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2023-05-01
E il nostro lavoro chi lo difende?
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Nella Festa del 1° Maggio solitamente si accendono i riflettori sul lavoro dipendente. Le altre formule di impiego si lasciano ai margini, forse perché percepite come bacino di consensi del centrodestra e forse perché ha ancora radici nel sindacato confederale la convinzione che le piccole imprese, gli artigiani, i commercianti, gli autonomi, i professionisti, siano comunque categorie che sanno come mantenersi al riparo dalla crisi, che abbiano gli anticorpi degli alti redditi per reagire ai periodi più difficili. O forse perché è facile l’equazione, partita Iva uguale evasore.
Per tutte queste ragioni la retorica della Festa del Lavoro invece di abbracciare tutte le categorie, soprattutto delle nuove professioni legate alle moderne tecnologie, sbocco principale dei giovani, invece di essere una Giornata di tutti, ripropone il consueto dualismo tra lavoro dipendente e autonomo. Un dualismo che sconfina nella contrapposizione. Come pure viene riproposta la vecchia immagine dell’azienda che vive nel conflitto tra imprenditore e dipendente laddove, soprattutto nelle piccole imprese, il rapporto è di collaborazione, talvolta di cogestione perché è questo che viene richiesto dalle sfide di una concorrenza sempre più aggressiva. Nel nostro Paese ci sono oltre 8 milioni di partite Iva, 4,8 milioni di lavoro autonomo e libero professionale. Lo scorso anno ne sono state aperte 500.000, secondo l’Osservatorio del ministero dell’Economia. In testa alla classifica quelle professionali con il 19%, seguite da commercio e edilizia, rispettivamente con il 18,3% e l’11%. Rispetto al 2021 c’è stato un calo nell’agricoltura (-31%), nel commercio (-26,6%) e nei servizi d’informazione (-8,5%), mentre si è avuto un aumento nell’istruzione (+24,2%), trasporti (+11,8%) e attività artistiche e sportive (+11,7%).
È un settore molto dinamico ma che ha sofferto notevolmente durante la pandemia e ora continua a pagare il prezzo dei rincari energetici e dell’inflazione. Nel 2020 secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, hanno chiuso circa 300.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi, di cui circa 240.000 esclusivamente a causa della pandemia, a cui si devono aggiungere anche 200.000 attività professionali sparite dal mercato.
Le aziende sopravvissute alle restrizioni del Covid, ora hanno a che fare con i rincari energetici. Il Rapporto annuale della Confartigianato indica che nel 2022, le piccole e medie imprese hanno pagato 24 miliardi di euro in più rispetto al 2021, a causa del caro bollette. E come ha spiegato Confcommercio, alla prima metà del 2023, almeno 120.000 piccole aziende del terziario sono a rischio, con la perdita di oltre 370.000 posti di lavoro.
Le partite Iva nel 2021, in base ai dati di Unimpresa, hanno aumentato il fatturato di 29,3 miliardi (+20,4%) rispetto all’anno precedente, pari a un giro d’affari di oltre 170 miliardi.
Secondo il rapporto dell’Ocse l’incidenza degli autonomi sul totale dei lavoratori, è pari al 21,8% contro una media europea del 14,5%. In Germania sono l’8,8% e in Francia il 12,6%.
Un altro settore che vive problematiche importanti e che non sarà rappresentato nella giornata di oggi, è l’agricoltura. Nel 2022 le imprese hanno avuto un saldo negativo di -3.363 realtà, schiacciate dal mix dei rincari energetici e del cambiamento climatico. È un comparto centrale nell’economia del Paese. Una impresa su dieci, il 12%, è attiva in agricoltura, che offre opportunità di lavoro a 2 milioni di addetti tra autonomi e dipendenti. Un terzo delle aziende agricole, a causa della siccità, pari al 34%, è costretta a lavorare in una condizione di reddito negativo e il 13% è prossima alla chiusura.
