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2022-06-21
«Long Covid causato dai vaccini». Ma Biontech: «Niente test per i farmaci aggiornati»
Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata.
Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan.
«Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico.
Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno.
«Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi».
Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri.
Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19.
Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid.
«Anche il vaccino può causare il long Covid»
Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione.
Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori».
Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario.
I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid.
È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione.
Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti».
Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini».
Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid.
Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
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Nuovi interrogativi sui possibili effetti avversi dei preparati contro il virus. E anche sulla loro efficacia di fronte alle ultime varianti. Eppure l’ad dell’azienda farmaceutica avverte: «Non chiedeteci nuove prove cliniche sui prossimi prodotti». Mariano Bizzarri: «Indecente».Lo speciale comprende due articoli. Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata. Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan. «Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico. Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno. «Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi». Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri. Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19. Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-aggiornati-ma-stavolta-biontech-non-vuole-i-test-clinici-2657535858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-vaccino-puo-causare-il-long-covid" data-post-id="2657535858" data-published-at="1655753166" data-use-pagination="False"> «Anche il vaccino può causare il long Covid» Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione. Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori». Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario. I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid. È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione. Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti». Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini». Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid. Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
Giuseppe Conte e Luca Di Donna (Ansa)
La testimonianza resa ieri dall’imprenditore Marco Spadaccioli, general manager della Adaltis Srl, alimenta nuovi dubbi sull’attività degli avvocati Luca Di Donna (legale vicino a Giuseppe Conte - lavorava nello stesso studio del professor Guido Alpa, come l’ex premier) e Valerio De Luca, sospettati di aver messo in piedi un sistema di «facilitazioni» di finanziamenti pubblici e affari con Invitalia e la struttura commissariale di Domenico Arcuri per l’ottenimento di ricche commesse statali sui dispositivi medici. In virtù di cosa? Le informative dei carabinieri e gli stessi articoli della Verità, che segue la vicenda delle presunte provvigioni sin dal 2021, sono precise. E altrettanto preciso è stato ieri Spadaccioli, che ha raccontato che la Adaltis, nel periodo dell’emergenza pandemica, ha versato a Di Donna e De Luca ben 454.000 euro per la loro «consulenza»: «Un compenso estremamente importante», ha riconosciuto l’imprenditore, non ascoltato dalle opposizioni che sono uscite dall’Aula prima della sua testimonianza.
I fatti: tra giugno e dicembre 2020 la società aveva effettuato due forniture alla struttura commissariale di Domenico Arcuri. Oggetto delle forniture erano i kit molecolari. Un colpo straordinario per la Adaltis, che non aveva mai ricevuto altre commesse dalla struttura commissariale di Arcuri e non aveva neanche mai partecipato a nessuna gara pubblica. Come riuscì ad aggiudicarsi l’appalto? «Avevamo un kit che era stato molto gradito dagli operatori», ha dichiarato l’imprenditore. Prima di presentare le offerte, però, l’azienda si era premurata di blindare l’operazione siglando due accordi di consulenza (uno a maggio e uno a dicembre 2020) con Di Donna e il suo socio, incaricati di «predisporre e presentare tutta la documentazione necessaria per la partecipazione alla gara pubblica indetta dalla protezione civile presso la Presidenza del Consiglio, commissario straordinario dottor Domenico Arcuri». I due contratti stabilivano all’articolo 5 che il compenso dei due avvocati dovesse essere «pari al 10 per cento dell’importo del prezzo effettivamente incassato dalla società Adaltis».
Era un «compenso a successo», o «success free», ha spiegato Spadaccioli: «Noi ci preoccupavamo di incassare quanto dovevamo incassare, loro ci seguivano nell’incasso e sarebbero stati pagati a incasso avvenuto». Fatto sta, però, che nel corso dell’audizione il manager della Adaltis ha ammesso che i due professionisti non si occuparono affatto della predisposizione o del caricamento dei documenti per la prima gara da 800.000 euro, procedure gestite interamente dagli uffici interni di Adaltis. Di Donna e De Luca si sarebbero limitati a verificare la corretta iscrizione sulla piattaforma telematica e la sussistenza dei requisiti richiesti. «Altre cose non ne ricordo. Anche perché i documenti li abbiamo caricati noi, fisicamente». Per questo controllo durato appena tre giorni (dal giorno della stipula, 15 maggio, alla scadenza della gara, 18 maggio 2020) i legali hanno incassato ben 93.288 euro». Per quale attività? «Avranno controllato i documenti che c’erano da predisporre e che le nostre caratteristiche fossero coerenti e condivisibili».
