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2022-08-08
Giovani, altro che patrimoniale ecco quello che serve
iStock
Il marchettificio della politica si scatena in periodo elettorale e dà il meglio di sé soprattutto sulle politiche giovanili. È sulle nuove generazioni che la fantasia si scatena, con soluzioni tanto generose quanto inefficaci. I partiti sono convinti che per accaparrarsi il consenso, ai giovani va data la «paghetta» secondo il copione già collaudato del voto di scambio. Ecco quindi promettere soldi senza criterio e senza controlli. E siccome bisogna acchiappare i neo diciottenni, cosa c’è di meglio di un lauto regalo di compleanno? Il Pd si sente particolarmente munifico e ha promesso ben 10.000 euro a chi diventa maggiorenne. Bisogna avere qualifiche particolari? Essersi distinti in qualche campo? O avere in tasca un progetto degno di attenzione? Tranquilli, niente di tutto questo. Il segretario Enrico Letta ha intenzione di elargire il premio per il solo fatto che si entra nella maggiore età. E la meritocrazia? Un’altra volta. Il lavoro come fatica, sudore, impegno è scomparso dall’orizzonte di quello che era il partito dei lavoratori, diventato partito degli assistiti.
Operazioni come questa costano. I diciottenni nel 2023 saranno 554.022. Premiarli tutti vorrebbe dire un esborso di circa 5,5 miliardi. Se dovessero entrare in gioco le dichiarazione Isee, beneficiando solo i figli dei ceti bassi e medi, la cifra per finanziare la dote si dimezzerebbe. Dove trovare i soldi? Semplice, con una patrimoniale, aumentando la tassa sulle successioni dal 4 al 20% per la parte eccedente i 5 milioni di euro ereditati. La giustificazione è sempre quella di una sorta di equità fiscale per cui, secondo il Pd, chi ha tanto deve sentirsi in colpa ed è giusto che dia qualcosa a chi ha poco. Un volta passato questo concetto, sarà facile poi estendere l’imposta anche a eredità meno importanti. E Letta dimentica che chi possiede tali patrimoni ha comunque già pagato, nel corso della vita, fior di tasse. Nulla ha detto il segretario Pd se ci saranno vincoli e soprattutto se scatteranno controlli. Con 10.000 euro in tasca, più che il corso di formazione, i ragazzi nella migliore delle ipotesi si compreranno telefonini, videogame, scooter.
Il reddito di cittadinanza, che tante truffe ha generato, continua a essere un pilastro del programma elettorale del M5s per i giovani e il Pd non intende mettere in discussione questo strumento: si limita a dire che andrebbe riformato. Anche il bonus cultura da 500 euro ai diciottenni senza vincoli di Isee, varato dal governo Renzi e giunto alla sesta edizione, destinato a libri, biglietti per concerti, mostre, fiere, musei, spettacoli teatrali, cinema, concerti, ha visto proliferare le frodi. Gli aiutini non finiscono qui. Nel progetto «Vincono le idee» il partito di Letta propone un bonus di 2.000 euro da utilizzare per abbattere le spese di locazione per studenti e lavoratori under 35. Dove si trovino le risorse è un mistero.
Le politiche per il lavoro giovanile hanno un’impronta assistenziale anche nel programma di Italia Viva. Il partitino guidato da Matteo Renzi chiede di spostare la tassazione sulla previdenza integrativa dal momento del versamento a quello della maturazione della pensione. Ma quanti giovani con lavori precari, discontinui e sottopagati possono permettersi il secondo pilastro previdenziale? Siamo al punto di partenza: vanno prima create le condizioni affinché da una parte si creino nuovi posti, e dall’altra ci sia una formazione adeguata alle richieste del mercato. Ma di questo si tace. In sostituzione del reddito di cittadinanza, Italia viva punta sull’«imposta negativa», cioè un’integrazione dei salari al di sotto della soglia minima.
L’alleanza guidata da Carlo Calenda, Azione e +Europa, propone di non tassare i giovani fino a 25 anni e di abbattere del 50% il carico fiscale per la fascia tra i 26 e i 30 anni. Tutte queste misure verrebbero finanziate con il recupero della lotta all’evasione fiscale, l’eterno serbatoio a cui attingere, nelle promesse più che nella realtà, quando si tratta di indicare una copertura a provvedimenti di spesa e non si sa dove andare a parare. L’ultimo arrivato tra i politici che promettono mari e monti ai giovani è Silvio Berlusconi, che vorrebbe accorciare di un anno sia la scuola dell’obbligo sia l’università, eliminando la riforma del «3+2», per arrivare prima sul mercato del lavoro. Ma «nonno Silvio», come lui si autodefinisce negli spot elettorali rivolti ai giovani, è sicuro che si arriva meglio al lavoro accorciando i tempi della formazione?