«Dovrebbe essere una Festa dell’inclusione, capace di rappresentare tutto il mondo del lavoro, senza divisioni tra imprenditori e dipendenti. Ragionare con steccati ideologici, parlare di conflittualità tra i due soggetti del lavoro, è un modo vecchio e superato di guardare al mercato. Nelle piccole imprese, che sono la maggioranza dell’economia italiana, si agisce come una squadra. I dipendenti non sono numeri ma asset strategici. Se l’industria italiana ha superato il periodo della pandemia è grazie alla collaborazione tra imprenditori e lavoratori» commenta il presidente di Confapi, Cristian Camisa.
È questo il nuovo modo di festeggiare, nessuno escluso, il 1° Maggio. La Verità ha dato voce a questo mondo, parte importante del Pil del Paese.
Commercianti: «Non ci siamo ancora del tutto ripresi dalla pandemia»
«Alla base dei discorsi della festa del 1° Maggio, noto una visione vecchia, sorpassata, di concepire il lavoro. C’è chi ancora vuole coltivare divisioni ideologiche che nella realtà non ci sono più. Imprenditori e dipendenti lavorano a stretto contatto ed è assurdo vedere contrapposizioni lì dove non ci sono». La vicepresidente di Confcommercio Imprese, Donatella Prampolini, nonché imprenditrice della distribuzione organizzata, mette il dito nella piaga. Il modo di concepire la Festa del Lavoro si basa su una visione superata del mercato dell’impiego. Anche la divisione dal punto di vista economico, fa notare Prampolini, non c’è più. «La pandemia, l’inflazione, l’erosione del reddito a causa dei rincari energetici, hanno accorciato le distanze tra chi fa impresa e chi vi lavora come dipendente. Ecco perché il 1° Maggio dovrebbe sottolineare le vicinanze non le distanze, non dovrebbe essere solo la bandiera dei lavoratori dipendenti ma abbracciare tutto il mondo del lavoro. Imprenditori e lavoratori sono uniti dalle stesse sfide». Pertanto non ha senso la consueta retorica di questa Festa che tende a «mantenere barriere ideologiche che potevano valere fino a 40 anni ma ormai sono fuori dalla realtà. Le sfide sono le stesse di tutti, di lavoratori autonomi, di partite Iva e di dipendenti».
La manager e imprenditrice fa notare che si stanno diffondendo anche forme contrattuali con caratteristiche ibride, cioè autonomi che hanno le tutele del lavoro dipendente. «Il tema del lavoro è molto complesso e variegato. Tutti lavorano dentro un mercato che evolve in modo veloce. In questo contesto gli steccati sono anacronistici». Anche quando si affronta il tema della sicurezza, commenta Prampolini, «si guarda solo al lavoratore dipendente ma chi fa impresa non è esente dagli stessi rischi». Il 1° Maggio dovrebbe essere l’occasione per gettare le basi di «nuove relazioni sindacali su come le rappresentanze datoriali e dei lavoratori, possono mettere in campo le esperienze senza steccati ideologici ma per costruire un sistema vantaggioso per entrambi. D’altronde ci si confronta con una situazione che dopo la pandemia è profondamente mutata. C’è una mobilità mai vista prima, aziende che faticano a trovare addetti e lavoratori che lasciano il posto consolidato per cambiare e migrare verso settori diversi. Le prossime rilevazioni sul mercato del lavoro registreranno di sicuro l’aumento delle dimissioni volontarie. Nel commercio è un fenomeno molto evidente».
Un altro tema, legato al turn over accelerato, è quello della formazione. Prampolini critica la funzione svolta dai centri per l’impiego. L’incrocio tra domanda e offerta non sta funzionando. Servirebbero degli Stati Generali del lavoro che affrontino questo tema per dare poi le indicazioni al governo. La digitalizzazione delle mansioni ha mutato le caratteristiche degli impieghi e anche il rapporto tra datore di lavoro e dipendente. Dovrebbero essere questi i temi al centro del 1° Maggio».
