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2025-06-23
Droga, spie e terrorismo. Il crimine ibrido in Germania è un pericolo per l’Europa
iStock
Fra traffici illeciti e operazioni d’intelligence, la Germania si conferma crocevia strategico per una nuova alleanza tra criminalità organizzata e potenze ostili. Nel Paese operano reti che intrecciano narcotraffico, hackeraggio, riciclaggio e spionaggio, spesso al servizio di governi stranieri come Russia, Cina, Corea del Nord e Iran.
Uno degli episodi più emblematici risale al periodo tra aprile e settembre 2023, quando oltre 35 tonnellate di cocaina – con un valore di mercato vicino ai tre miliardi di dollari – sono state sequestrate. La droga proveniva da Colombia, Ecuador, Panama, Suriname e Guyana ed entrava in Europa attraverso i porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. A gestire l’intera operazione, una rete di società di comodo orchestrata da un imprenditore tedesco del Nord Reno-Vestfalia.
In Germania la criminalità organizzata prospera su un fiume di droga che attraversa il paese da Nord a Sud, con epicentro nei grandi porti del Nord e diramazioni che raggiungono ogni grande città. Secondo stime delle autorità europee, il mercato delle droghe illegali in Europa ha un valore annuo di almeno 31 miliardi di euro, e la Germania – con i suoi 84 milioni di abitanti, una rete logistica avanzata e una posizione centrale nel continente – rappresenta uno dei maggiori hub del traffico e del consumo. Ma la cocaina non è l’unica droga a invadere il mercato tedesco. In crescita anche i sequestri di eroina, metanfetamine e nuovi oppioidi sintetici. Secondo Europol, la Germania è oggi terreno fertile per le operazioni delle mafie italiane, dei cartelli sudamericani, della criminalità albanese e di gruppi locali che si sono evoluti in organizzazioni semi-industriali. Particolarmente preoccupante è l’ascesa delle droghe sintetiche: facili da produrre, difficili da tracciare, estremamente redditizie. I laboratori vengono spesso allestiti in zone rurali della Renania o in appartamenti anonimi nelle periferie delle grandi città. Le sostanze vengono distribuite tramite il dark web o attraverso app di messaggistica criptata, con consegne a domicilio gestite da giovani corrieri reclutati nelle periferie urbane.
Il legame tra narcotraffico e geopolitica è sempre più evidente. Secondo fonti della sicurezza interna, gruppi legati a governi ostili come Russia, Iran e Corea del Nord si infiltrano nei circuiti criminali tedeschi per finanziare attività di spionaggio o destabilizzazione. La linea tra crimine organizzato e intelligence straniera si fa sempre più sottile.
Il governo tedesco ha recentemente annunciato un rafforzamento delle misure di contrasto, con un investimento straordinario di un miliardo di euro per potenziare dogane, polizia e sorveglianza tecnologica nei principali snodi logistici. Ma la portata del fenomeno appare ormai sistemica. «Non si tratta più solo di criminalità, ma di una minaccia strutturale alla sicurezza nazionale», ha dichiarato un alto funzionario del ministero dell’Interno tedesco. «Dalla droga arrivano flussi finanziari che alimentano terrorismo, riciclaggio e corruzione. Dobbiamo affrontarlo come una vera guerra ibrida».
La Germania, ponte dei traffici tra il Sud del mondo e il mercato ricco del Nord Europa, si trova dunque in prima linea. La droga non è solo una piaga sociale: è anche un’arma geopolitica. Ma oltre questo livello visibile, esiste una dimensione più insidiosa: quella della guerra ibrida e dell’«influenza straniera maligna». I servizi di sicurezza tedeschi hanno individuato la presenza operativa di cellule legate ai servizi segreti russi, cinesi, nordcoreani e iraniani. Alcune si infiltrano in reti criminali già attive; altre le sfruttano per fini logistici o tecnologici.
