True
2020-02-18
Gli amici «pakistani» di Matteo legati alla società di intelligenza artificiale
Matteo Renzi (Ansa)
Matteo Renzi si appresta a tornare dal Pakistan dove non si può escludere abbia aperto anche una sezione locale di Italia viva, almeno tra una sciata e l'altra. Perché il motivo del viaggio è di matrice turistica. Almeno così ha dichiarato sui social il diretto interessato. «Avevo preso l'impegno di incontrare il presidente della Repubblica, il primo ministro Imran Khan, il capo dell'esercito a Islamabad assieme all'ex premier spagnolo José Maria Aznar», ha scritto Renzi nella sua enews. «Un politico degno di questo nome ha anche relazioni internazionali. Se ad altri non capita non so che farci», ha aggiunto rispondendo a chi gli chiedeva perché nel mezzo di una simile crisi di governo fosse volato d'altra parte del mondo. E poi? «Con alcuni amici (compreso il top manager di Tim Federico Rigoni, ndr), siamo andati due giorni a sciare a 4.000 metri, in luoghi bellissimi. Posso fare due giorni sugli sci o devo chiedere il permesso al Tribunale dell'antirenzismo?». Nessun processo dell'inquisizione. Però alcune domande a un senatore della Repubblica italiana si possono porre.
A dare la notizia è stato il primo ministro Khan che sabato sera ha postato una foto di gruppo dicendo espressamente che si tratta di turismo sugli sci e promozione del cime pakistane attorno all'Himalaya. Renzi appare vicino a manager italiano Rigoni (precedentemente in Ericsson) assieme ad Aznar, alla principessa Beatrice di York e a un folto gruppo di finanzieri. Syed Zulfi Bukhari, consigliere finanziario del premier pakistano, Muhammad Ziullah Chishti fondare della società Afiniti e da tempo residente anche negli Usa. A seguire si può vedere Ali Jehangir Siddiqui (ex ambasciatore pakistano negli Usa) già nel cda di Afiniti con David Cameron. Aznar conosce bene Chishti tanto da essere nel board di Afiniti, una grande società che si occupa di intelligenza artificiale e di big data. Basta andare sul sito di questo colosso per capire che è il legame che unisce quasi tutti i partecipanti alla foto di gruppo. Afiniti da almeno cinque anni ha iniziato un programma di rilancio delle vette pakistane (compreso il Karakorum), un modo per creare strutture e avviare un progetto di turismo sostenibile sugli sci attorno a vette tutte oltre i 4.000 metri. Non solo. Afiniti ha anche creato uno ski group, cioè un progetto attrattivo che porta comitive di investitori a sciare in loco direttamente con gli elicotteri. Il messaggio che Chishti condivide con i viaggiatori in elicottero è che ormai il Pakistan debba essere considerato un luogo sicuro in cui fare affari. Tutti i partecipanti diventano così sponsor del governo di Islamabad.
Nella foto diffusa sui social, al di là di Khan (che è il padrone di casa), l'unico politico in servizio attivo risulta essere Renzi. Gli altri o sono ex (come Aznar) oppure sono investitori che fanno relazioni e lobby legittime. Andando a spulciare il lungo elenco dell'advisory board di Afiniti, si vede che in questo momento compaiono tre italiani. Il primo è Federico Ghizzoni, ex numero uno di Unicredit, passato alla recente storia politica per aver testimoniato in commissione banche sul tema di Etruria e Maria Elena Boschi. Il secondo è Fabio Corsico, uomo di Caltagirone, e infine Stefano Marsaglia, cofondatore del fondo Peninsula che tra i grandi sottoscrittori vede la Qatar investment authority e le famiglie reali del Golfo. Afiniti è una potenza nei settori del digitale e dell'uso dell'intelligenza artificiale soprattutto per i call center. Non a caso ha aperto una filiale anche in Italia, guidata da Cecilia Braggiotti, figlia di Gerardo Braggiotti, che ha tra i clienti appunto la nostra Tim. Un grande network mosso dalle capacità di Chishti che storicamente ha buoni rapporti con i governi degli Stati Uniti e con i vari premier pakistani che si susseguono. Il motivo, nel secondo caso, è semplice. Il manager porta in Pakistan squadre di investitori e fa promozione al Paese di origine. La domanda è che cosa ci faccia Renzi in quel consesso. L'ex sindaco di Firenze spiega di aver fissato un appuntamento con Khan e altre istituzioni locali, che - s'intende - dovrebbero riceverlo in qualità di senatore semplice di Scandicci, oppure di segretario di Italia viva, partito che arranca ad arrivare al 5%. Peccato che Khan, postando, la foto non abbia parlato di visite istituzionali, ma solo di un gruppo di turisti riuniti prima di infilare gli sci. A questo punto viene da chiedersi, in qualità di unico politico, che amicizie possa avere Renzi dentro Afiniti. Forse, il segretario di Italia viva si sarà fatto consigliare la trasferta sul vette pakistane da Alessandro Benetton che nel 2016 ha partecipato in prima fila all'Afiniti ski group e a quanto risulta alla Verità sarebbe dovuto andare anche quest'anno. Cosa che non è avvenuta. Meglio così, se i due si fossero incontrati sullo stesso elicottero sarebbe stato complicato fare una scampagnata assieme e poi discutere di revoca delle concessioni ad Autostrade spa. Ah no, scusate. Italia viva ha fatto un emendamento per lasciare ad Aspi le concessioni intonse.