Lo schema si è ripetuto quasi identico a dicembre dello stesso anno per una seconda commessa da oltre 2,4 milioni di euro, con il paradosso che il nuovo contratto di consulenza con i due avvocati fu firmato addirittura una settimana dopo l’invio dell’offerta di Adaltis, subito dopo un incontro in cui l’imprenditore riceveva ampie rassicurazioni sul buon esito della pratica. «Sono andato allo studio dell’avvocato Di Donna», ha raccontato Spadaccioli, «e mi ha detto: “Sì, potete partecipare tranquillamente, vi aiuteremo, vi supporteremo nel seguire le pratiche di incasso di questa fornitura, state tranquilli”». Dopo le rassicurazioni di Di Donna, la Adaltis si è aggiudicata l’appalto.
A chiudere il cerchio delle tensioni in commissione Covid è stata l’audizione dell’avvocato Nicoletta Spaziani, all’epoca praticante nello studio di Di Donna, che davanti alle domande incalzanti dei commissari ha opposto un muro invalicabile di «non ricordo», liquidando la vicenda come una serie di questioni strettamente personali.
«Durante la pandemia», ha spiegato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, «sarebbe esistito un sistema di affari che ruotava attorno alle commesse affidate dalla struttura commissariale di Arcuri, nominato da Conte. Oggi abbiamo audito un altro imprenditore che ha pagato 454.000 euro agli avvocati Di Donna e De Luca e ha ottenuto le commesse relative a dispositivi sanitari. Questi fatti sono in correlazione? Se lo fossero, emergerebbe allora che, se gli imprenditori pagavano questi consulenti, ottenevano le commesse con la struttura commissariale di Arcuri, altrimenti restavano con un pugno di mosche in mano. Si trattava quindi di un sistema di affari consolidato che ha coinvolto la struttura commissariale di Arcuri e il governo Conte? Gli italiani devono sapere. Conte venga a riferire in commissione Covid anziché continuare a fuggire».
Non si è fatta attendere la replica del leader del Movimento 5 Stelle. L’ex premier, nel rivendicare la trasparenza del proprio operato, ha cercato di incrinare l’unità della coalizione di governo, elogiando la «maggiore dignità politica» di Forza Italia e il parziale distacco della Lega, accusando invece il partito di Giorgia Meloni di «indagare sul nulla». «Non perdete tempo, perché non troverete mai una mia attività illecita», ha detto Conte.
Uno scontro istituzionale durissimo che, al di là dei risvolti politici parlamentari, attende ora eventuali e definitivi chiarimenti da parte della magistratura.
Tegola sugli obblighi vaccinali Covid
Quattro anni ci sono voluti, per sentirsi dire che non doveva essere sospeso dall’Azienda sanitaria locale nella quale lavorava come amministrativo. Si è conclusa bene, ma con un rilevante costo psicologico e materiale, la tormentata vicenda di un dipendente romagnolo tenuto a casa senza stipendio perché non voleva vaccinarsi contro il Covid. Una sentenza della Cassazione gli ha finalmente dato ragione e ora in molti sperano che altri giudizi di primo grado sfavorevoli vengano rivisti in appello.
Siamo a metà 2026 e ancora ci sono tante persone che scontano scelte fatte durante la pandemia, contro diktat privi di logica. «Otto amministrativi di aziende sanitarie a Reggio Emilia, otto a Brescia solo di miei assistiti si sono visti respingere tutti i ricorsi e aspettano l’appello. I giudici non vogliono sentire ragioni», fa sapere l’avvocato Paola Soragni. Immaginiamoci i numeri in tutta Italia, e quanti avranno rinunciato a procedere in giudizio per non accollarsi altre spese dopo aver perso fino a un anno di retribuzione.
