- Trattato del Quirinale, il ministro punta all’apertura trilaterale: «I nostri Paesi costituiscono il futuro industriale dell’Ue».
- Benjamin Netanyahu alla conferenza stampa con Giorgia Meloni. Collaborazione pure sull’acqua.
Lo speciale contiene due articoli.
Volkswagen ha fatto sapere di valutare lo spostamento della fabbrica di batterie negli Usa per poter raccogliere una fetta dei sussidi messi a terra dalla Casa Bianca. Lo stabilimento Stellantis di Cassino, dove oggi vengono prodotti veicoli dei marchi premium, quali Alfa Romeo e Maserati, estenderà invece la propria attività alla produzione di veicoli elettrici. Sembrerebbe un modo per riposizionarsi nel mare magnum degli aiuti di Stato e degli effetti della deglobalizzazione. Abbiamo chiesto al ministro per le Imprese e il made in Italy, Adolfo Urso, se potremo assistere ancora a lungo a tutte queste discrasie e disallineamenti.
Non dico una posizione unica, ma per l’Ue non sarebbe meglio almeno una strada condivisa?
«Noi siamo consapevoli – e lo sanno anche gli altri Paesi – che l’Europa deve definire subito una nuova politica industriale. Che sia assertiva e che spinga nella direzione della corretta transizione digitale e green. La pandemia prima e poi la guerra hanno modificato gli asset della globalizzazione e quindi della produzione. Ciò che era stato deciso prima a livello comunitario va rivisto, adeguato alla realtà. Abbiamo compreso che la sovranità tecnologica è fondamentale. Basta la mancanza di un componente e si ferma l’intera supply chain. La guerra ci ha fatto comprendere inoltre che cosa significhi la dipendenza energetica verso la Russia. Adesso vorremmo evitare di abbracciare una transizione green che ci porti a sua volta a essere vincolati alle mosse cinesi».
In mezzo c’è la posizione Usa…
«Sì. Una posizione che si riassume in quasi 2.000 miliardi di incentivi, 1.200 sulle infrastrutture, 280 sulle tecnologie di frontiera di cui 50 solo per il comparto dei microchip e poi altri 370 miliardi sulla transizione ecologica».
La visita a Washington del ministro francese Bruno Le Maire e dell’omologo tedesco non è andata bene. Cosa possiamo aspettarci invece dall’incontro di Ursula von der Leyen con Joe Biden? Troveranno una quadra per placare l’Ira, l’Inflaction reduction act?
«Me lo auguro. È opportuno trovare una strada che rafforzi i rapporti euro atlantici e che provi a rendere di nuovo l’oceano un mercato condiviso, direi comune. Certo nel frattempo ci vogliono anche risposte immediate alle esigenze delle aziende che vedono il mondo cambiare così rapidamente».
Se il riferimento è alle ultime dichiarazioni della Vestager, siamo sicuri che la definizione di flessibilità e temporaneità degli aiuti di Stato non sia un boomerang?
«Anche questo è uno dei temi delicati da affrontare. È importante che i Paesi più indebitati, quelli con differenti capienze fiscali o le nazioni più piccole possano accedere agli stessi strumenti. Per questo è necessaria la piena flessibilità nell’utilizzo delle risorse comuni già stanziate, nel Pnrr, RepowerEu e fondi di coesione, a cui aggiungere un fondo sovrano europeo che consenta lo sviluppo della tecnologia green e digitale e l’acquisizione congiunta delle materie prime critiche necessarie alla autonomia strategica industriale».
Di questo ha parlato con il titolare del dicastero dell’Economia di Parigi. Può essere solo una questione bilaterale?
«Mi lasci spiegare. Ad appena un mese dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, abbiamo sottoscritto un documento in 17 punti base di un tavolo permanente di lavoro tra i nostri ministeri. I temi sono quelli dello Spazio, della twin transition, dell’automotive e appunto delle materie prime. C’è stata condivisione di vedute anche sui temi e sui settori su cui abbiamo diversi interessi. A questo punto dobbiamo però associare Berlino. Francia e Germania hanno storicamente un accordo bilaterale, fin dall’inizio della storia dell’Ue. Ora anche la politica tedesca è convinta del ruolo dell’Italia».
Si è confrontato con il collega tedesco Habeck?
«Sì e penso sia il momento per definire un più saldo rapporto bilaterale con Berlino, sul modello di quanto già avviene nella realtà industriale e sociale. Con la Francia abbiamo partnership di successo, Stmicroelectronics e Luxottica, e una grande filiera nel lusso leader nel mondo. Con la Germania abbiamo il più grande bacino industriale d’Europa».
Insomma, serve costruire un triangolo politico. Un Trattato del Quirinale tedesco?
«Certo. Pensiamo ai rapporti che esistono tra Baviera, Baden-Württemberg, Veneto e Lombardia. Assieme sono la locomotiva europea. Adesso tocca alla politica definire la strategia comune interpretando le esigenze del sistema produttivo. Italia, Francia e Germania possono costruire il futuro industriale dell’Europa».
Si può applicare lo stesso schema anche alla siderurgia e all’ex Ilva?
«Con il decreto approvato dal Parlamento abbiamo riaffermato il ruolo dello Stato, ora tocca all’azienda aggiornare il piano industriale, per tornare a produrre e realizzare gli investimenti previsti negli impianti e per la riconversione industriale».
Ieri mattina ha incontrato con le imprese italiane Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele. C’entra una nuova collaborazione in termini di cybersecurity?
«Direi che c’è un perimetro più ampio sulle partnership tecnologiche e industriali. Insieme possiamo vincere la sfida della competitività sostenibile: Israele è una potenza tecnologica e noi la prima industria del Mediterraneo, la seconda europea, il ponte dell’Europa nella sua necessaria proiezione mediterranea verso Africa e Medio Oriente: dalla gestione delle risorse idriche per la sostenibilità alimentare alla farmaceutica, dalla cybersecurity alla Difesa, dal gas alla tecnologia green e digitale. La scommessa del futuro possiamo vincerla insieme».
Ultima domanda, che cosa è la piattaforma logistica di Horona in Ucraina?
«A Verona abbiamo appena annunciato l’intenzione di realizzare da subito una piattaforma logistica che servirà al trasporto merci, con un corridoio ferroviario dall’Ucraina sino al Quadrante Europa di Verona e ai porti di Trieste e Venezia. Si tratta della nuova direttrice che dovrà sostituire quelle del Mar Nero e del Mar d’Azov, ostruite dalle mine e dalle navi russe. È uno degli eventi del meeting sulla ricostruzione che si terrà a Roma il 26 aprile».
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