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2022-06-29
Draghi perde la partita al G7 energia. Macron si smarca, no al «price cap»
Mario Draghi (Ansa)
Chi dice che Mario Draghi non ha imparato il mestiere del politico sbaglia: una delle principali arti della cosiddetta politica politicante è quella di fingere di aver vinto anche di fronte a una sconfitta, meglio ancora se si può contare sulle fanfare dei media allineati.
È quanto è accaduto ieri a in Germania, dove il G7 ha deciso di non decidere sulla richiesta italiana di fissare un prezzo al tetto del petrolio e del gas importati dalla Russia. Il pressing dell’ex Supermario sui colleghi ha prodotto come risultato una semplice e assai vaga dichiarazione di intenti, che tra l’altro rinvia a un’altra non decisione, quella del Consiglio europeo dello scorso 24 giugno, recente delusione per Draghi. Come se non bastasse, il presidente francese Emmanuel Macron, presunto alleato del nostro premier in questa battaglia, si è subito affrettato a smontare punto per punto l’ipotesi di introdurre questo famoso, anzi fumoso, «price cap». Vale la pena leggere la dichiarazione finale del G7 in merito: «Ribadiamo», si legge nel testo, «il nostro impegno a diminuire la nostra dipendenza dall’energia russa. In aggiunta, noi esploreremo ulteriori misure per impedire alla Russia di trarre profitto dalla sua guerra di aggressione. Mentre diminuiamo gradualmente la quantità di petrolio russo dai nostri mercati domestici», aggiungono i 7 presunti grandi della Terra, «cercheremo di sviluppare soluzioni che vadano incontro ai nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi. In questo senso, accogliamo la decisione dell’Unione europea di esplorare con i partner internazionali i modi per fermare l’aumento dei prezzi dell’energia, a partire dalla fattibilità dell’introduzione di massimali temporanei al prezzo d’importazione dove appropriato. Incarichiamo i ministri competenti», recita ancora la dichiarazione finale, «a valutare urgentemente la fattibilità e l’efficienza di tali misure». Come nella migliore tradizione del gioco delle tre carte, il G7 fa riferimento alla «decisione dell’Ue», decisione che non esiste: lo scorso 24 giugno, in occasione del Consiglio europeo, la richiesta di Draghi di un altro vertice a luglio sul price cap è stata infatti bocciata. Se ne parlerà in autunno, è stata la (non) decisione, che ha fatto pure innervosire il premier italiano. Stavolta, invece, evidentemente ben consigliato dal suo staff, Draghi simula un trionfo, in pieno stile politicante: «Questo G7», dice il presidente del Consiglio in conferenza stampa, «è stato veramente un successo. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. L’Ue accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che accogliamo con favore. Siamo ovviamente contenti. L’importante è che questa decisione abbia una base solida», aggiunge ancora Draghi, lasciando stavolta trasparire la sua irritazione, «su cui ci si possa scambiare considerazioni razionali e non solo psicologiche».
Il riferimento dell’ex Supermario è ai Paesi come l’Olanda e la Germania che temono che introdurre un tetto al prezzo di petrolio e gas importato dalla Russia produca un effetto che un paladino del libero mercato come il nostro premier dovrebbe ben conoscere: Vladimir Putin a quel punto venderebbe le sue risorse energetiche ad altri Paesi, e gli acquirenti in giro per il mondo non mancano.
Macron spiega bene perché l’idea del price cap è destinata a restare tale: «Sono favorevole», dice il presidente francese ai giornalisti, a quanto riporta l’Adnkronos, «ad un tetto sui prezzi del petrolio. È un’ottima idea. Stiamo già cercando di uscire dalla dipendenza del petrolio russo e se nel frattempo possiamo anche limitare il prezzo per evitare che l’andamento attuale dei prezzi arricchisca la Russia non posso che essere favorevole. L’aumento dei prezzi mondiali in questo momento infatti sta aiutando a finanziare la guerra russa». Tutto bene dunque? Macché: «C’è una difficoltà tecnica», spiega Macron, «il petrolio dalla Russia arriva in diversi modi e viene venduto in diversi Paesi. Affinché un meccanismo del genere possa funzionare dobbiamo ampliare al massimo l’alleanza tra gli acquirenti. L’India, ad esempio, è un grande acquirente di petrolio russo. Dobbiamo aumentare il numero di Paesi favorevoli a definire un tetto sui prezzi e rendere questo meccanismo effettivo. Devono iniziare i lavori tecnici. Questo tipo di meccanismo non esiste tecnicamente», aggiunge Macron, «allo studio, c’è anche un tetto sui prezzi del gas ma anche su questo tema bisogna iniziare a lavorare. Lavoreremo a questo nei prossimi mesi per avanzare su questo tema». Campa cavallo, dunque. Da parte sua, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, definisce «un obiettivo molto ambizioso» l’imposizione del price cap sul gas russo. Un price cap che, avverte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dovrebbe essere «discusso con la Gazprom. Probabilmente metteranno condizioni sulla modifica dei termini dei contratti esistenti», aggiunge Peskov, «sulla modifica del prezzo, in che misura questo è legalmente possibile e così via. Pertanto, ci sono molte domande. Questo è oggetto di negoziati, oggetto di contatti».
