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2021-05-13
Draghi lascia ancora l’Italia in catene. L’unica piccola svolta riguarda il turismo
Mario Draghi (Rita Franca/NurPhoto via Getty Images)
«Dobbiamo essere attenti a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute». Una frenata sulle riaperture, poi un piccolo colpo di acceleratore sul turismo. In Aula alla Camera, nel corso del question time, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, fa l'equilibrista, e non potrebbe essere altrimenti, considerata la natura della maggioranza che sostiene il suo governo. Tra un centrodestra che vorrebbe aprire il più possibile al più presto (con il sostegno di Italia viva) e una sinistra molto più cauta (con l'appoggio dell'ala del M5s che fa riferimento a Giuseppe Conte), Draghi sceglie la via di mezzo: sì a qualche segnale di ritorno alla normalità, ma solo tenendo d'occhio l'evoluzione della curva pandemica. La richiesta di Lega e Forza Italia di esaminare, in cabina di regia, il nodo riaperture e la questione dello spostamento del coprifuoco questa settimana, viene respinta, ma senza traumi: se ne discuterà già lunedì prossimo. Del resto, il governo attende i dati del monitoraggio sul Covid di venerdì prossimo: se il miglioramento sarà confermato, già martedì prossimo, in Consiglio dei ministri, il coprifuoco verrà spostato dalle 22 alle 23. Probabile pure la possibilità per i centri commerciali di aprire durante i fine settimana. Per il resto (ristoranti al chiuso, consumo al bancone dei bar) tocca aspettare. Così come per i matrimoni: Draghi risponde a una interrogazione di Forza Italia legata al wedding, e delinea la road map del governo: «La questione del settore delle cerimonie», dice Draghi, «sarà all'attenzione della prossima cabina di regia a Palazzo Chigi, che si terrà lunedì 17 maggio. Quella sarà l'occasione per dare maggiori certezze a tutto il comparto che ha subito danni economici significativi. Dobbiamo però essere attenti», avverte il presidente del Consiglio, «a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute. I matrimoni sono un'occasione di socialità che può favorire la diffusione del contagio. Come in altri casi, il governo intende adottare un approccio graduale e allentare le restrizioni a seconda dell'andamento epidemiologico e della campagna vaccinale».
«Come in altri casi»: Draghi parla di cerimonie ma in realtà illustra la linea che ha intenzione di seguire in relazione a tutte le attività economiche, ovvero quella della prudenza. Il motivo? Semplice, e sintetizzato alla perfezione da quanto spiega alla Verità una fonte di governo: «Il presidente Draghi vuole riaprire per non chiudere più». La preoccupazione del premier è esattamente questa: correre troppo in fretta ed essere poi costretti a innestare la retromarcia, danneggiando ancora di più l'economia italiana e rischiando di rovinare la stagione turistica. «Il governo», aggiunge Draghi in relazione ai matrimoni, «resta comunque vicino agli operatori del settore. Permettetemi poi di rivolgere un pensiero alle tante coppie che stanno programmando i loro matrimoni. Capisco la loro preoccupazione: il festeggiamento di una circostanza così importante», sottolinea Draghi, «è un desiderio che abbiamo avuto tutti. È fondamentale però avere ancora un po' di pazienza, per evitare che quella che deve essere un'occasione di gioia e spensieratezza si trasformi in un potenziale rischio per i partecipanti».
Arriva a stretto giro la dura protesta delle aziende del settore: «No, caro presidente», sottolinea Serena Ranieri, presidente di Federmep (Feder matrimoni ed eventi privati), «a questo gioco al massacro noi non ci stiamo. Ci siamo permessi l'impegnativa citazione per evidenziare la delusione nell'ascoltare le parole che ha pronunciato alla Camera. Parole che offendono la verità e che rischiano di massacrare un settore che, oltre che realizzare i sogni di decine di migliaia di coppie ogni anno, rappresenta un fiore all'occhiello del Paese nei mercati internazionali e un volano per altre filiere economiche. Dalle sue parole», aggiunge la Ranieri, rivolgendosi a Draghi, «emerge un'equazione: feste uguale contagi. Ha prova che i nostri eventi rappresentino dei focolai? Se sì ce le porti, altrimenti respingiamo l'accusa. Crediamo di poter affermare, per limitarci a un esempio, che il virus preferisca gli autobus angusti e affollati alle nostre feste all'aria aperta. No, caro presidente, non siamo gli untori. Le ultime ondate di contagi sono avvenute durante il fermo forzato delle cerimonie: questi sono i fatti. Per il precedente governo siamo stati fantasmi», conclude la Ranieri, «oggi non ci stiamo a passare per capri espiatori».
