Gli Elkann sono così in pace col Fisco che gli hanno già versato 1,2 miliardi

John Elkann ha versato per fare «pace» con il Fisco. Con gli ultimi 175 milioni, sborsati all’Agenzia delle entrate per evitare il processo per presunti reati fiscali legati alla vera eredità di nonno Gianni, siamo arrivati a ben 1,2 miliardi di euro. Il presidente di Exor, che controlla i giornali della Gedi, il 14% di Stellantis, la Ferrari, la Juve e tanti altri marchi di pregio, ci tiene a far sapere che il versamento «non equivale al riconoscimento di alcuna colpa». E i suoi avvocati, che devono convincere i magistrati torinesi, offrono anche la messa in prova ai servizi sociali del loro illustre cliente per un anno. Sarebbe un buon modo per stare un po’ a Torino, dove Stellantis rischia di scomparire.
Secondo Margherita Agnelli, il padre Gianni avrebbe nascosto all’estero oltre un miliardo e mezzo e, quindi, pensare che il nipote John possa cavarsela con 175 milioni potrebbe sembrare uno schiaffo al principio dell’eguaglianza di tutti i cittadini e di tutte le imprese di fronte al Fisco. Però bisogna ricordare che i confini della coraggiosa inchiesta torinese della Guardia di finanza, condotta anche con perquisizioni che hanno avuto un insperato successo mentre la Procura era acefala, riguardavano una possibile evasione fiscale da 74,8 milioni. Tanto è vero che, nell’autunno dello scorso anno, la Procura ottenne un sequestro preventivo dello stesso importo a carico di John, Ginevra e Lapo Elkann. Quindi, il versamento «tombale» da 175 milioni di questi giorni è commisurato alle tasse contestate, più interessi e sanzioni.
Rispetto ai comuni cittadini, tenendo presente che qui le cifre in ballo sono enormi, formalmente non ci sarebbe alcuno scandalo se la Procura di Torino e il tribunale accettassero di chiudere la faccenda anche dal punto di vista penale. Ma se vogliamo restare nel recinto allargato di Casa Agnelli, è impossibile non notare che con Andrea Agnelli, a processo per gli scandali della Juve, la giustizia (e lo steso cugino John, che lo ha fatto dimettere da tutto), ha avuto mano ben più severa e la Procura voleva persino arrestarlo. E malissimo è andata anche a Roberto Ginatta, legatissimo agli Agnelli ramo Umberto, che è stato condannato per lo scandalo di Termini Imerese, lo stabilimento che aveva rilevato dalla Fiat e avrebbe dovuto essere rilanciato con i soldi di Invitalia (spariti).
In ogni caso, il punto è che nel lentissimo sistema giuridico italiano, si è importata dagli Usa anche la formula dei patteggiamenti dei colletti bianchi, firmati a patto di poter dire al mercato e agli azionisti che la tal società o il tal manager hanno versato una certa cifra «without admitting any wrong doing». Nel caso di John Elkann, che della reputazione e della legge italiane tutto sommato potrebbe infischiarsene, anche un semplice patteggiamento gli creerebbe problemi nella possibilità di sedere in cda in Olanda, Stati Uniti e in vari Paesi. Questo spiega la mossa dei suoi avvocati.
Gli avvocati dell’ex Real Casa torinese, va detto, battono ancora una volta in bravura i commercialisti. Basta l’elenco delle donazioni da «innocente» degli ultimi anni per capire che o i commercialisti sono un po’ sbadati, oppure è il Fisco italiano che si accanisce su di loro. Solo negli ultimi anni, il pallido John ha regalato alle casse pubbliche 746 milioni (come Exor) e altri 203 milioni (come ex accomandita Agnelli) per chiudere il contenzioso con l’Italia sulla domiciliazione delle società in Olanda. Poi ha dovuto versare, insieme a nonna Marella e alla detestata madre Margherita (origine di tutti i suoi guai con varie denunce) un altro centinaio di milioni per l’eredità del nonno. Poi c’è un altro piccolo obolo da 10 milioni per una contestazione amministrativa e infine questi 175 milioni.
Il totale fa 1,2 miliardi, tutti bonifici da donatore senza macchia, che non sfigurerebbero in qualche legge Finanziaria. È come se John Elkann e famiglia avessero pagato una ricca tranche del taglio del cuneo fiscale, oppure, la sanità dell’intero Molise. Un miliardo e duecento milioni è esattamente la cifra che il sindaco Beppe Sala vorrebbe spendere per ristrutturare lo stadio San Siro. E con gli stessi soldi si potrebbero coprire per i prossimi vent’anni le perdite croniche del più grande polo ospedaliero d’Italia, la Città della Salute di Torino. E per restare nella città dove tutto cominciò, per gli Agnelli, con questi 1,2 miliardi si potrebbero finanziare altri quattro anni di cassa integrazione dei dipendenti Stellantis di Mirafiori. Ma si potrebbero anche ristrutturare tutte le scuole del Nord Italia, a costo di intitolarle a Virginia e Giovanni Agnelli, come si faceva una volta.
A proposito, come «lavoro socialmente utile», si potrebbe spedire il presidente di Stellantis nelle scuole a spiegare come è bello pagare le tasse. Ci sarebbe anche la promozione dello sport per tutti, all’insegna dell’inclusione, naturalmente, ma è giusto lasciare una simile opportunità di crescita anche al cugino Andrea.