Artigiani: «Senza ferie né malattie. Va ridata dignità alle occupazioni manuali»
«In linea generale il mondo sindacale ritiene che gli autonomi siano dei lavoratori di serie B. Insomma, non avrebbero la stessa dignità dei dipendenti. Sinceramente non abbiamo ancora capito il perché. A differenza dei salariati, ricordo che le partite Iva non dispongono di alcun ammortizzatore sociale, non hanno alcuna copertura in caso di malattia, non dispongono di ferie, permessi, tredicesima, Tfr, Cig e Naspi. Sono la componente più precaria del mercato del lavoro e oggi più di un tempo faticano a farsi pagare. Il lavoro magari c’è, ma il committente ha allungato in misura preoccupante i tempi di pagamento». Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, che rappresenta le imprese artigiani, sostiene che servirebbe un 1° Maggio più inclusivo, che rappresenti tutte le realtà. E gli artigiani sono coloro che negli ultimi anni hanno sofferto di più.
I dati lo stanno a indicare. «Negli ultimi 10 anni il numero dei titolari, dei soci e dei collaboratori artigiani iscritti all’Inps è crollato di quasi 300.000 unità. È un’emorragia continua che sta colpendo, in particolar modo, l’artigianato tradizionale, quello che con la sua presenza, storia e cultura ha contrassegnato, sino a qualche decennio fa, tantissime vie delle nostre città e dei paesi di provincia. Basta osservare attentamente anche i luoghi che frequentiamo quotidianamente per accorgerci che sono sempre più numerose le serrande abbassate definitivamente. Con meno botteghe e negozi di prossimità la qualità della vita di quei luoghi peggiora drammaticamente». Cosa fare per invertire questa tendenza? Zabeo indica i temi che dovrebbero essere focalizzati in questa giornata. «Oltre ad abbassare le tasse, garantire il sostegno delle banche e alleggerire il peso della burocrazia, bisogna ridare dignità al lavoro manuale. Negli ultimi 40 anni, purtroppo abbiamo assistito a una sua svalutazione che ha allontanato intere generazioni dal settore dell’artigianato. Sempre meno giovani entrano nel mercato del lavoro e nell’artigianato il ricambio generazionale è diventato un grosso problema».
Per un giovane diventare artigiano può trasformarsi in una sfida con molti ostacoli. Zabeo mette al primo posto «la difficoltà a sostenere i costi fissi che negli ultimi anni sono cresciuti spaventosamente. Affitto, utenze, forniture, tasse locali/nazionali hanno assunto dimensioni tali che spesso scoraggiano chiunque voglia aprire un’attività. Se all’inizio le spese sono certe ed importanti, i ricavi, invece, sono pochi e insufficienti a compensare le uscite. Uno scenario che dissuade molti giovani a fare il grande passo». Poi sottolinea la «concorrenza sleale dell’economia sommersa. È il mondo dei lavoratori “invisibili”, che, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali, consentono alle imprese dove prestano servizio, o a loro stessi, se operano sul mercato come abusivi, di avere un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto».
Partite Iva: «Troppi devono chiudere per la concorrenza cinese»
«Il protagonista della giornata del lavoro è sempre il lavoro dipendente ma ci si dimentica della grande realtà delle partite Iva, delle piccole imprese, delle aziende familiari che mai come adesso, fanno fatica ad andare avanti». Tommaso Cerciello, presidente nazionale di Confpmiitalia, associazione delle pmi che riunisce oltre 300.000 partite Iva e 105 associazioni di categoria. Sottolinea la condizione dei giovani precari e dei 50enni che licenziati, sono costretti ad aprire una partita Iva, non riuscendo a reinserirsi nel mondo del lavoro. «Costoro dovrebbero avere un posto nei discorsi dei leader sindacali che invece sono ancora ancorati alla figura del dipendente, o della pubblica amministrazione o della fabbrica. Ma l’Italia è fatta di molto altro».
