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2022-06-29
Draghi perde la partita al G7 energia. Macron si smarca, no al «price cap»
Mario Draghi (Ansa)
Chi dice che Mario Draghi non ha imparato il mestiere del politico sbaglia: una delle principali arti della cosiddetta politica politicante è quella di fingere di aver vinto anche di fronte a una sconfitta, meglio ancora se si può contare sulle fanfare dei media allineati.
È quanto è accaduto ieri a in Germania, dove il G7 ha deciso di non decidere sulla richiesta italiana di fissare un prezzo al tetto del petrolio e del gas importati dalla Russia. Il pressing dell’ex Supermario sui colleghi ha prodotto come risultato una semplice e assai vaga dichiarazione di intenti, che tra l’altro rinvia a un’altra non decisione, quella del Consiglio europeo dello scorso 24 giugno, recente delusione per Draghi. Come se non bastasse, il presidente francese Emmanuel Macron, presunto alleato del nostro premier in questa battaglia, si è subito affrettato a smontare punto per punto l’ipotesi di introdurre questo famoso, anzi fumoso, «price cap». Vale la pena leggere la dichiarazione finale del G7 in merito: «Ribadiamo», si legge nel testo, «il nostro impegno a diminuire la nostra dipendenza dall’energia russa. In aggiunta, noi esploreremo ulteriori misure per impedire alla Russia di trarre profitto dalla sua guerra di aggressione. Mentre diminuiamo gradualmente la quantità di petrolio russo dai nostri mercati domestici», aggiungono i 7 presunti grandi della Terra, «cercheremo di sviluppare soluzioni che vadano incontro ai nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi. In questo senso, accogliamo la decisione dell’Unione europea di esplorare con i partner internazionali i modi per fermare l’aumento dei prezzi dell’energia, a partire dalla fattibilità dell’introduzione di massimali temporanei al prezzo d’importazione dove appropriato. Incarichiamo i ministri competenti», recita ancora la dichiarazione finale, «a valutare urgentemente la fattibilità e l’efficienza di tali misure». Come nella migliore tradizione del gioco delle tre carte, il G7 fa riferimento alla «decisione dell’Ue», decisione che non esiste: lo scorso 24 giugno, in occasione del Consiglio europeo, la richiesta di Draghi di un altro vertice a luglio sul price cap è stata infatti bocciata. Se ne parlerà in autunno, è stata la (non) decisione, che ha fatto pure innervosire il premier italiano. Stavolta, invece, evidentemente ben consigliato dal suo staff, Draghi simula un trionfo, in pieno stile politicante: «Questo G7», dice il presidente del Consiglio in conferenza stampa, «è stato veramente un successo. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. L’Ue accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che accogliamo con favore. Siamo ovviamente contenti. L’importante è che questa decisione abbia una base solida», aggiunge ancora Draghi, lasciando stavolta trasparire la sua irritazione, «su cui ci si possa scambiare considerazioni razionali e non solo psicologiche».
Il riferimento dell’ex Supermario è ai Paesi come l’Olanda e la Germania che temono che introdurre un tetto al prezzo di petrolio e gas importato dalla Russia produca un effetto che un paladino del libero mercato come il nostro premier dovrebbe ben conoscere: Vladimir Putin a quel punto venderebbe le sue risorse energetiche ad altri Paesi, e gli acquirenti in giro per il mondo non mancano.
Macron spiega bene perché l’idea del price cap è destinata a restare tale: «Sono favorevole», dice il presidente francese ai giornalisti, a quanto riporta l’Adnkronos, «ad un tetto sui prezzi del petrolio. È un’ottima idea. Stiamo già cercando di uscire dalla dipendenza del petrolio russo e se nel frattempo possiamo anche limitare il prezzo per evitare che l’andamento attuale dei prezzi arricchisca la Russia non posso che essere favorevole. L’aumento dei prezzi mondiali in questo momento infatti sta aiutando a finanziare la guerra russa». Tutto bene dunque? Macché: «C’è una difficoltà tecnica», spiega Macron, «il petrolio dalla Russia arriva in diversi modi e viene venduto in diversi Paesi. Affinché un meccanismo del genere possa funzionare dobbiamo ampliare al massimo l’alleanza tra gli acquirenti. L’India, ad esempio, è un grande acquirente di petrolio russo. Dobbiamo aumentare il numero di Paesi favorevoli a definire un tetto sui prezzi e rendere questo meccanismo effettivo. Devono iniziare i lavori tecnici. Questo tipo di meccanismo non esiste tecnicamente», aggiunge Macron, «allo studio, c’è anche un tetto sui prezzi del gas ma anche su questo tema bisogna iniziare a lavorare. Lavoreremo a questo nei prossimi mesi per avanzare su questo tema». Campa cavallo, dunque. Da parte sua, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, definisce «un obiettivo molto ambizioso» l’imposizione del price cap sul gas russo. Un price cap che, avverte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dovrebbe essere «discusso con la Gazprom. Probabilmente metteranno condizioni sulla modifica dei termini dei contratti esistenti», aggiunge Peskov, «sulla modifica del prezzo, in che misura questo è legalmente possibile e così via. Pertanto, ci sono molte domande. Questo è oggetto di negoziati, oggetto di contatti».
