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2019-02-26
È Lega piglia tutto pure in Sardegna. Cappotto al Pd e M5s prosciugato
Ansa
Doveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa.
Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».
Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas.
Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.
Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.
Salvini ora può passare davvero all’incasso
C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo.
La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio.
Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo.
Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una.
«Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale».
Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo.
Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti.
Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
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Spinge il centrodestra alla vittoria con Christian Solinas, senatore leghista. Sesta disfatta locale dalle politiche per i dem, che restano primo partito ma calano. La batosta dei grillini secondo il candidato: «Era una partita già persa».La parola d'ordine di Giuseppe Conte è: «Nessuna ripercussione sul governo». I due alleati concordano, ma i pesi sono ribaltati. Adesso i «blu» hanno il capitale politico per accontentare la base su legittima difesa, Tav e autonomia. Se fosse necessario, pescando i voti da Fi e Fdi.Lo speciale contiene due articoliDoveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa. Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas. Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-lega-piglia-tutto-pure-in-sardegna-cappotto-al-pd-e-m5s-prosciugato-2629996696.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ora-puo-passare-davvero-allincasso" data-post-id="2629996696" data-published-at="1767981760" data-use-pagination="False"> Salvini ora può passare davvero all’incasso C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo. La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio. Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo. Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una. «Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale». Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo. Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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