Secondo Cerciello, il lavoro autonomo dovrebbe diventare protagonista del 1° Maggio. «È una figura che spesso è associata all’evasione e all’immagine di imprenditori benestanti. Ma ci si dimentica delle piccole e piccolissime imprese, con una composizione familiare. Per queste realtà non esistono tutele, non c’è alcuna copertura per i periodi di malattia, non c’è il congedo per maternità, non possono usufruire della legge che garantisce l’assistenza ad anziani e portatori di handicap». E ricorda il boom delle chiusure durante la pandemia. «Le grandi imprese possono delocalizzare all’estero, portare pezzi di produzione oltre confine, ma i piccoli restano nel nostro Paese a combattere ogni giorno contro il caro bollette, il crollo degli ordini. I centri storici delle città si stanno desertificando, tante piccole botteghe artigiane chiudono, sostituite da negozi di paccottiglia cinese, di souvenir ad uso turistico».
La partita Iva è diventata l’unica soluzione per i giovani che non riescono a trovare lavoro e per i 50enni licenziati. Ma gran parte di costoro, «non hanno la formazione per intraprendere una nuova attività». Cerciello punta il dito contro il reddito di cittadinanza. «Ha abituato tanti giovani e meno giovani al sussidio come pura assistenza. E quel periodo non è stato utilizzato nemmeno per la formazione. Così ora abbiamo tanti disoccupati, ex percettori del reddito di cittadinanza che non hanno le qualifiche per trovare un impiego. Non era mai successo di vedere cartelli fuori dai ristoranti per la ricerca di personale. Mancano cuochi, camerieri, addetti per gli alberghi, per l’accoglienza nelle strutture turistiche. Tante imprese sono costrette ad assumere personale straniero. Di tutto questo bisognerebbe parlare alla Festa del Lavoro».
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Come ogni anno, durante la festa di oggi nessuno si ricorderà di loro. Eppure gli autonomi hanno pagato le conseguenze più gravi del Covid e della guerra.Lo speciale comprende quattro articoli.Nella Festa del 1° Maggio solitamente si accendono i riflettori sul lavoro dipendente. Le altre formule di impiego si lasciano ai margini, forse perché percepite come bacino di consensi del centrodestra e forse perché ha ancora radici nel sindacato confederale la convinzione che le piccole imprese, gli artigiani, i commercianti, gli autonomi, i professionisti, siano comunque categorie che sanno come mantenersi al riparo dalla crisi, che abbiano gli anticorpi degli alti redditi per reagire ai periodi più difficili. O forse perché è facile l’equazione, partita Iva uguale evasore. Per tutte queste ragioni la retorica della Festa del Lavoro invece di abbracciare tutte le categorie, soprattutto delle nuove professioni legate alle moderne tecnologie, sbocco principale dei giovani, invece di essere una Giornata di tutti, ripropone il consueto dualismo tra lavoro dipendente e autonomo. Un dualismo che sconfina nella contrapposizione. Come pure viene riproposta la vecchia immagine dell’azienda che vive nel conflitto tra imprenditore e dipendente laddove, soprattutto nelle piccole imprese, il rapporto è di collaborazione, talvolta di cogestione perché è questo che viene richiesto dalle sfide di una concorrenza sempre più aggressiva. Nel nostro Paese ci sono oltre 8 milioni di partite Iva, 4,8 milioni di lavoro autonomo e libero professionale. Lo scorso anno ne sono state aperte 500.000, secondo l’Osservatorio del ministero dell’Economia. In testa alla classifica quelle professionali con il 19%, seguite da commercio e edilizia, rispettivamente con il 18,3% e l’11%. Rispetto al 2021 c’è stato un calo nell’agricoltura (-31%), nel commercio (-26,6%) e nei servizi d’informazione (-8,5%), mentre si è avuto un aumento nell’istruzione (+24,2%), trasporti (+11,8%) e attività artistiche e sportive (+11,7%). È un settore molto dinamico ma che ha sofferto notevolmente durante la pandemia e ora continua a pagare il prezzo dei rincari energetici e dell’inflazione. Nel 2020 secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, hanno chiuso circa 300.