Speriamo che la Cassazione, intervenuta nel caso di Francesco (nome di fantasia), possa segnare un percorso diverso. In servizio presso la Gestione giuridica risorse umane dell’Ausl della Romagna, il lavoratore venne sospeso dal 1° gennaio al 1° novembre 2022 per inosservanza dell’obbligo vaccinale.
Francesco presentò ricorso, ma il 18 ottobre 2022 il Tribunale di Forlì lo respinse. Un anno dopo, il 16 ottobre 2023, la Corte d’Appello di Bologna rigettava il suo ricorso e l’avvocato Giorgio Contratti, che difende l’amministrativo assieme al collega Riccardo Luzi, si rivolse alla Cassazione.
A fine dicembre 2025, gli ermellini hanno ritenuto quella sentenza di secondo grado «non conforme» ai principi di diritto, rimandando gli atti al tribunale di ordine inferiore. Così, la scorsa settimana, praticamente in quarto grado, la sezione Lavoro della Corte d’Appello di Bologna è stata «costretta» a rivedere la sua precedente sentenza e a dichiarare «illegittimo il provvedimento di sospensione adottato» nei confronti dell’amministrativo. Potete immaginare il tempo e i soldi inutilmente spesi?
Interessante è come la sezione Lavoro della suprema Corte di Cassazione, presieduta da Caterina Marotta, bacchetta i giudici di merito per le conclusioni a cui erano giunti nel rigettare i vari ricorsi, «andando contro la legge pur di salvare i provvedimenti delle Ausl», osserva Contratti. L’articolo 4 ter del decreto legge 44 del 2021, dal titolo «Misure urgenti per il contenimento dell’epidemia da Covid-19, in materia di vaccinazioni anti Sars-Cov-2, di giustizia e di concorsi pubblici», non intendeva «estendere l’obbligo vaccinale a tutti i dipendenti delle aziende operanti in campo sanitario e sociosanitario, a prescindere dalla qualifica posseduta e dalla natura dell’attività lavorativa espletata», dichiarano gli ermellini.
L’obbligo era per coloro che lavoravano in strutture quali ospedali, ambulatori, centri riabilitativi dove i servizi venivano svolti «a contatto con persone in situazioni di fragilità», con ciò «escludendo il personale non sanitario per qualifica operante in “luoghi non destinati all’erogazione delle prestazioni sanitarie o socio sanitarie”». Il dipendente sospeso era in una sede dell’Ausl Romagna puramente amministrativa, dove non c’erano pazienti o degenti, eppure gli venne tolto il diritto al lavoro.
Tribunale e appello, poi, rigettarono il suo ricorso, ma per la Cassazione era «fondato» ed è significativa la tirata d’orecchi che gli ermellini fanno ai giudici di Bologna: «La Corte territoriale ha dato un’interpretazione che mortifica il tenore letterale della legge, la quale si riferisce con chiarezza, non all’attività sanitaria o socio sanitaria svolta in generale dal datore di lavoro, bensì alla natura delle prestazioni erogate dalle singole strutture delle quali il soggetto, pubblico o privato operante nel campo sanitario, si avvale».
La sentenza impugnata «non risulta conforme a tale principio di diritto e va pertanto cassata con rinvio alla Corte di Appello di Bologna», scrivono i supremi giudici. La scorsa settimana, i magistrati del capoluogo emiliano presieduti da Susanna Mantovani hanno dovuto mettere la parola fine a questo assurdo iter giudiziario, dichiarando finalmente illegittima la sospensione dell’amministrativo.
La nuova sentenza, diametralmente opposta a quella emessa nel 2023 dalla stessa sezione (ma con giudici diversi), «condanna l’Ausl della Romagna a pagare» la retribuzione che il lavoratore avrebbe percepito negli undici mesi «anche ai fini della tredicesima, delle ferie e della progressione in carriera», oltre a rivalutazione e interessi legali.