Intanto la ’ndrangheta continua a operare in modo silente. Evita i riflettori, preferisce investire. Ricicla capitali, acquista immobili, controlla società. Secondo il Bundeskriminalamt (Bka), le mafie italiane – soprattutto la ’ndrangheta – contano oltre mille affiliati in Germania, con un giro d’affari stimato in circa 50 miliardi di dollari l’anno. Ma per l’attivista Helena Raspe dell’associazione «Mafia? Nein Danke e.V.», il reale volume d’affari potrebbe essere molte volte superiore, poiché i reati economici ad alta sofisticazione – che da soli generano circa 300 miliardi l’anno – non sono inclusi nelle statistiche ufficiali. Il narcotraffico si fa anche più violento. I gruppi criminali albanesi dominano nel commercio della cocaina, mentre le reti turche e curde si contendono eroina e traffico di armi. I clan ceceni stanno conquistando sempre più spazi, fungendo da anello di congiunzione con Mosca. Secondo Europol, tra 20.000 e 40.000 individui in Germania avrebbero legami con organizzazioni post sovietiche. Alcuni agiscono direttamente per conto dell’intelligence russa. I cosiddetti «Ladri nella Legge» del Caucaso offrono protezione, droga, armi, identità false e competenze informatiche. Il Cremlino li impiega come strumenti di proiezione esterna, specie dopo l’espulsione di numerosi diplomatici russi nel 2022.
Il caso Jan Marsalek – ex manager di Wirecard e oggi latitante – ha rivelato quanto strette possano essere le interconnessioni tra apparati segreti e circuiti criminali. Le sue reti monitoravano basi Nato, utilizzavano tecnologie militari, conducevano operazioni coperte. Anche la Cina si muove sul territorio tedesco, privilegiando il terreno dell’influenza economica. Le autorità hanno smantellato una rete dedita alla falsificazione di permessi di soggiorno per immigrati clandestini, che coinvolgeva anche due avvocati. Dietro questa attività, Berlino sospetta operazioni ben più vaste: frodi, riciclaggio, spionaggio industriale. La Corea del Nord, invece, si muove nel cyberspazio. I suoi hacker violano piattaforme di criptovalute, attaccano sistemi informatici e riciclano fondi. Obiettivo: finanziare il regime ed eludere le sanzioni internazionali. Infine l’Iran. Indagini congiunte di Francia e Germania hanno accertato l’uso di reti criminali per spiare dissidenti iraniani e attività ebraiche in Europa. Gli agenti di Teheran assoldano trafficanti per ottenere informazioni, sorvegliare bersagli e intimidire gli oppositori. Non è più soltanto crimine: è una forma di conflitto a bassa intensità. Una guerra portata avanti con strumenti moderni – porti, server, conti bancari, smartphone, documenti falsi – e senza divise. I nemici della Germania, e dell’Europa, si muovono sotto traccia. Utilizzano società fittizie, app crittografate, portafogli digitali. Clan mafiosi, Stati canaglia, reti di trafficanti e servizi segreti si confondono in un’unica, opaca rete transnazionale. Le minacce ibride rappresentano una delle sfide più complesse per le democrazie contemporanee, richiedendo una risposta che coniughi fermezza nella sicurezza e tutela delle libertà fondamentali.
«Dalla Russia alla Cina all’Iran ciascuno gioca la propria partita»
Costantino Pistilli è scrittore e analista per l’Osservatorio mediterraneo sulle mafie (Omcom).
La Germania è diventata uno snodo chiave del traffico internazionale di droga. Quali sono le dimensioni reali del fenomeno?
«Nel 2023 la Germania è stata coinvolta in uno dei più grandi sequestri di cocaina mai registrati sul suolo europeo: oltre 35 tonnellate intercettate per un valore di mercato vicino ai 3 miliardi di dollari. Secondo il rapporto sulla situazione dell’Ufficio federale di Polizia criminale (Bka), la quantità totale di cocaina sequestrata in Germania nel 2023 ha raggiunto la cifra record di 43 tonnellate. Oltre il doppio rispetto all’anno precedente. Le autorità doganali hanno segnalato un rapido aumento dei sequestri di cocaina, quasi raddoppiati tra il 2021 e il 2023. Nello stesso 2023 i reati connessi al narcotraffico sono aumentati del 5% secondo le statistiche tedesche sulla criminalità del 2024».
Secondo l’Agenzia Ue sulle droghe circa 17 milioni di persone consumano cocaina. Quanto è importante l’Europa, in particolare la Germania, per il narcotraffico?
«Il mercato nordamericano è saturo. Il flusso si sposta sempre più verso l’Europa. La cocaina arriva da Colombia, Ecuador, Panama, Suriname, Guyana e passa per i porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. Guayaquil, in Ecuador, è diventato in pochi anni un hub primario. Tra il 2018 e il 2023 i sequestri di cocaina in Germania sono aumentati del 750%. Molti carichi arrivano nascosti tra le banane o in barattoli di stucco. È una pressione costante».
E la criminalità organizzata?