Ankara sblocca il grano di Odessa
Non è riuscito a portare a casa il «price cap» sul gas, ma forse un risultato più simbolico che sostanziale Mario Draghi l’ha ottenuto. Nella recente missione a Kiev con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron aveva particolarmente insistito sulla necessità di sbloccare il grano ucraino fermo nel porto di Odessa per scongiurare la catastrofe alimentare. Non è peraltro dal grano ucraino che dipende la fame nel mondo, ma è del pari vero che sbloccare quel frumento può restituire stabilità al mercato mondiale, raffreddare i prezzi che per ora affamano l’Africa e ingrassano i bilanci delle multinazionali americane, francesi, della Cina e dell’India. Nel caso dell’Italia c’è un interesse che viene alla sponda sud del Mediterraneo: Egitto e in minor misura Tunisia comprano grano da Kiev (è quello che costa meno) e se scoppiano le rivolte del pane nel Maghreb per noi significa tsunami d’immigrazione. Così ieri Mario Draghi nella conferenza stampa di fine G7 a Elmau ha fatto trapelare la notizia che lo sforzo diplomatico condotto da Onu e Turchia starebbe per sbloccare il grano fermo ad Odessa. Ci sarebbe un grado di sicurezza sufficiente per permettere alle navi di passare senza urtare le mine e si aspetta che la Russia dia il via libera. Alcuni giorni fa il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha dichiarato che un’intesa per cercare a Istanbul un centro di raccolta e di smistamento del grano sotto sorveglianza di soldati turchi, ucraini e russi con la garanzia dell’Onu era a portata di mano. Si sarebbe trovato l’accordo sul corridoio navale per sbloccare la merce insilata ad Odessa. Peraltro il G7 nel documento finale ribadisce: «Mosca smetta di distruggere infrastrutture portuali di trasporto, terminali e silos per il grano» e di «appropriarsi illegalmente di prodotti agricoli e attrezzature ucraine. Sosteniamo fortemente l’Ucraina nel riprendere il suo export agricolo sui mercati mondiali e gli sforzi Onu per sbloccare corridoi marittimi sicuri nel Mar Nero». Ma Draghi avrebbe fatto un passo in più.
Nella sua conferenza stampa ha affermato: «Il presidente del Senegal e presidente di turno dell’Unione africana Macky Sall ci ha detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano perché quattro quinti del grano consumato in Africa è prodotto da loro. Il segretario generale dell’Onu a proposito del piano per il grano ha usato le parole: siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina, ma soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà a grano di uscire dai porti».
La verità è che i fertilizzanti sono più importanti del grano e che sono russi e bielorussi e non ucraini e l’altra verità è che il grano di Kiev non sfama il mondo. Per saperlo basta leggere i numeri dell’International grain council, ente intergovernativo che regola il mercato mondiale dei cereali. L’Igc ha condannato duramente l’invasione russa dicendo, tra l’altro, che la crisi ucraina ha generato l’instabilità del mercato facendo alzare i prezzi. Ma ha ribadito che di frumento nel mondo ce n’è abbastanza a condizione che chi lo ha stoccato per speculare lo liberi e che si smetta di usarlo per produrre biocarburanti.
Draghi nella sua perorazione ha fatto riferimento al nuovo raccolto ucraino che dovrà essere stoccato da settembre e che bisogna liberare i silos di Kiev. Verissimo, le quantità prodotte dall’Ucraina però non sono decisive. Sempre dall’Igc si ricava che nella campagna 2021/2022 l’Ucraina ha prodotto 33 milioni di tonnellate e la proiezione di esportazione non andava oltre i 24,5 milioni di tonnellate. Il grano di Kiev va solo per l’8% nell’Africa sub sahariana e al 28% in Nord Africa. Nell’Africa profonda Kiev esporta 1,96 milioni di tonnellate (il carico di 8 navi oceaniche portarinfuse) e 6,86 milioni in Nord Africa. Oltre il 48% del grano lo vende in Asia. Cioè alla Cina.