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi, di cui circa 240.000 esclusivamente a causa della pandemia, a cui si devono aggiungere anche 200.000 attività professionali sparite dal mercato.Le aziende sopravvissute alle restrizioni del Covid, ora hanno a che fare con i rincari energetici. Il Rapporto annuale della Confartigianato indica che nel 2022, le piccole e medie imprese hanno pagato 24 miliardi di euro in più rispetto al 2021, a causa del caro bollette. E come ha spiegato Confcommercio, alla prima metà del 2023, almeno 120.000 piccole aziende del terziario sono a rischio, con la perdita di oltre 370.000 posti di lavoro.Le partite Iva nel 2021, in base ai dati di Unimpresa, hanno aumentato il fatturato di 29,3 miliardi (+20,4%) rispetto all’anno precedente, pari a un giro d’affari di oltre 170 miliardi.Secondo il rapporto dell’Ocse l’incidenza degli autonomi sul totale dei lavoratori, è pari al 21,8% contro una media europea del 14,5%. In Germania sono l’8,8% e in Francia il 12,6%. Un altro settore che vive problematiche importanti e che non sarà rappresentato nella giornata di oggi, è l’agricoltura. Nel 2022 le imprese hanno avuto un saldo negativo di -3.363 realtà, schiacciate dal mix dei rincari energetici e del cambiamento climatico. È un comparto centrale nell’economia del Paese. Una impresa su dieci, il 12%, è attiva in agricoltura, che offre opportunità di lavoro a 2 milioni di addetti tra autonomi e dipendenti. Un terzo delle aziende agricole, a causa della siccità, pari al 34%, è costretta a lavorare in una condizione di reddito negativo e il 13% è prossima alla chiusura. «Dovrebbe essere una Festa dell’inclusione, capace di rappresentare tutto il mondo del lavoro, senza divisioni tra imprenditori e dipendenti. Ragionare con steccati ideologici, parlare di conflittualità tra i due soggetti del lavoro, è un modo vecchio e superato di guardare al mercato. Nelle piccole imprese, che sono la maggioranza dell’economia italiana, si agisce come una squadra. I dipendenti non sono numeri ma asset strategici. Se l’industria italiana ha superato il periodo della pandemia è grazie alla collaborazione tra imprenditori e lavoratori» commenta il presidente di Confapi, Cristian Camisa. È questo il nuovo modo di festeggiare, nessuno escluso, il 1° Maggio. La Verità ha dato voce a questo mondo, parte importante del Pil del Paese.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-il-nostro-lavoro-chi-lo-difende-2659932501.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="commercianti-non-ci-siamo-ancora-del-tutto-ripresi-dalla-pandemia" data-post-id="2659932501" data-published-at="1682883650" data-use-pagination="False"> Commercianti: «Non ci siamo ancora del tutto ripresi dalla pandemia» «Alla base dei discorsi della festa del 1° Maggio, noto una visione vecchia, sorpassata, di concepire il lavoro. C’è chi ancora vuole coltivare divisioni ideologiche che nella realtà non ci sono più. Imprenditori e dipendenti lavorano a stretto contatto ed è assurdo vedere contrapposizioni lì dove non ci sono». La vicepresidente di Confcommercio Imprese, Donatella Prampolini, nonché imprenditrice della distribuzione organizzata, mette il dito nella piaga. Il modo di concepire la Festa del Lavoro si basa su una visione superata del mercato dell’impiego. Anche la divisione dal punto di vista economico, fa notare Prampolini, non c’è più. «La pandemia, l’inflazione, l’erosione del reddito a causa dei rincari energetici, hanno accorciato le distanze tra chi fa impresa e chi vi lavora come dipendente. Ecco perché il 1° Maggio dovrebbe sottolineare le vicinanze non le distanze, non dovrebbe