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2023-05-30
Su Netflix l'esordio di Schwarzenegger in una serie tv
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«Fubar» (Netflix)
Fubar, e insieme la moda (ché tale è diventata ormai) di imbarcare online vecchie glorie dello spettacolo. Il primo è stato Robert De Niro. Poi, sono venuti gli altri: Robert Redford, Sylvester Stallone, con il suo reality modello Kardashian. Infine, Schwarzenegger. L’ex governatore della California, per Netflix, ha girato Fubar, una serie costruita a mezza via tra la commedia e l’azione. Il risultato finale, la stagione che Netflix ha reso disponibile sulla propria piattaforma, si è rivelato piuttosto insignificante, Fubar una serie destinata a non lasciare traccia nella memoria televisiva di chi la guardi. Eppure, così leggero, così impalpabile, così passibile di una visione che non richieda il benché minimo sforzo mentale, lo show è riuscito a farsi largo nelle classifiche di gradimento del servizio streaming. C’è riuscito prima ancora di essere rilasciato. C’è riuscito quando Netflix ha reso noto che ad interpretarlo sarebbe stato Arnold Schwarzenegger, il macho, l’icona, l’attore cui la piattaforma – forte del successo – ha deciso di dedicare un’intera miniserie.
Arnold, solo il nome ad avvalorare (o cercare di) la promessa di un ritratto «intimo», debutterà il 7 giugno prossimo. Formato cofanetto, come di consueto. Tre saranno gli episodi, dentro una vita intera: una carriera, un viaggio, le testimonianze di chi la metamorfosi l’ha vista da vicino. «Questo documentario in tre parti racconta il viaggio di Arnold Schwarzenegger dalla campagna austriaca ai vertici del sogno americano», si è potuto leggere nella sinossi rilasciata da Netflix, la stessa in cui la piattaforma ha fatto riferimento ad una «serie di interviste a cuore aperto» nelle quali «Schwarzenegger, i suoi amici, i suoi nemici, le sue co-star e i suoi osservatori raccontano tutto della sua vita e della sua personalità». Tutto davvero, sin dall’inizio: sin «dai giorni in cui dominava i palcoscenici delle gare di bodybuilding più importanti al mondo» a quelli che l’hanno visto «trionfare a Hollywood» per arrivare poi«al periodo in cui governava lo Stato della California alle gioie e alle turbolenze della sua vita familiare, in un racconto che è all'altezza della sua personalità». E, pure, di quella dello spettatore.
Arnold, come già The Family Stallone (prontamente rinnovato per una seconda stagione), è parte di uno schema preciso, di quelli circolari. C’è l’icona, il suo potere attrattivo e c’è, parimenti, la necessità di raccontare quest’icona ad un pubblico giovane, un pubblico che potrebbe non conoscerla. Schwarzenegger, Stallone sono nomi forti, capaci di assicurare lustro alle piattaforme che li ingaggiano e capaci di portare loro una platea nostalgica, di norma estranea alle modalità e ai prodotti dei servizi streaming. Sono il miele per le api, ma non a tutte risultano digeribili. I giovani, quelli che giovani lo sono per davvero, non avrebbero alcuna ragione valida per avvicinarsi ad uno show che veda protagonisti Stallone o Schwarzenegger. Non sono cresciuti con i loro film. Non ne hanno fatto dei feticci. A malapena, li hanno sentiti nominare. Di qui, la necessità di dar loro qualcosa che possano capire: una digressione storica, un approfondimento verticale, realizzato però con un linguaggio che riconoscano come proprio. Arnold, come già The Family Stallone, è nulla più di questo: un bel racconto di chi sia stato Schwarzenegger, dell’uomo, dei sogni che lo hanno mosso, di una carriera sfaccettata, di una determinazione condensata in tre sole puntate, perché tutti – grandi e piccini, si direbbe – possano (ri)viverla.