«La ’ndrangheta resta l’attore più strutturato. Ricicla, investe, gestisce imprese. Secondo il Bka, in Germania ci sono oltre 1.000 affiliati alle mafie italiane, con un giro d’affari stimato in 50 miliardi di dollari l’anno. Ma le cifre reali sono probabilmente molto più alte, considerando i reati dei colletti bianchi. Attivi anche i clan albanesi (cocaina), le reti curde e turche (eroina e armi), e i gruppi ceceni legati a Mosca. Europol stima tra 20.000 e 40.000 persone coinvolte in reti post sovietiche».
Perché parla di «colletti bianchi»?
«Nel 2021, ad Amburgo, furono sequestrate 16 tonnellate di cocaina. Ma il pubblico ministero del caso è oggi sotto processo per aver venduto informazioni alla organizzazione criminale in cambio di denaro. È stato arrestato dopo mesi di monitoraggio di comunicazioni criptate. Non è un’eccezione. L’afflusso di droga genera denaro, e il denaro corrompe. Anche dove non te lo aspetti. La droga e la corruzione sono solo uno strato. Quello che mi preoccupa di più sono le minacce ibride: meno visibili e molto più destabilizzanti».
Chi le porta avanti»
«
Russia, Cina, Corea del Nord e Iran. La Russia si affida ai “Ladri nella Legge”, che offrono protezione, hacker, armi, identità false. Dopo l’espulsione di diplomatici nel 2022, Mosca ha attivato canali alternativi. Il caso Marsalek – ex manager Wirecard, oggi latitante – mostra come finanza e intelligence si intreccino. La Cina punta sull’influenza economica. La polizia tedesca ha scoperto una rete che produceva documenti falsi per migranti, con il coinvolgimento di due avvocati. Dietro ci sono frodi, riciclaggio e spionaggio industriale. La Corea del Nord agisce nel cyberspazio: hacker violano piattaforme e riciclano criptovalute per aggirare le sanzioni. L’Iran ha usato reti criminali per spiare oppositori, aziende ebraiche e/o israeliane, attivisti contrari al regime. Pagano trafficanti per ottenere informazioni, sorvegliare, intimidire».
Sta dicendo che la Germania è nelle mani della criminalità?
«
No. Le Forze dell’ordine tedesche lavorano bene. Ad esempio, il tasso di omicidi è tra i più bassi dell’Ocse. Le istituzioni stanno reagendo con leggi più dure, confische mirate, cooperazione internazionale. Ma la vera minaccia oggi è più complessa. È trasversale».
Si spieghi meglio.
«Le minacce ibride non si muovono con carri armati, ma con container, società fantasma, flussi finanziari, server. Il framework dimefil (diplomatico, informativo, militare, economico, finanziario, intelligence e law enforcement) è un modo per categorizzare e comprendere gli strumenti da utilizzare in una guerra ibrida. Un’area grigia dove crimine, affari e geopolitica si mescolano. Senza confini».
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Il legame tra narcotraffico e geopolitica è sempre più stretto. E Berlino, ponte dei traffici tra Sud del mondo e ricchi consumatori del Nord, si trova in prima lineaL’analista Costantino Pistilli: «Il mercato nordamericano della cocaina è sempre più saturo, il flusso si sposta verso di noi La ‘ndrangheta resta l’attore più strutturato, ma la minaccia oggi è trasversale e coinvolge gli Stati»Lo speciale contiene due articoliFra traffici illeciti e operazioni d’intelligence, la Germania si conferma crocevia strategico per una nuova alleanza tra criminalità organizzata e potenze ostili. Nel Paese operano reti che intrecciano narcotraffico, hackeraggio, riciclaggio e spionaggio, spesso al servizio di governi stranieri come Russia, Cina, Corea del Nord e Iran. Uno degli episodi più emblematici risale al periodo tra aprile e settembre 2023, quando oltre 35 tonnellate di cocaina – con un valore di mercato vicino ai tre miliardi di dollari – sono state sequestrate. La droga proveniva da Colombia, Ecuador, Panama, Suriname e Guyana ed entrava in Europa attraverso i porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. A gestire l’intera operazione, una rete di società di comodo orchestrata da un imprenditore tedesco del Nord Reno-Vestfalia. In Germania la criminalità organizzata prospera su un fiume di droga che attraversa il paese da Nord a Sud, con epicentro nei grandi porti del Nord e diramazioni che raggiungono ogni grande città. Secondo stime delle autorità europee, il mercato delle droghe illegali in Europa ha un valore annuo di almeno 31 miliardi di euro, e la Germania – con i suoi 84 milioni di abitanti, una rete logistica avanzata e una posizione centrale nel continente – rappresenta uno dei maggiori hub del traffico e del consumo. Ma la cocaina non è l’unica droga a invadere il mercato tedesco. In crescita anche i sequestri di eroina, metanfetamine e