Ultima amarezza, o beffa finale. Dei 13.200 euro di spese legali conteggiati dai giudici d’Appello, l’Ausl Romagna dovrà pagare solo il 60%. I rimanenti 5.200 euro sono a carico del lavoratore, oltre a quello che ha dovuto sborsare in questi anni per quattro gradi di giudizio. «Abbiamo dovuto lottare, perché non gli fossero accollate tutte le spese», precisa l’avvocato Contratti. «I giudici di Bologna, infatti, riconoscevano la buona fede dell’Ausl Romagna nell’interpretare la legge, interpretazione confermata da due giudici di merito».
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Benjamin Netanyahu e Donald Trump (Ansa)
Una ritorsione, quella dell’Idf, che è avvenuta, nonostante alcune ore prima il presidente americano avesse cercato di dissuadere il premier israeliano dall’ordinarla. In particolare, Trump aveva detto che Netanyahu non avrebbe avuto altra scelta se non quella di accettare un accordo tra Washington e la Repubblica islamica. «Sono io che comando. Sono io che comando tutto. Lui non comanda», aveva affermato, parlando con il Financial Times. Eppure, come abbiamo visto, il premier israeliano ha alla fine deciso di attaccare l’Iran in quella che è stata la prima azione bellica di Gerusalemme contro il regime khomeinista dal cessate il fuoco dell’8 aprile. Un’azione bellica da cui gli Stati Uniti hanno preso le distanze: un funzionario americano ha infatti precisato ad Axios che Washington non è stata coinvolta nei nuovi attacchi dello Stato ebraico, definendo comunque questi ultimi «relativamente limitati».
Nel frattempo, ieri pomeriggio, Trump e Netanyahu hanno avuto una nuova telefonata. Poco dopo, un funzionario israeliano ha reso noto che Gerusalemme avrebbe interrotto gli attacchi contro la Repubblica islamica sulla base di quanto richiesto dal presidente statunitense. La stessa fonte ha tuttavia aggiunto che lo Stato ebraico proseguirà i raid sul Libano. Il che si configura potenzialmente come un problema: poco prima, l’Iran aveva infatti annunciato di aver sospeso i lanci missilistici contro Israele, ma aveva altresì precisato di essere pronto a nuovi atti militari, nel caso Gerusalemme avesse avuto intenzione di effettuare ulteriori bombardamenti sul Paese dei Cedri. In questo quadro, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha detto che Gerusalemme condurrà dei raid su Beirut, qualora Hezbollah dovesse colpire lo Stato ebraico.
«Ho avvertito Netanyahu che, se porterà la situazione a una guerra, si troverà da solo contro l’Iran», ha raccontato ieri sera Trump a Channel 12. Non solo. Il presidente americano è anche tornato ad auspicare una soluzione diplomatica. «Entrambe le parti, Israele e Iran, puntano a un cessate il fuoco immediato! I negoziati finali sulla “pace” sono in corso, salvo che ignoranza o stupidità non si frappongano al loro cammino. Il blocco rimarrà in vigore a tutti gli effetti fino al raggiungimento di un ’accordo definitivo’. Le cose dovrebbero procedere rapidamente», ha affermato su Truth. Nel frattempo, il New York Times ha riferito che gli Stati Uniti avrebbero impedito un «massiccio» attacco che lo Stato ebraico aveva predisposto contro l’Iran. «Al momento, gli scontri su questo fronte si sono fermati, perché dopo essere stato colpito, il regime terroristico di Teheran ha smesso di attaccarci», ha affermato ieri sera, a denti stretti, il premier israeliano. «Se quel regime terroristico commetterà di nuovo l’errore di attaccarci, risponderemo con la forza», ha continuato. In questo clima, secondo Al Jazeera, l’ambasciatore statunitense a Beirut, Michel Issa, ha confermato che Trump e Netanyahu avrebbero «sfiorato la rissa sul Libano».
Alla base delle tensioni tra i due leader emergono elementi strutturali. Innanzitutto si registrano divergenze strategiche. Il premier israeliano punta o a un regime change a Teheran o a un Iran fortemente decentralizzato, se non addirittura «spezzettato» (è del resto un noto fautore della carta curda). Il presidente americano, dal canto suo, è favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Trump vuole infatti ridurre l’instabilità, evitare il pantano e collaborare in futuro con Teheran sul fronte della produzione petrolifera. Netanyahu, di contro, considera la soluzione venezuelana incapace di garantire realmente la sicurezza di Israele.
