Zelensky fa il furbo: agli alleati chiede truppe prima della tregua
Il presidente ucraino Zelensky (Ansa)
  • Il Cremlino: «Trump chiami, Putin c’è». L’Ue sragiona: «Sosterremo lo sforzo bellico pure senza gli Usa». Il capo della resistenza incontra a Palazzo Chigi la Meloni. Lei sprona il tycoon: «Se molla l’Ucraina sbaglia».
  • A corto di gas russo, il premier slovacco Robert Fico alza la voce: «Faremo valere i nostri diritti a Bruxelles su ogni misura per il Paese invaso». E minaccia tagli all’energia elettrica.

Lo speciale contiene due articoli.

«Sto facendo del mio meglio per porre fine a questa guerra quest’anno». Lo garantisce Volodymyr Zelensky ai suoi alleati, riuniti a Ramstein, in Germania, per il Gruppo di contatto sull’Ucraina. La tregua, precisa però il capo della resistenza antirussa, dovrà preservare «la dignità» di Kiev e dell’Europa. Ed è questo dettaglio – la distinzione tra una pace giusta e una ingiusta – a fare la differenza. Perciò Zelensky spariglia le carte. Recupera l’idea di accogliere truppe occidentali nel suo Paese, ma già si spinge un po’ più in là rispetto alla suggestione, balenata nelle scorse settimane, di organizzare una missione di peacekeeping gestita da vari Stati Ue: ora, i soldati non li vuole più ad armistizio sancito; semmai prima, per «costringere la Russia alla pace». «Il nostro obiettivo è trovare quanti più strumenti possibili» allo scopo di fermare Mosca, spiega. «Credo che tale spiegamento di contingenti dei partner sia uno dei migliori strumenti».

Bisogna valutare le conseguenze: se tutte le nazioni interessate all’ipotesi di installare truppe d’interposizione nel Donbass, Italia inclusa, avevano specificato che prima di posare gli stivali sul terreno avrebbero preteso il raggiungimento di un cessate il fuoco, è perché temono di essere trascinate dentro il conflitto. Anche senza l’egida Nato, anche senza il cappello di Bruxelles, a ostilità ancora aperte basterebbe un nonnulla per provocare un incidente dalle conseguenze imponderabili: la scheggia di un missile che cade dove non deve cadere; una granata scagliata da un drone, tipo quella che ha ucciso lunedì Jake Waddington, ex membro dell’esercito britannico che era andato a combattere sua sponte al fianco degli ucraini. A Zelensky, da sempre insofferente verso le nostre titubanze dinanzi alla prospettiva di una guerra globale, coinvolgerci forse non dispiacerebbe. È comprensibile. Il presidente in tuta mimetica si aggrappa a quello che trova: le nuove contraeree che è venuto a chiedere agli europei e a Lloyd Austin, capo del Pentagono in uscita; gli ulteriori 500 milioni di dollari di aiuti militari promessi, in extremis, da Joe Biden; persino il pacchetto di equipaggiamenti messo a disposizione dalla Polonia e quello che cerca a Roma.

Mancano dieci giorni all’insediamento di Donald Trump e Kiev sta esaurendo i conigli nel cilindro. La seconda offensiva nel Kursk ha portato scarsi guadagni, mentre ieri i russi sono arrivati a due chilometri dalla strategica Kupiansk, nella regione di Kharkiv: sarebbe una conquista simbolica, visto che la città, situata ben al di là dello stremato Donetsk, era stata liberata a settembre 2022. All’Ucraina restano pochi punti di forza da far valere al tavolo di un negoziato che, stando almeno alle promesse elettorali, il prossimo inquilino della Casa Bianca confida di concludere in tempi veloci.

Ieri, dal Cremlino è partito l’ennesimo timido segnale: se Trump confermerà la sua intenzione di contattare Vladimir Putin, costui «non potrà che accogliere con favore» l’apertura di un canale, sebbene, finora, non ci siano sarebbero state interlocuzioni. «Sarebbe più opportuno aspettare fino all’insediamento» del tycoon, taglia corto il portavoce dello zar, Dmitry Peskov. Elon Musk, durante l’intervista su X alla leader di Afd, si tiene sul vago: sull’Ucraina «c’è un proposito di risoluzione».

Zelensky, intanto, ottiene un faccia a faccia con il segretario Nato, Mark Rutte, il quale rinnova l’impegno a sostenerne la lotta «per la libertà». Il leader gialloblu ostenta fiducia: il ritorno sulla scena di The Donald – ci tiene a incoraggiare i colleghi a Ramstein – apre un «nuovo capitolo» di opportunità per l’Europa, che dovrà «cooperare ancora di più».

Nonostante l’intesa di Mar-a-Lago sul caso Sala, è Giorgia Meloni che sembra mettere i paletti all’America del futuro, durante la conferenza stampa a Montecitorio: «Io sono disposta a sostenere le condizioni che è disposta a sostenere l’Ucraina. Sarà una pace giusta se l’Ucraina è d’accordo. Francamente non prevedo un disimpegno di Trump», il quale è orientato ad adottare l’approccio della «pace con la forza. Trump ha la capacità di dosare diplomazia e deterrenza e prevedo che anche questa volta sarà così». Abbandonare l’Ucraina «sarebbe un errore». Comunque, è Washington ad avere il coltello dalla parte del manico. Perciò suona velleitario il proposito di Kaja Kallas, Alto rappresentante dell’Unione europea, di foraggiare lo sforzo bellico di Kiev persino senza il contributo statunitense.

In serata, il presidente del Consiglio e Zelensky si incontrano per poco meno di un’ora a Palazzo Chigi. La visita, in teoria, era prevista per oggi, dopo il colloquio che l’ex attore avrà in mattinata con Sergio Mattarella. Il premier esprime cordoglio per le vittime dei bombardamenti, ribadisce l’appoggio all’alleato. Zelensky svela che c’è stato un confronto anche a proposito della conferenza di pace prevista in Italia per l’estate 2025. E ci ringrazia per il nostro «incrollabile sostegno».

Chi è ormai disposto a fare la voce grossa con gli Usa, sapendo di essere prossimo ad abbandonare il governo, è il cancelliere tedesco. Olaf Scholz boccia la richiesta di Trump di contribuire alle spese dell’Alleanza atlantica addirittura con il 5% del Pil: «Significa oltre 200 miliardi l’anno», nota l’esponente socialdemocratico, «il nostro bilancio è all’incirca di 490 miliardi. Sono tanti soldi. O si risparmia nell’ordine di grandezza di 150 miliardi, o si fanno debiti per la stessa cifra, o si alzano le tasse. O un mix di queste tre soluzioni». Oppure si segue la linea che aveva indicato Rutte: tagli al welfare per finanziare la Difesa. La solita austerità, ma stavolta con l’elmetto.

Da non perdere

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz
Mondo

Iran e Usa, nuovi colloqui a Doha su Hormuz

A detta di Trump si svolgeranno oggi in Qatar «i colloqui voluti dal regime». Secondo Axios si tratterebbe di vertici separati tra i tecnici nemici e i mediatori del Paese del Golfo e del Pakistan. Gli ayatollah frenano: «Nessun meeting con la Casa Bianca».

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no
Geopolitica

«Accordo Israele-Libano». Hezbollah dice no

Siglato un patto quadro che però non piace ai filo-iraniani. Il presidente Aoun ha anche accolto con favore la guida di Italia e Francia nella coalizione post-Unifil. I media d’Oltralpe traducono male le parole di Meloni per metterla contro Le…