nuovi oppioidi sintetici. Secondo Europol, la Germania è oggi terreno fertile per le operazioni delle mafie italiane, dei cartelli sudamericani, della criminalità albanese e di gruppi locali che si sono evoluti in organizzazioni semi-industriali. Particolarmente preoccupante è l’ascesa delle droghe sintetiche: facili da produrre, difficili da tracciare, estremamente redditizie. I laboratori vengono spesso allestiti in zone rurali della Renania o in appartamenti anonimi nelle periferie delle grandi città. Le sostanze vengono distribuite tramite il dark web o attraverso app di messaggistica criptata, con consegne a domicilio gestite da giovani corrieri reclutati nelle periferie urbane. Il legame tra narcotraffico e geopolitica è sempre più evidente. Secondo fonti della sicurezza interna, gruppi legati a governi ostili come Russia, Iran e Corea del Nord si infiltrano nei circuiti criminali tedeschi per finanziare attività di spionaggio o destabilizzazione. La linea tra crimine organizzato e intelligence straniera si fa sempre più sottile.Il governo tedesco ha recentemente annunciato un rafforzamento delle misure di contrasto, con un investimento straordinario di un miliardo di euro per potenziare dogane, polizia e sorveglianza tecnologica nei principali snodi logistici. Ma la portata del fenomeno appare ormai sistemica. «Non si tratta più solo di criminalità, ma di una minaccia strutturale alla sicurezza nazionale», ha dichiarato un alto funzionario del ministero dell’Interno tedesco. «Dalla droga arrivano flussi finanziari che alimentano terrorismo, riciclaggio e corruzione. Dobbiamo affrontarlo come una vera guerra ibrida». La Germania, ponte dei traffici tra il Sud del mondo e il mercato ricco del Nord Europa, si trova dunque in prima linea. La droga non è solo una piaga sociale: è anche un’arma geopolitica. Ma oltre questo livello visibile, esiste una dimensione più insidiosa: quella della guerra ibrida e dell’«influenza straniera maligna». I servizi di sicurezza tedeschi hanno individuato la presenza operativa di cellule legate ai servizi segreti russi, cinesi, nordcoreani e iraniani. Alcune si infiltrano in reti criminali già attive; altre le sfruttano per fini logistici o tecnologici.Intanto la ’ndrangheta continua a operare in modo silente. Evita i riflettori, preferisce investire. Ricicla capitali, acquista immobili, controlla società. Secondo il Bundeskriminalamt (Bka), le mafie italiane – soprattutto la ’ndrangheta – contano oltre mille affiliati in Germania, con un giro d’affari stimato in circa 50 miliardi di dollari l’anno. Ma per l’attivista Helena Raspe dell’associazione «Mafia? Nein Danke e.V.», il reale volume d’affari potrebbe essere molte volte superiore, poiché i reati economici ad alta sofisticazione – che da soli generano circa 300 miliardi l’anno – non sono inclusi nelle statistiche ufficiali. Il narcotraffico si fa anche più violento. I gruppi criminali albanesi dominano nel commercio della cocaina, mentre le reti turche e curde si contendono eroina e traffico di armi. I clan ceceni stanno conquistando sempre più spazi, fungendo da anello di congiunzione con Mosca. Secondo Europol, tra 20.000 e 40.000 individui in Germania avrebbero legami con organizzazioni post sovietiche. Alcuni agiscono direttamente per conto dell’intelligence russa. I cosiddetti «Ladri nella Legge» del Caucaso offrono protezione, droga, armi, identità false e competenze informatiche. Il Cremlino li impiega come strumenti di proiezione esterna, specie dopo l’espulsione di numerosi diplomatici russi nel 2022.Il caso Jan Marsalek – ex manager di Wirecard e oggi latitante – ha rivelato quanto strette possano essere le interconnessioni tra apparati segreti e circuiti criminali. Le sue reti monitoravano basi Nato, utilizzavano tecnologie militari, conducevano operazioni coperte. Anche la Cina si muove sul territorio tedesco, privilegiando il terreno dell’influenza economica. Le autorità hanno smantellato una rete dedita alla falsificazione di permessi di soggiorno per immigrati clandestini, che coinvolgeva anche due avvocati. Dietro questa attività, Berlino sospetta operazioni ben più vaste: frodi, riciclaggio, spionaggio industriale. La Corea del Nord, invece, si muove nel cyberspazio. I suoi hacker violano piattaforme di criptovalute, attaccano sistemi informatici e riciclano fondi. Obiettivo: finanziare il regime ed eludere le sanzioni internazionali. Infine l’Iran. Indagini congiunte di Francia e Germania hanno accertato l’uso di reti criminali per spiare dissidenti iraniani e attività ebraiche in Europa. Gli agenti di Teheran assoldano trafficanti per ottenere informazioni, sorvegliare bersagli e intimidire gli oppositori. Non è più soltanto crimine: è una forma di conflitto a bassa intensità. Una guerra portata avanti con strumenti moderni – porti, server, conti bancari, smartphone, documenti falsi – e senza divise. I nemici della Germania, e dell’Europa, si muovono sotto traccia. Utilizzano società fittizie, app crittografate, portafogli digitali. Clan mafiosi, Stati canaglia, reti di trafficanti e servizi segreti si confondono in un’unica, opaca rete transnazionale. 