Il secondo nodo è elettorale. Trump vuole arrivare a un accordo con Teheran per ridurre il costo dell’energia e far scendere i prezzi della benzina negli Usa: un obiettivo che gli è necessario per rafforzare il Partito repubblicano in vista delle Midterm di novembre. Netanyahu è invece sotto pressione da parte dell’opposizione per continuare il conflitto con Hezbollah in Libano: una pressione che aumenterà con l’approssimarsi delle elezioni per la Knesset previste a ottobre. Il punto è che, come abbiamo visto, l’Iran ha subordinato un’eventuale intesa con gli Usa alla conclusione delle operazioni militari israeliane nel Paese dei Cedri. Insomma, è questo intricato reticolo di interessi divergenti che sta mettendo a dura prova l’alleanza tra Usa e Israele. Una situazione che rischia di impattare sia sul processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran sia sull’eventuale rilancio degli Accordi di Abramo.
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Da sinistra, Friedrich Merz, Volodymyr Zelensky, Emmanuel Macron e dietro Keir Starmer (Ansa)
E proprio nel giorno in cui sono iniziate le esercitazioni aeree Ramstein flag 2026, che fino al 19 giugno impegneranno 150 aerei da combattimento dell’Alleanza atlantica in Finlandia, Svezia, Norvegia e Danimarca, in gran parte presso i confini della Russia. Tra l’altro il governo lettone è caduto neanche un mese fa a causa di un velivolo senza pilota ucraino che si era schiantato sul territorio.
Il drone non è stato definito per quello che era, cioè ucraino, ma, pudicamente, «straniero», dal comunicato del ministero della Difesa lettone. Si è comunque incolpata Mosca asserendo che la deviazione dalla sua rotta era dovuta a interferenze elettroniche, il classico «jamming», attuate dai russi, anziché da ipotetici errori del sistema di guida. Riga ha diramato: «Nello spazio aereo lettone, sulla regione della Latgallia, caccia della missione Nato Baltic air policing hanno abbattuto un veicolo aereo senza pilota straniero entrato in Lettonia a seguito di guerra elettromagnetica russa. I caccia erano stati fatti decollare in risposta alla minaccia nello spazio aereo lettone». L’allarme era accompagnato da un avviso specifico per gli abitanti dei comuni di Ludza, Balvi e Aluksne, ai confini orientali.
Ad abbattere il drone è stato un caccia francese Dassault Rafale del contingente alleato che, a rotazione, assicura la difesa aerea delle Repubbliche baltiche nell’ambito della Baltic air policing. Poiché i Paesi baltici non hanno caccia supersonici, le squadriglie di altre nazioni Nato s’avvicendano a turno sulle loro basi, pronte su allarme. Il Rafale era decollato dalla base di Siauliai, nella vicina Lituania, dove sono stanziati anche F-16 rumeni, mentre in Estonia ci sono F-16 portoghesi. In Estonia è terminata solo due mesi fa una missione dell’Aeronautica italiana, la Baltic eagle III, che ha visto schierati da agosto 2025 ad aprile 2026 caccia F-35 ed Eurofighter italiani, uno dei quali aveva intercettato lo scorso 18 marzo un caccia russo Su-30 sconfinato presso l’isola di Vaindloo.
Ieri un altro drone, pare ucraino, è finito fuori rotta entrando nello spazio aereo della Moldavia e schiantandosi in un campo senza fare danni né vittime. Tutto ciò mentre dal vertice fra il presidente ucraino Volodymir Zelensky, il premier britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si ribadiva la richiesta di un dialogo con la Russia, ma a condizione di «cessate il fuoco immediato, congelamento dell’attuale linea del fronte, garanzie di sicurezza vincolanti per l’Ucraina e congelamento degli asset russi fino a risarcimento dei danni di guerra». I Paesi E3 hanno promesso a Zelensky che nei prossimi vertici, il G7 di Evian il 15-17 giugno, il vertice Nato di Ankara il 7-8 luglio e il summit dei Paesi «volenterosi» di Parigi il 14 luglio, si discuterà l’intensificazione del sostegno militare all’Ucraina, con l’aumento di produzione di sistemi di difesa e sviluppo congiunto di capacità antimissile e di attacco a lungo raggio. Da Mosca il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha già definito irricevibili le condizioni: «È difficile immaginare accordi con Kiev in queste condizioni». Ha definito «incoerenti» le posizioni emerse a Londra: «Parlano di pace e allo stesso tempo evidenziano la loro intenzione di aiutare il regime di Kiev a produrre nuovi tipi di armi per continuare la guerra».
