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2019-02-26
È Lega piglia tutto pure in Sardegna. Cappotto al Pd e M5s prosciugato
Ansa
Doveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa.
Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».
Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas.
Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.
Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.
Salvini ora può passare davvero all’incasso
C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo.
La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio.
Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo.
Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una.
«Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale».
Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo.
Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti.
Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
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Spinge il centrodestra alla vittoria con Christian Solinas, senatore leghista. Sesta disfatta locale dalle politiche per i dem, che restano primo partito ma calano. La batosta dei grillini secondo il candidato: «Era una partita già persa».La parola d'ordine di Giuseppe Conte è: «Nessuna ripercussione sul governo». I due alleati concordano, ma i pesi sono ribaltati. Adesso i «blu» hanno il capitale politico per accontentare la base su legittima difesa, Tav e autonomia. Se fosse necessario, pescando i voti da Fi e Fdi.Lo speciale contiene due articoliDoveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa. Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas. Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-lega-piglia-tutto-pure-in-sardegna-cappotto-al-pd-e-m5s-prosciugato-2629996696.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ora-puo-passare-davvero-allincasso" data-post-id="2629996696" data-published-at="1774132198" data-use-pagination="False"> Salvini ora può passare davvero all’incasso C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo. La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio. Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo. Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una. «Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale». Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo. Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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