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2022-06-21
«Long Covid causato dai vaccini». Ma Biontech: «Niente test per i farmaci aggiornati»
Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata.
Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan.
«Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico.
Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno.
«Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi».
Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri.
Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19.
Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid.
«Anche il vaccino può causare il long Covid»
Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione.
Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori».
Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario.
I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid.
È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione.
Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti».
Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini».
Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid.
Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
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Nuovi interrogativi sui possibili effetti avversi dei preparati contro il virus. E anche sulla loro efficacia di fronte alle ultime varianti. Eppure l’ad dell’azienda farmaceutica avverte: «Non chiedeteci nuove prove cliniche sui prossimi prodotti». Mariano Bizzarri: «Indecente».Lo speciale comprende due articoli. Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata. Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan. «Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico. Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno. «Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi». Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri. Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19. Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-aggiornati-ma-stavolta-biontech-non-vuole-i-test-clinici-2657535858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-vaccino-puo-causare-il-long-covid" data-post-id="2657535858" data-published-at="1655753166" data-use-pagination="False"> «Anche il vaccino può causare il long Covid» Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione. Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori». Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario. I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid. È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione. Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti». Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini». Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid. Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
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Un’associazione che non ha mai fatto del male a nessuno e che porta avanti un’agenda pro life attraverso tre direttrici fondamentali: fare pressione politica affinché anche questa visione del mondo venga accolta dalle istituzioni internazionali; educare i giovani al rispetto della vita dal concepimento alla morte naturale; e, infine, promuovere attività culturali, come ad esempio scambi internazionali ed Erasmus, affinché i giovani si sviluppino integralmente attraverso il bello.
In passato, la World youth alliance ha ottenuto, come è giusto che sia, diversi finanziamenti da parte dell’Unione europea (circa 1,2 milioni) senza che nessuno dicesse alcunché. Ora però qualcosa è cambiato. La World youth alliance, infatti, ha partecipato ad alcuni bandi europei ottenendo oltre 400.000 euro di fondi per organizzare le proprie attività. La normalità, insomma. Poi però sono arrivate tre interrogazioni da parte dei partiti di sinistra, che hanno evidenziato come gli ideali portati avanti da questa associazione siano contrari (secondo loro) all’articolo 14 dell’Accordo di sovvenzione, secondo cui «l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società in cui prevalgono il pluralismo, la non discriminazione, la tolleranza, la giustizia, la solidarietà e la parità tra donne e uomini».
Il punto, però, è che la World youth alliance non ha mai contraddetto questi valori, ma ha semplicemente portato avanti una visione pro life, come è lecito che sia, e sostenuto che si può non abortire. Che c’è sempre speranza. Che la vita, di chiunque essa sia, va sempre difesa. Che esistono solamente due sessi. Posizioni che, secondo la sinistra, sarebbero contrarie ai valori dell’Ue.
Come nota giustamente l’eurodeputato Paolo Inselvini (Fdi) da cui è partita la denuncia dopo che la World youth alliance si è rivolta a lui affidandogli i documenti, le interrogazioni presentate fanno riferimento a documenti politici che non esistevano nel momento in cui è stata fatta la richiesta di fondi e che ora vengono utilizzati in modo retroattivo. Come, per esempio, la Strategia europea Lgbtiq 2026-2030, che è stata adottata lo scorso ottobre, e la Roadmap sui diritti delle donne, che è stata comunicata in Commissione nel marzo del 2025. Documenti che ora vengono utilizzati come clave per togliere i fondi.
Secondo Inselvini, che a breve invierà una lettera in cui chiederà chiarimenti alla Commissione europea, «si stanno costruendo “nuovi valori europei” non sulla base dei Trattati, della Carta dei diritti fondamentali o della tradizione giuridica europea, ma sulla base di orientamenti politici tutt’altro che condivisi dai cittadini europei».
