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2023-03-15
Firenze celebra Eleonora di Toledo con una grande mostra a Palazzo Pitti
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Isabella d'Este e Lucrezia Borgia. Caterina de’ Medici ( moglie di Enrico II di Francia e figura fondamentale nella dinastia dei Valois) e Lucrezia Tornabuoni (madre di Lorenzo Il Magnifico). Donne del Rinascimento. Quattro grandi figure femminili abili, scaltre, lungimiranti e colte, che hanno dettato le mode e tirato le fila della politica del tempo.
Ma il quadro rinascimentale del carisma e del potere declinato in rosa non sarebbe completo senza un’ altra «dama », un’altra donna di gran carattere (e di gran bellezza), così importante da essere soprannominata «la Gran Signora del Cinquecento»: Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo de' Medici e leggendaria duchessa di Toscana. Icona di stile, influente personalità politica e grande appassionata d’arte, Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, l’ha definita «manager abilissima e vera e propria arbitra elegantiarum: l’Anna Wintour del suo tempo»
Figlia di don Pedro de Toledo, vicerè di Napoli, grazie alle sue straordinarie capacità intuitive ed organizzative Eleonora svolse un ruolo fondamentale nello costruzione della corte medicea, gestendo abilmente il governo durante i periodi di assenza del marito, rivoluzionando la moda dell’ élite nobiliare e contribuendo non poco alla trasformazione del paesaggio toscano (fu lei la mecenate e l’innovatrice del Giardino di Boboli e fu sempre lei ad acquistare con le proprie finanze, nel 1550, Palazzo Pitti, che amministrò e trasformò secondo i suoi gusti e desideri). Altezzosa e poco amata dal popolo, ambiziosa quanto l’amatissimo consorte, da cui ebbe ben 11 figli - morti quasi tutti in tenera età -, nella sua non lunga vita fece appello a tutta la sua scaltrezza e abilità anche per innalzare Cosimo alla dignità granducale (traguardo raggiunto solo dopo la scomparsa di Eleonora, stroncata dalla tubercolosi a soli quarant’anni) , garantire al primo figlio il trono e al secondo la porpora cardinalizia. E nessuno dei suoi desideri, o forse è meglio dire, «voleri» andò deluso...
La mostra a Palazzo Pitti
A questa grande figura femminile, Firenze dedica un’altrettanto grande mostra, una maxi esposizione curata da Florence Bruce Edelstein (storico dell’arte e docente della New York University) e intitolata Eleonora di Toledo e l’invenzione della corte dei Medici a Firenze. Divisa in sette sezioni, il percorso espositivo parte dall’infanzia alla corte di Napoli e si conclude con la fortuna postuma di Eleonora e al suo lascito culturale.
Nello splendore di questo itinerario, è difficile dare delle priorità. L’ideale è percorrerlo senza fretta, da una sala all’altra, lasciandosi avvolgere dalla bellezza delle opere, dai quadri, dagli arazzi, dai gruppi marmorei, dai costumi e dai monili. Tanti e preziosi. Osservare, guardare, ammirare. Passare oltre e poi tornare indietro. Magari per (ri) soffermarsi sul meraviglioso Ritratto di Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni, di Agnolo Bronzino, 1545, opera di squisita bellezza - e immagine guida della mostra – o sulla famosa tela di Tizano Vecellio , un altro ritratto, quello di Pedro de Toledo come cavaliere dell’ordine di Santiago.
In un allestimento che li vede in dialogo perfetto con le altre opere, grande spazio è lasciato anche agli abiti, omaggio al ruolo che Eleonora - responsabile diretta delle scelte del vestiario dei figli, delle sue dame, del marito e dell’intera corte – rivestì nella trasformazione della moda a Firenze: meraviglioso, fra gli altri, l’ Abito femminile (probabilmente indossato da una delle damigelle di Eleonora quando fu ricevuta in Vaticano nel 1560 da Papa Pio IV), 1560, esposto in una teca accanto ad un altro bel ritratto di Eleonora, datato 1562 ed attribuito al Bronzino.
