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2019-02-26
È Lega piglia tutto pure in Sardegna. Cappotto al Pd e M5s prosciugato
Ansa
Doveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa.
Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».
Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas.
Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.
Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.
Salvini ora può passare davvero all’incasso
C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo.
La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio.
Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo.
Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una.
«Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale».
Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo.
Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti.
Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
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Spinge il centrodestra alla vittoria con Christian Solinas, senatore leghista. Sesta disfatta locale dalle politiche per i dem, che restano primo partito ma calano. La batosta dei grillini secondo il candidato: «Era una partita già persa».La parola d'ordine di Giuseppe Conte è: «Nessuna ripercussione sul governo». I due alleati concordano, ma i pesi sono ribaltati. Adesso i «blu» hanno il capitale politico per accontentare la base su legittima difesa, Tav e autonomia. Se fosse necessario, pescando i voti da Fi e Fdi.Lo speciale contiene due articoliDoveva essere un testa a testa quello tra Christian Solinas e Massimo Zedda, candidati a governare la Sardegna per i prossimi cinque anni rispettivamente per il centrodestra e il centrosinistra, e invece per Pd e soci la tornata elettorale si è trasformata in un clamoroso testacoda. Una manciata di ore dopo l'inizio dello spoglio il risultato era già piuttosto chiaro, ma nel corso della giornata la vittoria da parte di Solinas ha raggiunto proporzioni che probabilmente nemmeno i più ottimisti speravano di portare a casa. Grazie a questo risultato, la Lega conquista la regione più a sud della sua storia politica. Entusiasta il vicepremier Matteo Salvini: «Dalle politiche a oggi se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd». Una vittoria rafforzata, ha aggiunto Salvini ringraziando i sardi che «hanno deciso di darci fiducia», anche dal fatto che «come in Abruzzo è la prima volta che ci presentiamo alla regionali».Nel momento in cui scriviamo, scrutinate ben più della metà delle sezioni (1.600 su 1.840), il candidato presidente del centrodestra ottiene il 47,8% delle preferenze, mentre il sindaco di Cagliari si è ferma appena al 33%. Lontanissimo l'esponente del M5s, Francesco Desogus, che raccoglie solo l'11% dei voti. Uno scarto considerevole, distante anni luce dagli exit poll diffusi ieri alla chiusura dei seggi e che attribuivano a Solinas una forbice tra il 36,5% e il 40,5%, accreditando Zedda di un intervallo tra il 35% e il 39%. Ma la realtà ha raccontato un'altra storia: Christian Solinas ha vinto praticamente dappertutto, raggiungendo percentuali eloquenti anche in roccaforti oggi governate dal centrosinistra (per esempio Sassari, dove ha raccolto oltre il 41% dei consensi). Il candidato del centrodestra sbanca tutte e otto le circoscrizioni provinciali, superando addirittura il 50% dei consensi in Gallura (58%) e Ogliastra (54%). Unica consolazione per Zedda, il risultato cittadino di Cagliari, capoluogo che amministra dal 2011. Nella «capitale», 153 sezioni scrutinate su 174, il sindaco arriva infatti a prendere il 44% contro il 41% di Solinas. Per il resto, dicevamo, non c'è stata storia. Nonostante la limpida vittoria ottenuta, qualche analista ha avuto il coraggio di parlare di risultato deludente per la Lega e per il centrodestra in generale. Un giudizio dettato dalla scarsa conoscenza della politica isolana e della legge elettorale vigente. Partiamo dai numeri nudi e crudi: le 11 liste che hanno sostenuto Christian Solinas hanno ottenuto ben il 52% delle preferenze, con in testa la Lega (11,9%) seguita dal Partito sardo d'azione (10%) e da Forza Italia (8%). Sull'altro versante, il centrosinistra ha raccolto appena il 30% dei voti, con il Pd (12,9%, in calo rispetto al 14% delle politiche) unico partito in grado di distinguersi dalle altre sette formazioni che oscillano tra lo 0,4% e il 3,7%. Ancora peggio il M5s, fermo al 9,5%. Numeri che sembrano punire duramente i partiti nazionali, e in particolare i due azionisti della maggioranza, ma che per