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Quali sono le dimensioni reali del fenomeno?«Nel 2023 la Germania è stata coinvolta in uno dei più grandi sequestri di cocaina mai registrati sul suolo europeo: oltre 35 tonnellate intercettate per un valore di mercato vicino ai 3 miliardi di dollari. Secondo il rapporto sulla situazione dell’Ufficio federale di Polizia criminale (Bka), la quantità totale di cocaina sequestrata in Germania nel 2023 ha raggiunto la cifra record di 43 tonnellate. Oltre il doppio rispetto all’anno precedente. Le autorità doganali hanno segnalato un rapido aumento dei sequestri di cocaina, quasi raddoppiati tra il 2021 e il 2023. Nello stesso 2023 i reati connessi al narcotraffico sono aumentati del 5% secondo le statistiche tedesche sulla criminalità del 2024».Secondo l’Agenzia Ue sulle droghe circa 17 milioni di persone consumano cocaina. Quanto è importante l’Europa, in particolare la Germania, per il narcotraffico? «Il mercato nordamericano è saturo. Il flusso si sposta sempre più verso l’Europa. La cocaina arriva da Colombia, Ecuador, Panama, Suriname, Guyana e passa per i porti di Anversa, Rotterdam e Amburgo. Guayaquil, in Ecuador, è diventato in pochi anni un hub primario. Tra il 2018 e il 2023 i sequestri di cocaina in Germania sono aumentati del 750%. Molti carichi arrivano nascosti tra le banane o in barattoli di stucco. È una pressione costante».E la criminalità organizzata? «La ’ndrangheta resta l’attore più strutturato. Ricicla, investe, gestisce imprese. Secondo il Bka, in Germania ci sono oltre 1.000 affiliati alle mafie italiane, con un giro d’affari stimato in 50 miliardi di dollari l’anno. Ma le cifre reali sono probabilmente molto più alte, considerando i reati dei colletti bianchi. Attivi anche i clan albanesi (cocaina), le reti curde e turche (eroina e armi), e i gruppi ceceni legati a Mosca. Europol stima tra 20.000 e 40.000 persone coinvolte in reti post sovietiche».Perché parla di «colletti bianchi»? «Nel 2021, ad Amburgo, furono sequestrate 16 tonnellate di cocaina. Ma il pubblico ministero del caso è oggi sotto processo per aver venduto informazioni alla organizzazione criminale in cambio di denaro. È stato arrestato dopo mesi di monitoraggio di comunicazioni criptate. Non è un’eccezione. L’afflusso di droga genera denaro, e il denaro corrompe. Anche dove non te lo aspetti. La droga e la corruzione sono solo uno strato. Quello che mi preoccupa di più sono le minacce ibride: meno visibili e molto più destabilizzanti». Chi le porta avanti»« Russia, Cina, Corea del Nord e Iran. La Russia si affida ai “Ladri nella Legge”, che offrono protezione, hacker, armi, identità false. Dopo l’espulsione di diplomatici nel 2022, Mosca ha attivato canali alternativi. Il caso Marsalek – ex manager Wirecard, oggi latitante – mostra come finanza e intelligence si intreccino. La Cina punta sull’influenza economica. La polizia tedesca ha scoperto una rete che produceva documenti falsi per migranti, con il coinvolgimento di due avvocati. Dietro ci sono frodi, riciclaggio e spionaggio industriale. La Corea del Nord agisce nel cyberspazio: hacker violano piattaforme e riciclano criptovalute per aggirare le sanzioni. L’Iran ha usato reti criminali per spiare oppositori, aziende ebraiche e/o israeliane, attivisti contrari al regime. Pagano trafficanti per ottenere informazioni, sorvegliare, intimidire». Sta dicendo che la Germania è nelle mani della criminalità?« No. Le Forze dell’ordine tedesche lavorano bene. Ad esempio, il tasso di omicidi è tra i più bassi dell’Ocse. Le istituzioni stanno reagendo con leggi più dure, confische mirate, cooperazione internazionale. Ma la vera minaccia oggi è più complessa. È trasversale».Si spieghi meglio. «Le minacce ibride non si muovono con carri armati, ma con container, società fantasma, flussi finanziari, server. Il framework dimefil (diplomatico, informativo, militare, economico, finanziario, intelligence e law enforcement) è un modo per categorizzare e comprendere gli strumenti da utilizzare in una guerra ibrida. Un’area grigia dove crimine, affari e geopolitica si mescolano. Senza confini».
