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2025-08-23
Gimbe a scuola senza ok del ministero grazie alla raccolta fondi targata dem
Nino Cartabellotta (Ansa)
C’è un progetto che da qualche anno gira per le scuole italiane con la promessa di insegnare ai ragazzi a non farsi fregare dalle fake news sulla salute e a conoscere i diritti del Servizio sanitario nazionale. Lo hanno chiamato «La salute tiene banco». Un titolo che sa di campagna culturale e di slogan ministeriale. L’idea è della fondazione Gimbe, guidata dal sessantenne palermitano Nino Cartabellotta, medico internista specializzato in malattie dell’apparato digerente e appassionato, oltre che di fotografia e di giardinaggio, anche di statistica, strumento col quale, tramite la sua struttura, bacchetta governi e regioni sui conti della sanità. Dietro la facciata pedagogica del progetto, però, c’è molto di più. Ci sono numeri, raccolte fondi, un sistema di sostegno che passa da piattaforme di crowdfunding non estranee a frequentazioni politiche e un nucleo familiare che sembra il cuore pulsante della fondazione. La salute tiene banco parte da un assunto: i ragazzi italiani sarebbero analfabeti di sanità. Gimbe li interroga in classe e raccoglie i risultati: il 16,7 per cento non conosce il proprio medico di famiglia, il 53,6 non sa cosa sia il ticket e l’82,3 non ha mai usato il fascicolo sanitario elettronico. Solo uno studente su due sa che gli screening oncologici gratuiti previsti nei Livelli essenziali di assistenza sono tre. Una fotografia impietosa. Per Gimbe la diagnosi è chiara: i giovani vanno educati. E a pensarci non è lo Stato, ma una fondazione privata che, in assenza di trasparenza (sul sito web, come ha ricostruito ieri La Verità, i bilanci sono fermi al 2019), gira l’Italia con slide, quiz e slogan. Una bella missione. Ma senza alcun protocollo ufficiale con il ministero dell’Istruzione. Che infatti non compare mai sulle locandine. Eppure la fondazione, stando ai dati resi noti, è entrata in ben 243 classi di 190 scuole superiori, incontrando la bellezza di 5.500 studenti. In sostanza, un soggetto privato ha portato nelle aule italiane la propria agenda formativa, senza cornice istituzionale (eccetto il patrocinio della Regione Emilia Romagna, della Regione Puglia e di alcuni Comuni) né convenzioni ministeriali. Un corso parallelo legittimato dai dirigenti scolastici che hanno aperto le porte delle scuole che amministrano. Gimbe, da parte sua, con un catalogo che assomiglia più a un listino commerciale che a un servizio pubblico, non nasconde la sua attenzione per i giovani. Sul portale della fondazione è presente un’area intitolata «Gimbe4Young», che pubblicizza le borse di studio (30 in tutto) per partecipare al corso (dal costo di 1.300 euro) della stessa fondazione, «Evidence based practice», il Gimbe award, un riconoscimento assegnato al miglior contributo presentato alla Conferenza nazionale dell’organizzazione di Cartabellotta, la Borsa di studio Gioacchino Cartabellotta (padre di Nino, medico ad Alia, provincia di Palermo) per i progetti di ricerca indipendenti e Gimbe Education, altro corso di formazione con rette ridotte al 50 per cento e perfino «offerte last minute». Un protocollo, però, per la verità, per La salute tiene banco, Gimbe lo ha firmato, ma non con il ministero di Giuseppe Valditara. Il 17 luglio scorso, in occasione di un webinar nazionale, Cartabellotta ha siglato un’intesa con la Rete italiana Città sane dell’Oms (l’Organizzazione mondiale della Sanità). Il presidente della Rete, Lamberto Bertolé (area dem, presidente del Consiglio comunale di Milano), e Cartabellotta