«Non sarei diventato imprenditore se avessi atteso denaro dallo Stato»

Domenico Balsano
«Con 10.000 euro in tasca l’adolescente fa un paio di vacanze a Ibiza e si sballa la sera. L’Italia è diventata il Paese dell’assistenzialismo che ingrassa alcuni, illude tanti e serve a dimostrare politicamente di voler fare qualcosa per i giovani». Domenico Balsano, detto Mimmo, ha messo su dal nulla un’azienda, la Pasta di Stigliano, fiore all’occhiello della Basilicata, regione difficile per chi vuole diventare imprenditore, ed eccellenza internazionale nel settore della pasta artigianale di qualità. A Stigliano (Matera) la tradizione della pasta risale al 1800 ma si hanno notizie dei primi mulini già in epoca romana.
Siete pastai in famiglia?
«No, facevo l’elettricista. Lavoravo a un impianto per un frantoio e il proprietario mi suggerì di aprire un pastificio. Ne parlai con mia moglie che da tempo voleva aprire un’attività. All’inizio è stato difficile, ho messo soldi miei oltre a finanziamenti pubblici ottenuti con grande fatica. Ora prepariamo oltre 200 chili di pasta l’ora ed esportiamo in Europa, Stati Uniti, Canada, Messico, e siamo in trattative con la Cina».
Quali interventi aiuterebbero i giovani sul mercato del lavoro?
«Parlo per esperienza: le mancette non servono a nulla, nemmeno a conquistare il favore politico. Chi riceve qualcosa senza sforzo è comunque scontento e avrebbe voluto di più. Se quei soldi fossero dati alle imprese per fare tirocini a chi vuole avviare un’attività, sarebbero spesi meglio. I giovani che vogliono fare impresa hanno bisogno di tutor che li affianchino, non i navigator del reddito di cittadinanza. Non basta avere un’idea, bisogna sapersi confrontare con il mercato e conoscere la burocrazia. Ecco l’altro tema sul quale la politica dovrebbe impegnarsi».
La burocrazia che ostacola l’avvio delle imprese?
«Faccio un esempio: se devo montare un impianto fotovoltaico ma attendo da un anno le autorizzazioni, nel frattempo spendo 3.000 euro in più di bollette. Ma un imprenditore deve vedersela anche con i vincoli Ue, come le disposizioni sull’etichettatura a norma e le misure sanitarie. Non si può improvvisare. Più che soldi a pioggia, servirebbero figure manageriali che accompagnano chi vuole avviare un’iniziativa in proprio. Un giovane poi deve vedersela con le logiche della politica».
Quali logiche, quelle clientelari?
«Con un ex presidente della Regione avevo il progetto di creare una cooperativa con ragazzi per produrre, con grano lucano, i panini da fornire a ospedali e scuole. Il progetto è morto con le elezioni regionali, è cambiata l’amministrazione e non se ne fa nulla: eppure avrebbe dato lavoro a una ventina di ragazzi. Altro tema critico per chi vuole fare impresa è il credito».
Non ci sono fondi agevolati?
«Per avere un finanziamento pubblico occorre dimostrare di avere il 50% della liquidità sul conto. Le banche chiedono talmente tante garanzie che risulta quasi impossibile avere un prestito anche se un giovane ha un’idea di business che può funzionare. Gli stage organizzati dalla Regione sono spesso un flop: mandano in azienda giovani con poca voglia di imparare e l’imprenditore li deve tenere anche sei mesi a fare nulla e non può mandarli via per dedicarsi a chi invece si impegna».
«Meglio dare quei soldi alle aziende»

«La dote ai diciottenni è uno spreco di tempo e di denaro. Avrebbe più senso dare quei fondi alle imprese che vogliono formare un giovane che risparmierebbero sul costo del dipendente». Salvatore Cobuzio, 44 anni, le difficoltà di fare impresa da zero le conosce bene. Nel 2014 ha avviato dal nulla, con la moglie Simona e altre tre donne, Martha’s cottage, il più grande e-commerce in Europa dedicato al matrimonio e alle feste di ricorrenze con più di 20.000 prodotti: bomboniere, confetti, adesivi, cuscini portafedi, idee per l’addio al celibato e molto altro. Oltre 200.000 sposi hanno utilizzato questo servizio.
Come le è venuta l’idea?
«Tutto ha origine con il mio matrimonio. Mia moglie e io ci siamo resi conto che non esisteva un unico negozio o sito dove trovare tutto ciò di cui avevamo bisogno».
Avete usufruito di aiuti pubblici per avviare l’attività?
«Staremmo ancora ad aspettare i soldi... Ci siamo licenziati e abbiamo investito circa 50.000 euro a testa di nostri risparmi. Abbiamo lasciato Roma per Siracusa, mia città d’origine, per un richiamo delle radici e perché i costi di gestione sono inferiori. Imprenditori digitali ci hanno aiutato. Non credo nell’utilità di fondi pubblici a pioggia dati ai giovanissimi, sono solo mancette elettorali senza utilità. Idem per il reddito di cittadinanza. Meglio dare quei soldi alle imprese che formano i giovani. Perché i politici non lo fanno? Il dipendente avrebbe uno stipendio più che dignitoso e le aziende risparmierebbero in tasse».
