True
2022-06-21
«Long Covid causato dai vaccini». Ma Biontech: «Niente test per i farmaci aggiornati»
Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata.
Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan.
«Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico.
Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno.
«Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi».
Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri.
Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19.
Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid.
«Anche il vaccino può causare il long Covid»
Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione.
Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori».
Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario.
I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid.
È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione.
Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti».
Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini».
Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid.
Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
Continua a leggereRiduci
Nuovi interrogativi sui possibili effetti avversi dei preparati contro il virus. E anche sulla loro efficacia di fronte alle ultime varianti. Eppure l’ad dell’azienda farmaceutica avverte: «Non chiedeteci nuove prove cliniche sui prossimi prodotti». Mariano Bizzarri: «Indecente».Lo speciale comprende due articoli. Mentre a fatica, ma da più parti, aumentano le segnalazioni di scienziati che documentano eventi avversi correlabili con il vaccino anti Covid, dai vertici di Big pharma arriva la richiesta di non fare più ricerche cliniche. Sabato, Ugur Sahin, amministratore delegato e cofondatore della Biontech, l’azienda tedesca produttrice con Pfizer del vaccino a mRna, ha rilasciato un’intervista al Financial Times che avrebbe dovuto essere ripresa ovunque, denunciandone il vergognoso contenuto, invece è stata silenziata. Il ricercatore tedesco di origine turca ha avvertito che una sottovariante di Omicron, che sfugge completamente alla protezione dei vaccini, potrebbe emergere e che perciò sta diventando più «urgente» un farmaco aggiornato, in grado di offrire maggiore protezione il prossimo autunno. Fin qui, non è una novità. Semmai si può discutere sul livello attuale della protezione, che pare ridotta ai minimi termini con i prodotti ancora basati sul ceppo di Wuhan. «Il tempo stringe», ha detto il miliardario Sahin, e anche con vaccini che utilizzano la tecnologia rapida dell’mRna, come quelli di Pfizer-Biontech e Moderna, potrebbero essere necessari tre mesi prima di una loro produzione di massa. I tempi si allungherebbe ulteriormente, quattro mesi in più se fossero richiesti nuovi dati clinici ed ecco allora che cosa propone il ceo turco tedesco. «Sarebbe utile avere l’opportunità di aggiornare il vaccino secondo i dati più recenti, senza l’obbligo di fare ulteriori studi clinici», ha dichiarato Sahin. Le agenzie regolatorie, che dovrebbero decidere entro la fine del mese se approvare i vaccini contro il i ceppi virali più recenti del Covid-19, non devono chiedere valutazioni di sicurezza, questa è la sconcertante richiesta che arriva da un produttore che grazie al virus è capo di un impero farmacologico. Come se non fosse sufficientemente grave la sua affermazione, il medico ha liquidato l’enorme questione sicurezza dichiarando che i dati non sarebbero diversi dalla documentazione prodotta per il vaccino originale, poiché verrebbe «semplicemente cambiato il numero di aminoacidi della proteina Spike». Della serie, acquistate a pacchetto chiuso altri lotti senza interrogarvi sul tema rischi, proprio quando Marco Cavaleri, responsabile dei vaccini presso l’Agenzia europea per i medicinali, ha affermato che le autorità regolatorie devono sapere se i nuovi prodotti hanno superato i loro predecessori e quante dosi potranno essere disponibili, prima che i singoli governi decidano chi dovrebbe ricevere un quarto richiamo in autunno. «Il direttore della ricerca della Biontech afferma con nonchalance che cambiare alcuni amminoacidi nella struttura della proteina codificata dal vaccino a mRna non comporta differenza nel rischio atteso. Un’affermazione del genere dimostra quale ignoranza alberghi nei novelli apprendisti stregoni: la differenza nella emoglobina normale e quella dei pazienti con anemia falciforme dipende per esempio dal cambiamento di un unico amminoacido», commenta Mariano Bizzarri, professore di patologia clinica all’università La Sapienza di Roma. Indignato per questo tentativo di negare «effetti svantaggiosi», ritiene «semplicemente criminale pensare di autorizzare un qualunque farmaco senza averlo adeguatamente studiato in un trial clinico, per valutarne efficacia e eventi avversi». Oggi, che siamo ben lontani dall’emergenza, «niente può giustificare le “scorciatoie” auspicate da Sahin», tuona lo scienziato. «I principi che regolano lo studio di nuove cure furono declinati già nel 1025 da Avicenna e codificati in modo scientifico nel 1747 da James Lind. In tempi recenti il Codice di Norimberga e la Dichiarazione di Helsinki hanno sintetizzato in modo esplicito i criteri e le precauzioni necessarie. Invece, mossi esclusivamente da brama di profitto, i tecnici della Pfizer pretendono riscrivere la storia stessa della medicina. Questo è ignobile e va contrastato con assoluta fermezza», conclude Bizzarri. Centinaia di migliaia di persone non sanno se oggi stanno male per effetto della vaccinazione, in quanto è tortuoso e fortemente ostacolato il percorso per stabilire correlazioni. Le proteine Spike prodotte dal vaccino sono molto simili a quelle del virus e si legano ad alcuni recettori in tutto l’organismo, «salta un po’ il meccanismo di regolazione delle funzioni vitali», sostiene Fabio Angeli, esperto di cardiologia preventiva, che sulla rivista internazionale Journal of cardiovascular development and disease, ha pubblicato la prima revisione sistematica sull’insorgenza di un aumento della pressione sanguigna dopo la vaccinazione anti Covid-19. Eppure il ceo di Biontech suggerisce un «sistema più flessibile», nell’approvazione di un nuovo vaccino. Sahin giudica ovviamente irrilevanti e inconsistenti le perplessità sull’utilizzo di più dosi di un prodotto a mRna, ma il mondo scientifico si sta svegliando, seppur lentamente, dall’ignavia con la quale aveva accolto senza riserve il dio anti Covid. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/farmaci-aggiornati-ma-stavolta-biontech-non-vuole-i-test-clinici-2657535858.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="anche-il-vaccino-puo-causare-il-long-covid" data-post-id="2657535858" data-published-at="1655753166" data-use-pagination="False"> «Anche il vaccino può causare il long Covid» Vaccinati che presentano sintomi di long Covid dopo l’inoculazione. Sono stati osservati in uno studio statunitense e confermati dal professor Andrea Francesco De Maria, esperto di malattie infettive dell’Università di Genova che ha colto problemi neuropatici in pazienti italiani post vaccino. Il pre print, pubblicato a maggio su Medrxiv da scienziati di Boston, Philadelphia, Baltimora, Bethesda, riporta conclusioni che aprono nuovi, preoccupanti interrogativi sugli effetti delle punture nella popolazione. Tra gennaio e settembre 2021, 23 persone dai 27 ai 71 anni (età media 40), quasi tutte donne, entro 21 giorni dalla vaccinazione anti Covid avevano mostrato polineuropatia, ovvero malfunzionamento simultaneo di molti nervi periferici in tutto il corpo. Il 39% ha sviluppato i sintomi dopo la seconda dose. I vaccini erano stati soprattutto di Pfizer (in dodici persone) e Moderna (in nove), due cittadini avevano ricevuto rispettivamente Janssen e Astrazeneca. Nessuno di loro aveva precedenti malattie neurologiche, eppure dopo la somministrazione tutti accusavano «gravi parestesie del viso e/o degli arti da moderate a gravi e/o sensazioni di bruciore sia agli arti superiori sia inferiori». Per nove di loro ci sono stati problemi pure alla bocca, al viso, sul cuoio capelluto. Il 61% presentava sintomi ortostatici, intolleranza al calore e palpitazioni», che solitamente colpiscono chi è stato infettato dal virus. Il 52% dei pazienti aveva «evidenze obiettive di neuropatia delle piccole fibre», del sistema nervoso periferico, per la quale la diagnosi non è facile. Fibre che trasportano al nostro cervello informazioni relative al dolore e alla temperatura. Quasi tutti hanno risposto al trattamento con corticosteroidi ad alte dosi, suggerendo che il processo infiammatorio è immunomediato, legato a una disregolazione del sistema immunitario. I ricercatori specificano che i pazienti «non stavano assumendo farmaci che potessero influenzare la pressione sanguigna o la frequenza cardiaca, non soffrivano di dolore acuto, non avevano un’infezione attiva, diabete o anemia per spiegare la sindrome della tachicardia ortostatica posturale (Pots)», che sta emergendo come una delle manifestazioni cliniche del cosiddetto long Covid. È un sintomo altamente debilitante, nel passare dalla posizione supina a quella eretta aumenta la frequenza cardiaca, si avvertono palpitazioni, difficoltà respiratoria, mal di testa, c’è difficoltà a