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Il premier voleva imporre un tetto ai prezzi degli idrocarburi dalla Russia, ma ha ottenuto solo vaghe promesse. Se ne riparlerà forse in autunno. Supermario simula la vittoria: è passata la nostra linea.Ankara sblocca il grano di Odessa. Lo sforzo diplomatico di Turchia e Onu consentirà ai cereali ucraini di attraversare un corridoio sicuro. Così si fermerà la rincorsa dei prezzi. Ma resta il nodo fertilizzanti.Lo speciale comprende due articoli. Chi dice che Mario Draghi non ha imparato il mestiere del politico sbaglia: una delle principali arti della cosiddetta politica politicante è quella di fingere di aver vinto anche di fronte a una sconfitta, meglio ancora se si può contare sulle fanfare dei media allineati. È quanto è accaduto ieri a in Germania, dove il G7 ha deciso di non decidere sulla richiesta italiana di fissare un prezzo al tetto del petrolio e del gas importati dalla Russia. Il pressing dell’ex Supermario sui colleghi ha prodotto come risultato una semplice e assai vaga dichiarazione di intenti, che tra l’altro rinvia a un’altra non decisione, quella del Consiglio europeo dello scorso 24 giugno, recente delusione per Draghi. Come se non bastasse, il presidente francese Emmanuel Macron, presunto alleato del nostro premier in questa battaglia, si è subito affrettato a smontare punto per punto l’ipotesi di introdurre questo famoso, anzi fumoso, «price cap». Vale la pena leggere la dichiarazione finale del G7 in merito: «Ribadiamo», si legge nel testo, «il nostro impegno a diminuire la nostra dipendenza dall’energia russa. In aggiunta, noi esploreremo ulteriori misure per impedire alla Russia di trarre profitto dalla sua guerra di aggressione. Mentre diminuiamo gradualmente la quantità di petrolio russo dai nostri mercati domestici», aggiungono i 7 presunti grandi della Terra, «cercheremo di sviluppare soluzioni che vadano incontro ai nostri obiettivi di ridurre le entrate russe dagli idrocarburi. In questo senso, accogliamo la decisione dell’Unione europea di esplorare con i partner internazionali i modi per fermare l’aumento dei prezzi dell’energia, a partire dalla fattibilità dell’introduzione di massimali temporanei al prezzo d’importazione dove appropriato. Incarichiamo i ministri competenti», recita ancora la dichiarazione finale, «a valutare urgentemente la fattibilità e l’efficienza di tali misure». Come nella migliore tradizione del gioco delle tre carte, il G7 fa riferimento alla «decisione dell’Ue», decisione che non esiste: lo scorso 24 giugno, in occasione del Consiglio europeo, la richiesta di Draghi di un altro vertice a luglio sul price cap è stata infatti bocciata. Se ne parlerà in autunno, è stata la (non) decisione, che ha fatto pure innervosire il premier italiano. Stavolta, invece, evidentemente ben consigliato dal suo staff, Draghi simula un trionfo, in pieno stile politicante: «Questo G7», dice il presidente del Consiglio in conferenza stampa, «è stato veramente un successo. Abbiamo dato mandato con urgenza ai ministri su come applicare un price cap sul gas e sul petrolio. L’Ue accelererà il suo lavoro sul tetto al prezzo del gas, una decisione che accogliamo con favore. Siamo ovviamente contenti. L’importante è che questa decisione abbia una base solida», aggiunge ancora Draghi, lasciando stavolta trasparire la sua irritazione, «su cui ci si possa scambiare considerazioni razionali e non solo psicologiche». Il riferimento dell’ex Supermario è ai Paesi come l’Olanda e la Germania che temono che introdurre un tetto al prezzo di petrolio e gas importato dalla Russia produca un effetto che un paladino del libero mercato come il nostro premier dovrebbe ben conoscere: Vladimir Putin a quel punto venderebbe le sue risorse energetiche ad altri Paesi, e gli acquirenti in giro per il mondo non mancano.Macron spiega bene perché l’idea del price cap è destinata a restare tale: «Sono favorevole», dice il presidente francese ai giornalisti, a quanto riporta l’Adnkronos, «ad un tetto sui prezzi del petrolio. È un’ottima idea. Stiamo già cercando di uscire dalla dipendenza del petrolio russo e se nel frattempo possiamo anche limitare il prezzo per evitare che l’andamento attuale dei prezzi arricchisca la Russia non posso che essere favorevole. L’aumento