Insomma, da qualunque prospettiva la si guardi, questa mostra è il dovuto omaggio ad una donna che, per citare ancora una volta le parole di Eike Schmidt «... fu la sovrana che nel Cinquecento gettò le basi del principato e il cui impegno ancor oggi determina il volto di Firenze »
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Negli spazi del Tesoro dei Granduchi, al pianterreno di Palazzo Pitti, una grande mostra celebra (sino al 14 maggio) la figura di Eleonora di Toledo, «la Gran Signora del Cinquecento». Tra dipinti, sculture, disegni, antichi abiti di lusso e gioielli, oltre 100 le opere esposte, a raccontare la vita e la personalità di una delle donne più influenti del Rinascimento italiano e internazionale.Isabella d'Este e Lucrezia Borgia. Caterina de’ Medici ( moglie di Enrico II di Francia e figura fondamentale nella dinastia dei Valois) e Lucrezia Tornabuoni (madre di Lorenzo Il Magnifico). Donne del Rinascimento. Quattro grandi figure femminili abili, scaltre, lungimiranti e colte, che hanno dettato le mode e tirato le fila della politica del tempo. Ma il quadro rinascimentale del carisma e del potere declinato in rosa non sarebbe completo senza un’ altra «dama », un’altra donna di gran carattere (e di gran bellezza), così importante da essere soprannominata «la Gran Signora del Cinquecento»: Eleonora di Toledo, moglie di Cosimo de' Medici e leggendaria duchessa di Toscana. Icona di stile, influente personalità politica e grande appassionata d’arte, Eike Schmidt, direttore degli Uffizi, l’ha definita «manager abilissima e vera e propria arbitra elegantiarum: l’Anna Wintour del suo tempo» Figlia di don Pedro de Toledo, vicerè di Napoli, grazie alle sue straordinarie capacità intuitive ed organizzative Eleonora svolse un ruolo fondamentale nello costruzione della corte medicea, gestendo abilmente il governo durante i periodi di assenza del marito, rivoluzionando la moda dell’ élite nobiliare e contribuendo non poco alla trasformazione del paesaggio toscano (fu lei la mecenate e l’innovatrice del Giardino di Boboli e fu sempre lei ad acquistare con le proprie finanze, nel 1550, Palazzo Pitti, che amministrò e trasformò secondo i suoi gusti e desideri). Altezzosa e poco amata dal popolo, ambiziosa quanto l’amatissimo consorte, da cui ebbe ben 11 figli - morti quasi tutti in tenera età -, nella sua non lunga vita fece appello a tutta la sua scaltrezza e abilità anche per innalzare Cosimo alla dignità granducale (traguardo raggiunto solo dopo la scomparsa di Eleonora, stroncata dalla tubercolosi a soli quarant’anni) , garantire al primo figlio il trono e al secondo la porpora cardinalizia. E nessuno dei suoi desideri, o forse è meglio dire, «voleri» andò deluso...La mostra a Palazzo PittiA questa grande figura femminile, Firenze dedica un’altrettanto grande mostra, una maxi esposizione curata da Florence Bruce Edelstein (storico dell’arte e docente della New York University) e intitolata Eleonora di Toledo e l’invenzione della corte dei Medici a Firenze. Divisa in sette sezioni, il percorso espositivo parte dall’infanzia alla corte di Napoli e si conclude con la fortuna postuma di Eleonora e al suo lascito culturale. Nello splendore di questo itinerario, è difficile dare delle priorità. L’ideale è percorrerlo senza fretta, da una sala all’altra, lasciandosi avvolgere dalla bellezza delle opere, dai quadri, dagli arazzi, dai gruppi marmorei, dai costumi e dai monili. Tanti e preziosi. Osservare, guardare, ammirare. Passare oltre e poi tornare indietro. Magari per (ri) soffermarsi sul meraviglioso Ritratto di Eleonora di Toledo con il figlio Giovanni, di Agnolo Bronzino, 1545, opera di squisita bellezza - e immagine guida della mostra – o sulla famosa tela di Tizano Vecellio , un altro ritratto, quello di Pedro de Toledo come cavaliere dell’ordine di Santiago.In un allestimento che li vede in dialogo perfetto con le altre opere, grande spazio è lasciato anche agli abiti, omaggio al ruolo che Eleonora - responsabile diretta