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2022-06-21
«Long Covid causato dai vaccini». Ma Biontech: «Niente test per i farmaci aggiornati»
Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata.
Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan.
«Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico.
Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno.
«Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi».
Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri.
Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19.
Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid.
«Anche il vaccino può causare il long Covid»
Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione.
Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori».
Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario.
I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid.
È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione.
Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti».
Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini».
Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid.
Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
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Nuovi interrogativi sui possibili effetti avversi dei preparati contro il virus. E anche sulla loro efficacia di fronte alle ultime varianti. Eppure l’ad dell’azienda farmaceutica avverte: «Non chiedeteci nuove prove cliniche sui prossimi prodotti». Mariano Bizzarri: «Indecente».Lo speciale comprende due articoli. Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata. Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan. «Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico. Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno. «Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi». Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri. Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19. Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-aggiornati-ma-stavolta-biontech-non-vuole-i-test-clinici-2657535858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-vaccino-puo-causare-il-long-covid" data-post-id="2657535858" data-published-at="1655753166" data-use-pagination="False"> «Anche il vaccino può causare il long Covid» Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione. Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori». Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario. I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid. È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione. Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti». Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini». Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid. Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
Ggli impianti nucleari indiani di Kalpakkam (Getty Images)
Il reattore autofertilizzante segna una svolta per Nuova Delhi: meno dipendenza dall’uranio, più autonomia energetica e tecnologica. Un modello costruito in decenni che rafforza il peso geopolitico indiano mentre l’Europa resta in bilico sul nucleare.
Per anni il programma nucleare indiano è stato descritto come ambizioso, autonomo e spesso lento. È una lettura superficiale. In realtà, Nuova Delhi ha seguito una traiettoria coerente, costruita attorno a vincoli strutturali, indipendenza tecnologica e autonomia strategica. Ciò che sta prendendo forma a Kalpakkam rappresenta il punto di arrivo di questa strategia.
Il progresso del reattore veloce autofertilizzante sviluppato presso l’Indira Gandhi Centre for Atomic Research non è un semplice incremento di capacità energetica. È il passaggio decisivo verso un modello nucleare concepito per superare i limiti strutturali dell’India.
L’India non dispone di grandi riserve di uranio. Possiede invece torio in abbondanza. Da qui nasce la logica del programma nucleare a tre fasi: prima i reattori ad acqua pesante, poi i reattori autofertilizzanti, infine un ciclo basato sul torio.
Kalpakkam si colloca esattamente in questo snodo.
Il reattore veloce consente di produrre più materiale fissile di quanto ne consumi. In altri termini, crea il presupposto per rendere sostenibile un sistema energetico nucleare nel lungo periodo. Non è un progresso incrementale, ma una trasformazione strutturale.
La tecnologia dei reattori veloci è complessa e costosa. Molti Paesi l’hanno abbandonata perché potevano contare su abbondanti risorse di uranio. L’India no.
Il fatto che Nuova Delhi sia arrivata a questo punto con capacità prevalentemente indigene segnala tre elementi. Una maturazione industriale. L’India è oggi tra i pochi Paesi in grado di gestire l’intero ciclo di tecnologie nucleari avanzate. Una ridefinizione della sicurezza energetica. I reattori autofertilizzanti estendono drasticamente la disponibilità di combustibile. Un’affermazione di sovranità tecnologica. Dopo decenni di restrizioni e regimi di controllo, il Paese dimostra di poter sviluppare autonomamente tecnologie critiche.
Il significato di Kalpakkam si comprende pienamente se inserito nel contesto del rapporto con gli Stati Uniti. L’accordo nucleare civile del 2008 ha posto fine all’isolamento tecnologico dell’India, aprendo l’accesso ai mercati internazionali. Eppure Nuova Delhi ha scelto di non abbandonare il proprio percorso.
Kalpakkam dimostra che l’India non è un semplice acquirente di tecnologia occidentale, ma un attore con una propria traiettoria. Questo rafforza la sua posizione negoziale. Nei confronti di Washington, l’India si presenta come partner, non come dipendente.
In Europa, e in particolare in Italia, il nucleare torna lentamente al centro del dibattito. Anni di dipendenza dal gas importato e shock energetici hanno cambiato il quadro. L’Italia ha rinunciato al nucleare, ma resta esposta ai flussi energetici esterni. Il tema non è più ideologico. È strategico.