dei prezzi mondiali in questo momento infatti sta aiutando a finanziare la guerra russa». Tutto bene dunque? Macché: «C’è una difficoltà tecnica», spiega Macron, «il petrolio dalla Russia arriva in diversi modi e viene venduto in diversi Paesi. Affinché un meccanismo del genere possa funzionare dobbiamo ampliare al massimo l’alleanza tra gli acquirenti. L’India, ad esempio, è un grande acquirente di petrolio russo. Dobbiamo aumentare il numero di Paesi favorevoli a definire un tetto sui prezzi e rendere questo meccanismo effettivo. Devono iniziare i lavori tecnici. Questo tipo di meccanismo non esiste tecnicamente», aggiunge Macron, «allo studio, c’è anche un tetto sui prezzi del gas ma anche su questo tema bisogna iniziare a lavorare. Lavoreremo a questo nei prossimi mesi per avanzare su questo tema». Campa cavallo, dunque. Da parte sua, il cancelliere tedesco Olaf Scholz, definisce «un obiettivo molto ambizioso» l’imposizione del price cap sul gas russo. Un price cap che, avverte il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, dovrebbe essere «discusso con la Gazprom. Probabilmente metteranno condizioni sulla modifica dei termini dei contratti esistenti», aggiunge Peskov, «sulla modifica del prezzo, in che misura questo è legalmente possibile e così via. Pertanto, ci sono molte domande. Questo è oggetto di negoziati, oggetto di contatti».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-perde-la-partita-al-g7-energia-macron-si-smarca-no-al-price-cap-2657577108.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ankara-sblocca-il-grano-di-odessa" data-post-id="2657577108" data-published-at="1656445194" data-use-pagination="False"> Ankara sblocca il grano di Odessa Non è riuscito a portare a casa il «price cap» sul gas, ma forse un risultato più simbolico che sostanziale Mario Draghi l’ha ottenuto. Nella recente missione a Kiev con Olaf Scholz ed Emmanuel Macron aveva particolarmente insistito sulla necessità di sbloccare il grano ucraino fermo nel porto di Odessa per scongiurare la catastrofe alimentare. Non è peraltro dal grano ucraino che dipende la fame nel mondo, ma è del pari vero che sbloccare quel frumento può restituire stabilità al mercato mondiale, raffreddare i prezzi che per ora affamano l’Africa e ingrassano i bilanci delle multinazionali americane, francesi, della Cina e dell’India. Nel caso dell’Italia c’è un interesse che viene alla sponda sud del Mediterraneo: Egitto e in minor misura Tunisia comprano grano da Kiev (è quello che costa meno) e se scoppiano le rivolte del pane nel Maghreb per noi significa tsunami d’immigrazione. Così ieri Mario Draghi nella conferenza stampa di fine G7 a Elmau ha fatto trapelare la notizia che lo sforzo diplomatico condotto da Onu e Turchia starebbe per sbloccare il grano fermo ad Odessa. Ci sarebbe un grado di sicurezza sufficiente per permettere alle navi di passare senza urtare le mine e si aspetta che la Russia dia il via libera. Alcuni giorni fa il ministro della difesa turco Hulusi Akar ha dichiarato che un’intesa per cercare a Istanbul un centro di raccolta e di smistamento del grano sotto sorveglianza di soldati turchi, ucraini e russi con la garanzia dell’Onu era a portata di mano. Si sarebbe trovato l’accordo sul corridoio navale per sbloccare la merce insilata ad Odessa. Peraltro il G7 nel documento finale ribadisce: «Mosca smetta di distruggere infrastrutture portuali di trasporto, terminali e silos per il grano» e di «appropriarsi illegalmente di prodotti agricoli e attrezzature ucraine. Sosteniamo fortemente l’Ucraina nel riprendere il suo export agricolo sui mercati mondiali e gli sforzi Onu per sbloccare corridoi marittimi sicuri nel Mar Nero». Ma Draghi avrebbe fatto un passo in più. Nella sua conferenza stampa ha affermato: «Il presidente del Senegal e presidente di turno dell’Unione africana Macky Sall ci ha detto che i fertilizzanti sono importanti quanto il grano perché quattro quinti del grano consumato in Africa è prodotto da loro. Il segretario generale dell’Onu a proposito del piano per il grano ha usato le parole: siamo ormai vicini al momento della verità per capire se l’Ucraina, ma soprattutto la Russia vorranno sottoscrivere l’accordo che permetterà a grano di uscire dai porti». La verità è che i fertilizzanti sono