essere compresi debbono essere inseriti nel particolarissimo contesto sardo. La somma delle formazioni che siedono in Parlamento e che si sono presentate alle regionali sarde (Lega, M5s, Pd, Forza Italia e Fratelli d'Italia) dà infatti meno del 50%. Da un lato ciò si deve attribuire allo scarso radicamento territoriale dei partiti del «continente», che spesso preferiscono appoggiarsi ai movimenti locali piuttosto che provare a crescere autonomamente. D'altro canto, tuttavia, la forte dispersione del voto (24 liste per 1,47 milioni di votanti) la dice lunga sul meccanismo elettorale, che invoglia a mettere in piedi una miriade di «portatori d'acqua» responsabili ciascuno di intercettare target elettorali ben precisi. Lega e M5s meritano una considerazione a parte. Il partito di Matteo Salvini si appoggia infatti a livello locale al Partito sardo d'azione, della quale Solinas, senatore eletto con la Lega, è segretario politico. Sommando il risultato ottenuto da questi due partiti si ottiene il 21,5%, lontano dalla media nazionale ma quasi doppio rispetto al risultato del Carroccio alle politiche del 2018 e inimmaginabile fino a qualche anno fa. Scontano invece l'assenza da presidi amministrativi di rilievo i pentastellati, sul cui esito elettorale ha pesato anche la vicenda del velista Andrea Mura (deputato dimessosi a seguito dell'espulsione dal Movimento con l'accusa di assenteismo), e quella di Mario Puddu, candidato alle regionali costretto al ritiro a seguito dell'indagine a suo carico per abuso d'ufficio. Deluso dal risultato, Desogus ha accusato Luigi Di Maio di non averci «messo la faccia», annunciando mestamente il ritorno al proprio mestiere di bibliotecario.Quella di Massimo Zedda, profugo di Sel, doveva essere invece la candidatura in grado di ricomporre il centrosinistra, non certo raccoglierne le macerie. Certo, l'eredità lasciata dalla giunta dei professori guidata da Francesco Pigliaru non era un lascito di cui fare gran vanto. Ricchezza pro capite ben lontana dalla media nazionale, spopolamento in atto, disoccupazione in doppia cifra, sono solo alcune delle criticità isolane che la precedente amministrazione regionale non ha saputo correttamente interpretare e gestire. Senza parlare del comparto sanità, vero e proprio punto caldo di tutta la campagna elettorale. Zedda ha ammesso la sconfitta e in tarda serata si è complimentato con il neogovernatore dell'isola, augurandogli buon lavoro. È ufficiale: da oggi in Sardegna inizia l'era di Christian Solinas.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-lega-piglia-tutto-pure-in-sardegna-cappotto-al-pd-e-m5s-prosciugato-2629996696.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-ora-puo-passare-davvero-allincasso" data-post-id="2629996696" data-published-at="1780691064" data-use-pagination="False"> Salvini ora può passare davvero all’incasso C'era una volta il governo gialloblù, che ora è diventato assai più blu che giallo: il risultato delle elezioni regionali in Sardegna certifica l'avvenuto ribaltone tra i due contraenti del contratto di governo. La Lega di Matteo Salvini va sempre più in alto, il Movimento 5 stelle sempre più in basso. Hai voglia a dire che le elezioni politiche sono cosa diversa dalle regionali (vero), ma è vero pure che se tre indizi fanno una prova, sei fanno una sentenza. Le parole di Matteo Salvini, sono tutte un programma: «Dalle politiche a oggi», ha commentato ieri Salvini, «se c'è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l'Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna», ha aggiunto Salvini, «è la prima volta che ci presentiamo alle regionali. Per il governo nazionale non cambia nulla, non è a rischio», ha sottolineato il vicepremier evitando, affettuosamente, di citare il M5s, alleato a Roma e avversario in tutto il resto dell'Italia, alle prese con l'ennesimo capitombolo elettorale. «Con Luigi Di Maio», ha detto Salvini, «ci siamo messaggiati e ci vedremo a breve per i prossimi passaggi economici. Non c'era bisogno che lo confortassi io. Ripercussioni sul governo? Abbiamo dato entrambi la nostra parola e la manterremo». Nell'attesa di sapere chi ha avuto ieri l'arduo compito di confortare Di Maio, quello che è certo è che per il segretario leghista, il vicepremier sempre meno vice, le cose non potrebbero andare meglio. Rispetto alle ultime politiche, quando in Sardegna la Lega prese il 10,79%, Salvini raddoppia: al risultato del Carroccio (12%) va infatti sommato il 10% del Partito sardo d'azione, che esprime il nuovo presidente della Regione, Christian