Stefano Zenni, musicologo e direttore artistico del Torino Jazz Festival, presenta la nuova edizione della kermesse (dal 25 aprile al 2 maggio) concentrandosi su tre giganti come Franco D'Andrea, Bill Frisell e Norma Winstone.
Leone XIV (Ansa)
Ma la smentita non smentisce il dettaglio principale della vicenda: lo sgarbo del sottosegretario alla Guerra americano, Elbridge Andrew Colby, oppure, secondo ricostruzioni diverse, di un altro funzionario presente all’incontro del 22 gennaio scorso con il rappresentante della Santa Sede, i quali avevano evocato la cattività avignonese, pur di convincere la Chiesa cattolica a schierarsi apertamente con Washington, alla luce della sua incomparabile potenza militare.
Basta confrontare il tono dei comunicati diramati dall’entourage del Papa con quello della rettifica pubblicata su X da Brian Burch, l’ambasciatore «pontificio» di Donald Trump.
Giovedì, la segreteria della Nunziatura apostolica si era limitata a confermare l’avvenuto colloquio nella sede del ministero in Virginia, sottolineando anche che «incontri con ufficiali del governo sono una pratica normale». Vero. Anomalo, semmai, era il luogo: non era mai accaduto prima che un Nunzio fosse convocato al Pentagono. Né in questa precisazione, né in quella di ieri della sala stampa, veniva tuttavia escluso che la parte americana avesse pronunciato la battutaccia su Avignone. Un’allusione al periodo, tra il 1309 e il 1377, in cui il Papato venne tradotto in Provenza, a causa di dissidi con la borghesia romana e della grave frattura con la monarchia francese. L’unico a negare tutto è stato Burch: «Minaccia di Avignone? Nessuna». L’ambasciatore ha attribuito la ritrattazione allo stesso Pierre: egli lo avrebbe confortato sul fatto che le «caratterizzazioni mediatiche» del faccia a faccia con Colby fossero - la formula ricalcherebbe proprio le parole del porporato - «montature», «semplicemente inventate». Anche Matteo Bruni, dal Vaticano, ha voluto rimarcare che, per Pierre, tutto era «rientrato nella regolare missione» diplomatica. Peccato che, dalla viva voce del cardinale, non sia uscito alcunché. Niwa Limbu, corrispondente del Catholic Herald, ha detto di avergli parlato al telefono. Pierre sarebbe stato lapidario: «Preferisco non parlare». Se Ferraresi ha raccontato fandonie, perché rimanere in silenzio e lasciarsi virgolettare da Burch?
Nella serata di ieri, l’ambasciata Usa presso la Santa Sede ha ribadito l’impegno per una «partnership profonda e collaborativa». Ma se il Washington Post ha menzionato una fonte vaticana, secondo cui il vertice al Pentagono è stato «inusuale», The Pillar, autorevole testata d’Oltreoceano che si occupa di questioni ecclesiali, ha ottenuto la conferma che il confronto era stato «teso». I funzionari papali sentiti dal quotidiano non hanno parlato di minacce (né lo ha fatto il pezzo da cui tutto è nato), però hanno ammesso che i rappresentanti Usa erano stati «aggressivi» e «prepotenti». Il confine tra «aggressività», «prepotenza» e «minaccia» è opinabile. Ma una cosa è sicura: quel giorno di gennaio, gli uomini di Pete Hegseth hanno come minimo stiracchiato i protocolli diplomatici.