Kalpakkam evidenzia un contrasto netto. Mentre l’Europa discute se rientrare nel nucleare, l’India è prossima a completare una fase avanzata del proprio programma. Non si tratta di replicare il modello indiano, ma di cogliere una lezione: la sicurezza energetica richiede visione di lungo periodo e continuità politica.
Lo Stretto di Hormuz resta uno dei punti più vulnerabili del sistema energetico globale. Qualsiasi tensione in quell’area si traduce immediatamente in volatilità dei prezzi e instabilità. Gli shock recenti lo hanno dimostrato.
In questo contesto il nucleare cambia natura. Non è solo una fonte a basse emissioni. È uno strumento di stabilità strategica.
Kalpakkam riduce l’esposizione dell’India a queste vulnerabilità. Estendendo il ciclo del combustibile e limitando la dipendenza da importazioni, rafforza la resilienza del sistema energetico.
Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il messaggio è chiaro. Un sistema energetico fondato su dipendenze esterne è intrinsecamente fragile. Diversificare non basta. Serve costruire capacità interne.
Kalpakkam non è un evento spettacolare. Non produce l’impatto simbolico di un accordo o di un lancio. È il risultato di una strategia coerente, perseguita per decenni. Pochi Paesi riescono a mantenere una tale continuità nelle politiche tecnologiche.
Restano sfide. I reattori veloci richiedono disciplina operativa e investimenti. Ma si tratta di problemi legati alla fase di consolidamento, non di incertezza.
Kalpakkam segna il passaggio da un programma nucleare promettente a una capacità strutturale. In un contesto globale segnato da rotte energetiche fragili, competizione geopolitica e shock ricorrenti, questa capacità assume un valore che va ben oltre la produzione di energia. È una leva strategica.
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Il cambio di passo politico è evidente. Con il governo Merz, Berlino ha avviato una revisione profonda del proprio paradigma, approvando un piano straordinario su difesa e infrastrutture che rompe con decenni di rigore fiscale. Tuttavia, la traiettoria macro resta fragile: crescita del Pil ridimensionata allo 0,5% e margini fiscali a rischio dispersione, come segnalato dalla Bundesbank. Anche sul fronte corporate, le aspettative si sono raffreddate: la crescita degli utili attesa per il 2026 è scesa dal 20% al 12%. Il mercato azionario riflette una frattura interna: l’indice Dax, trainato da multinazionali globali, ha sovraperformato nettamente l’Mdax, espressione dell’economia domestica. Secondo Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «il divario tra Dax e Mdax è la prova della crisi profonda. Mentre alcuni giganti si salvano grazie all’export extra-Ue, molte medie imprese sono schiacciate da burocrazia, tassi di interesse elevati e un euro troppo forte per un’economia in stagnazione».
Il nodo più critico resta l’automotive. Colossi come Volkswagen e Bmw stanno perdendo terreno rispetto ai competitor cinesi nell’elettrico, dove il vantaggio tecnologico e di scala è ormai evidente. In parallelo, settori legati alla nuova politica industriale mostrano dinamiche opposte: Rheinmetall e Hochtief hanno registrato performance straordinarie, così come Siemens Energy, spinta dal ciclo globale dell’elettrificazione. Sul piano strutturale, la riforma più sottovalutata riguarda il risparmio previdenziale. Il superamento del modello Riester introduce una svolta: maggiore esposizione ad asset rischiosi e apertura a Etf e azioni. La «Frühstart-Rente» segna un tentativo di finanziarizzazione diffusa del risparmio. «Perché gli analisti guardano con interesse a questa mossa? Perché si passa da un risparmio “morto”», spiega Gaziano, «a un afflusso di capitali potenzialmente fresco e ricorrente verso il mercato azionario. È un cambiamento anche culturale: lo Stato tedesco spinge i cittadini a diventare azionisti e, come accade in Francia o Gran Bretagna, consente di usare gli Etf per farsi la pensione. Roba che in Italia sembra fantascienza, visti gli interessi in campo di banche e reti e governi di tutti i colori che si preoccupano più di compiacere le lobby del settore piuttosto che favorire gli interessi dei risparmiatori».
Le implicazioni per l’asset management sono rilevanti. Player come Dws Group e Amundi, insieme a gruppi assicurativi come Allianz, sono posizionati per intercettare nuovi flussi. E così è anche Deutsche Borse, con un modello di business anti-fragile.