Solinas, che è senatore leghista. Alle politiche del 4 marzo scorso i candidati del Partito sardo d'azione furono inseriti nelle liste leghiste; i voti ottenuti domenica scorsa dalle due liste, quindi, vanno sommati, arrivando così a superare comodamente il 20%, in una regione a tutti gli effetti meridionale. Per il Carroccio si può parlare di trionfo. Inevitabile che la compattezza della Lega attragga moltissimi ex elettori grillini, che invece vedono il loro partito alle prese con continue lacerazioni, dilaniato dagli strappi della corrente di sinistra radicale guidata dal presidente della Camera, Roberto Fico, degno successore di Gianfranco Fini, che ogni santo giorno, sguinzaglia i suoi fedelissimi a randellare l'esecutivo, tentando di logorare Luigi Di Maio. Il quale, Di Maio, non sa obiettivamente che pesci pigliare: l'unica cosa che non può assolutamente fare è far cadere il governo, anche perché i suoi stessi fedelissimi non lo seguirebbero. Il vicepremier pentastellato, dunque, deve fare buon viso a pessimo gioco: in Sardegna il M5s, alle scorse politiche, aveva ottenuto il 42,5% dei voti, ieri si è fermato al 10%. In valore assoluto, i 370.000 voti presi dal M5s lo scorso 4 marzo sono diventati circa 70.000. Un disastro. Le 5 stelle sono diventate poco più di una. «Non mi pronuncio», ha commentato per parte sua il premier Giuseppe Conte, «sulle valutazioni politiche del voto in Sardegna, ma non dobbiamo enfatizzare il ruolo di elezioni regionali: sono importanti per la Sardegna e offriranno degli spunti agli eletti ma sicuramente non ritengo che dagli esiti possano derivare conseguenze sul governo nazionale». Una speranza? No: una certezza, e del resto Conte sta ormai giocando una partita tutta sua, che lo vede, come anticipato dalla Verità, in corsa per la successione a Sergio Mattarella per il Quirinale (la scadenza è il 2022) e pronto a farsi garante di una consistente truppa di «responsabili pentastellati» pronti a puntellare un eventuale nuovo governo. Salvini andrà avanti, dunque, ma potrà farsi qualche scrupolo in meno di prima: con un alleato ridotto così male la Lega avrà gioco facile a rivendicare le proprie battaglie, piegando le resistenze dell'alleato. Sulla Tav, ad esempio, ieri, proprio ieri, il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, si è sbilanciato: «Non mi interessa l'analisi costi-benefici. Il problema non è la Tav, il problema è che nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra che un governo che cambia non sta ai patti, cambia i contratti, cambia le leggi e le fa retroattive. Questo è il problema», ha scandito il ministro dell'Economia a Quarta Repubblica, «non la Tav. Bisogna portare avanti l'economia italiana». Che poi ha dato un altro assist alla alega, questa volta su Alitalia: «Non va nazionalizzata, serve soluzione di mercato». Miele per il sottosegretario Giancarlo Giorgetti. Tav, legittima difesa, autonomia (seppure questo argomento è assai più complesso) potrebbero avere in parlamento i numeri necessari per l'approvazione (o per la non sospensione) con il sì di Forza Italia, Fdi, nel caso della Tav addirittura del Pd. Salvini non forzerà la mano, almeno non per ora: aspetterà le europee per chiedere la famigerata «verifica di maggioranza» e ottenere un consistente rimpasto di governo: il M5s, che dovrà cedere alla Lega almeno i ministeri delle Infrastrutture, della Difesa e della Salute: Danilo Toninelli, Elisabetta Trenta (tra i tre la meno traballante) e Giulia Grillo diranno addio al governo. Le elezioni anticipate? Salvini non ha interesse a chiederle, almeno se non ci saranno spaccature irrimediabili con il M5s: probabile però che il tema torni di grande attualità il prossimo ottobre, quando ci sarà da fare i conti con la legge di Bilancio.
Il baritono Luca Salsi ci guida alla scoperta del genio di Giuseppe Verdi attraverso tre opere che lo vedono protagonista al Teatro alla Scala di Milano. Da Nabucodonosor, primo grande successo del Cigno di Busseto, al penultimo capolavoro, Otello. Un titolo attesissimo per l’inaugurazione della prossima stagione, il 7 dicembre 2026.
Un duello tra Lautaro Martinez e Scott McTominay durante Inter-Napoli della scorsa stagione (Getty Images)
A nemmeno due settimane di distanza dalla fine del campionato, la Serie A versione 2026/2027 ha già preso forma con la tradizionale compilazione del calendario. Per il secondo anno consecutivo il Teatro Regio di Parma, nell'ambito del Festival della Serie A, ha ospitato la cerimonia che ha svelato le 38 giornate della prossima stagione.