I fondi però aiutano.
«Ma vanno dati in modo sensato. Ci deve essere l’impegno di chi riceve i soldi, altrimenti è solo uno spreco. Un aiuto può essere fornito quando c’è un progetto interessante e i finanziamenti delle banche sono insufficienti. Allora lo Stato può intervenire con una integrazione a fondo perduto. Occorre poi snellire la burocrazia, il vero ostacolo per un giovane imprenditore. Piuttosto diamo 50.000 euro a chi presenta un progetto da 100.000 per dimezzare il rischio che comunque si assume colui che vuole fare l’imprenditore».
Ne ha esperienza?
«Eccome. All’inizio dell’attività, ho partecipato a diversi bandi chiedendo un finanziamento. La risposta mi è arrivata dopo un anno ma nel frattempo il progetto si era evoluto. Molte persone partecipano ai bandi e poi costruiscono i progetti, io per fortuna ho fatto sempre il contrario».
Non si può contare sui bandi pubblici per i finanziamenti?
«Le procedure sono troppo lente. Io ho vinto diversi bandi per investimenti già effettuati e per la maggior parte di essi sono passati anni, per altri sono ancora in attesa. Lo Stato intervenga creando strutture efficienti in grado di gestire questi bandi ed erogare i soldi in tre mesi».
Imprevisti come il Covid?
«Dallo Stato abbiamo ricevuto spiccioli durante il lockdown: a stento ho pagato due mesi di affitto. Non potendo licenziare, con i dipendenti in cassa integrazione, abbiamo continuato a pagare le tasse sugli stipendi. Lo Stato doveva fermare la tassazione perché le aziende in crisi non avevano i soldi per pagare quei contributi. Siamo stati al limite del fallimento e ci siamo indebitati per non chiudere. È stata dura. I risparmi se ne sono andati in tasse invece che in investimenti per la crescita. Fare impresa è davvero difficile oggi, altro che dote».
Istruzione professionale grande esclusa
«Meglio potenziare l’accesso all’istruzione e al credito dei meno abbienti che sono le due principali barriere alle pari opportunità per l’accesso al mercato del lavoro». L’economista Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’università Tor Vergata di Roma, è cauto sulla dote del Pd ai giovani. «Non sarebbe sufficiente a “regalare” un lavoro ai giovani, serve piuttosto a dare risorse aggiuntive che si spera siano usate per investire nel futuro, ma non è detto. Per questo sarebbe più utile finalizzare l’erogazione solo a investimento formativo. Per facilitare la ricerca di lavoro è essenziale potenziare la formazione scolastica, anche quella professionale che da noi è carente. Importante è la riforma degli Istituti tecnici superiori varata dall’ultimo governo. Fondamentale è anche intervenire sul mismatch, la paradossale contemporanea presenza di giovani che non lavorano né studiano e di posti di lavoro vacanti. Bisogna creare percorsi di qualificazione e riqualificazione che accelerino il più possibile la transizione verso nuove occupazioni e nuove competenze».
Sull’aumento dell’imposta sulle successioni, Becchetti è cauto: «Non è giusto colpire le eredità sotto di una certa soglia, ma i patrimoni più elevati forse sì. Stiamo parlando di qualcosa che colpirebbe meno dell’1% della nostra popolazione. Altra questione è se i grandi patrimoni sono correttamente identificabili o no». La dote «potrebbe aiutare, dopo la maggiore età, il percorso formativo per accedere a lavori migliori. Nei Paesi anglosassoni c’è il sistema degli student loans che facilita accesso al credito degli studenti per finanziare gli studi, ma li indebita pesantemente per il futuro». E il reddito di cittadinanza? «Una misura importante di protezione contro la povertà che va riformata. Più severità nei controlli contro i furbetti e misure contro il nero come i piani di utilità collettiva che impegnano i percettori del reddito in lavori socialmente utili e più misure che disincentivino rifiutare offerte di lavoro. Ricordiamo che una parte importante dei percettori del reddito non sono occupabili».
Per Becchetti è «fondamentale investire sull’orientamento sin dal periodo scolastico. Quando vado a parlare nelle scuole chiedo sempre ai giovani se hanno desideri: se non li hanno, devono preoccuparsi. Il compito della scuola dovrebbe anche quello di far emergere un pallino, una passione che poi alimenterà desideri e sforzi per salire la scala delle competenze».