Ma non solo. In questo modo, prosegue l’eurodeputato, «i fondi vanno sempre agli stessi. Questa vicenda, infatti, si inserisce in un quadro più ampio: fondi e spazi istituzionali sembrano essere accessibili solo a chi promuove l’agenda progressista. Basta guardare alle priorità politiche ed economiche: 3,6 miliardi trovati senza esitazione per la nuova strategia Lgbtq+, mentre le realtà che non si allineano vengono marginalizzate, ignorate o addirittura sanzionate. L’Europa non può diventare un sistema di fidelizzazione ideologica in cui si accede a risorse pubbliche solo a condizione di adottare un certo vocabolario e una certa visione del mondo».
Perché è proprio questo che è diventata oggi l’Ue: un ente che punisce chiunque osi pensarla diversamente. Un’organizzazione che è diventata il megafono delle minoranze, soprattutto quelle Lgbt, e che non ammette alcuna contraddizione. Chi osa esprimere dubbi, o semplicemente il proprio pensiero, viene punito. Via i fondi alla Fafce e alla World youth alliance, quindi.
Il tutto in nome del rispetto per le opinioni degli altri. «Se oggi si arriva a censire, controllare e punire un’organizzazione non per quello che fa, ma per quello che crede, allora significa che qualcosa si è rotto», conclude Inselvini.
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(Totaleu)
Lo ha detto il ministro a margine del consiglio per gli Affari interni, riguardo ai centri di rimpatrio in Albania.
Il sindaco di New York Zohran Mamdani (Ansa)
L’uomo che ha portato il comunismo nel cuore di New York, sfruttando anche il phisique du rôle terzomondista e una certa retorica populista, ha già annunciato che lascerà il suo modesto appartamento con affitto controllato per la lussuosa residenza ufficiale del sindaco a Manhattan. La decisione è stata annunciata ieri con un post su Instagram, insieme a una foto di una replica in miniatura della villa. «La settimana scorsa abbiamo visto la nostra nuova casa!», ha detto.
Il democratico, che entrerà in carica il primo gennaio, si trasferirà nello stesso mese alla Gracie Mansion, una casa di 1.000 metri quadrati costruita nel 1799 nell’elegante Upper East Side, sulle rive dell’East River, immersa in un parco verdeggiante, che divenne la residenza ufficiale del sindaco nel 1942. Un atto dovuto? Non proprio. Non vi è infatti alcun obbligo per i sindaci di risiedere lì, sebbene la maggior parte di loro abbia risieduto nella villa, con la notevole eccezione di Michael Bloomberg (2002-2013). In una dichiarazione, Mamdani ha affermato che lui e sua moglie, l’illustratrice Rama Duwaji, hanno preso questa decisione principalmente per motivi di «sicurezza» e che stanno «lasciando a malincuore il bilocale» che la coppia condivide ad Astoria, un quartiere popolare del Queens con una numerosa popolazione di immigrati.
«Ci mancheranno molte cose del nostro appartamento di Astoria. Preparare la cena fianco a fianco nella nostra cucina, condividere un sonnolento viaggio in ascensore con i nostri vicini la sera, sentire musica e risate risuonare attraverso le pareti dell’appartamento», ha scritto, con una retorica strappa like.
Mamdani ha fatto del costo della vita un tema centrale della sua campagna, promettendo in particolare alloggi più accessibili. Il fatto che lui stesso vivesse in uno di questi appartamenti, al costo di 2.300 dollari al mese, ha attirato le critiche dei suoi oppositori, che ritengono che il suo stipendio da 142.000 dollari da membro dell’Assemblea dello Stato di New York e il reddito della moglie permettessero alla coppia di stabilirsi in un appartamento al di fuori di tale quadro normativo. «Anche quando non vivrò più ad Astoria, Astoria continuerà a vivere in me e nel lavoro che svolgo», ha promesso. Non ha infine rinunciato a un altro sermone sociale da campagna elettorale: «La mia priorità, da sempre, è servire le persone che chiamano questa città casa. Sarò il sindaco dei cuochi di Steinway, dei bambini che si dondolano al Dutch Kills Playground, dei passeggeri dell’autobus che aspettano il Q101». Solo che da adesso li vedrà col binocolo dal suo ampio terrazzo.
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