Il campionato scatterà nel weekend del 22-23 agosto e si concluderà il 29-30 maggio 2027. Confermato il calendario asimmetrico tra andata e ritorno, mentre la principale novità riguarda le soste per le nazionali: tra fine settembre e inizio ottobre ci sarà una pausa unica di due settimane consecutive, alle quali si aggiungeranno gli stop di novembre e marzo. Previsti inoltre due turni infrasettimanali, il 28 ottobre e il 6 gennaio, oltre alla sosta natalizia del 26 e 27 dicembre.
L'avvio propone subito partite interessanti e affatto banali. I campioni d'Italia dell'Inter debutteranno a San Siro contro il Monza, mentre Napoli e Juventus inizieranno entrambe in trasferta, rispettivamente a Genova e Frosinone. Impegno esterno anche per il Milan, atteso dal Torino, mentre la Roma riceverà la Fiorentina all'Olimpico. Per assistere ai primi incroci di alta classifica non bisognerà però aspettare molto. Già alla terza giornata il calendario mette di fronte Juventus e Milan da una parte, Inter e Napoli dall'altra. Un doppio confronto che potrebbe offrire indicazioni interessanti fin dalle prime settimane della stagione. Il primo derby della Madonnina è invece fissato alla decima giornata, il 1° novembre, nello stesso turno in cui andrà in scena anche Juventus-Napoli. Al termine del girone d'andata, alla diciannovesima giornata, spazio al primo Derby d'Italia con Inter-Juventus a San Siro.
Anche il ritorno si annuncia particolarmente intenso. Alla ventiduesima giornata si giocheranno Napoli-Inter e Milan-Juventus, mentre due settimane più tardi, nel weekend di San Valentino, il calendario propone un altro doppio appuntamento di cartello con Inter-Milan e Napoli-Juventus. Restano inoltre i vincoli legati agli impegni europei. Nelle giornate collocate tra due turni delle coppe Uefa le squadre impegnate in Champions League non potranno affrontare quelle partecipanti a Europa League e Conference League, una scelta pensata per distribuire in modo più equilibrato gli impegni durante la stagione.
Dietro la compilazione delle 38 giornate c'è stato ancora una volta il lavoro dell'algoritmo utilizzato dalla Lega Serie A, chiamato a gestire contemporaneamente decine di vincoli tra derby, alternanza casa-trasferta, soste per le nazionali, coppe europee e disponibilità degli impianti. Un supporto tecnologico ormai diventato centrale nella costruzione del calendario. Ad aprire la cerimonia è stato il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, che ha rivendicato la crescita dell'interesse attorno al campionato sottolineando: «Abbiamo avuto una capienza media negli stadi di 30.000 spettatori a partita. La prova che il pubblico ama ancora e molto il nostro campionato».
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Giuseppe Cossu e Roberto Saviano (Ansa)
Caro Roberto Saviano,
ho letto le tue parole sul grido “Decima” pronunciato dagli incursori della Marina Militare e sento il bisogno di scriverti da uomo che ha servito l’Italia in uniforme, in patria e all’estero, compreso l’Afghanistan. Non per polemica, ma per offrire un punto di vista che troppo spesso viene ignorato.
Chi ha indossato il basco degli incursori sa bene che la storia va conosciuta nella sua interezza, senza semplificazioni e senza sovrapposizioni che finiscono per cancellare fatti, uomini e tradizioni. Quando sento pronunciare il nome “Decima”, il mio pensiero non corre alla Repubblica Sociale Italiana né alle pagine più controverse della guerra civile italiana. Corre invece agli uomini della Decima Flottiglia MAS che, prima dell’8 settembre 1943, scrissero alcune delle pagine più straordinarie della storia militare italiana.
Parlo di marinai che operarono in condizioni estreme, di pionieri delle operazioni speciali subacquee, di uomini che con mezzi rudimentali ma con coraggio eccezionale riuscirono a colpire obiettivi ritenuti impossibili. Parlo di una tradizione professionale e militare riconosciuta e studiata ancora oggi da numerose marine del mondo. È da quella tradizione tecnica, operativa e umana che discendono gli attuali incursori della Marina Militare.
Quando pensiamo a quella storia, pensiamo al sacrificio di Teseo Tesei e di tanti altri uomini che hanno rappresentato e continuano a rappresentare un esempio per ogni incursore. Pensiamo a chi ha dato la vita per compiere il proprio dovere, sapendo di andare incontro a una missione dalla quale forse non sarebbe tornato. Il loro esempio continua ancora oggi a essere fonte di motivazione nelle notti più dure dell’addestramento e delle operazioni.