Il che ci porta al nodo della questione: il redde rationem, interno all’amministrazione Trump, tra i cattolici conservatori e gli ultranazionalisti protestanti. Colby fa parte della cerchia di JD Vance, così come Randy George, il capo di Stato maggiore silurato dal ministro, e Dan Driscoll, che invece non ha intenzione di dimettersi. Dal lato opposto della barricata c’è il segretario alla Guerra. Capofila di quel movimento di «cristiani sionisti», sostenitori entusiasti della campagna contro l’Iran al fianco di Benjamin Netanyahu, cui appartengono pure i pastori evangelici che hanno imposto le mani su The Donald nello Studio ovale, per benedire la sua impresa bellica. Questi ultimi sono già allineati alla sterzata improvvisa del presidente ex isolazionista; ma il sostegno dei cattolici non è incondizionato. Costoro non amano gli eccessi della Casa Bianca e sono sensibili ai messaggi del pontefice e dei vescovi sulla guerra e su una gestione più umana della lotta all’immigrazione clandestina.
Ecco cosa può essere accaduto il 22 gennaio: un tentativo di guadagnare il consenso della Chiesa, blindando la svolta a destra dell’elettorato cattolico statunitense e archiviando i sempiterni timori Wasp per la sua «doppia lealtà» (alla patria ma pure al Papa), potrebbe essere sfuggito di mano.
L’incidente aggrava la posizione di Hegseth, il quale fa già i conti con una guerra, maturata sull’asse Israele-protestantesimo Usa, dagli esiti deludenti, la cui conclusione negoziata viene picconata da Tel Aviv, mentre la popolarità dello Stato ebraico crolla tra i cittadini americani. Inoltre, i soldati lo accusano di non aver protetto adeguatamente la base in Kuwait, in cui un raid iraniano ha ucciso sei di loro. Sono grosse gatte da pelare.
Dopodiché, va registrata la volontà vaticana di gettare acqua sul fuoco. A parte i bollettini ufficiali, sorprende che nella squadra di pompieri si siano arruolati i gesuiti progressisti, i più lontani dal tycoon. A cominciare dal sacerdote degli Lgbt, padre James Martin. Merita un elogio padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica e sottosegretario al Dicastero per la Cultura: egli ha rifiutato ogni strumentalizzazione della faccenda e ha offerto una lettura molto profonda dell’approccio del pontefice alle questioni internazionali. «Leone contro Trump? Questa cornice è errata. Perché è riduttiva», ha scritto su Union of Catholic Asian News. «La posta in gioco è completamente diversa: è il Papa che combatte contro la guerra. Non contro un presidente, contro un modo di pensare. Contro l’idea stessa che rende la guerra possibile». Sono le istruzioni per sottrarsi al fraintendimento che cavalcano i dem Usa, sperando di tamponare l’emorragia di voti cattolici; la medesima incomprensione che aveva spinto il Pentagono a interpellare il Nunzio, temendo che il monito di Robert Francis Prevost sull’impiego della forza al posto del dialogo fosse una scomunica della «dottrina Donroe» di Trump. Spadaro ha aggiunto che la linea di Leone XIV «potrebbe contribuire a interrompere una tendenza che ha dominato il cattolicesimo americano - meno religione come collante nazionale, più fede come critica del potere». A ben vedere, più che una deriva cattolica, è esattamente la distorsione protestante che ha finito per ispirare l’operazione Epic fury.
Il Papa, intanto, non ha smesso di far pesare la sua autorità morale: ai membri della Chiesa di Baghdad dei Caldei, ieri, ha chiesto di essere «segni di speranza in un mondo segnato da violenze assurde e disumane, che in questo tempo, mosse dall’avidità e dall’odio, dilagano con ferocia proprio nelle terre che hanno visto sorgere la salvezza, nei luoghi sacri dell’Oriente cristiano, profanati dalla blasfemia della guerra e dalla brutalità degli affari». «Dio», ha insistito, «non benedice alcun conflitto». È sembrato persino tornare sull’episodio della Domenica delle palme, quando Israele ha vietato al cardinale Pierbattista Pizzaballa l’accesso al Santo Sepolcro. «I cristiani in tutto il Medio Oriente», ha tuonato, «siano rispettati, non solo a parole: godano di vera libertà religiosa e di piena cittadinanza, senza essere trattati da ospiti o da cittadini di seconda classe». Appunti per Netanyahu, Hegseth e la sua armata di predicatori crociati.