Ma il summit E3-Ucraina è anche legato alle polemiche contro il governo di Giorgia Meloni sulla mancata presenza dell’Italia, che invece sarà in prima fila al G7, al vertice Nato e a quello dei volenterosi. Una risposta l’ha data la Germania, col portavoce Stefan Kornelius, che ha assicurato che l’Italia e la Polonia non sono da meno degli altri: «Polonia e Italia sono anch’esse coinvolte nel processo. V’è uno scambio costante con tutti i partner europei. Il formato E3 è un formato consolidato e collaudato. Nelle ultime settimane e negli ultimi mesi s’è dimostrato più volte vantaggioso preparare i vari passaggi anche in una cerchia ristretta. Ciò non significa che gli altri partner europei non siano coinvolti».
Intanto la guerra macina distruzione. Ieri la Russia ha lanciato sull’Ucraina «155 droni, di cui 124 abbattuti», sostiene l’aviazione di Kiev. Alcuni ordigni hanno colpito una fermata d’autobus a Zaporizhzhia, uccidendo due persone e ferendone 15. Un raid su Konotop, nell’area di Sumy, ha causato la morte di una donna e il ferimento di tre persone. Ieri il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov, ha rivelato che è stato collaudato un sistema di droni da intercettazione, denominato Brave1, in grado di centrare autonomamente i droni d’attacco russi Shahed.
Anche gli ucraini attaccano in profondità. Un drone di Kiev ha colpito il treno Mosca-Simferopoli, uccidendo un passeggero e ferendone un altro. Sempre vicino a Simferopoli i velivoli senza pilota ucraini hanno incendiato un deposito di petrolio, inoltre altre cisterne di greggio sono state colpite a Grushevaya Balka, presso Novorossiysk, come parte della strategia di lungo periodo mirata a logorare il settore energetico russo. Il ministero della Difesa di Mosca ha sostenuto che nelle ore precedenti erano stati «neutralizzati 300 droni ucraini». Di essi, almeno sette erano diretti sulla capitale, ma secondo il sindaco di Mosca, Sergei Sobyanyan, sono stati abbattuti, sebbene l’allarme abbia causato la chiusura dell’aeroporto.
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Ansa
Il fragile cessate il fuoco che da due mesi tiene lontano il Medio Oriente da una guerra aperta tra Israele e Iran è tornato a scricchiolare dopo una nuova escalation che rischia potenzialmente di far precipitare ancora la regione nel conflitto. Domenica sera Teheran ha lanciato una raffica di missili contro il Nord di Israele, segnando la più grave violazione della tregua raggiunta dopo settimane di combattimenti. Secondo le autorità israeliane, circa dieci missili sono stati lanciati in rapida successione intorno alle 22. Le sirene d’allarme hanno risuonato in numerose località del Nord del Paese, ma non si registrano vittime né feriti. L’Iran ha rivendicato l’attacco sostenendo che si è trattato di una risposta al raid effettuato poche ore prima dall’aeronautica israeliana contro il quartiere di Dahiyeh, nella periferia meridionale di Beirut, considerato una delle principali roccaforti di Hezbollah, il movimento sciita libanese sostenuto da Teheran.