Pensiamo anche alle radici più profonde dello spirito d’audacia della Marina italiana, a imprese come la Beffa di Buccari guidata da Gabriele D’Annunzio, episodi che hanno alimentato una tradizione fatta di coraggio, iniziativa e spirito di sacrificio. Sono queste le pagine che molti giovani militari studiano, insieme ai valori e ai principi tramandati dal reparto, trovando ispirazione per affrontare le sfide del servizio.
Ridurre tutto questo a una sola fase storica significa compiere un’operazione ingiusta nei confronti della verità. Significa ignorare che la Decima MAS esistette prima del 1943 e che proprio in quel periodo costruì la propria fama. Significa dimenticare uomini che servirono il loro Paese con disciplina e sacrificio in un contesto storico ben diverso da quello successivo all’armistizio.
C’è poi una domanda che mi pongo sinceramente: perché soltanto oggi questa tradizione viene presentata come un problema? Il grido “Decima” accompagna da sempre la storia e le tradizioni del reparto. Nel corso dei decenni si sono succeduti governi di ogni orientamento politico, presidenti della Repubblica, ministri della Difesa e vertici militari. Eppure nessuno ha mai ritenuto necessario trasformare questo elemento identitario in una battaglia ideologica.
Noi militari conosciamo il peso dei simboli. Proprio per questo sappiamo distinguerne le diverse fasi storiche. Nessuno pretende di cancellare le controversie che seguirono all’8 settembre. Ma allo stesso modo non si può accettare che un’intera tradizione venga identificata esclusivamente con una parte della sua storia, per quanto discussa essa sia.
Molti di coloro che oggi rivendicano l’eredità professionale degli incursori italiani hanno servito la Repubblica Italiana in missioni internazionali, spesso lontano dai riflettori. In Afghanistan, nei Balcani, in Iraq, nel Mediterraneo, nel Corno d’Africa e in numerosi altri teatri operativi, i militari italiani hanno operato per garantire sicurezza, stabilità e protezione delle popolazioni civili, spesso a rischio della propria vita.
Ho visto colleghi partire senza sapere se sarebbero tornati. Ho visto uomini lavorare per mesi lontano dalle famiglie, affrontando minacce concrete e quotidiane. Ho visto professionalità, umanità e spirito di servizio. E ho visto il rispetto che i militari italiani si sono guadagnati presso alleati e popolazioni locali grazie alla loro competenza e al loro equilibrio.
Quando un incursore richiama una tradizione militare, non necessariamente sta facendo una dichiarazione politica. Molto spesso sta rendendo omaggio a una storia professionale fatta di addestramento, sacrificio, fratellanza e servizio. È una differenza che chiunque affronti questi temi con onestà intellettuale dovrebbe sforzarsi di comprendere.
Se vi sono critiche da rivolgere a un governo, a una maggioranza politica o a una scelta istituzionale, esse appartengono legittimamente al dibattito democratico. Ma sarebbe auspicabile evitare che a farne le spese siano uomini che hanno dedicato la propria vita alla difesa della Patria e delle sue istituzioni. Militari che servono tutti gli italiani, senza distinzione di idee politiche, religione, origine o appartenenza sociale.
Le parole hanno un peso, soprattutto quando vengono pronunciate da personalità pubbliche. Per questo credo che sia importante distinguere tra la doverosa critica politica e il rispetto dovuto a chi serve lo Stato italiano. Le semplificazioni possono generare consenso immediato, ma raramente aiutano a comprendere la complessità della storia.
E forse, anziché soffermarsi esclusivamente sugli aspetti più controversi di quella vicenda, sarebbe utile raccontare anche le imprese che hanno reso celebre la Decima nel mondo: il coraggio di Teseo Tesei, le operazioni degli uomini d’assalto, l’innovazione tecnica, il sacrificio e la dedizione di chi ha aperto la strada alle moderne forze speciali. Sarebbe una storia capace di offrire ai nostri giovani esempi di determinazione, spirito di servizio e amore per il proprio Paese.
Non ti chiedo di condividere questa sensibilità. Ti chiedo soltanto di considerare che dietro quel nome, per molti militari, non vi è nostalgia ideologica, bensì il ricordo di una tradizione operativa che appartiene alla storia della Marina italiana e che ha contribuito a costruire l’eccellenza delle nostre forze speciali.
La storia, quando viene letta tutta intera, è sempre più complessa degli slogan. E il rispetto per chi ha servito e serve il proprio Paese dovrebbe essere un terreno comune, al di là delle differenze di opinione.
Con rispetto.
Giuseppe Cossu, Incursore in congedo della Marina Militare italiana.
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