concentrarsi. La conclusione dello studio è che «le risposte immunitarie della proteina anti Spike possono collegare sindromi post Covid e post vaccino». Quindi pure il long Covid va ad annoverarsi tra gli enti avversi conseguenti alla vaccinazione. Il 2 febbraio, sul New England journal of medicine (Nejm) era stata pubblicata una lettera dell’infettivologo De Maria che dichiarava: «Negli ultimi tre mesi, ho assistito cinque pazienti che hanno avuto gravi eventi avversi post vaccino che hanno coinvolto i nervi periferici. Quattro dei pazienti presentavano una grave neuropatia periferica con deficit della percezione sensoriale e dolore agli arti; due pazienti avevano una paralisi, con guarigione parziale dopo 12 e 8 mesi. Un paziente presentava tinnito (ronzio, fischio, ndr) persistente di circa 50 decibel, 500 Hz, in entrambe le orecchie. Tutti e cinque i casi si sono verificati entro 24-36 ore dopo la prima dose di Pfizer Biontech in pazienti senza una storia di reazioni al vaccino o di malattie autoimmuni o demielinizzanti». Il professore aggiungeva che «altre indagini e casi singoli hanno corroborato le mie osservazioni personali». Da che cosa nascevano queste sue considerazioni? De Maria citava uno studio pubblicato a novembre, sempre su Nejm, che elaborando il possibile ruolo svolto dagli anticorpi anti idiotipi (quelli che alcuni soggetti sviluppano contro gli anticorpi generati dal vaccino o dalla malattia), nella patogenesi di gravi reazioni avverse all’infezione e alla vaccinazione da Sars-Cov-2 venivano citate solo la miocardite e la trombocitopenia immune trombotica. Il professore afferma invece che «Neuropilin 1 è il secondo recettore per Sars-Cov-2; è riconosciuto dalla proteina Spike del virus e preso di mira dal virus all’inizio della replicazione. Questa proteina è stata finora trascurata per quanto riguarda gli effetti avversi del vaccino». Ecco perché, alla luce di quanto riscontrato in pazienti italiani, l’infettivologo suggerisce che «la possibilità che gli anticorpi anti idiotipi o altri meccanismi immunomediati che prendono di mira la neuropilina 1 possano essere coinvolti in complicazioni correlate al vaccino, comprese le sequele neurologiche, dovrebbe essere considerata durante le valutazioni cliniche e studiata per migliorare gli attuali vaccini». Anche uno studio inglese del novembre scorso arrivava alla conclusione che «l’esposizione alla prima dose del vaccino Astrazeneca può essere un fattore di rischio per la poliradicoloneuropatia a esordio acuto, caratterizzata da un coinvolgimento più comune dei nervi cranici». Un mese prima, uno studio tedesco dell’Università di Heidelberg elencava vari disturbi neurologici autoimmuni riscontrati in seguito alle vaccinazioni anti Covid. Pure l’infettivologo Massimo Galli, che dopo tre vaccinazioni si era comunque contagiato, a Panorama aveva detto: «Ho quello che sembra essere il long Covid con dolori muscolari diffusi». Alcuni dei sintomi, spiegava, «potrebbero essere stati innescati dalle vaccinazioni». Ieri, però, il prof ci ha tenuto a specificare che non c’è stato «nessun cambio di rotta sull’importanza della vaccinazione» e che «eventuali valutazioni sull’opportunità di somministrare il vaccino in persone con problemi di long Covid» attengono a «riflessioni cliniche sul singolo paziente». Excusatio non petita...
Nel riquadro, lo stilista Brett Johnson
Settantacinque appuntamenti, tra cui 16 sfilate fisiche, 6 eventi digitali, 44 presentazioni, 2 presentazioni su appuntamento e 7 eventi speciali. Un programma ricco che testimonia la vitalità del settore e la capacità di Milano di attrarre brand affermati e nuove realtà creative. Questi i numeri della fashion week (19/23 giugno) dedicata all’abbigliamento da uomo. In calendario anche Brett Johnson, stilista americano specializzato nel lusso maschile di alta gamma. Ha lanciato il suo marchio durante la settimana della moda di New York nel 2013-2014 e successivamente ha trasferito il centro operativo a Milano, dove oggi ha showroom e uffici. Dietro a ogni sua collezione c’è molto di più: una visione della qualità fondata sull’artigianalità italiana, sul valore della permanenza e sulla volontà di costruire una nuova eredità culturale nel panorama internazionale dell’ultra-lusso. In questa conversazione, Brett Johnson racconta la sua idea di stile, il rapporto con il made in Italy e l’ambizione di creare una maison capace di lasciare un segno nella storia della moda contemporanea.
La Costiera Amalfitana è stata la principale fonte d’ispirazione per la Primavera-estate 2027. Quali emozioni o immagini desiderava tradurre in questa collezione?