Nel tentativo di contenere la crisi è intervenuto il presidente americano Donald Trump, che subito dopo il lancio dei missili ha annunciato di voler chiedere al premier israeliano Benjamin Netanyahu di evitare una risposta immediata. Nonostante gli appelli alla prudenza provenienti da Washington, la reazione non si è fatta attendere. Le Forze di difesa israeliane hanno annunciato di aver colpito diversi obiettivi collegati al complesso petrolchimico di Mahshahr, nel Sud-Ovest dell’Iran. Successivamente l’Idf ha comunicato di aver effettuato ulteriori attacchi contro installazioni militari iraniane nelle regioni occidentali e centrali del Paese. Le autorità israeliane non hanno fornito dettagli sul numero delle vittime né sulla localizzazione esatta di tutti gli obiettivi colpiti.
Da Washington è arrivata la precisazione che le forze armate statunitensi non hanno partecipato alle operazioni. Poi, nel pomeriggio, le parti belligeranti hanno annunciato la fine delle operazioni. Da Teheran, però, sono arrivate parole che lasciano intendere come il confronto sia tutt’altro che concluso. In un messaggio alla nazione, il comandante dell’esercito iraniano Amir Hatami ha accusato Israele di continuare a violare gli accordi esistenti. «Il nemico ha dimostrato, ancora una volta, con le continue violazioni degli impegni, che non rispetta accordi o cessate il fuoco», ha dichiarato. Hatami ha assicurato che le forze armate iraniane sono pronte a combattere fino all’ultimo. «Siamo pienamente preparati fino all’ultima goccia di sangue a sacrificare le nostre vite per la dignità e l’indipendenza di un fiero Iran». Quindi l’avvertimento rivolto a Israele: «Se il nemico ripete i suoi atti di aggressione, la nostra risposta sarà molto più severa». Il generale ha inoltre attribuito agli Stati Uniti la responsabilità dell’«aggressione sionista».
Sul fronte opposto, Netanyahu ha ribadito che Israele continuerà a colpire Hezbollah. «I nostri eroici combattenti stanno distruggendo Hezbollah», ha dichiarato in una videodichiarazione, «continuiamo a distruggere tutte le loro infrastrutture terroristiche nella zona di sicurezza, comprese enormi strutture sotterranee». Secondo il premier, il gruppo sciita aveva pianificato un’invasione della Galilea e un massiccio attacco missilistico contro le città israeliane. «Per ora il fuoco è cessato, ma abbiamo pieno diritto all’autodifesa. L’Iran e Hezbollah sono più deboli che mai e la nostra battaglia con loro non è ancora finita», ha aggiunto Netanyahu. Il premier israeliano ha poi risposto indirettamente agli inviti alla moderazione provenienti dalla Casa Bianca. «Israele ha il pieno diritto all’autodifesa e lo eserciteremo ogni qualvolta sarà necessario. Ve lo dico con la stessa stima e rispetto che nutro per il mio amico, il presidente Trump», ha affermato, sottolineando che «il fronte con l’Iran è sotto controllo».
Sulla stessa linea si è espresso il ministro della Difesa Israel Katz. Commentando il cessate il fuoco, Katz ha chiarito che le operazioni contro Hezbollah (ieri 7 morti), proseguiranno e che Israele è pronto a colpire nuovamente Beirut in caso di ulteriori attacchi. «Il quartiere Dahiyeh di Beirut sarà trattato allo stesso modo delle comunità del Nord. Qualsiasi attacco contro le comunità del Nord porterà a un nostro attacco», ha concluso. In serata le Forze armate israeliane hanno diffuso un nuovo ordine di evacuazione nella zona di Tiro, nel Libano meridionale. La preoccupazione israeliana, però, è che il presidente Trump possa limitare le operazioni di Israele in Libano e che cerchi di ridurne la portata non solo a Dahiyeh, ma più in generale in tutto il territorio libanese.
Ad aumentare la pressione su Teheran è arrivata anche la decisione dell’Unione europea di inserire nelle proprie liste sanzionatorie Mohammad Akbarzadeh, vicecomandante per gli Affari politici della Marina dei pasdaran, e Hamid Hosseini, rappresentante dell’Unione degli esportatori iraniani di prodotti petroliferi, gas e petrolchimici. Bruxelles li accusa di sostenere attività che ostacolano la libertà di navigazione e il diritto di transito nello Stretto di Hormuz.