Ankara sblocca il grano di Odessa
Non è riuscito a portare a casa il «price cap» sul gas, ma forse un risultato più simbolico che sostanziale Mario Draghi l’ha ottenuto. Nella recente missione a Kiev con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron aveva particolarmente insistito sulla necessità di sbloccare il grano ucraino fermo nel porto di Odessa per scongiurare la catastrofe alimentare. Non è peraltro dal grano ucraino che dipende la fame nel mondo, ma è del pari vero che sbloccare quel frumento può restituire stabilità al mercato mondiale, raffreddare i prezzi che per ora affamano l’Africa e ingrassano i bilanci delle multinazionali americane, francesi, della Cina e dell’India. Nel caso dell’Italia c’è un interesse che viene alla sponda sud del Mediterraneo: Egitto e in minor misura Tunisia comprano grano da Kiev (è quello che costa meno) e se scoppiano le rivolte del pane nel Maghreb per noi significa tsunami d’immigrazione. Così ieri Mario Draghi nella conferenza stampa di fine G7 a Elmau ha fatto trapelare la notizia che lo sforzo diplomatico condotto da Onu e Turchia starebbe per sbloccare il grano fermo ad Odessa. Ci sarebbe un grado di sicurezza sufficiente per permettere alle navi di passare senza urtare le mine e si aspetta che la Russia dia il via libera. Alcuni giorni fa il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha dichiarato che un’intesa per cercare a Istanbul un centro di raccolta e di smistamento del grano sotto sorveglianza di soldati turchi, ucraini e russi con la garanzia dell’Onu era a portata di mano. Si sarebbe trovato l’accordo sul corridoio navale per sbloccare la merce insilata ad Odessa. Peraltro il G7 nel documento finale ribadisce: «Mosca smetta di distruggere infrastrutture portuali di trasporto, terminali e silos per il grano» e di «appropriarsi illegalmente di prodotti agricoli e attrezzature ucraine. Sosteniamo fortemente l’Ucraina nel riprendere il suo export agricolo sui mercati mondiali e gli sforzi Onu per sbloccare corridoi marittimi sicuri nel Mar Nero». Ma Draghi avrebbe fatto un passo in più.
Nella sua conferenza stampa ha affermato: «Il presidente del Senegal e presidente di turno dell’Unione africana Macky Sall ci ha detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano perché quattro quinti del grano consumato in Africa è prodotto da loro. Il segretario generale dell’Onu a proposito del piano per il grano ha usato le parole: siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina, ma soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà a grano di uscire dai porti».
La verità è che i fertilizzanti sono più importanti del grano e che sono russi e bielorussi e non ucraini e l’altra verità è che il grano di Kiev non sfama il mondo. Per saperlo basta leggere i numeri dell’International grain council, ente intergovernativo che regola il mercato mondiale dei cereali. L’Igc ha condannato duramente l’invasione russa dicendo, tra l’altro, che la crisi ucraina ha generato l’instabilità del mercato facendo alzare i prezzi. Ma ha ribadito che di frumento nel mondo ce n’è abbastanza a condizione che chi lo ha stoccato per speculare lo liberi e che si smetta di usarlo per produrre biocarburanti.
Draghi nella sua perorazione ha fatto riferimento al nuovo raccolto ucraino che dovrà essere stoccato da settembre e che bisogna liberare i silos di Kiev. Verissimo, le quantità prodotte dall’Ucraina però non sono decisive. Sempre dall’Igc si ricava che nella campagna 2021/2022 l’Ucraina ha prodotto 33 milioni di tonnellate e la proiezione di esportazione non andava oltre i 24,5 milioni di tonnellate. Il grano di Kiev va solo per l’8% nell’Africa sub sahariana e al 28% in Nord Africa. Nell’Africa profonda Kiev esporta 1,96 milioni di tonnellate (il carico di 8 navi oceaniche portarinfuse) e 6,86 milioni in Nord Africa. Oltre il 48% del grano lo vende in Asia. Cioè alla Cina.
