Israele risponde a Hezbollah e colpisce il Sud del Libano. Il doppio fronte scuote l’Idf
(Getty Images)
  • L’escalation con la milizia foraggiata dall’Iran costringe l’esercito a ridistribuire le forze dalla Striscia al confine Nord. E tornano i dubbi sulla resistenza di Iron Dome.
  • Il leader del Cremlino sa che il momento è propizio per sedersi al tavolo delle trattative viste le difficoltà sul campo di Zelensky. Intanto prepara il vertice con il presidente turco.

Lo speciale contiene due articoli.

I funzionari statunitensi sono molto preoccupati dal fatto che, in una possibile guerra tra Israele e Hezbollah, il gruppo militante sostenuto dall’Iran possa bucare le difese aeree israeliane nel Nord, incluso il sistema Iron Dome. Tre funzionari americani hanno infatti riferito alla Cnn che, probabilmente, «almeno alcune batterie dell’Iron Dome saranno sopraffatte».

Preoccupazioni riguardo alla vulnerabilità dell’Iron Dome di fronte al vasto arsenale di missili e droni di Hezbollah sono state espresse anche da Israele, che sta ridistribuendo forze dal Sud di Gaza al Nord del Paese. Il ministro degli Esteri Israel Katz su X ha scritto: «Israele non può permettere che l’organizzazione terroristica degli Hezbollah continui ad attaccare il suo territorio e presto prenderà le sue decisioni necessarie. Il mondo libero deve appoggiare senza condizioni Israele nella sua guerra con il diavolo, Iran e l’islam estremistico. La nostra guerra è la vostra guerra, e le minacce di Hassan Nasrallah (leader di Hezbollah, ndr) a Cipro sono solo l’inizio. Il diavolo deve essere sconfitto, come la storia ha già provato nel passato».

Ma cosa c’è nell’arsenale di Hezbollah? Si ritiene che la milizia sciita possieda circa 150.000 razzi che potrebbe utilizzare per colpire le infrastrutture israeliane, e tra queste ci sono le centrali elettriche. E a tal proposito, Shaul Goldstein, capo della società responsabile della pianificazione dei sistemi elettrici del paese, al Times of Israel ha espresso i suoi timori: «Israele non è preparato ai danni che subirebbe la sua infrastruttura elettrica se dovesse scoppiare una guerra su vasta scala con Hezbollah. Non possiamo promettere l’elettricità se c’è una guerra nel Nord. Dopo 72 ore senza elettricità sarà impossibile vivere qui. Non siamo preparati per una vera guerra». Ma era proprio necessario fare queste dichiarazioni? Evidentemente no, e infatti dopo qualche ora se ne è accorto lo stesso Goldstein, che ha ritrattato: «Ho fatto osservazioni irresponsabili che non avrei dovuto fare».

Come detto, la guerra con la fazione libanese si avvicina, dato che nemmeno il pressing americano ha avuto effetto sulla leadership di Hezbollah, che risponde solo e unicamente ai mullah di Teheran, che pare vogliano la guerra totale. Un altro aspetto preoccupante è che Israele si troverà a dover combattere su due fronti, e di sicuro Hamas e sodali faranno di tutto per creare diversivi e trappole nelle quali far cadere l’Idf. Secondo Lion Udler, esperto militare e di antiterrorismo, Israele si trova militarmente nel momento più adeguato per iniziare la guerra a Hezbollah, che prima o poi avrebbe comunque dovuto fare: «L’esercito israeliano è pronto più che mai, con riservisti addestrati e motivati, motivo per il quale Hezbollah non vorrebbe colpire più in profondità perché si trova dinanzi a un esercito pronto e in allerta. Israele ha i mezzi per difendersi, ma bisogna precisare che non esistono al mondo sistemi di difesa aerea che proteggono ermeticamente un intero territorio. Anche Israele subirà delle conseguenze in caso di allargamento della guerra, senza contare che l’Iran potrebbe trasferire ulteriori forze dalla Siria e dall’Iraq, ed eventualmente entrare in guerra lanciando missili e droni contro Israele dal proprio territorio. La strategia iraniana è proprio quella di circondare Israele con truppe, razzi, missili e droni per usarli nel momento che militarmente ritengono più opportuno. Hezbollah tenterà di colpire le batterie della difesa aerea Iron Dome, David’s Sling e Arrow, capacità che l’organizzazione ha dimostrato di avere».

Sul fronte degli ostaggi, il ministro degli Esteri del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, ha affermato che «ci sono stati progressi in una certa misura. Non può esserci una delle parti in conflitto che adotta completamente la visione dell’altra parte. La soluzione deve basarsi su compromessi».

Intanto, il segretario di Stato americano Antony Blinken ha incontrato a Washington il consigliere israeliano per la sicurezza nazionale Tzachi Hanegbi e il ministro degli Affari strategici israeliano Ron Dermer. In un comunicato pubblicato sul suo sito web, il dipartimento di Stato ha affermato che Blinken «ha ribadito l’impegno incrollabile degli Stati Uniti nei confronti della sicurezza di Israele e ha discusso degli sforzi in corso per raggiungere un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e per garantire il rilascio di tutti gli ostaggi israeliani ancora in mano ad Hamas». Blinken ha anche detto che «bisogna evitare un’ulteriore escalation tra Israele ed Hezbollah al confine con il Libano».

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha difeso il suo video che ha suscitato forti dissensi da parte della Casa Bianca, in cui lamentava i ritardi degli Usa nella consegna di armi e munizioni. In una dichiarazione al sito americano Punchbowl ha definito il video «assolutamente necessario. Significativi problemi al riguardo erano emersi mesi fa. Abbiamo provato, in conversazioni molto serene tra noi e i funzionari Usa, tra me e il presidente Joe Biden, a tentare di risolvere queste diminuzioni delle forniture. Tuttavia non è stato possibile, e ho deciso che la messa in onda del video era assolutamente necessaria dopo mesi di conversazioni tranquille che non hanno risolto il problema». Netanyahu allo stesso sito ha parlato del post conflitto nella Striscia di Gaza, che lui immagina così: «Penso che dovremo procedere a una smilitarizzazione sostenuta, cosa che può essere fatta solo da Israele, contro qualsiasi tentativo terroristico di ripresa. Poi ci vorrà un’amministrazione civile, anche per gestire la distribuzione degli aiuti umanitari. Ciò deve essere fatto con la cooperazione, la sponsorizzazione interaraba e l’assistenza dei Paesi arabi». Infine, ieri anche l’Armenia ha riconosciuto lo Stato palestinese. E Hamas ha subito ringraziato.

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