E ora il petrolio fa di nuovo paura. «Le riserve si stanno consumando»
Le quattro principali istituzioni economiche ed energetiche del pianeta (Agenzia internazionale dell’energia, Fondo monetario internazionale, Banca mondiale e Organizzazione mondiale del commercio) hanno avvertito negli ultimi giorni che il cuscinetto delle riserve petrolifere si sta consumando a una velocità senza precedenti.
Qualora la crisi dello Stretto di Hormuz non rientrasse, dicono le organizzazioni sovranazionali, il mercato rischierebbe di scoprire troppo tardi quanto in alto possa arrivare il prezzo del barile. I nuovi scambi di missili tra Israele e Iran delle ultime ore sembravano allontanare le ipotesi di pace rapida nel centesimo giorno di guerra. Ma nel pomeriggio di ieri entrambe le parti hanno annunciato un cessate il fuoco provvisorio che ha calmato i prezzi, con il petrolio che dai massimi a 98 dollari al barile è tornato attorno a 94 dollari.
Malgrado tutto, dall’inizio della guerra in Iran i prezzi del greggio non sono saliti in modo drammatico e questo ai più appare sorprendente. Vi sono però due ragioni fondate, per questo. La prima è che la Cina ha tagliato in modo marcato le importazioni, riducendo il fabbisogno di greggio, mentre la seconda è che si sta attingendo in misura massiccia alle scorte accumulate negli anni passati. Si tratta di due ammortizzatori che nessun analista considera sostenibili a lungo. Se il prelievo proseguisse al ritmo attuale, il consueto aumento di domanda dell’estate rischierebbe di far decollare le quotazioni.
Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte globali osservate sono calate di circa 250 milioni di barili tra marzo e aprile, a un ritmo prossimo ai 4 milioni di barili al giorno, pari a circa il 4% della domanda mondiale, con un crollo particolarmente pesante delle scorte a terra dei paesi Ocse (circa 146 milioni di barili). I 32 membri dell’Agenzia hanno liberato 400 milioni di barili dalle riserve strategiche, che però non hanno tenuto il passo del prelievo, mentre le perdite cumulate dei produttori del Golfo dall’inizio della guerra hanno superato il miliardo di barili (con oltre 14 milioni di barili al giorno di produzione ferma).
Il Fondo monetario internazionale ha stimato che le scorte globali commerciali e strategiche, superiori a 8 miliardi di barili prima del conflitto, possano scendere intorno ai 7,5 miliardi entro luglio, il minimo degli ultimi cinque anni. Negli Stati Uniti l’ultima rilevazione del Dipartimento dell’energia indica scorte totali di greggio comprensive di quelle strategiche pari a 790,8 milioni di barili, in calo di circa 16 milioni in sette giorni, cioè oltre 2 milioni di barili al giorno. Le scorte commerciali, al netto della riserva strategica, si fermano a 433,7 milioni di barili, circa il 3% sotto la media stagionale quinquennale, con la riserva strategica scesa a 357,1 milioni.
Lo schema che ne emerge spiega perché il greggio Brent Dated (cioè il greggio con consegna fisica a breve termine, riferimento per il Mare del Nord), dopo aver toccato i 144 dollari al barile, sia poi ridisceso sotto quota 100.
Il prelievo dalle scorte e il calo della domanda cinese hanno tenuto a freno le quotazioni e comprato tempo mentre lo stretto resta di fatto chiuso, ma tutte le analisi concordano nel ritenere che se Hormuz rimanesse sbarrato e le scorte commerciali continuassero a scendere al ritmo attuale, il Brent potrebbe spingersi verso i massimi storici nel corso dell’estate, con scenari che collocano il prezzo tra i 130 e i 140 dollari.
Il paradosso è che nel caso di una riapertura dello Stretto, una marea di petrolio si riverserebbe sui mercati. Circa 600 petroliere sono bloccate nel Golfo e poco meno di un miliardo di barili è congelato in mare o non prodotto, una massa che al primo via libera rientrerebbe sul mercato insieme alla maggiore produzione delle Americhe (oltre 600.000 barili al giorno in più dall’inizio dell’anno). Non sarebbe un flusso immediato, ma avrebbe un effetto depressivo sui prezzi, riportandoli in acque meno burrascose.
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