Le ambizioni di Italia viva in Toscana azzoppano il candidato della sinistra
Ormai è chiaro: il destino di Matteo Renzi passa dalla Toscana. Là dove tutto è cominciato. L'obiettivo della sopravvivenza politica di Italia viva è diventare l'ago della bilancia. Non si adombrerà se lo chiamano maliziosamente «l'ego della bilancia». Non dovesse riuscirgli il tira e molla con il governo Conte, gli resta comunque il test nella terra dove ha ancora amici. Lui spera anche molti elettori. E dove a maggio si voterà per le regionali. Qui il risiko può tornargli più semplice, nonostante il Pd cerchi di impedirgli di adottare la strategia che gli riesce meglio, quella del guastatore.
Per ora Renzi, più che al suo ex partito, i problemi li sta creando al candidato del centrosinistra Eugenio Giani che, finché il centrodestra non si sveglia, il «rompiscatole» ce l'ha in casa. Il braccio di ferro fra due che, formalmente, sono dalla stessa parte, è sulle rispettive liste civiche che affiancheranno il Pd. Entrambi puntano agli elettori dell'area moderata. Per Giani sono un elemento di forza: ai dem quei voti farebbero comodo. Ma Renzi ha altri programmi.
Siccome i sondaggi nazionali non sono proprio incoraggianti per Iv, fra il 3 e il 5 %, a Renzi non resta che scommettere sulla partita nella sua regione, dove spera di ottenere il massimo perciò non vorrebbe la lista Giani. Il Pd è di parere opposto. Il candidato sta nel mezzo, premuto dal partito che lo ha espresso pur fra mal di pancia della sinistra, eppure in ostaggio dell'uomo che ha lanciato il suo nome, per sostituire Enrico Rossi, addirittura prima di uscire dal Pd e a cui poi ha però rinnovato l'appoggio da leader di Italia viva.
La concorrenza è esiziale, perché rappresenta il motivo, l'ennesimo, di scontro fra il Pd e Renzi, che ormai non se le mandano a dire dietro. Anche in Toscana, dove una buona parte degli esponenti di spicco dei dem è nata da una costola del renzismo, dunque in alcuni casi si profila come una guerra fratricida. Anzi, molti devono proprio a Renzi la grazia politica ricevuta, a cominciare dal segretario regionale Simona Bonafè, renziana della prima ora, poi spedita in Europa per non fare ombra a Maria Elena Boschi.
Ma se la posizione della Bonafè può essere sfumata (anche se poi, mica tanto) da umana riconoscenza, assai più intransigente è l'atteggiamento del Pd romano. Zingaretti non ha certo voglia di concedere sconti a Renzi che, come fa i capricci nei confronti del governo, così altrettante bizze fa in Toscana.