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Fubar, che debutterà il prossimo 7 giugno, non è un capolavoro. Ma il clamore suscitato dalla serie televisiva, la prima che veda l'ex governatore della California nel ruolo di protagonista.Fubar, e insieme la moda (ché tale è diventata ormai) di imbarcare online vecchie glorie dello spettacolo. Il primo è stato Robert De Niro. Poi, sono venuti gli altri: Robert Redford, Sylvester Stallone, con il suo reality modello Kardashian. Infine, Schwarzenegger. L’ex governatore della California, per Netflix, ha girato Fubar, una serie costruita a mezza via tra la commedia e l’azione. Il risultato finale, la stagione che Netflix ha reso disponibile sulla propria piattaforma, si è rivelato piuttosto insignificante, Fubar una serie destinata a non lasciare traccia nella memoria televisiva di chi la guardi. Eppure, così leggero, così impalpabile, così passibile di una visione che non richieda il benché minimo sforzo mentale, lo show è riuscito a farsi largo nelle classifiche di gradimento del servizio streaming. C’è riuscito prima ancora di essere rilasciato. C’è riuscito quando Netflix ha reso noto che ad interpretarlo sarebbe stato Arnold Schwarzenegger, il macho, l’icona, l’attore cui la piattaforma – forte del successo – ha deciso di dedicare un’intera miniserie. Arnold, solo il nome ad avvalorare (o cercare di) la promessa di un ritratto «intimo», debutterà il 7 giugno prossimo. Formato cofanetto, come di consueto. Tre saranno gli episodi, dentro una vita intera: una carriera, un viaggio, le testimonianze di chi la metamorfosi l’ha vista da vicino. «Questo documentario in tre parti racconta il viaggio di Arnold Schwarzenegger dalla campagna austriaca ai vertici del sogno americano», si è potuto leggere nella sinossi rilasciata da Netflix, la stessa in cui la piattaforma ha fatto riferimento ad una «serie di interviste a cuore aperto» nelle quali «Schwarzenegger, i suoi amici, i suoi nemici, le sue co-star e i suoi osservatori raccontano tutto della sua vita e della sua personalità». Tutto davvero, sin dall’inizio: sin «dai giorni in cui dominava i palcoscenici delle gare di bodybuilding più importanti al mondo» a quelli che l’hanno visto «trionfare a Hollywood» per arrivare poi«al periodo in cui governava lo Stato della California alle gioie e alle turbolenze della sua vita familiare, in un racconto che è all'altezza della sua personalità». E, pure, di quella dello spettatore. Arnold, come già The Family Stallone (prontamente rinnovato per una seconda stagione), è parte di uno schema preciso, di quelli circolari. C’è l’icona, il suo potere attrattivo e c’è, parimenti, la necessità di raccontare quest’icona ad un pubblico giovane, un pubblico che potrebbe non conoscerla. Schwarzenegger, Stallone sono nomi forti, capaci di assicurare lustro alle piattaforme che li ingaggiano e capaci di portare loro una platea nostalgica, di norma estranea alle modalità e ai prodotti dei servizi streaming. Sono il miele per le api, ma non a tutte risultano digeribili. I giovani, quelli che giovani lo sono per davvero, non avrebbero alcuna ragione valida per avvicinarsi ad uno show che veda protagonisti Stallone o Schwarzenegger. Non sono cresciuti con i loro film. Non ne hanno fatto dei feticci. A malapena, li hanno sentiti nominare. Di qui, la necessità di dar loro qualcosa che possano capire: una digressione storica, un approfondimento verticale, realizzato però con un linguaggio che riconoscano come proprio. Arnold, come già The Family Stallone, è nulla più di questo: un bel racconto di chi sia stato Schwarzenegger, dell’uomo, dei sogni che lo hanno mosso, di una carriera sfaccettata, di una determinazione condensata in tre sole puntate, perché tutti – grandi e piccini, si direbbe – possano (ri)viverla.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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Un'articolata e complessa indagine ha permesso di assicurare alla giustizia i presunti responsabili della violenta rapina in abitazione consumata la notte tra l'11 e il 12 marzo 2025 ai danni di due coniugi a Malo (VI). Il Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Vicenza, Matteo Mantovani, su richiesta del Sostituto Procuratore. Hans Roderich Blattner che ha coordinato le indagini, ha emesso un'ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di quattro individui. Gli indagati sono ritenuti gravemente indiziati, a vario titolo, dei reati di concorso in rapina pluriaggravata e furto. L'operazione è scattata alle prime ore di oggi tra Torrebelvicino (VI), Pontedera (PI) e Pisa. Ha visto l'impiego di oltre 100 Carabinieri dei Comandi Provinciali di Vicenza e Pisa, supportati da due squadre delle Aliquote di Primo Intervento (Api), dalle Squadre Operative di Supporto (Sos) e da unità cinofile.