delle scelte del vestiario dei figli, delle sue dame, del marito e dell’intera corte – rivestì nella trasformazione della moda a Firenze: meraviglioso, fra gli altri, l’ Abito femminile (probabilmente indossato da una delle damigelle di Eleonora quando fu ricevuta in Vaticano nel 1560 da Papa Pio IV), 1560, esposto in una teca accanto ad un altro bel ritratto di Eleonora, datato 1562 ed attribuito al Bronzino.Insomma, da qualunque prospettiva la si guardi, questa mostra è il dovuto omaggio ad una donna che, per citare ancora una volta le parole di Eike Schmidt «... fu la sovrana che nel Cinquecento gettò le basi del principato e il cui impegno ancor oggi determina il volto di Firenze »
Una jeep israeliana transita davanti al valico di Erez, che collega Israele a Gaza, in uno scatto dello scorso ottobre (Getty Images)
Oudeh avrebbe avuto un ruolo centrale nell’apparato di sicurezza di Hamas durante gli attacchi del 7 ottobre, ricoprendo l’incarico di responsabile dell’intelligence militare e collaborando strettamente con al Haddad nella ricostruzione della struttura operativa del gruppo dopo la morte di Mohammed Deif e Mohammed Sinwar. Le stesse fonti sostengono che l’incarico gli fosse già stato proposto in passato dopo l’eliminazione di Sinwar, ma che in quel momento avesse deciso di non assumere la guida dell’organizzazione armata. Nell’immagine diffusa insieme alle informazioni, Oudeh compare accanto a Raafa Salameh, Abu Obeida e Mohammed Deif. Tutti gli altri dirigenti presenti nella foto sarebbero stati eliminati nel corso delle operazioni israeliane.
Intanto Israele si sta preparando per impedire che possa verificarsi un nuovo 7 ottobre. A quasi tre anni dall’attacco di Hamas contro le comunità israeliane al confine con Gaza, lo Stato ebraico sta costruendo una nuova rete di difesa territoriale basata su civili addestrati, squadre di intervento rapido e protocolli operativi studiati direttamente sulle lezioni del massacro del 2023. Secondo quanto riportato dal FDD Long War Journal, all’inizio di maggio nella comunità di Nir Oz, una delle località simbolo dell’assalto di Hamas, i membri di una nuova squadra volontaria di sicurezza civile hanno completato la seconda delle otto sessioni previste da un innovativo programma di addestramento chiamato «Magen 48». L’iniziativa è gestita dall’organizzazione israeliana Magen Yehuda e nasce con l’obiettivo dichiarato di fornire ai cosiddetti «difensori civili» competenze operative e strumenti professionali per affrontare eventuali nuovi attacchi terroristici. Il progetto viene realizzato in collaborazione diretta con le Forze di difesa israeliane (Idf), che stanno contribuendo all’addestramento delle squadre locali di volontari incaricate di intervenire immediatamente in caso di incursioni armate.
Il trauma del 7 ottobre continua infatti a influenzare profondamente la strategia di sicurezza israeliana. Quel giorno migliaia di terroristi di Hamas, supportati da altri gruppi armati e da saccheggiatori civili, sfondarono le difese israeliane penetrando nelle comunità vicino alla Striscia di Gaza. L’attacco provocò massacri, sequestri e devastazioni senza precedenti. Molti dei villaggi colpiti sono ancora oggi impegnati nella ricostruzione, mentre migliaia di residenti stanno lentamente tornando nelle proprie abitazioni dopo lunghi mesi di evacuazione. In questo contesto Israele punta ora a creare comunità capaci di difendersi autonomamente nei primi minuti di un’aggressione, evitando di dipendere esclusivamente dall’arrivo delle forze armate regolari.
Le unità addestrate dal programma vengono chiamate «Kitat Konenut», cioè squadre di intervento rapido. Si tratta di gruppi composti principalmente da ex soldati residenti nelle comunità di confine vicino a Gaza, al Libano e alla Cisgiordania. Queste squadre rappresentano la prima linea di difesa locale e hanno il compito di reagire immediatamente a infiltrazioni terroristiche mentre la comunità attende l’arrivo di rinforzi militari e di polizia.