più importanti del grano e che sono russi e bielorussi e non ucraini e l’altra verità è che il grano di Kiev non sfama il mondo. Per saperlo basta leggere i numeri dell’International grain council, ente intergovernativo che regola il mercato mondiale dei cereali. L’Igc ha condannato duramente l’invasione russa dicendo, tra l’altro, che la crisi ucraina ha generato l’instabilità del mercato facendo alzare i prezzi. Ma ha ribadito che di frumento nel mondo ce n’è abbastanza a condizione che chi lo ha stoccato per speculare lo liberi e che si smetta di usarlo per produrre biocarburanti. Draghi nella sua perorazione ha fatto riferimento al nuovo raccolto ucraino che dovrà essere stoccato da settembre e che bisogna liberare i silos di Kiev. Verissimo, le quantità prodotte dall’Ucraina però non sono decisive. Sempre dall’Igc si ricava che nella campagna 2021/2022 l’Ucraina ha prodotto 33 milioni di tonnellate e la proiezione di esportazione non andava oltre i 24,5 milioni di tonnellate. Il grano di Kiev va solo per l’8% nell’Africa sub sahariana e al 28% in Nord Africa. Nell’Africa profonda Kiev esporta 1,96 milioni di tonnellate (il carico di 8 navi oceaniche portarinfuse) e 6,86 milioni in Nord Africa. Oltre il 48% del grano lo vende in Asia. Cioè alla Cina.
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Nella stessa intervista, Trump ha anche attaccato esplicitamente gli alleati europei, accusati di non essere in grado di garantire la propria sicurezza senza il sostegno americano: «Russia e Cina non sono affatto preoccupate della Nato senza di noi».
Le esternazioni del presidente statunitense hanno provocato una netta reazione da parte del governo della Groenlandia, arrivata ieri con un comunicato ufficiale. L’esecutivo di Nuuk ha respinto recisamente l’ipotesi che gli Stati Uniti possano prendere il controllo del territorio artico, sottolineando che la Groenlandia fa parte del Regno di Danimarca e che, in quanto tale, è membro della Nato. «Gli Stati Uniti hanno ribadito ancora una volta il loro desiderio di prendere possesso della Groenlandia», si legge nella nota, «e questo non può essere accettato in alcun modo». La replica groenlandese insiste sul fatto che la difesa dell’isola debba avvenire esclusivamente nel quadro dell’Alleanza atlantica e, pertanto, ha annunciato l’intenzione di intensificare gli sforzi affinché la sicurezza del territorio sia garantita sotto l’egida Nato. Insomma: una cooperazione multilaterale è bene accetta, ma senza alcuna pretesa unilaterale sulla sovranità dell’isola.
Sul caso è intervenuto anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, che ha ridimensionato l’idea di una crisi dell’Alleanza legata alle parole di Trump. Rutte ha sostenuto che il presidente americano «sta facendo la cosa giusta per la Nato», sollecitando gli alleati a spendere di più per la difesa, e ha ricordato che al recente vertice dell’Aia è stato fissato l’obiettivo di portare le spese militari al 5% del Pil. «Sono convinto che senza Trump non saremmo mai arrivati a questo risultato», ha detto, rivendicando un rafforzamento complessivo dell’Alleanza. Il segretario ha poi richiamato l’attenzione sull’Artico, sottolineando che i Paesi dell’area stanno aumentando la cooperazione e che la Danimarca ha già aumentato gli investimenti militari, dagli F-35 ai droni a lungo raggio, anche per garantire la sicurezza della Groenlandia.
L’Italia, dal canto suo, si sta distinguendo per la una posizione improntata alla cautela. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha chiarito ieri che a Roma non è mai arrivata una richiesta per l’invio di truppe italiane in Groenlandia nell’ambito Nato. «È un’ipotesi di Keir Starmer, (Regno Unito e Germania stanno discutendo di piani per rafforzare la propria presenza militare in Groenlandia, ndr) ma non se n’è mai parlato», ha precisato il titolare della Farnesina, ribadendo che sulla questione «si deve lasciare alla Groenlandia e alla Danimarca la libertà di decidere del loro destino». Tajani ha inoltre annunciato che nei prossimi giorni verrà presentato il piano dell’Italia per l’Artico, che comprenderà anche la Groenlandia, confermando la linea di Roma a favore di una gestione multilaterale e coordinata delle nuove tensioni geopolitiche che attraversano la regione.