essere solo la bandiera dei lavoratori dipendenti ma abbracciare tutto il mondo del lavoro. Imprenditori e lavoratori sono uniti dalle stesse sfide». Pertanto non ha senso la consueta retorica di questa Festa che tende a «mantenere barriere ideologiche che potevano valere fino a 40 anni ma ormai sono fuori dalla realtà. Le sfide sono le stesse di tutti, di lavoratori autonomi, di partite Iva e di dipendenti». La manager e imprenditrice fa notare che si stanno diffondendo anche forme contrattuali con caratteristiche ibride, cioè autonomi che hanno le tutele del lavoro dipendente. «Il tema del lavoro è molto complesso e variegato. Tutti lavorano dentro un mercato che evolve in modo veloce. In questo contesto gli steccati sono anacronistici». Anche quando si affronta il tema della sicurezza, commenta Prampolini, «si guarda solo al lavoratore dipendente ma chi fa impresa non è esente dagli stessi rischi». Il 1° Maggio dovrebbe essere l’occasione per gettare le basi di «nuove relazioni sindacali su come le rappresentanze datoriali e dei lavoratori, possono mettere in campo le esperienze senza steccati ideologici ma per costruire un sistema vantaggioso per entrambi. D’altronde ci si confronta con una situazione che dopo la pandemia è profondamente mutata. C’è una mobilità mai vista prima, aziende che faticano a trovare addetti e lavoratori che lasciano il posto consolidato per cambiare e migrare verso settori diversi. Le prossime rilevazioni sul mercato del lavoro registreranno di sicuro l’aumento delle dimissioni volontarie. Nel commercio è un fenomeno molto evidente». Un altro tema, legato al turn over accelerato, è quello della formazione. Prampolini critica la funzione svolta dai centri per l’impiego. L’incrocio tra domanda e offerta non sta funzionando. Servirebbero degli Stati Generali del lavoro che affrontino questo tema per dare poi le indicazioni al governo. La digitalizzazione delle mansioni ha mutato le caratteristiche degli impieghi e anche il rapporto tra datore di lavoro e dipendente. 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Sono la componente più precaria del mercato del lavoro e oggi più di un tempo faticano a farsi pagare. Il lavoro magari c’è, ma il committente ha allungato in misura preoccupante i tempi di pagamento». Paolo Zabeo, coordinatore dell’Ufficio studi Cgia, che rappresenta le imprese artigiani, sostiene che servirebbe un 1° Maggio più inclusivo, che rappresenti tutte le realtà. E gli artigiani sono coloro che negli ultimi anni hanno sofferto di più. I dati lo stanno a indicare. «Negli ultimi 10 anni il numero dei titolari, dei soci e dei collaboratori artigiani iscritti all’Inps è crollato di quasi 300.000 unità. È un’emorragia continua che sta colpendo, in particolar modo, l’artigianato tradizionale, quello che con la sua presenza, storia e cultura ha contrassegnato, sino a qualche decennio fa, tantissime vie delle nostre città e dei paesi di provincia. Basta osservare attentamente anche i luoghi che frequentiamo quotidianamente per accorgerci che sono sempre più numerose le serrande abbassate definitivamente. Con meno botteghe e negozi di prossimità la qualità della vita di quei luoghi peggiora drammaticamente». Cosa fare per invertire questa tendenza? Zabeo indica i temi che dovrebbero essere focalizzati in questa giornata. «Oltre ad abbassare le tasse, garantire il sostegno delle banche e alleggerire il peso della burocrazia, bisogna ridare dignità al lavoro manuale. Negli ultimi 40 anni, purtroppo abbiamo assistito a una sua svalutazione che ha allontanato intere generazioni dal settore dell’artigianato. Sempre meno giovani entrano nel mercato del lavoro e nell’artigianato il ricambio generazionale è diventato un grosso problema». Per un giovane diventare artigiano può trasformarsi in una sfida con molti ostacoli. Zabeo mette al primo posto «la difficoltà