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Con i cittadini di domani i partiti non vanno oltre l’assistenzialismo: le mance di Enrico Letta, il Reddito del M5s, la pensione integrativa di Matteo Renzi, la riduzione degli anni di studio lanciata da Silvio Berlusconi. A lavoro e formazione chi pensa?L’industriale della pasta Domenico Balsano: «Le paghette non servono nemmeno a conquistare voti».Il big del commercio elettronico Salvatore Cobuzio: «Senza controlli i fondi pubblici sono uno spreco. Occorre aiutare le realtà produttive migliori a investire sulle nuove generazioni».L’economista Leonardo Becchetti: assurdo che ci siano tanti posti vacanti e altrettanti ventenni senza occupazione né titolo di studio adatto alle competenze più richieste dal mercato.Lo speciale contiene quattro articoli.Il marchettificio della politica si scatena in periodo elettorale e dà il meglio di sé soprattutto sulle politiche giovanili. È sulle nuove generazioni che la fantasia si scatena, con soluzioni tanto generose quanto inefficaci. I partiti sono convinti che per accaparrarsi il consenso, ai giovani va data la «paghetta» secondo il copione già collaudato del voto di scambio. Ecco quindi promettere soldi senza criterio e senza controlli. E siccome bisogna acchiappare i neo diciottenni, cosa c’è di meglio di un lauto regalo di compleanno? Il Pd si sente particolarmente munifico e ha promesso ben 10.000 euro a chi diventa maggiorenne. Bisogna avere qualifiche particolari? Essersi distinti in qualche campo? O avere in tasca un progetto degno di attenzione? Tranquilli, niente di tutto questo. Il segretario Enrico Letta ha intenzione di elargire il premio per il solo fatto che si entra nella maggiore età. E la meritocrazia? Un’altra volta. Il lavoro come fatica, sudore, impegno è scomparso dall’orizzonte di quello che era il partito dei lavoratori, diventato partito degli assistiti.Operazioni come questa costano. I diciottenni nel 2023 saranno 554.022. Premiarli tutti vorrebbe dire un esborso di circa 5,5 miliardi. Se dovessero entrare in gioco le dichiarazione Isee, beneficiando solo i figli dei ceti bassi e medi, la cifra per finanziare la dote si dimezzerebbe. Dove trovare i soldi? Semplice, con una patrimoniale, aumentando la tassa sulle successioni dal 4 al 20% per la parte eccedente i 5 milioni di euro ereditati. La giustificazione è sempre quella di una sorta di equità fiscale per cui, secondo il Pd, chi ha tanto deve sentirsi in colpa ed è giusto che dia qualcosa a chi ha poco. Un volta passato questo concetto, sarà facile poi estendere l’imposta anche a eredità meno importanti. E Letta dimentica che chi possiede tali patrimoni ha comunque già pagato, nel corso della vita, fior di tasse. Nulla ha detto il segretario Pd se ci saranno vincoli e soprattutto se scatteranno controlli. Con 10.000 euro in tasca, più che il corso di formazione, i ragazzi nella migliore delle ipotesi si compreranno telefonini, videogame, scooter. Il reddito di cittadinanza, che tante truffe ha generato, continua a essere un pilastro del programma elettorale del M5s per i giovani e il Pd non intende mettere in discussione questo strumento: si limita a dire che andrebbe riformato. Anche il bonus cultura da 500 euro ai diciottenni senza vincoli di Isee, varato dal governo Renzi e giunto alla sesta edizione, destinato a libri, biglietti per concerti, mostre, fiere, musei, spettacoli teatrali, cinema, concerti, ha visto proliferare le frodi. Gli aiutini non finiscono qui. Nel progetto «Vincono le idee» il partito di Letta propone un bonus di 2.000 euro da utilizzare per abbattere le spese di locazione per studenti e lavoratori under 35. Dove si trovino le risorse è un mistero. Le politiche per il lavoro giovanile hanno un’impronta assistenziale anche nel programma di Italia Viva. Il partitino guidato da Matteo Renzi chiede di spostare la tassazione sulla previdenza integrativa dal momento del versamento a quello della maturazione della pensione. Ma quanti giovani con lavori precari, discontinui e sottopagati possono permettersi il secondo pilastro previdenziale? Siamo al punto di partenza: vanno prima create le condizioni affinché da una parte si creino nuovi posti, e dall’altra ci sia una formazione adeguata alle richieste del mercato. Ma di questo si tace. In sostituzione del reddito di cittadinanza, Italia viva punta sull’«imposta negativa», cioè un’integrazione dei salari al di sotto della soglia minima.L’alleanza guidata da Carlo Calenda, Azione e +Europa, propone di non tassare i giovani fino a 25 anni e di abbattere del 50% il carico fiscale per la fascia tra i 26 e i 30 anni. Tutte queste misure verrebbero finanziate con il recupero della lotta all’evasione fiscale, l’eterno serbatoio a cui attingere, nelle promesse più che nella realtà, quando si tratta di indicare una copertura a provvedimenti di spesa e non si sa dove andare a parare. L’ultimo arrivato tra i politici che promettono mari e monti ai giovani è Silvio Berlusconi, che vorrebbe accorciare di un anno sia la scuola dell’obbligo sia l’università, eliminando la riforma del «3+2», per arrivare prima sul mercato del lavoro. Ma «nonno Silvio», come lui si autodefinisce negli spot elettorali rivolti ai giovani, è sicuro che si arriva meglio al lavoro accorciando i tempi della formazione?