L'ex premier fiuta il sangue della contesa (politica), che è il clima che più gli piace: è vero che da qui può lanciare la sua ripartenza, ma può anche autoseppellirsi se le cose non andassero per il verso giusto. Perciò le sta provando tutte, compresa la tentazione (o la minaccia?) di mettersi lui stesso a capo della lista. Si è aperta la rassegna delle acide allusioni nel partito: «Bene, staremo a vedere se il Rottamatore, una volta eletto in consiglio regionale, si dimetterà o rimarrà anche al Senato, contraddicendo quello che ha sempre detto».
In realtà il timore diffuso dalle parti del Pd è un altro: che un buon risultato personale dell'ex premier lo metta nelle condizioni di ascriversi l'eventuale vittoria. E qui tutti sanno che Renzi è uno scomodo e imprevedibile compagno di viaggio. Ma c'è un'altra spiegazione, che probabilmente è quella che Renzi ha messo al centro del suo progetto. Siccome per la prima volta il Pd corre il pericolo di non avere la trionfale maggioranza (i sondaggi accreditano ancora una certa contendibilità al centrodestra, nonostante a soli tre mesi dal voto non vi sia traccia di un candidato alternativo a Giani) che le consenta di decidere tutto da solo, Italia viva potrebbe detenere la golden share che le darebbe il diritto di condizionare le scelte della Regione. Compresa la composizione della giunta e le nomine per le poltrone connesse.
La sfida non si sa come andrà a finire. Il Pd non molla e sottoscriverebbe un'operazione tipo quella che ha portato alla conquista dell'Emilia Romagna: una lista Giani dove ci sia posto anche per i candidati di Iv. Ma è molto difficile che Renzi si accontenti di entrare dalla porta di servizio nel governo che invece aspira a pilotare. E ovviamente con i suoi uomini.
Continua a leggereRiduci
Con il Rottamatore c'erano il fondatore e membri del cda di Afiniti, specializzata in big data e interessata a lanciare il turismo sul Karakorum. Nel 2016 al gruppo sciistico dell'azienda si unì Alessandro Benetton.La scelta di presentare la propria lista alle regionali in Toscana può far perdere consensi a Eugenio Giani.Lo speciale contiene due articoli.Matteo Renzi si appresta a tornare dal Pakistan dove non si può escludere abbia aperto anche una sezione locale di Italia viva, almeno tra una sciata e l'altra. Perché il motivo del viaggio è di matrice turistica. Almeno così ha dichiarato sui social il diretto interessato. «Avevo preso l'impegno di incontrare il presidente della Repubblica, il primo ministro Imran Khan, il capo dell'esercito a Islamabad assieme all'ex premier spagnolo José Maria Aznar», ha scritto Renzi nella sua enews. «Un politico degno di questo nome ha anche relazioni internazionali. Se ad altri non capita non so che farci», ha aggiunto rispondendo a chi gli chiedeva perché nel mezzo di una simile crisi di governo fosse volato d'altra parte del mondo. E poi? «Con alcuni amici (compreso il top manager di Tim Federico Rigoni, ndr), siamo andati due giorni a sciare a 4.000 metri, in luoghi bellissimi. Posso fare due giorni sugli sci o devo chiedere il permesso al Tribunale dell'antirenzismo?». Nessun processo dell'inquisizione. Però alcune domande a un senatore della Repubblica italiana si possono porre. A dare la notizia è stato il primo ministro Khan che sabato sera ha postato una foto di gruppo dicendo espressamente che si tratta di turismo sugli sci e promozione del cime pakistane attorno all'Himalaya. Renzi appare vicino a manager italiano Rigoni (precedentemente in Ericsson) assieme ad Aznar, alla principessa Beatrice di York e a un folto gruppo di finanzieri. Syed Zulfi Bukhari, consigliere finanziario del premier pakistano, Muhammad Ziullah Chishti fondare della società Afiniti e da tempo residente anche negli Usa. A seguire si può vedere Ali Jehangir Siddiqui (ex ambasciatore pakistano negli Usa) già nel cda di Afiniti con David Cameron. Aznar conosce bene Chishti tanto da essere nel board di Afiniti, una grande società che si occupa di intelligenza artificiale e di big data. Basta andare sul sito di questo colosso per capire che è il legame che unisce quasi tutti i partecipanti alla foto di gruppo. Afiniti da almeno cinque anni ha iniziato un programma di rilancio