea».
Si avvia così un iter complesso, che dovrebbe concludersi ad ottobre nella riunione dell’Ecofin già prevista. Solo allora si potrà utilizzare la procedura per lo scostamento di bilancio che comunque – sia chiaro – non rappresenta un «liberi tutti» sui conti pubblici sia perché le maggiori spese contribuiranno al deficit sia perché, per la sicurezza energetica «sono escluse misure che mirino ad attenuare provvisoriamente la crisi in atto come quelle sulle accise e sussidi diretti e indiretti a prodotti di origine fossile», ha precisato Giorgetti, o misure dirette al settore privato che non portino a un miglioramento strutturale.
«È stato chiarito», ha spiegato il ministro, «che sono ammesse esclusivamente misure addizionali decise a partire dal 28 febbraio 2026 e mirate a migliorare strutturalmente la sicurezza del sistema energetico degli stati membri favorendo la transizione verde e riducendo la dipendenza dai combustibili fossili e quindi dagli approvvigionamenti esteri».
Allo stesso modo, per quanto riguarda l’impatto sui conti pubblici, per l’Italia il ricorso alla clausola si interseca con la procedura di deficit eccessivo. «Nel caso in cui questa non venga chiusa anticipatamente nel prossimo settembre alla luce di una revisione del dato relativo al 2025, o sulla base del consuntivo del deficit 2026, un peggioramento dei conti pubblici negli anni successivi tale da determinare un deficit superiore in al 3% implicherebbe la permanenza nella procedura fino al rientro al di sotto della soglia prevista dai trattati».
In sostanza le maggiori spese, ancorché consentite, continueranno ad impattare sul saldo di finanza pubblica. Se il deficit dovesse restare sopra il limite del 3% rimarremmo più a lungo sotto la vigilanza rafforzata di Bruxelles.
Per la Difesa, l’ammontare della spesa dovrà superare quanto registrato «nell’anno di riferimento che per l’Italia dovrebbe essere il 2024 quando si è attestata all’1,3% del Pil».
Dopo le comunicazioni del ministro dell’Economia, la Camera ha approvato una risoluzione di maggioranza (181 favorevoli, 126 contrari, 12 astenuti) ma solo dopo una parziale riformulazione del testo chiesta dalla Lega in riferimento al programma Safe per la Difesa, che dovrà risultare migliore rispetto ad altre soluzioni di finanziamento.
In ordine sparso le opposizioni. Un testo unitario presentato da Avs, Pd e M5s non è stato messo ai voti. Ma i leader di 5 stelle e Avs, hanno voluto sottolineare il loro no pregiudiziale a cosiddette «politiche di riarmo». Bocciate dal voto in aula le risoluzioni presentate da Italia viva, Azione, +Europa e Futuro nazionale che avevano ricevuto il parere negativo del governo.
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