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giovani-patrimoniale-quello-che-serve-2657827362.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="non-sarei-diventato-imprenditore-se-avessi-atteso-denaro-dallo-stato" data-post-id="2657827362" data-published-at="1659971665" data-use-pagination="False"> «Non sarei diventato imprenditore se avessi atteso denaro dallo Stato» Domenico Balsano «Con 10.000 euro in tasca l’adolescente fa un paio di vacanze a Ibiza e si sballa la sera. L’Italia è diventata il Paese dell’assistenzialismo che ingrassa alcuni, illude tanti e serve a dimostrare politicamente di voler fare qualcosa per i giovani». Domenico Balsano, detto Mimmo, ha messo su dal nulla un’azienda, la Pasta di Stigliano, fiore all’occhiello della Basilicata, regione difficile per chi vuole diventare imprenditore, ed eccellenza internazionale nel settore della pasta artigianale di qualità. A Stigliano (Matera) la tradizione della pasta risale al 1800 ma si hanno notizie dei primi mulini già in epoca romana. Siete pastai in famiglia? «No, facevo l’elettricista. Lavoravo a un impianto per un frantoio e il proprietario mi suggerì di aprire un pastificio. Ne parlai con mia moglie che da tempo voleva aprire un’attività. All’inizio è stato difficile, ho messo soldi miei oltre a finanziamenti pubblici ottenuti con grande fatica. Ora prepariamo oltre 200 chili di pasta l’ora ed esportiamo in Europa, Stati Uniti, Canada, Messico, e siamo in trattative con la Cina». Quali interventi aiuterebbero i giovani sul mercato del lavoro? «Parlo per esperienza: le mancette non servono a nulla, nemmeno a conquistare il favore politico. Chi riceve qualcosa senza sforzo è comunque scontento e avrebbe voluto di più. Se quei soldi fossero dati alle imprese per fare tirocini a chi vuole avviare un’attività, sarebbero spesi meglio. I giovani che vogliono fare impresa hanno bisogno di tutor che li affianchino, non i navigator del reddito di cittadinanza. Non basta avere un’idea, bisogna sapersi confrontare con il mercato e conoscere la burocrazia. Ecco l’altro tema sul quale la politica dovrebbe impegnarsi». La burocrazia che ostacola l’avvio delle imprese? «Faccio un esempio: se devo montare un impianto fotovoltaico ma attendo da un anno le autorizzazioni, nel frattempo spendo 3.000 euro in più di bollette. Ma un imprenditore deve vedersela anche con i vincoli Ue, come le disposizioni sull’etichettatura a norma e le misure sanitarie. Non si può improvvisare. Più che soldi a pioggia, servirebbero figure manageriali che accompagnano chi vuole avviare un’iniziativa in proprio. Un giovane poi deve vedersela con le logiche della politica». Quali logiche, quelle clientelari? «Con un ex presidente della Regione avevo il progetto di creare una cooperativa con ragazzi per produrre, con grano lucano, i panini da fornire a ospedali e scuole. Il progetto è morto con le elezioni regionali, è cambiata l’amministrazione e non se ne fa nulla: eppure avrebbe dato lavoro a una ventina di ragazzi. Altro tema critico per chi vuole fare impresa è il credito». Non ci sono fondi agevolati? «Per avere un finanziamento pubblico occorre dimostrare di avere il 50% della liquidità sul conto. Le banche chiedono talmente tante garanzie che risulta quasi impossibile avere un prestito anche se un giovane ha un’idea di business che può funzionare. Gli stage organizzati dalla Regione sono spesso un flop: mandano in azienda giovani con poca voglia di imparare e l’imprenditore li deve tenere anche sei mesi a fare nulla e non può mandarli via per dedicarsi a chi invece si impegna». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giovani-patrimoniale-quello-che-serve-2657827362.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="meglio-dare-quei-soldi-alle-aziende" data-post-id="2657827362" data-published-at="1659971665" data-use-pagination="False"> «Meglio dare quei soldi alle aziende» «La dote ai diciottenni è uno spreco di tempo e di denaro. Avrebbe più senso dare quei fondi alle imprese che vogliono formare un giovane che risparmierebbero sul costo del dipendente». Salvatore Cobuzio, 44 anni, le difficoltà di fare impresa da zero le conosce bene. Nel 2014 ha avviato dal nulla, con la moglie Simona e altre tre donne, Martha’s cottage, il più grande e-commerce in Europa dedicato al matrimonio e alle feste di ricorrenze con più di 20.000 prodotti: bomboniere, confetti, adesivi, cuscini portafedi, idee per l’addio al celibato e molto altro. Oltre 200.000 sposi hanno utilizzato questo servizio. Come le è venuta l’idea? «Tutto ha origine con il mio matrimonio. Mia moglie e io ci siamo resi conto che non esisteva un unico negozio o sito dove trovare tutto ciò di cui avevamo bisogno». Avete usufruito di aiuti pubblici per avviare l’attività? «Staremmo ancora ad aspettare i soldi... Ci siamo licenziati e abbiamo investito circa 50.000 euro a testa di nostri