a sostenere i costi fissi che negli ultimi anni sono cresciuti spaventosamente. Affitto, utenze, forniture, tasse locali/nazionali hanno assunto dimensioni tali che spesso scoraggiano chiunque voglia aprire un’attività. Se all’inizio le spese sono certe ed importanti, i ricavi, invece, sono pochi e insufficienti a compensare le uscite. Uno scenario che dissuade molti giovani a fare il grande passo». Poi sottolinea la «concorrenza sleale dell’economia sommersa. È il mondo dei lavoratori “invisibili”, che, non essendo sottoposti ai contributi previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali, consentono alle imprese dove prestano servizio, o a loro stessi, se operano sul mercato come abusivi, di avere un costo del lavoro molto inferiore e, conseguentemente, di praticare un prezzo finale del prodotto/servizio molto contenuto». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/e-il-nostro-lavoro-chi-lo-difende-2659932501.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="partite-iva-troppi-devono-chiudere-per-la-concorrenza-cinese" data-post-id="2659932501" data-published-at="1682883650" data-use-pagination="False"> Partite Iva: «Troppi devono chiudere per la concorrenza cinese» «Il protagonista della giornata del lavoro è sempre il lavoro dipendente ma ci si dimentica della grande realtà delle partite Iva, delle piccole imprese, delle aziende familiari che mai come adesso, fanno fatica ad andare avanti». Tommaso Cerciello, presidente nazionale di Confpmiitalia, associazione delle pmi che riunisce oltre 300.000 partite Iva e 105 associazioni di categoria. Sottolinea la condizione dei giovani precari e dei 50enni che licenziati, sono costretti ad aprire una partita Iva, non riuscendo a reinserirsi nel mondo del lavoro. «Costoro dovrebbero avere un posto nei discorsi dei leader sindacali che invece sono ancora ancorati alla figura del dipendente, o della pubblica amministrazione o della fabbrica. Ma l’Italia è fatta di molto altro». Secondo Cerciello, il lavoro autonomo dovrebbe diventare protagonista del 1° Maggio. «È una figura che spesso è associata all’evasione e all’immagine di imprenditori benestanti. Ma ci si dimentica delle piccole e piccolissime imprese, con una composizione familiare. Per queste realtà non esistono tutele, non c’è alcuna copertura per i periodi di malattia, non c’è il congedo per maternità, non possono usufruire della legge che garantisce l’assistenza ad anziani e portatori di handicap». E ricorda il boom delle chiusure durante la pandemia. «Le grandi imprese possono delocalizzare all’estero, portare pezzi di produzione oltre confine, ma i piccoli restano nel nostro Paese a combattere ogni giorno contro il caro bollette, il crollo degli ordini. I centri storici delle città si stanno desertificando, tante piccole botteghe artigiane chiudono, sostituite da negozi di paccottiglia cinese, di souvenir ad uso turistico». La partita Iva è diventata l’unica soluzione per i giovani che non riescono a trovare lavoro e per i 50enni licenziati. Ma gran parte di costoro, «non hanno la formazione per intraprendere una nuova attività». Cerciello punta il dito contro il reddito di cittadinanza. «Ha abituato tanti giovani e meno giovani al sussidio come pura assistenza. E quel periodo non è stato utilizzato nemmeno per la formazione. Così ora abbiamo tanti disoccupati, ex percettori del reddito di cittadinanza che non hanno le qualifiche per trovare un impiego. Non era mai successo di vedere cartelli fuori dai ristoranti per la ricerca di personale. Mancano cuochi, camerieri, addetti per gli alberghi, per l’accoglienza nelle strutture turistiche. Tante imprese sono costrette ad assumere personale straniero. Di tutto questo bisognerebbe parlare alla Festa del Lavoro».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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