Il nome «Magen 48» è stato scelto in memoria dei 48 membri delle forze di sicurezza israeliane uccisi il 7 ottobre. L’organizzazione lavora a stretto contatto con il Comando del Fronte Interno delle IDF, con la Divisione Gaza dell’esercito israeliano e con i consigli locali delle comunità di frontiera. Il modello di addestramento è stato sviluppato studiando le esperienze delle località che riuscirono a resistere meglio durante l’attacco di Hamas, in particolare il Kibbutz Erez, considerato uno dei casi più efficaci di difesa locale durante l’assalto. Secondo quanto dichiarato sul sito ufficiale di Magen 48, il programma mira a garantire che ogni comunità attorno alla Striscia di Gaza sia «addestrata, equipaggiata e operativamente pronta» per affrontare future minacce. La preparazione delle comunità viene considerata una priorità strategica non soltanto per rafforzare la sicurezza dei residenti, ma anche per favorire il ritorno della popolazione evacuata dopo gli attacchi di Hamas.
L’iniziativa arriva in una fase estremamente delicata per Israele. Mentre il governo israeliano continua a chiedere il disarmo di Hamas e a mantenere alta la pressione militare sulla Striscia di Gaza, la sicurezza delle aree di confine rimane una delle principali preoccupazioni strategiche del Paese. Il 13 maggio il primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato Nickolay Mladenov, direttore del Gaza Board of Peace, discutendo della situazione del cessate il fuoco e delle prospettive di smantellamento delle capacità militari di Hamas. Nello stesso giorno le IDF hanno annunciato l’eliminazione di un membro delle forze Nukhba di Hamas a Gaza.
Ari Briggs, cofondatore di Magen 48, ha spiegato al Long War Journal della FDD che il nuovo protocollo di addestramento israeliano è già stato adottato in 67 comunità vicino al confine con Gaza e che il piano prevede di estendere il modello fino a circa 600 comunità nei prossimi anni. Briggs ha sottolineato che sono già state svolte oltre 550 sessioni di addestramento e che più di 1.500 persone hanno completato i corsi, numeri che equivalgono alla formazione di diversi battaglioni di fanteria. Secondo Briggs, il progetto rappresenta soltanto una prima fase di un piano molto più ampio. Il dirigente di Magen 48 ha spiegato che circa 900.000 israeliani vivono in aree considerate vulnerabili lungo diversi confini del Paese. Dopo il 7 ottobre oltre 74.000 persone furono evacuate dalle comunità vicine a Gaza per più di un anno, mentre evacuazioni simili si verificarono anche nel nord di Israele. Sebbene molti residenti siano tornati, la guerra ancora in corso continua ad alimentare un forte senso di insicurezza tra la popolazione.
Uno degli elementi più innovativi del programma riguarda il cambiamento della dottrina operativa. Briggs ha spiegato che il nuovo approccio prevede di affrontare i terroristi prima che riescano a raggiungere il centro delle comunità. L’obiettivo è quindi portare il combattimento direttamente contro gli assalitori invece di attendere passivamente dietro i cancelli dei kibbutz o dei villaggi. Per ogni comunità vengono elaborati specifici piani difensivi, con analisi dettagliate delle aree vulnerabili, delle posizioni delle telecamere di sorveglianza, delle recinzioni e delle postazioni fortificate da costruire. Briggs ha sottolineato che la principale lezione del 7 ottobre non riguarda semplicemente l’uso delle armi, ma soprattutto l’organizzazione delle squadre, il coordinamento operativo e la rapidità di risposta. Durante le esercitazioni osservate dal Long War Journal a Nir Oz, i volontari hanno simulato la bonifica di aree della comunità da terroristi armati, lavorando in coppie e coordinandosi con altri gruppi di difesa locale. Il programma comprende inoltre formazione medica, gestione delle emergenze e utilizzo avanzato delle armi. Prima del 7 ottobre ogni volontario riceveva soltanto circa 70 proiettili all’anno per l’addestramento al poligono. Oggi l’accesso alle munizioni è stato notevolmente ampliato e ai partecipanti viene richiesto di saper colpire bersagli fino a 150 metri di distanza. Anche le dimensioni delle squadre sono aumentate: dalle circa 12 persone previste in passato si è passati fino a un massimo di 28 volontari per comunità. Le unità sono inoltre miste e comprendono anche donne, come dimostrato durante le esercitazioni svolte a Nir Oz.
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