risparmi. Abbiamo lasciato Roma per Siracusa, mia città d’origine, per un richiamo delle radici e perché i costi di gestione sono inferiori. Imprenditori digitali ci hanno aiutato. Non credo nell’utilità di fondi pubblici a pioggia dati ai giovanissimi, sono solo mancette elettorali senza utilità. Idem per il reddito di cittadinanza. Meglio dare quei soldi alle imprese che formano i giovani. Perché i politici non lo fanno? Il dipendente avrebbe uno stipendio più che dignitoso e le aziende risparmierebbero in tasse». I fondi però aiutano. «Ma vanno dati in modo sensato. Ci deve essere l’impegno di chi riceve i soldi, altrimenti è solo uno spreco. Un aiuto può essere fornito quando c’è un progetto interessante e i finanziamenti delle banche sono insufficienti. Allora lo Stato può intervenire con una integrazione a fondo perduto. Occorre poi snellire la burocrazia, il vero ostacolo per un giovane imprenditore. Piuttosto diamo 50.000 euro a chi presenta un progetto da 100.000 per dimezzare il rischio che comunque si assume colui che vuole fare l’imprenditore». Ne ha esperienza? «Eccome. All’inizio dell’attività, ho partecipato a diversi bandi chiedendo un finanziamento. La risposta mi è arrivata dopo un anno ma nel frattempo il progetto si era evoluto. Molte persone partecipano ai bandi e poi costruiscono i progetti, io per fortuna ho fatto sempre il contrario». Non si può contare sui bandi pubblici per i finanziamenti? «Le procedure sono troppo lente. Io ho vinto diversi bandi per investimenti già effettuati e per la maggior parte di essi sono passati anni, per altri sono ancora in attesa. Lo Stato intervenga creando strutture efficienti in grado di gestire questi bandi ed erogare i soldi in tre mesi». Imprevisti come il Covid? «Dallo Stato abbiamo ricevuto spiccioli durante il lockdown: a stento ho pagato due mesi di affitto. Non potendo licenziare, con i dipendenti in cassa integrazione, abbiamo continuato a pagare le tasse sugli stipendi. Lo Stato doveva fermare la tassazione perché le aziende in crisi non avevano i soldi per pagare quei contributi. Siamo stati al limite del fallimento e ci siamo indebitati per non chiudere. È stata dura. I risparmi se ne sono andati in tasse invece che in investimenti per la crescita. Fare impresa è davvero difficile oggi, altro che dote». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giovani-patrimoniale-quello-che-serve-2657827362.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="istruzione-professionale-grande-esclusa" data-post-id="2657827362" data-published-at="1659971665" data-use-pagination="False"> Istruzione professionale grande esclusa «Meglio potenziare l’accesso all’istruzione e al credito dei meno abbienti che sono le due principali barriere alle pari opportunità per l’accesso al mercato del lavoro». L’economista Leonardo Becchetti, ordinario di economia politica all’università Tor Vergata di Roma, è cauto sulla dote del Pd ai giovani. «Non sarebbe sufficiente a “regalare” un lavoro ai giovani, serve piuttosto a dare risorse aggiuntive che si spera siano usate per investire nel futuro, ma non è detto. Per questo sarebbe più utile finalizzare l’erogazione solo a investimento formativo. Per facilitare la ricerca di lavoro è essenziale potenziare la formazione scolastica, anche quella professionale che da noi è carente. Importante è la riforma degli Istituti tecnici superiori varata dall’ultimo governo. Fondamentale è anche intervenire sul mismatch, la paradossale contemporanea presenza di giovani che non lavorano né studiano e di posti di lavoro vacanti. Bisogna creare percorsi di qualificazione e riqualificazione che accelerino il più possibile la transizione verso nuove occupazioni e nuove competenze». Sull’aumento dell’imposta sulle successioni, Becchetti è cauto: «Non è giusto colpire le eredità sotto di una certa soglia, ma i patrimoni più elevati forse sì. Stiamo parlando di qualcosa che colpirebbe meno dell’1% della nostra popolazione. Altra questione è se i grandi patrimoni sono correttamente identificabili o no». La dote «potrebbe aiutare, dopo la maggiore età, il percorso formativo per accedere a lavori migliori. Nei Paesi anglosassoni c’è il sistema degli student loans che facilita accesso al credito degli studenti per finanziare gli studi, ma li indebita pesantemente per il futuro». E il reddito di cittadinanza? «Una misura importante di protezione contro la povertà che va riformata. Più severità nei controlli contro i furbetti e misure contro il nero come i piani di utilità collettiva che impegnano i percettori del reddito in lavori socialmente utili e più misure che disincentivino rifiutare offerte di lavoro. Ricordiamo che una parte importante dei percettori del reddito non sono occupabili». Per Becchetti è «fondamentale investire sull’orientamento sin dal periodo scolastico. Quando vado a parlare nelle scuole chiedo sempre ai giovani se hanno desideri: se non li hanno, devono preoccuparsi. Il compito della scuola dovrebbe anche quello di far emergere un pallino, una passione che poi alimenterà desideri e sforzi per salire la scala delle competenze».