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Il premier voleva imporre un tetto ai prezzi degli idrocarburi dalla Russia, ma ha ottenuto solo vaghe promesse. Se ne riparlerà forse in autunno. Supermario simula la vittoria: è passata la nostra linea.Ankara sblocca il grano di Odessa. Lo sforzo diplomatico di Turchia e Onu consentirà ai cereali ucraini di attraversare un corridoio sicuro. Così si fermerà la rincorsa dei prezzi. Ma resta il nodo fertilizzanti.Lo speciale comprende due articoli. Chi dice che Mario Draghi non ha imparato il mestiere del politico sbaglia: una delle principali arti della cosiddetta politica politicante è quella di fingere di aver vinto anche di fronte a una sconfitta, meglio ancora se si può contare sulle fanfare dei media allineati. È quanto è accaduto ieri a in Germania, dove il G7 ha deciso di non decidere sulla richiesta italiana di fissare un prezzo al tetto del petrolio e del gas importati dalla Russia. Il pressing dell’ex Supermario sui colleghi ha prodotto come risultato una semplice e assai vaga dichiarazione di intenti, che tra l’altro rinvia a un’altra non decisione, quella del Consiglio europeo dello scorso 24 giugno, recente delusione per Draghi. Come se non bastasse, il presidente francese Emmanuel Macron, presunto alleato del nostro premier in questa battaglia, si è subito affrettato a smontare punto per punto l’ipotesi di introdurre questo famoso, anzi fumoso, «price cap». Vale la pena leggere la dichiarazione finale del G7 in merito: «Ribadiamo», si legge nel testo, «il nostro impegno a diminuire la nostra dipendenza dall’energia russa. In aggiunta, noi esploreremo ulteriori misure per impedire alla Russia di trarre profitto dalla sua guerra di aggressione. Mentre diminuiamo gradualmente la quantità di petrolio russo dai nostri mercati domestici», aggiungono i 7 presunti grandi della Terra, «cercheremo di sviluppare soluzioni che vadano incontro ai nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi. In questo senso, accogliamo la decisione dell’Unione europea di esplorare con i partner internazionali i modi per fermare l’aumento dei prezzi dell’energia, a partire dalla fattibilità dell’introduzione di massimali temporanei al prezzo d’importazione dove appropriato. Incarichiamo i ministri competenti», recita ancora la dichiarazione finale, «a valutare urgentemente la fattibilità e l’efficienza di tali misure». Come nella migliore tradizione del gioco delle tre carte, il G7 fa riferimento alla «decisione dell’Ue», decisione che non esiste: lo scorso 24 giugno, in occasione del Consiglio europeo, la richiesta di Draghi di un altro vertice a luglio sul price cap è stata infatti bocciata. Se ne parlerà in autunno, è stata la (non) decisione, che ha fatto pure innervosire il premier italiano. Stavolta, invece, evidentemente ben consigliato dal suo staff, Draghi simula un trionfo, in pieno stile politicante: «Questo G7», dice il presidente del Consiglio in conferenza stampa, «è stato veramente un successo. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. L’Ue accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che accogliamo con favore. Siamo ovviamente contenti. L’importante è che questa decisione abbia una base solida», aggiunge ancora Draghi, lasciando stavolta trasparire la sua irritazione, «su cui ci si possa scambiare considerazioni razionali e non solo psicologiche». Il riferimento dell’ex Supermario è ai Paesi come l’Olanda e la Germania che temono che introdurre un tetto al prezzo di petrolio e gas importato dalla Russia produca un effetto che un paladino del libero mercato come il nostro premier dovrebbe ben conoscere: Vladimir Putin a quel punto venderebbe le sue risorse energetiche ad altri Paesi, e gli acquirenti in giro per il mondo non mancano.Macron spiega bene perché l’idea del price cap è destinata a restare tale: «Sono favorevole», dice il presidente francese ai giornalisti, a quanto riporta l’Adnkronos, «ad un tetto sui prezzi del petrolio. È un’ottima idea. Stiamo già cercando di uscire dalla dipendenza del petrolio russo e se nel frattempo possiamo anche limitare il prezzo per evitare che l’andamento attuale dei prezzi arricchisca la Russia non posso che essere favorevole. L’aumento dei prezzi mondiali in questo momento infatti sta aiutando a finanziare la guerra russa». Tutto bene dunque? Macché: «C’è una difficoltà tecnica», spiega Macron, «il petrolio dalla Russia arriva in diversi modi e viene venduto in diversi Paesi. Affinché un meccanismo del genere possa funzionare dobbiamo ampliare al massimo l’alleanza tra gli acquirenti. L’India, ad esempio, è un grande acquirente di petrolio russo. Dobbiamo aumentare il numero di Paesi favorevoli a definire un tetto sui prezzi e rendere questo meccanismo effettivo. Devono iniziare i lavori tecnici. Questo tipo di meccanismo non esiste tecnicamente», aggiunge Macron, «allo studio, c’è anche un tetto sui prezzi del gas ma anche su questo tema bisogna iniziare a lavorare. Lavoreremo a questo nei prossimi mesi per avanzare su questo tema». Campa cavallo, dunque. Da parte