delle vette pakistane (compreso il Karakorum), un modo per creare strutture e avviare un progetto di turismo sostenibile sugli sci attorno a vette tutte oltre i 4.000 metri. Non solo. Afiniti ha anche creato uno ski group, cioè un progetto attrattivo che porta comitive di investitori a sciare in loco direttamente con gli elicotteri. Il messaggio che Chishti condivide con i viaggiatori in elicottero è che ormai il Pakistan debba essere considerato un luogo sicuro in cui fare affari. Tutti i partecipanti diventano così sponsor del governo di Islamabad.Nella foto diffusa sui social, al di là di Khan (che è il padrone di casa), l'unico politico in servizio attivo risulta essere Renzi. Gli altri o sono ex (come Aznar) oppure sono investitori che fanno relazioni e lobby legittime. Andando a spulciare il lungo elenco dell'advisory board di Afiniti, si vede che in questo momento compaiono tre italiani. Il primo è Federico Ghizzoni, ex numero uno di Unicredit, passato alla recente storia politica per aver testimoniato in commissione banche sul tema di Etruria e Maria Elena Boschi. Il secondo è Fabio Corsico, uomo di Caltagirone, e infine Stefano Marsaglia, cofondatore del fondo Peninsula che tra i grandi sottoscrittori vede la Qatar investment authority e le famiglie reali del Golfo. Afiniti è una potenza nei settori del digitale e dell'uso dell'intelligenza artificiale soprattutto per i call center. Non a caso ha aperto una filiale anche in Italia, guidata da Cecilia Braggiotti, figlia di Gerardo Braggiotti, che ha tra i clienti appunto la nostra Tim. Un grande network mosso dalle capacità di Chishti che storicamente ha buoni rapporti con i governi degli Stati Uniti e con i vari premier pakistani che si susseguono. Il motivo, nel secondo caso, è semplice. Il manager porta in Pakistan squadre di investitori e fa promozione al Paese di origine. La domanda è che cosa ci faccia Renzi in quel consesso. L'ex sindaco di Firenze spiega di aver fissato un appuntamento con Khan e altre istituzioni locali, che - s'intende - dovrebbero riceverlo in qualità di senatore semplice di Scandicci, oppure di segretario di Italia viva, partito che arranca ad arrivare al 5%. Peccato che Khan, postando, la foto non abbia parlato di visite istituzionali, ma solo di un gruppo di turisti riuniti prima di infilare gli sci. A questo punto viene da chiedersi, in qualità di unico politico, che amicizie possa avere Renzi dentro Afiniti. Forse, il segretario di Italia viva si sarà fatto consigliare la trasferta sul vette pakistane da Alessandro Benetton che nel 2016 ha partecipato in prima fila all'Afiniti ski group e a quanto risulta alla Verità sarebbe dovuto andare anche quest'anno. Cosa che non è avvenuta. Meglio così, se i due si fossero incontrati sullo stesso elicottero sarebbe stato complicato fare una scampagnata assieme e poi discutere di revoca delle concessioni ad Autostrade spa. Ah no, scusate. Italia viva ha fatto un emendamento per lasciare ad Aspi le concessioni intonse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gli-amici-pakistani-di-matteo-legati-alla-societa-di-intelligenza-artificiale-2645176542.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-ambizioni-di-italia-viva-in-toscana-azzoppano-il-candidato-della-sinistra" data-post-id="2645176542" data-published-at="1767976788" data-use-pagination="False"> Le ambizioni di Italia viva in Toscana azzoppano il candidato della sinistra Ormai è chiaro: il destino di Matteo Renzi passa dalla Toscana. Là dove tutto è cominciato. L'obiettivo della sopravvivenza politica di Italia viva è diventare l'ago della bilancia. Non si adombrerà se lo chiamano maliziosamente «l'ego della bilancia». Non dovesse riuscirgli il tira e molla con il governo Conte, gli resta comunque il test nella terra dove ha ancora amici. Lui spera anche molti elettori. E dove a maggio si voterà per le regionali. Qui il risiko può tornargli più semplice, nonostante il Pd cerchi di impedirgli di adottare la strategia che gli riesce meglio, quella del guastatore. Per ora Renzi, più che al suo ex partito, i problemi li sta creando al candidato del centrosinistra Eugenio Giani che, finché il centrodestra non si sveglia, il «rompiscatole» ce