Papa Leone XIV (Ansa)
Ieri, però, Donald Trump in una intervista a The Atlantic ha rincarato la dose: «Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa». Ed è certo che ora chi, dopo il blitz di Caracas, grida alle mire espansionistiche del presidente americano avrà nuovi argomenti. Eppure ieri sulla cattura di Maduro si è andati dal minimo sindacale della Cina alla temporanea resurrezione di Kamala Harris. Con una sola voce altissima: quella del Papa.
Robert Francis Prevost è americano e all’Angelus parlava anche a JD Vance, vice di Trump e fervente cattolico: «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando diritti umani e civili. Speciale attenzione ai poveri per la dura crisi economica». La voce del Papa ha un particolare interesse per gli italiani: a Caracas è in carcere da più di un anno senza alcun motivo Alberto Trentini. È uno degli ostaggi su cui si fondava la diplomazia del ricatto di Maduro. Lo lascia intendere il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ribadito: «Stiamo lavorando per vedere cosa si può fare per la liberazione degli italiani detenuti, compreso il cooperante Trentini, speriamo che col cambio di regime si possa riuscire a riportarli a casa».
Una liberazione la chiede anche il ministro degli esteri cinese, ma quella di Maduro: «La Cina chiede agli Usa di garantire la sicurezza del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, di rilasciarli e di fermare il rovesciamento del governo in Venezuela che è una chiara violazione del diritto internazionale». Il minimo sindacale, appunto, che fa sembrare rivoluzionaria Kamala Harris, l’antagonista democratica di Donald Trump. Sostiene su X: «Il fatto che Maduro sia un dittatore brutale e illegittimo non cambia il fatto che questa azione sia stata illegale e imprudente. Guerre per il cambio di regime o per il petrolio che vengono vendute come forza si trasformano in caos e le famiglie americane, stanche di menzogne, ne pagano il prezzo». La Corea del Nord s’impanca: «Siamo di fronte a una grave violazione del diritto internazionale, che conferma la natura canaglia e brutale degli Usa». E il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo venezuelano, Yvan Eduardo Gil Pinto, per dirgli: «L’Iran condanna fermamente l’aggressione militare statunitense e la considera un chiaro esempio di terrorismo di Stato». Pinto ha risposto: «Siamo determinati a difendere il diritto all’autodeterminazione contro le politiche prepotenti e illegali degli Usa». Luiz Inácio Lula da Silva, dal Brasile, sostiene che l’azione ricorda i peggiori momenti dell’interferenza nella politica dell’America Latina, ma Javier Milei, presidente argentino, brinda alla cattura di Maduro. Mosca cerca di compattare i Brics sulla posizione espressa da Sergej Lavrov: «Gli Usa hanno compiuto un atto di aggressione basato su pretesti insostenibili». Anche Matteo Salvini prende una qualche distanza e cita Prevost: «Nessuno avrà nostalgia di Maduro. Per la Lega la strada maestra deve tornare a essere la diplomazia. Illuminanti le parole del Papa».
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Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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(Guardia di Finanza)
Lo stupefacente era suddiviso in 101 panetti, del peso di circa un chilo ognuno, custoditi all’interno di tre borsoni occultati all’interno della cabina del mezzo, con targa croata, che formalmente si dirigeva verso la Croazia, trasportando materiali edilizi.
Il controllo ha avuto una dinamica particolare poiché i finanzieri inizialmente avevano semplicemente intimato l’alt al camion, avendo notato che aveva un fanale fuori uso. Tuttavia l’autista non si fermava e, approfittando dell’intenso traffico di mezzi pesanti, continuava la marcia. I militari decidevano allora di seguire il mezzo e, dopo averlo fermato, insospettiti dal comportamento nervoso del conducente, procedevano ad effettuare l’ispezione della cabina rinvenendo i tre borsoni, all’interno dei quali erano stivati i 101 panetti di cocaina purissima. Le attività di controllo sono state svolte anche con le unità cinofile in forza al Reparto.
Sono in corso accertamenti per determinare l’effettiva destinazione della sostanza stupefacente rinvenuta che, una volta tagliata ed immessa sul mercato, avrebbe fruttato alle organizzazioni criminali un introito pari a circa 20 milioni di euro.