hanno sposato l’idea di «unire visione territoriale ed evidenze scientifiche» per portare la salute nelle scelte quotidiane di chi amministra. Il protocollo viene definito «solo il primo passo» di un percorso comune, che coinvolgerà Comuni, cittadini e, ovviamente, le scuole. In pratica, niente ministero dell’Istruzione, ma un’alleanza con un network di amministratori in gran parte di centrosinistra. Per sostenere «La salute tiene banco» Gimbe non si è affidata a bandi pubblici, ma al crowdfunding. La piattaforma scelta è Idea Ginger, fondata da Agnese Agrizzi. Una società bolognese, come Gimbe, che negli anni ha fatto parlare di sé per l’abilità nel far decollare campagne sociali e culturali. E con Gimbe i risultati sono stati straordinari. Per il 2024 l’obiettivo era 12.000 euro, ne sono stati raccolti 18.686 da 243 sostenitori. Per il 2025 l’obiettivo era 15.000, ne sono stati raccolti 20.948 da 259 sostenitori. Un successo costruito anche con un modello «tutto o niente»: se non si raggiunge la cifra, i soldi tornano indietro. Gli slogan sono convincenti: «Ogni 2.000 euro in più ci permetteranno di portare La salute tiene banco in una nuova scuola superiore. Più fondi uguale a più scuole. Più scuole uguale a più giovani che imparano a prendersi cura di sé, della propria salute e del nostro Servizio sanitario nazionale». A conti fatti, per le 190 scuole già raggiunte a 2.000 euro l’una, Gimbe deve aver raccolto 380.000 euro. Oltre alla raccolta fondi sul web, quasi su ogni locandina è presente il logo di uno sponsor o di un sostenitore, tra istituti di credito, casse mutue e altre fondazioni sanitarie. Il crowdfunding, quindi, è solo uno dei canali di finanziamento. Con Gimbe, comunque, Ginger ha sempre superato gli obiettivi. E non ci è riuscita solo con Gimbe. Nel 2014, a Bologna, in un evento chiamato «LaBo 2014», la fondatrice Agrizzi appariva in pubblico al fianco di Raffaele Donini, all’epoca segretario provinciale del Partito democratico e oggi assessore regionale emiliano alla Salute. La partnership era finalizzata a finanziare la scuola di formazione politica per i giovani amministratori del Pd bolognesi, dove si insegnava a fare i compiti a casa per il partito. Ma la prova che il progetto piace particolarmente all’area progressista arriva scorrendo l’elenco dei sostenitori, tra i quali compare la Cgil di La Spezia. Il capitolo più curioso, però, riguarda i nomi che compaiono tra i donatori. In mezzo a professionisti, aziende e associazioni, ci sono un paio di Cartabellotta. Nino, ovviamente. Ma anche Salvatore (probabilmente uno dei tre figli). Segno che il progetto è sostenuto dall’intera famiglia. Con il benestare ovviamente del vicepresidente di Gimbe, che è Giuseppina Drago, pediatra e moglie di Nino. In pratica, i due coniugi guidano insieme la fondazione, mentre tra i parenti c’è chi contribuisce a finanziare i progetti in un particolare modello di economia domestica. E, così, gli studenti imparano che la salute è un diritto universale grazie alla colletta di famiglia passata per il crowdfunding della piattaforma che, in passato, ha raccolto i fondi per la scuola di formazione Pd, a qualche bonifico firmato dalla Cgil e a un protocollo con la Rete delle Città Sane guidata da un esponente dem. Il senatore del Carroccio Claudio Borghi, che ha ingaggiato una battaglia sulla trasparenza di Gimbe, contattato dalla Verità, ha commentato: «C’è di che essere molto preoccupati nel pensare che per anni siamo stati in mano a Roberto Speranza come ministro e a questa organizzazione ascoltata come oracolo su tutte le reti tv nazionali. Se siamo ancora vivi è un miracolo».