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Ansa
Eppure, le comunicazioni tra Washington e Teheran non sono del tutto interrotte. «Il canale di comunicazione tra il nostro ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, e l’inviato speciale degli Stati Uniti, Steve Witkoff, è aperto e i messaggi vengono scambiati ogni volta che è necessario», ha dichiarato ieri il portavoce del ministero degli Esteri di Teheran, Esmaeil Baghaei. «La Repubblica islamica dell’Iran non cerca la guerra, ma è pienamente preparata ad essa», ha affermato, dal canto suo, Araghchi, che, oltre ad aprire alla possibilità di un incontro con Witkoff, ha poi aggiunto: «Siamo anche pronti per i negoziati, ma questi negoziati devono essere equi, con pari diritti e basati sul rispetto reciproco». Axios ha inoltre riferito che, nel fine settimana, lo stesso Araghchi avrebbe avuto una telefonata con Witkoff: l’obiettivo del ministro iraniano sarebbe stato, in particolare, quello di allentare la tensione con Washington e di guadagnare tempo prima di un eventuale attacco statunitense. Segno, questo, del fatto che, al di là delle roboanti dichiarazioni di facciata e delle contromanifestazioni che ha organizzato ieri, il regime guidato da Ali Khamenei sia sempre più scricchiolante.
Dall’altra parte, domenica, pur minacciando di colpire duramente l’Iran, Trump ha aperto a un negoziato. «Penso che siano stanchi di essere malmenati dagli Usa. L’Iran vuole negoziare», ha detto. «L’incontro è in fase di organizzazione, ma potremmo dover agire a causa di ciò che sta accadendo prima dell’incontro. Ma un incontro è in fase di organizzazione. L’Iran ha chiamato. Vogliono negoziare». Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta ricorrendo alla sua consueta strategia volta ad alternare pressione e dialogo: pur aprendo alla possibilità di un incontro diplomatico, non esclude lo scenario di un attacco militare. Questo significa però che Trump non consideri quella del regime change l’unica eventualità sul tavolo. Il presidente americano potrebbe in alternativa puntare ad addomesticare il regime khomeinista (o un pezzo di esso) sulla falsariga di quanto avvenuto in Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro.
Più propenso a un cambio di regime a Teheran è invece Benjamin Netanyahu. «Il popolo israeliano e il mondo intero osservano con stupore lo straordinario coraggio dei cittadini iraniani», ha detto, domenica sera, augurandosi che «la nazione persiana sia presto liberata dal giogo della tirannia». La parziale differenza di posizione tra Israele e Stati Uniti si nota anche nel loro atteggiamento nei confronti del principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si è più volte offerto di guidare la transizione di potere a Teheran. Se lo Stato ebraico si è mostrato particolarmente supportivo verso di lui, Trump, giovedì, ha detto di non essere ancora pronto a riceverlo. Il presidente americano è del resto storicamente scettico nei confronti dei processi di nation building: ragion per cui preferisce usare la pressione per costringere governi avversari a chinare il capo, ricorrendo alla loro decapitazione solo in casi estremi. Netanyahu, dal canto suo, vede lo smantellamento totale del regime khomeinista come una condizione essenziale per la futura sicurezza dello Stato ebraico.
E così, mentre secondo Iran Human Rights sarebbero finora 648 le vittime delle proteste in corso nella Repubblica islamica, cresce la tensione tra l’Ue e Teheran. Il Parlamento europeo ha infatti vietato l’accesso dei diplomatici iraniani nei propri edifici. Dall’altra parte, il ministero degli Esteri della Repubblica islamica ha convocato gli ambasciatori o gli incaricati d’affari di Italia, Regno Unito, Germania e Francia, a causa del sostegno che questi Paesi hanno dato alle manifestazioni contro il regime khomeinista. Quanto sta accadendo segna il fallimento della politica estera che la Commissione europea ha portato avanti dal 2015 al 2025, contribuendo a negoziare e sostenendo il Jcpoa: il controverso accordo sul nucleare iraniano firmato ormai undici anni fa. Frattanto, dopo la caduta di Bashar al Assad nel 2024, Mosca teme il crollo dell’altro storico alleato mediorientale. Ieri, il segretario del Consiglio di sicurezza russo, Sergei Shoigu, ha sentito l’omologo iraniano, criticando quelle che ha definito delle interferenze straniere in seno alla Repubblica islamica.
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