Carabiniere ammazzato a coltellate. Lo Stato smetta di stare coi criminali

Non bastano le lacrime, i messaggi, la retorica di circostanza. Non basta nemmeno la rabbia. Non basta prendere quei due bastardi e sbatterli galera per il resto dei loro giorni (ammesso che, invece, non escano tra una settimana). Non basta pubblicare le foto e celebrare le messe, non basta organizzare la colletta (ma qualcuno la organizzerà? O le collette si organizzano soltanto per Carola?). Non basta niente di tutto questo per onorare la memoria del carabiniere Mario Cerciello Rega, 35 anni, sposato da un mese appena e ucciso da due ladri (forse americani) mentre cercava di arrestarli nel cuore di Roma, elegante quartiere Prati. Per onorare davvero la sua memoria, per fare in modo che la sua morte non sia vana, bisogna che questo Paese smetta di essere dalla parte dei ladri. E provi, per una volta, a stare dalla parte delle guardie. Ma per davvero. Sempre. Non soltanto per piangerle quando le guardie sono chiuse dentro una bara.
Il vicebrigadiere Mario, il vicebrigadiere buono, come lo chiamavano, è stato un eroe perché si è fatto uccidere per arrestare due ladri. Uno dei gesti più inutili della contemporaneità italiana: arrestare i ladri, per l'appunto. A che servirà mai? Se poi tanto vengono subito liberati? Quei due avevano rubato una borsa e un cellulare a un uomo e stavano praticando quello che in gergo si chiama «cavallo di ritorno»: chiedevano 100 euro per la restituzione del maltolto.
Il vicebrigadiere Mario è intervenuto con un collega, sono stati aggrediti a coltellate. Il collega è rimasto ferito, lui è stato ucciso. Ucciso. Per un furto di 100 euro. Per due ladri che non avrebbero fatto un giorno di cella. Voi capite quanto sia impari il confronto che ogni sera va in scena nelle nostre città? Da una parte ci sono le guardie che sanno di rischiare la vita. Dall'altra ci sono i ladri che sanno di non rischiare nulla. Le guardie difendono lo Stato, ma hanno lo Stato contro. I ladri offendono lo Stato. Ma godono incredibilmente della sua protezione.
Ma sì: i ladri vengono protetti dallo Stato, dal buonismo della legge e dei giudici. Il vicebrigadiere Mario, invece, non lo ha protetto nessuno. Molti degli agenti che operano su strada, per esempio, da anni chiedono un corpetto sottocamicia, che potrebbe salvarli dalle coltellate. Comprarlo costa caro (600-700 euro), e lo stipendio di chi indossa la divisa è troppo basso per consentire simili spese. Perché non ci pensa lo Stato? Perché non passa quel corpetto? Ovvio: perché lo Stato non protegge i suoi uomini. È troppo impegnato a difendere i ladri. Soprattutto a difenderli dal rischio di finire in cella.
A Genova, per esempio, è stato arrestato uno spacciatore, ma i giudici l'altro giorno l'hanno lasciato libero con la motivazione che, siccome costui compiva i suoi crimini nei vicoli della città vecchia, «è stato troppo facile arrestarlo». Troppo facile arrestarlo, dunque torna libero. Capito, cari carabinieri? Fatevi ammazzare, se no l'arresto è troppo facile. E viene cancellato in tribunale.
Eppure, nonostante tutto, il vicebrigadiere Mario ci credeva ancora allo Stato. Ci credeva a tal punto da scegliere la divisa, e da sacrificare ad essa la sua vita. Si è fatto uccidere per lo Stato. Si è fatto uccidere pur sapendo che quello stesso Stato, a quelli come lui, gira le spalle. Perché questo è il Paese del bengodi delinquenziale, la terra promessa dei criminali, il paradiso terrestre dei malviventi impuniti. «Volete rubare? Venite in Italia», dicevano qualche tempo fa alcuni banditi romeni ai loro connazionali. La polizia li intercettò per caso. Ma quelle telefonate sono la fotografia esatta del nostro Paese, dove chi commette reati sente sempre su di sé la benevolenza dello Stato. Mica come chi quei reati cerca di fermarli. E dallo Stato viene ogni giorno tradito.
Molti ieri si chiedevano: ma perché il vicebrigadiere Mario non ha sparato a quel bastardo con il coltello? Semplice: perché le forze dell'ordine hanno paura a sparare. Se il ladro incoccia in una pallottola e si fa la bua, infatti, loro passano un sacco di guai.
E non vale dire che il ladro faceva il ladro, che se l'è cercata, non conta se stava minacciando direttamente la vita stessa dell'agente. Non conta nulla. Se viene ferito un ladro è tragedia nazionale, con scatenamento annesso di talk show. Se muore un carabiniere, al massimo qualche lacrima, ma poi in fondo chi se ne frega? Sono incerti del mestiere. Cose che capitano a fare gli sbirri, a perseguire con ostinazione l'intento di fermare i ladri, anziché lasciarli esprimere al meglio delle loro potenzialità.
Per questo dico che oggi non bastano le parole di circostanza. Non bastano questi due minuti di «siamo tutti carabinieri», l'omaggio delle Volanti, la lacrimuccia davanti alla bara, non bastano nemmeno la cattura dei responsabili (se sarà confermata) e neppure la loro severa condanna (se mai ci sarà). Per fare in modo che il sacrificio del vicebrigadiere Mario non sia del tutto inutile bisogna che questo smetta di essere il Paese degli impuniti, bisogna che venga ristabilito un minimo (minimo) di certezza della pena. Bisogna che chi sbaglia paghi, che non sia possibile spacciare e rubare con il permesso del buonismo di Stato. Bisogna, insomma, che lo Stato torni a essere una cosa un pochino più seria di quella che è. Scegliendo, per esempio, di stare dalla parte delle guardie anziché da quella dei ladri. Scegliendolo una volta per tutte. Per sempre. Non solo oggi. Non solo, con ipocrisia, davanti alla bara del vicebrigadiere buono.