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In virtù del sostegno della Cgil e di una rete guidata dall’esponente pd Lamberto Bertolé, la fondazione di Nino Cartabellotta è entrata in 190 istituti superiori. Un’operazione da 380.000 euro, reperiti anche tramite una piattaforma Web.C’è un progetto che da qualche anno gira per le scuole italiane con la promessa di insegnare ai ragazzi a non farsi fregare dalle fake news sulla salute e a conoscere i diritti del Servizio sanitario nazionale. Lo hanno chiamato «La salute tiene banco». Un titolo che sa di campagna culturale e di slogan ministeriale. L’idea è della fondazione Gimbe, guidata dal sessantenne palermitano Nino Cartabellotta, medico internista specializzato in malattie dell’apparato digerente e appassionato, oltre che di fotografia e di giardinaggio, anche di statistica, strumento col quale, tramite la sua struttura, bacchetta governi e regioni sui conti della sanità. Dietro la facciata pedagogica del progetto, però, c’è molto di più. Ci sono numeri, raccolte fondi, un sistema di sostegno che passa da piattaforme di crowdfunding non estranee a frequentazioni politiche e un nucleo familiare che sembra il cuore pulsante della fondazione. La salute tiene banco parte da un assunto: i ragazzi italiani sarebbero analfabeti di sanità. Gimbe li interroga in classe e raccoglie i risultati: il 16,7 per cento non conosce il proprio medico di famiglia, il 53,6 non sa cosa sia il ticket e l’82,3 non ha mai usato il fascicolo sanitario elettronico. Solo uno studente su due sa che gli screening oncologici gratuiti previsti nei Livelli essenziali di assistenza sono tre. Una fotografia impietosa. Per Gimbe la diagnosi è chiara: i giovani vanno educati. E a pensarci non è lo Stato, ma una fondazione privata che, in assenza di trasparenza (sul sito web, come ha ricostruito ieri La Verità, i bilanci sono fermi al 2019), gira l’Italia con slide, quiz e slogan. Una bella missione. Ma senza alcun protocollo ufficiale con il ministero dell’Istruzione. Che infatti non compare mai sulle locandine. Eppure la fondazione, stando ai dati resi noti, è entrata in ben 243 classi di 190 scuole superiori, incontrando la bellezza di 5.500 studenti. In sostanza, un soggetto privato ha portato nelle aule italiane la propria agenda formativa, senza cornice istituzionale (eccetto il patrocinio della Regione Emilia Romagna, della Regione Puglia e di alcuni Comuni) né convenzioni ministeriali. Un corso parallelo legittimato dai dirigenti scolastici che hanno aperto le porte delle scuole che amministrano. Gimbe, da parte sua, con un catalogo che assomiglia più a un listino commerciale che a un servizio pubblico, non nasconde la sua attenzione per i giovani. Sul portale della fondazione è presente un’area intitolata «Gimbe4Young», che pubblicizza le borse di studio (30 in tutto) per partecipare al corso (dal costo di 1.300 euro) della stessa fondazione, «Evidence based practice», il Gimbe award, un riconoscimento assegnato al miglior contributo presentato alla Conferenza nazionale dell’organizzazione di Cartabellotta, la Borsa di studio Gioacchino Cartabellotta (padre di Nino, medico ad Alia, provincia di Palermo) per i progetti di ricerca indipendenti e Gimbe Education, altro corso di formazione con rette ridotte al 50 per cento e perfino «offerte last minute». Un protocollo, però, per la verità, per La salute tiene banco, Gimbe lo ha firmato, ma non con il ministero di Giuseppe Valditara. Il 17 luglio scorso, in occasione di un webinar nazionale, Cartabellotta ha siglato un’intesa con la Rete italiana Città sane dell’Oms (l’Organizzazione mondiale della Sanità). Il presidente della Rete, Lamberto Bertolé (area dem, presidente del Consiglio comunale di Milano), e