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Stalin (Ansa)
Secondo l’interpretazione dello storico Alain Besançon, il comunismo non può essere ridotto a semplice alleato contingente del nazismo, ma ne rappresenta piuttosto una sorta di «gemello eterozigote»: due sistemi diversi nelle forme e nelle giustificazioni ideologiche, ma accomunati da una radice totalitaria e da una simile concezione del potere assoluto. Come gli Horcrux custodiscono frammenti di un’anima corrotta, così alcune ideologie del Novecento hanno disseminato nel tempo e nello spazio elementi persistenti di violenza, repressione e negazione dell’individuo e antisemitismo camuffato da compassione selettiva. Anche quando una di queste forme storiche è crollata, i suoi presupposti o le sue conseguenze hanno continuato a riemergere in contesti diversi, trasformandosi e adattandosi.
L’analogia non va presa alla lettera, ma aiuta a visualizzare la capacità di certe strutture ideologiche di sopravvivere alla propria apparente sconfitta. In questa prospettiva, il rapporto tra nazismo e comunismo non è solo quello di due finti nemici storici, ma di due veri alleati: i due sistemi che si sono spartiti la Polonia come un panino, che hanno condannato a morte tutti gli ebrei che erano scappati in Unione Sovietica, che hanno permesso al Terzo Reich le guerre lampo grazie alle forniture di materie prime che arrivavano sottocosto da Stalin. Pur contrapponendosi, hanno condiviso tratti profondi: il controllo totale della società, la soppressione del dissenso, l’uso sistematico della paura. Definirli «gemelli» significa riconoscere che entrambi hanno incarnato, in modi diversi, una stessa deriva del pensiero politico moderno. Così, come nel mondo narrativo gli Horcrux rendono difficile la sconfitta definitiva del male, nella storia reale certe idee e pratiche continuano a lasciare tracce, richiedendo uno sforzo costante di comprensione critica e vigilanza per impedirne il ritorno sotto nuove forme.
Una delle forme di ritorno del nazifascismo è l’antifascismo. La liberazione celebrata il 25 aprile fu un’occupazione militare in conseguenza a una guerra persa. La guerra la fece, la cominciò, la dichiarò l’Italia che con poche eccezioni era entusiasticamente fascista. Il fascismo permetteva di dividere tra noi, buoni, e loro, cattivi. Permetteva di insultare, permetteva di disprezzare. Era pura e gratuita arroganza. Permetteva di uccidere impunemente, per esempio Matteotti. Il 25 aprile pomeriggio tutti furono antifascisti. L’antifascismo era semplicemente arroganza, divideva tra noi e loro, noi e buoni e loro cattivi, permetteva impunemente di uccidere, per esempio il filosofo Gentile. Il fascismo fu un fenomeno ripugnante. L’antifascismo ha ancora una dignità o è ormai un fenomeno ripugnante? I conti mai fatti con il sangue dei vinti, l’incapacità a condannare il comunismo, firmatario del patto Ribbentrop-Molotov, dittatura atroce e senza giustificazioni, le distanze mai prese dal terrorismo rosso, l’affetto mai rinnegato per il terrorismo palestinese rendono l’antifascismo uno dei contenitori grazie al quale l’anima frammentata del mostro traversa i decenni, speriamo non i secoli. Che i morti seppelliscano i morti. I sette fratelli Govoni massacrati nella seconda strage di Cento possono seppellire i sette fratelli Cervi?
La Costituzione nata con l’antifascismo non è anticomunista. Non ha evitato scempi come per esempio via Lenin, via Che Guevara, via Mao. La Costituzione nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità di protezione delle libertà elementari dell’individuo, come si è visto nella dittatura pandemica, durante la quale sono stati violati anche i trattati di Norimberga, Helsinki e Oviedo. La nostra Corte costituzionale ha evidenziato come la Costituzione non sia stata violata in queste imposizioni gravissime: la nostra Costituzione è deficitaria, non protegge nemmeno la libertà dell’individuo a non essere costretto ad ammalarsi per fare da cavia e da fornitore di denaro alle grandi case farmaceutiche. La Costituzione è nata con l’antifascismo non ha alcuna capacità nella protezione del rispetto della fede religiosa dell’individuo, costringendo persone credenti o semplicemente etiche, a pagare con le loro tasse, l’aborto volontario, imposizione che queste persone, io per prima, trovano ripugnante. La nostra Costituzione permette che tre cittadini al giorno vengano incarcerati innocenti perché la loro innocenza sia forse riconosciuta dopo mesi, se non dopo anni, e che nessuno paghi per questi errori tragici. Questa è un’eredità diretta dal fascismo. Il momento è venuto di liberarci del fascismo e di tutti i suoi retaggi.
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