L'incubo per la coppia di coniugi ha avuto inizio intorno alle 23:40, quando un commando composto da quattro uomini, vestiti di nero e con il volto coperto da passamontagna ha fatto irruzione nella villa, cogliendo di sorpresa il proprietario mentre faceva uscire il cane in giardino. Le vittime sono state brutalmente immobilizzate e legate ai polsi e alle caviglie con fili del telefono e lacci di scarpe. Il marito è stato inoltre torturato con getti d’acqua gelata. Sotto la costante minaccia di un bisturi puntato al volto della donna, i rapinatori hanno costretto i coniugi a consegnare le chiavi delle casseforti, razziando un bottino stimato in non meno di 50.000 euro. Tra i beni sottratti figurano orologi di lusso ( Piaget, Baume & Mercier e Longines), gioielli e pietre preziose risalenti agli anni '60. Le indagini, condotte in perfetta sinergia dal Nucleo Investigativo di Vicenza e dalla Compagnia di Schio, hanno svelato un piano criminale meticolosamente architettato. Il commando, partito dalla provincia di Pisa, si è mosso a bordo di un'autovettura DR5 noleggiata in aeroporto. Per il noleggio sono state utilizzate patenti e documenti serbi contraffatti, intestati all'identità fittizia di un inesistente Elia Simic, sui quali era stata applicata la foto di un soggetto all'epoca latitante. Per eludere i controlli, il gruppo ha comunicato esclusivamente tramite schede telefoniche "dedicate", intestate a prestanome stranieri. Una volta giunti nel Vicentino, i criminali hanno asportato le targhe da un'auto in sosta a Schio per applicarle tramite fascette da elettricista al veicolo a noleggio, muovendosi così verso l'obiettivo. L'incrocio tra i dati dei sistemi di videosorveglianza stradale, i tracciati Gps satellitari della vettura e l'analisi tempestiva delle celle telefoniche ha permesso agli inquirenti di ricostruire l'esatto percorso dei malviventi. La svolta scientifica è arrivata grazie al Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, che attraverso complessi riscontri tecnici è riuscito a esaltare e identificare le impronte digitali lasciate da due dei trasfertisti toscani sulla scena del crimine. L’attività investigativa ha così svelato anche il ruolo chiave di un quarto complice, un uomo residente a Torrebelvicino (VI).
L'indagato ha funto da basista sul territorio, fornendo supporto logistico e un rifugio sicuro alla banda prima e dopo il colpo, mettendosi anche alla guida dell'auto nell'area scledense. Considerata la scaltrezza, la gravità dei fatti, l'uso di armi e il concreto e attualissimo pericolo di reiterazione dei reati – essendo tutti gli indagati gravati da plurimi precedenti e privi di stabile attività lavorativa – il Gip ha ritenuto inidonea qualsiasi misura alternativa, ordinando la custodia in carcere. Nel corso delle indagini sulla rapina di Malo, i Carabinieri hanno scoperto un inquietante retroscena. Due degli indagati, insieme ad altri due complici toscani, la sera del 18 marzo 2025 si erano introdotti in una villa a Verona, violando i sigilli giudiziari. Si tratta dell'abitazione in cui, appena tre giorni prima, erano stati rinvenuti i cadaveri mummificati di due coniugi, motivo per cui l’intera proprietà era sotto sequestro. Quella sera, l'allarme lanciato da alcuni cittadini aveva provocato il pronto intervento delle Forze dell'Ordine, costringendo i malfattori a fuggire a piedi e ad abbandonare sul posto sia gli attrezzi da scasso sia l'auto (di proprietà del padre di uno degli indagati, che per precostituirsi un alibi ne aveva denunciato il furto al 112 quella sera stessa). Anche in quell'occasione, dopo essersi nascosti in zona, i fuggitivi avevano contattato il basista di Torrebelvicino. Quest'ultimo era partito nella notte alla volta di Verona per recuperarli e ospitarli a casa sua, in attesa che un'auto «di staffetta» arrivasse dalla Toscana per riportarli a Pisa.
Sebbene nella villa di Verona siano stati trovati chiari segni di rovistamento rispetto al sopralluogo giudiziario di pochi giorni prima, ad oggi non è stato possibile stabilire se siano stati effettivamente rubati dei preziosi: i due coniugi deceduti vivevano infatti in estremo isolamento sociale e non avevano parenti prossimi in grado di fornire un inventario dei beni. «Si rappresenta che la misura è stata adottata di iniziativa da parte del Comando procedente e che per il principio della presunzione di innocenza, la colpevolezza delle persone sottoposte ad indagine in relazione alla vicenda sarà definitivamente accertata solo ove intervenga sentenza irrevocabile di condanna o forme analoghe»
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