Cartabellotta hanno sposato l’idea di «unire visione territoriale ed evidenze scientifiche» per portare la salute nelle scelte quotidiane di chi amministra. Il protocollo viene definito «solo il primo passo» di un percorso comune, che coinvolgerà Comuni, cittadini e, ovviamente, le scuole. In pratica, niente ministero dell’Istruzione, ma un’alleanza con un network di amministratori in gran parte di centrosinistra. Per sostenere «La salute tiene banco» Gimbe non si è affidata a bandi pubblici, ma al crowdfunding. La piattaforma scelta è Idea Ginger, fondata da Agnese Agrizzi. Una società bolognese, come Gimbe, che negli anni ha fatto parlare di sé per l’abilità nel far decollare campagne sociali e culturali. E con Gimbe i risultati sono stati straordinari. Per il 2024 l’obiettivo era 12.000 euro, ne sono stati raccolti 18.686 da 243 sostenitori. Per il 2025 l’obiettivo era 15.000, ne sono stati raccolti 20.948 da 259 sostenitori. Un successo costruito anche con un modello «tutto o niente»: se non si raggiunge la cifra, i soldi tornano indietro. Gli slogan sono convincenti: «Ogni 2.000 euro in più ci permetteranno di portare La salute tiene banco in una nuova scuola superiore. Più fondi uguale a più scuole. Più scuole uguale a più giovani che imparano a prendersi cura di sé, della propria salute e del nostro Servizio sanitario nazionale». A conti fatti, per le 190 scuole già raggiunte a 2.000 euro l’una, Gimbe deve aver raccolto 380.000 euro. Oltre alla raccolta fondi sul web, quasi su ogni locandina è presente il logo di uno sponsor o di un sostenitore, tra istituti di credito, casse mutue e altre fondazioni sanitarie. Il crowdfunding, quindi, è solo uno dei canali di finanziamento. Con Gimbe, comunque, Ginger ha sempre superato gli obiettivi. E non ci è riuscita solo con Gimbe. Nel 2014, a Bologna, in un evento chiamato «LaBo 2014», la fondatrice Agrizzi appariva in pubblico al fianco di Raffaele Donini, all’epoca segretario provinciale del Partito democratico e oggi assessore regionale emiliano alla Salute. La partnership era finalizzata a finanziare la scuola di formazione politica per i giovani amministratori del Pd bolognesi, dove si insegnava a fare i compiti a casa per il partito. Ma la prova che il progetto piace particolarmente all’area progressista arriva scorrendo l’elenco dei sostenitori, tra i quali compare la Cgil di La Spezia. Il capitolo più curioso, però, riguarda i nomi che compaiono tra i donatori. In mezzo a professionisti, aziende e associazioni, ci sono un paio di Cartabellotta. Nino, ovviamente. Ma anche Salvatore (probabilmente uno dei tre figli). Segno che il progetto è sostenuto dall’intera famiglia. Con il benestare ovviamente del vicepresidente di Gimbe, che è Giuseppina Drago, pediatra e moglie di Nino. In pratica, i due coniugi guidano insieme la fondazione, mentre tra i parenti c’è chi contribuisce a finanziare i progetti in un particolare modello di economia domestica. E, così, gli studenti imparano che la salute è un diritto universale grazie alla colletta di famiglia passata per il crowdfunding della piattaforma che, in passato, ha raccolto i fondi per la scuola di formazione Pd, a qualche bonifico firmato dalla Cgil e a un protocollo con la Rete delle Città Sane guidata da un esponente dem. Il senatore del Carroccio Claudio Borghi, che ha ingaggiato una battaglia sulla trasparenza di Gimbe, contattato dalla Verità, ha commentato: «C’è di che essere molto preoccupati nel pensare che per anni siamo stati in mano a Roberto Speranza come ministro e a questa organizzazione ascoltata come oracolo su tutte le reti tv nazionali. Se siamo ancora vivi è un miracolo».
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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