Il «niet» di Orbán sulle nuove armi Ue a Kiev
Viktor Orbán (Ansa)
  • L’Ungheria ha bloccato l’ultima tranche di finanziamenti dell’Unione, 500 milioni di euro, per le forniture militari all’Ucraina. La Germania si chiama fuori dalla coalizione per fornire i caccia F-16. Prorogati per due mesi gli accordi sull’export di grano.
  • Il Sudafrica: «Ecco il nostro piano di pace». Il cardinal Pietro Parolin: «Santa Sede al lavoro».

Lo speciale contiene due articoli.

L’Europa dice che questo è il tempo della guerra, ma a Budapest, dove i transiti di carri armati non evocano ricordi gaudiosi, si moltiplicano le perplessità. Il governo di Viktor Orbán, spesso titubante sulle sanzioni alla Russia, aveva già annunciato lunedì la sua intenzione di fermare l’ultima tranche di finanziamenti dal Fondo per la pace (Epf), 500 milioni destinati alle forniture di munizioni all’Ucraina. Alla fine, la minaccia si è concretizzata. «L’Ungheria», ha fatto sapere l’ufficio del portavoce dell’esecutivo in un’email a Reuters, «non condivide il fatto che l’Unione europea, insieme ad altri strumenti esistenti, utilizzi il Fondo europeo per la pace solo rispetto all’Ucraina, in quanto ciò non consente di incanalare fondi sufficienti per promuovere gli interessi dell’Ue in altre aree».

Fino ad oggi, Bruxelles aveva stanziato oltre 3 miliardi di euro in aiuti militari attraverso l’Epf, nell’ambito dei «tre pilastri» per il sostegno a Kiev. L’ultima mossa è stata il lancio dell’Asap, una norma per licenziare la quale l’Europarlamento ha anche attivato una procedura d’urgenza: si tratterà di erogare un ulteriore mezzo miliardo, per rafforzare le capacità produttive dell’industria della Difesa e garantire alla resistenza almeno un milione di munizioni l’anno. Anche emendando appositamente i piani di resilienza, per dirottare parte delle risorse a questo obiettivo. L’Italia, pur confermando la linea sugli aiuti militari, ha invece già annunciato che non impiegherà soldi del Pnrr per gli armamenti.

Particolare è il caso dell’Ungheria. Benché membro di Ue e Nato, non ha voluto mai fornire equipaggiamenti bellici alla nazione invasa e ha sovente ritardato l’approvazione delle contromisure economiche ai danni di Mosca, per le quali è necessario il sì unanime dei 27 membri dell’Unione.

D’altronde, l’unità occidentale sta vacillando anche in merito alla coalizione per fornire a Kiev i caccia F-16, ideata da Londra e Paesi Bassi: la Germania si è tirata fuori. «Non abbiamo né le capacità di addestramento, né le competenze, né gli aerei», ha chiosato il ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius.

Nel quadro della sbornia bellicista dell’Europa, le perplessità dei magiari possono almeno essere l’occasione per riflettere sull’autonomia strategica del blocco. Un principio proclamato a una sola voce dai leader continentali che, tuttavia, si sta scontrando con la realtà di una guerra che gli Usa combattono per procura, proprio sulle spalle dell’Unione europea.

Eccitati dall’entusiasmo per la controffensiva ucraina e decisi a sbarrare ogni spiraglio di trattativa, inseguendo i desiderata di Volodymyr Zelensky, rischiamo così di trovarci prigionieri di un lungo conflitto, a intensità variabile e dall’impatto economico che resterà devastante per tanti anni. Forse, ben oltre il giorno in cui sarà completato il disaccoppiamento dalla Russia. Con l’aggravante di un paradosso geopolitico: proprio ieri, il presidente ucraino si è detto disposto ad ascoltare le proposte di pace di Sudafrica, Zambia, Senegal, Repubblica del Congo, Uganda ed Egitto. Più o meno la stessa dichiarazione del ministro degli Esteri di Mosca, Sergej Lavrov, che vorrebbe coinvolgere anche il «putiniano» Lula, leader del Brasile. Giusto per ricordarci che gli equilibri mondiali non si giocano solamente sulla direttrice Washington-Londra e, in subordine, Bruxelles.

Intanto, per completare il fosco ritratto del malvagio Orbán, il Center for reproductive rights, no profit americana pro aborto, fa sapere che «molte rifugiate ucraine» nei Paesi dell’Est, tra i quali, appunto, l’Ungheria, oltre a Polonia, Romania e Slovacchia, starebbero tornando provvisoriamente in patria per interrompere le gravidanze o assumere contraccettivi. Sarà che una pillola val bene i bombardamenti…

Una buona notizia arriva dal fronte degli accordi sull’export di grano, sui quali vigeva un ultimatum russo in scadenza oggi. Ieri pomeriggio, dopo la partenza di quella che sembrava l’ultima nave con il prezioso carico, il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, in corsa per il ballottaggio, ha annunciato che l’intesa è stata prorogata per due mesi. «Mi auguro che questa decisione, che è di vitale importanza per il funzionamento continuo delle filiere alimentari globali e soprattutto per facilitare l’accesso ai cereali dei Paesi bisognosi, sia vantaggiosa per tutte le parti», ha dichiarato il sultano.

In seguito, la portavoce del Cremlino, Maria Zakharova, ha confermato l’ok russo, ma ha aggiunto che «gli squilibri» nel patto «vanno corretti il più rapidamente possibile». Mosca pretende lo sblocco delle esportazioni di fertilizzanti e prodotti cerealicoli, le quali, invece, continuerebbero a essere ostacolate. Per ora, sono stati assicurati altri 60 giorni di tregua. Ogni compromesso viaggia su un filo sottilissimo.

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