sua, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, definisce «un obiettivo molto ambizioso» l’imposizione del price cap sul gas russo. Un price cap che, avverte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dovrebbe essere «discusso con la Gazprom. Probabilmente metteranno condizioni sulla modifica dei termini dei contratti esistenti», aggiunge Peskov, «sulla modifica del prezzo, in che misura questo è legalmente possibile e così via. Pertanto, ci sono molte domande. Questo è oggetto di negoziati, oggetto di contatti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-perde-la-partita-al-g7-energia-macron-si-smarca-no-al-price-cap-2657577108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ankara-sblocca-il-grano-di-odessa" data-post-id="2657577108" data-published-at="1656445194" data-use-pagination="False"> Ankara sblocca il grano di Odessa Non è riuscito a portare a casa il «price cap» sul gas, ma forse un risultato più simbolico che sostanziale Mario Draghi l’ha ottenuto. Nella recente missione a Kiev con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron aveva particolarmente insistito sulla necessità di sbloccare il grano ucraino fermo nel porto di Odessa per scongiurare la catastrofe alimentare. Non è peraltro dal grano ucraino che dipende la fame nel mondo, ma è del pari vero che sbloccare quel frumento può restituire stabilità al mercato mondiale, raffreddare i prezzi che per ora affamano l’Africa e ingrassano i bilanci delle multinazionali americane, francesi, della Cina e dell’India. Nel caso dell’Italia c’è un interesse che viene alla sponda sud del Mediterraneo: Egitto e in minor misura Tunisia comprano grano da Kiev (è quello che costa meno) e se scoppiano le rivolte del pane nel Maghreb per noi significa tsunami d’immigrazione. Così ieri Mario Draghi nella conferenza stampa di fine G7 a Elmau ha fatto trapelare la notizia che lo sforzo diplomatico condotto da Onu e Turchia starebbe per sbloccare il grano fermo ad Odessa. Ci sarebbe un grado di sicurezza sufficiente per permettere alle navi di passare senza urtare le mine e si aspetta che la Russia dia il via libera. Alcuni giorni fa il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha dichiarato che un’intesa per cercare a Istanbul un centro di raccolta e di smistamento del grano sotto sorveglianza di soldati turchi, ucraini e russi con la garanzia dell’Onu era a portata di mano. Si sarebbe trovato l’accordo sul corridoio navale per sbloccare la merce insilata ad Odessa. Peraltro il G7 nel documento finale ribadisce: «Mosca smetta di distruggere infrastrutture portuali di trasporto, terminali e silos per il grano» e di «appropriarsi illegalmente di prodotti agricoli e attrezzature ucraine. Sosteniamo fortemente l’Ucraina nel riprendere il suo export agricolo sui mercati mondiali e gli sforzi Onu per sbloccare corridoi marittimi sicuri nel Mar Nero». Ma Draghi avrebbe fatto un passo in più. Nella sua conferenza stampa ha affermato: «Il presidente del Senegal e presidente di turno dell’Unione africana Macky Sall ci ha detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano perché quattro quinti del grano consumato in Africa è prodotto da loro. Il segretario generale dell’Onu a proposito del piano per il grano ha usato le parole: siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina, ma soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà a grano di uscire dai porti». La verità è che i fertilizzanti sono più importanti del grano e che sono russi e bielorussi e non ucraini e l’altra verità è che il grano di Kiev non sfama il mondo. Per saperlo basta leggere i numeri dell’International grain council, ente intergovernativo che regola il mercato mondiale dei cereali. L’Igc ha condannato duramente l’invasione russa dicendo, tra l’altro, che la crisi ucraina ha generato l’instabilità del mercato facendo alzare i prezzi. Ma ha ribadito che di frumento nel mondo ce n’è abbastanza a condizione che chi lo ha stoccato per speculare lo liberi e che si smetta di usarlo per produrre biocarburanti. Draghi nella sua perorazione ha fatto riferimento al nuovo raccolto ucraino che dovrà essere stoccato da settembre e che bisogna liberare i silos di Kiev. Verissimo, le quantità prodotte dall’Ucraina però non sono decisive. Sempre dall’Igc si ricava che nella campagna 2021/2022 l’Ucraina ha prodotto 33 milioni di tonnellate e la proiezione di esportazione non andava oltre i 24,5 milioni di tonnellate. Il grano di Kiev va solo per l’8% nell’Africa sub sahariana e al 28% in Nord Africa. Nell’Africa profonda Kiev esporta 1,96 milioni di tonnellate (il carico di 8 navi oceaniche portarinfuse) e 6,86 milioni in Nord Africa. Oltre il 48% del grano lo vende in Asia. Cioè alla Cina.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
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La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
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John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
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Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.