l'ha in casa. Il braccio di ferro fra due che, formalmente, sono dalla stessa parte, è sulle rispettive liste civiche che affiancheranno il Pd. Entrambi puntano agli elettori dell'area moderata. Per Giani sono un elemento di forza: ai dem quei voti farebbero comodo. Ma Renzi ha altri programmi. Siccome i sondaggi nazionali non sono proprio incoraggianti per Iv, fra il 3 e il 5 %, a Renzi non resta che scommettere sulla partita nella sua regione, dove spera di ottenere il massimo perciò non vorrebbe la lista Giani. Il Pd è di parere opposto. Il candidato sta nel mezzo, premuto dal partito che lo ha espresso pur fra mal di pancia della sinistra, eppure in ostaggio dell'uomo che ha lanciato il suo nome, per sostituire Enrico Rossi, addirittura prima di uscire dal Pd e a cui poi ha però rinnovato l'appoggio da leader di Italia viva. La concorrenza è esiziale, perché rappresenta il motivo, l'ennesimo, di scontro fra il Pd e Renzi, che ormai non se le mandano a dire dietro. Anche in Toscana, dove una buona parte degli esponenti di spicco dei dem è nata da una costola del renzismo, dunque in alcuni casi si profila come una guerra fratricida. Anzi, molti devono proprio a Renzi la grazia politica ricevuta, a cominciare dal segretario regionale Simona Bonafè, renziana della prima ora, poi spedita in Europa per non fare ombra a Maria Elena Boschi. Ma se la posizione della Bonafè può essere sfumata (anche se poi, mica tanto) da umana riconoscenza, assai più intransigente è l'atteggiamento del Pd romano. Zingaretti non ha certo voglia di concedere sconti a Renzi che, come fa i capricci nei confronti del governo, così altrettante bizze fa in Toscana. L'ex premier fiuta il sangue della contesa (politica), che è il clima che più gli piace: è vero che da qui può lanciare la sua ripartenza, ma può anche autoseppellirsi se le cose non andassero per il verso giusto. Perciò le sta provando tutte, compresa la tentazione (o la minaccia?) di mettersi lui stesso a capo della lista. Si è aperta la rassegna delle acide allusioni nel partito: «Bene, staremo a vedere se il Rottamatore, una volta eletto in consiglio regionale, si dimetterà o rimarrà anche al Senato, contraddicendo quello che ha sempre detto». In realtà il timore diffuso dalle parti del Pd è un altro: che un buon risultato personale dell'ex premier lo metta nelle condizioni di ascriversi l'eventuale vittoria. E qui tutti sanno che Renzi è uno scomodo e imprevedibile compagno di viaggio. Ma c'è un'altra spiegazione, che probabilmente è quella che Renzi ha messo al centro del suo progetto. Siccome per la prima volta il Pd corre il pericolo di non avere la trionfale maggioranza (i sondaggi accreditano ancora una certa contendibilità al centrodestra, nonostante a soli tre mesi dal voto non vi sia traccia di un candidato alternativo a Giani) che le consenta di decidere tutto da solo, Italia viva potrebbe detenere la golden share che le darebbe il diritto di condizionare le scelte della Regione. Compresa la composizione della giunta e le nomine per le poltrone connesse. La sfida non si sa come andrà a finire. Il Pd non molla e sottoscriverebbe un'operazione tipo quella che ha portato alla conquista dell'Emilia Romagna: una lista Giani dove ci sia posto anche per i candidati di Iv. Ma è molto difficile che Renzi si accontenti di entrare dalla porta di servizio nel governo che invece aspira a pilotare. E ovviamente con i suoi uomini.
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
Continua a leggereRiduci
John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
Continua a leggereRiduci
Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.
«Io non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno». «L’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stata esclusa da Rubio e dallo stesso Donald Trump. Io credo che l’amministrazione Trump, con i suoi metodi molto assertivi, stia ponendo l’attenzione sull’importanza strategica della Groenlandia per i suoi interessi e per la sua sicurezza. È un’area in cui agiscono molti attori stranieri e credo che il messaggio degli Usa è che non accetteranno ingerenze eccessive di attori stranieri». Così il premier Giorgia Meloni nella conferenza di fine anno.