«La Costiera ha qualcosa di magnetico, un luogo sospeso tra mare e roccia, dove la luce scolpisce le superfici, i colori si fondono con il paesaggio e il tempo sembra seguire un ritmo diverso. Ho voluto evocare la naturale eleganza del territorio sia attraverso i colori sia i materiali e le costruzioni. Ho scelto per questo il bianco della calce, le sfumature minerali della sabbia, l’acquamarina del mare, il verde salvia della vegetazione costiera. Ho voluto utilizzare lini superfini, cotoni mercerizzati, blend di seta e cotone, suede impalpabili e pelli ultraleggere, molto confortevoli. Anche il tailoring segue questa filosofia: le forme sono leggere, le strutture morbide e rilassate. Giacche destrutturate, pantaloni fluidi, bermuda sartoriali, overshit. Questa collezione racchiude un equilibrio perfetto tra eleganza disinvolta, artigianalità ed energia vibrante».
Nelle sue collezioni il concetto di «lusso silenzioso» emerge con grande forza. Come definirebbe oggi il vero lusso in un’epoca dominata dalla velocità e dall’ostentazione?
«Credo che oggi il vero lusso sia avere il tempo e la libertà di fare le cose nel modo giusto. Quando acquisti qualcosa, dovresti sapere che è stato prodotto con cura, con materiali straordinari e da artigiani capaci di valorizzare i capi. Questo, per me, è il lusso. In un mondo che corre sempre più veloce e premia l’ostentazione, penso che le persone sentano il bisogno di qualcosa di più autentico. Un abito non dovrebbe gridare per essere notato: dovrebbe parlare attraverso la sua costruzione, il comfort e il modo in cui ti fa sentire quando lo indossi. Il lusso è anche correttezza. È offrire il miglior prodotto possibile, realizzato con rispetto per chi lo crea e a un prezzo che rifletta il suo vero valore. Non mi interessa il lusso come simbolo di status. Mi interessa creare capi destinati a durare».
Lei lavora esclusivamente con manifatture d’eccellenza in Toscana e Umbria. Che cosa ha imparato dagli artigiani italiani e in che modo questa esperienza ha influenzato la sua visione creativa?
«Gli artigiani italiani mi hanno insegnato prima di tutto il rispetto. Rispetto per il materiale, per il tempo necessario a realizzare qualcosa bene e per un sapere che si tramanda da generazioni. Quando ho iniziato, non avevo una formazione tradizionale nella moda: ho imparato osservando, facendo domande e lavorando ogni giorno al loro fianco. È stata un’esperienza che ha cambiato completamente il mio modo di pensare il design. Oggi, quando sviluppo una collezione, non parto solo da un’idea estetica, ma da ciò che una manifattura è realmente in grado di esprimere al massimo livello. Credo che il miglior design nasca proprio da questo dialogo continuo tra creatività e artigianalità. L’Italia mi ha insegnato che l’eccellenza non è mai il risultato di una scorciatoia. È disciplina, pazienza e attenzione ai dettagli. Lavorare con le manifatture in Toscana e in Umbria significa confrontarsi ogni giorno con persone che fanno questo mestiere da tutta la vita e che hanno un livello di competenza incredibile. Il mio ruolo è valorizzare quel patrimonio di conoscenze e trasformarlo in qualcosa di contemporaneo».
La ricerca delle materie prime è un elemento centrale del suo lavoro. Quando seleziona una pelle o un tessuto, quali caratteristiche cerca per capire se quel materiale è davvero straordinario?
«La prima cosa che cerco è il carattere. Un materiale straordinario non deve solo essere bello da vedere, deve trasmettere qualcosa già al primo contatto. Mi interessa la mano del tessuto, il modo in cui cade sul corpo, come reagisce al movimento e, soprattutto, come evolve nel tempo. Mi interessa capire se possiede un’autenticità che il cliente percepirà anche tra dieci anni. I materiali migliori hanno una qualità quasi silenziosa. Dietro una pelle o un tessuto ci sono persone, competenze e decenni di esperienza. Non acquisto semplicemente una materia prima: scelgo di lavorare con aziende che condividono i miei stessi valori. Se un materiale è eccellente ma nasce da una filiera che non rispetta le persone o il territorio, per me perde immediatamente gran parte del suo valore. La qualità non può essere separata dall’integrità».
Continua a leggereRiduci
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
Continua a leggereRiduci
(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
Continua a leggereRiduci
Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
Continua a leggereRiduci