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Attacco israeliano nel Sud del Libano il 10 aprile 2026 (Ansa)
Mercoledì sono stati colpiti diversi quartieri residenziali della capitale, dove una serie di raid aerei israeliani ha provocato oltre 300 morti, trasformandolo nel giorno più sanguinoso dall’inizio del nuovo conflitto. Ma Beirut, la valle della Bekaa e tutto il sud sono ormai un bersaglio quotidiano dell’aviazione di Tel Aviv, che anche ieri ha colpito. Intanto Hezbollah, in risposta all’attacco sulla capitale, ha lanciato una serie di missili contro una base navale dell’esercito israeliano nella città di Ashdod, nell’estremo sud d’Israele al confine con la striscia di Gaza, a dimostrazione che le potenzialità balistiche del Partito di Dio sono ancora enormemente ampie. Il movimento sciita filoiraniano ha dichiarato che non intende fermarsi fino al termine dell’aggressione da parte di Israele e Stati Uniti, bersagliando di razzi il nord israeliano e soprattutto la Galilea. Hezbollah rivendica di aver diritto alle sue operazioni militari come una risposta alla violazione da parte di Israele del cessate il fuoco mediato dal Pakistan ed accettato da Teheran e Washington.
Ma questa nuova guerra rischia di travolgere il piccolo Paese affacciato sul Mediterraneo, dove la popolazione scivola verso una grave crisi di sicurezza alimentare a causa dell’aumento dei prezzi e della crescente domanda da parte delle famiglie sfollate a causa dei bombardamenti israeliani. Questo l’allarme lanciato dai rappresentanti del World Food Programme in Libano, che stanno cercando di affrontare anche il problema delle centinaia di migliaia di profughi provenienti dalle aree meridionali. Israele, su pressione di Donald Trump, ha però accettato l’apertura di negoziati diretti con il Libano, che si terranno a partire da martedì prossimo a Washington e che potrebbero evitare un ulteriore escalation nel Paese dei cedri.
Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha subito accettato di recarsi nella capitale statunitense nei prossimi giorni, nel tentativo di portare avanti i negoziati, come hanno dichiarato diverse fonti governative di Beirut, anche se i colloqui saranno tenuti dagli ambasciatori negli Stati Uniti di Libano e Israele, Nada Hamadeh-Moawad e Yechiel Leiter, oltre all’ambasciatore statunitense a Beirut Michel Issa.
Naim Qassem, capo di Hezbollah, , ha chiesto al governo libanese di smettere di fare «concessioni gratuite» a Israele prima dei colloqui. In vista di questo determinante meeting a Washington e per la situazione che rimane incandescente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha chiesto di non essere chiamato a testimoniare nel processo contro di lui per le prossime due settimane. In Israele è stato revocato lo stato di emergenza, applicato durante la guerra con l’Iran e sospeso al momento della tregua, permettendo così all’attività giudiziaria di ricominciare con le inchieste e i processi che erano già in corso. Il processo per corruzione contro Netanyahu dovrebbe ripartire domani, ma tutto potrebbe slittare di qualche giorno. Sul campo lo scontro rimane feroce e nella notte Tel Aviv ha dichiarato di aver distrutto dieci lanciarazzi dei miliziani sciiti che sarebbero stati utilizzati come rampe di missili per bersagliare il nord israeliano. Dall’inizio del conflitto, secondo le cifre diffusa dal ministero della Salute di Beirut, il bilancio complessivo è già salito a 1.888 morti e a 6168 feriti, ma sono dati che devono essere aggiornati ora per ora. L’Idf infatti ha bombardato un ufficio della sicurezza di Stato, uccidendo otto agenti nella città meridionale di Nabatieh e ha minacciato di colpire le ambulanze, accusando Hezbollah di farne un uso militare, mentre gli ospedali di Beirut sono sommersi di feriti da curare e sono vicini al collasso. Le Forze di difesa israeliane in un’altra operazione hanno scoperto un tunnel che conduce a un sito di infrastrutture sotterranee dove sono state trovati missili anticarro, armi da fuoco ed un deposito di munizioni. Le sirene antiaeree hanno suonato ininterrottamente in tutta Israele, compreso a Tel Aviv e ad Haifa dove però tutti i razzi sono stati intercettati.
Lunedì, il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, arriverà in Libano per manifestare solidarietà e vicinanza al presidente Joseph Aoun e a tutto il popolo libanese a seguito dei bombardamenti, come ha scritto in un post il responsabile della Farnesina, che ha continuato: «Non vogliamo che a pagare sia ancora la popolazione civile come a Gaza». Tajani ha ribadito che l’Italia sosterrà, con un ruolo da protagonista, questa nuova fase di dialogo in Medio Oriente, anche per evitare un’escalation del conflitto e mettere fine alle azioni terroristiche di Hezbollah. Proprio i sostenitori dei miliziani, insieme agli alleati di Amal, si sono radunati a Hamra per protestare contro i negoziati con Israele.
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