Il camion, intestato ad una società croata, era condotto da un autista di origine serba che è stato arrestato in flagranza di reato per detenzione, trasporto e traffico aggravato dall’ingente quantità di sostanze stupefacenti ed è stato portato nella casa circondariale di Gorizia, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
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Ansa
Intermediari coinvolti nei contatti avrebbero insistito sulla capacità di Rodriguez di assicurare stabilità e continuità operativa in un settore strategico. «La seguo da molto tempo, so bene chi è e come lavora», ha spiegato un alto funzionario statunitense citato dal quotidiano newyorkese. «Non è la risposta definitiva a tutti i problemi del Paese, ma è una persona con cui riteniamo possibile un rapporto più professionale rispetto al passato», ha aggiunto, con un riferimento diretto a Maduro che, alla fine di dicembre, aveva respinto un ultimatum della Casa Bianca che gli proponeva di lasciare il potere in cambio di un esilio in Turchia. In ogni caso Donald Trump ieri è stato molto netto sulle prossime mosse del Venezuela: «Se Delcy Rodriguez non fa quello che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro. La ricostruzione e il cambio di regime in Venezuela, come volete chiamarli, sono meglio di quello che c’è adesso. Non potrebbe andare peggio».
Altri problemi però possono arrivare dal ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino Lopez, che prima, dopo la decisione della Corte suprema, ha riconosciuto la guida della Rodriguez e ha invitato la popolazione a riprendere le normali attività nel Paese, e poi ha accusato gli Stati Uniti di aver ucciso «a sangue freddo» uomini della scorta di Nicolás Maduro durante il blitz. In un videomessaggio affiancato dai vertici militari, Padrino Lopez ha chiesto il «rilascio immediato» di Maduro, definito «l’unico leader costituzionale del Paese», e ha denunciato quella che ha chiamato l’«ambizione colonialista» di Washington, invitando la comunità internazionale a vigilare su quella che ha descritto come una minaccia alla sovranità non solo del Venezuela ma di altri Paesi.
All’indomani dell’operazione militare che ha portato alla cattura e alla rimozione di Maduro, il segretario di Stato Marco Rubio ha chiarito che Delcy Rodríguez non è da considerarsi la legittima presidente del Venezuela, poiché Washington non riconosce l’attuale assetto di potere. Poi ha chiarito la linea: gli Stati Uniti sono pronti a collaborare con chi resterà nel Paese, a patto che venga compiuta «la scelta giusta». Intervenendo a Face the Nation della Cbs, Rubio ha spiegato che ogni valutazione dipenderà dai comportamenti dei nuovi interlocutori: «Non siamo in guerra contro il Venezuela e giudicheremo in base a ciò che faranno». E ha avvertito che, in caso contrario, Washington manterrà «numerose leve di pressione» su Caracas. Intervenendo sui network americani, il segretario di Stato ha definito premature eventuali elezioni a breve in Venezuela e ha indicato come priorità la rottura dei legami con Iran e Hezbollah. Rubio ha escluso che Caracas possa diventare una piattaforma operativa per potenze e gruppi ostili agli Stati Uniti, sottolineando che non è accettabile che le maggiori riserve petrolifere mondiali restino sotto il controllo di avversari di Washington.
Con il passare delle ore è emerso che l’Operation Absolute Resolve, scattata sabato scorso, è stata pianificata per mesi in una base segreta in Florida, dove sono stati ricostruiti nei minimi dettagli gli interni della dimora presidenziale in modo da evitare sorprese. Poi poche ore prima del blitz un attacco cyber ha messo offline gli apparati di sicurezza venezuelani che sono rimasti praticamente al buio durante gli attacchi aerei. Sul fronte giudiziario, Nicolás Maduro potrebbe comparire già domani davanti al tribunale federale di New York con accuse pesantissime: narcoterrorismo, traffico di droga e altri reati federali. Secondo Newsweek, l’impianto accusatorio sarebbe più solido di quanto l’opinione pubblica abbia finora percepito. L’atto d’accusa sostitutivo diffuso nel fine settimana amplia quello del 2020, ricostruendo in dettaglio rotte della droga, canali logistici e legami con grandi cartelli, oltre all’uso della rete diplomatica venezuelana per agevolare traffici di stupefacenti e denaro. Centrale potrebbe risultare la collaborazione di Hugo Armando Carvajal Barrios, ex capo dell’intelligence militare, oggi detenuto negli Stati Uniti e in attesa di condanna, una tempistica che secondo l’ex procuratore federale Elie Honig spesso segnala un accordo con l’accusa. Sul fronte tecnologico, è stato reso noto che Starlink garantirà connettività gratuita in Venezuela fino al 3 febbraio, per contrastare blackout e censura digitale, tratti distintivi del regime di Nicolás Maduro, il quale ora rischia di essere condannato a più ergastoli.
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