Sul turismo, rispondendo a una interrogazione del Pd, Draghi è più ottimista: «Il nostro obiettivo», dice il presidente del Consiglio, «è riaprire al più presto l'Italia al turismo nostro e a quello straniero. Secondo il calendario del commissario straordinario», argomenta Draghi, «tra fine giugno e inizio luglio avremo vaccinato almeno con una dose le persone fragili e quelle maggiori di 60 anni, che rappresentano quelle più a rischio. Per quanto riguarda i flussi turistici, prevediamo di ampliare la sperimentazione dei voli Covid tested, che includa più linee, più rotte e più aeroporti. È poi in corso una revisione delle misure esistenti per i Paesi Schengen per permettere accessi a fronte della presentazione di un tampone negativo e senza quarantena. Per quanto riguarda i Paesi del G7 (specialmente Usa, Canada e Giappone)», conclude Draghi, «saranno favoriti gli ingressi senza quarantena in caso di certificazione vaccinale».
Spiazzati i ministri di centrodestra che avevano esultato troppo presto
Il giallo della frenata di Mario Draghi sulle riaperture, alla fine, non è un giallo, almeno a quanto riferiscono alla Verità fonti di governo molto bene informate sul dossier. L'idea di riunire già questa settimana la cabina di regia, che poi altro non è che una riunione tra il premier e i capidelegazione dei partiti di maggioranza, è sempre rimasta tale: un'idea, o meglio una proposta, o meglio ancora una richiesta di Lega, Forza Italia e Italia viva. Una richiesta che l'altro ieri è stata ufficializzata, nel corso della cabina di regia sul decreto Sostegni bis, da Mariastella Gelmini di Forza Italia, Giancarlo Giorgetti della Lega ed Elena Bonetti di Italia viva. Ufficializzata, tra l'altro, in maniera abbastanza irrituale, quando il presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva già lasciato il vertice: a essere sottoposto al pressing del centrodestra di governo e dei renziani è rimasto così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, che altro non ha potuto fare che riferire a Draghi quanto era accaduto. La risposta del premier la conosciamo: niente da fare, se ne parla lunedì.
Del resto, fanno notare le nostre fonti, è tecnicamente impossibile svolgere una cabina di regia sulle riaperture prima dell'analisi dei dati sul monitoraggio dell'epidemia, monitoraggio che avviene il venerdì. Sulla base dei dati, infatti, si può procedere alla discussione sulle riaperture e sul coprifuoco, come ha sempre detto Draghi. Non solo: domani, venerdì 14 maggio, saranno passati 18 giorni dalle riaperture dello scorso 26 aprile, dalle scuole ai locali all'aperto ai luoghi di cultura. C'è attesa per verificare se questi primi allargamenti delle maglie anti Covid abbiano sortito effetti negativi, anche se i dati giornalieri inducono tutti all'ottimismo. Lunedì quindi la cabina di regia convocata da Draghi sulle riaperture avrà a disposizione elementi fattuali per prendere le decisioni, a partire dallo spostamento alle 23 del coprifuoco e dalla riapertura dei centri commerciali nei fine settimana.
L'impressione che si ricava dalle indiscrezioni è che all'interno dei gruppi parlamentari di Lega e Forza Italia in particolare ci sia un po' di preoccupazione riguardo all'effettiva coincidenza tra gli indirizzi dati ai ministri dai vertici di partito e l'azione effettiva dei ministri stessi. In sostanza, c'è chi ritiene che le compagini ministeriali del Carroccio e di Forza Italia abbiano in Consiglio dei ministri un atteggiamento più «morbido» rispetto a quanto viene concordato in sede di pre Consiglio, ovvero nelle riunioni che si tengono (o dovrebbero tenersi) regolarmente tra i leader dei partiti e i rispettivi esponenti al governo. Naturalmente, va anche sottolineato che la composizione stessa della maggioranza che sostiene Draghi, che va da Leu alla Lega, rende molto difficile tradurre in atti di governo gli indirizzi politici elaborati dai singoli partiti: quando si tratta di riaperture, per fare un esempio, la Gelmini e Giorgetti si trovano con Forza Italia e Lega che spingono per ottenere il massimo, ma poi in Cdm c'è da fare i conti con Speranza, Franceschini e compagnia chiudente che tirano il freno a mano. A quel punto, a Draghi spetta il compito di fare la sintesi e decidere.
Tra l'altro, chiedere una cabina di regia sulle riaperture quando il presidente del Consiglio ha lasciato la riunione e poi correre a comunicarlo alle agenzie di stampa non è esattamente il modo migliore per ottenere risultati. Ma questa è un'altra storia.
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Super Mario frena e parla di «gradualità». Nessuna novità sul coprifuoco fino a lunedì. Il mondo dei matrimoni si ribella.Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti (ma anche la renziana Elena Bonetti) volevano anticipare la cabina di regia.Lo speciale contiene due articoli. «Dobbiamo essere attenti a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute». Una frenata sulle riaperture, poi un piccolo colpo di acceleratore sul turismo. In Aula alla Camera, nel corso del question time, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, fa l'equilibrista, e non potrebbe essere altrimenti, considerata la natura della maggioranza che sostiene il suo governo. Tra un centrodestra che vorrebbe aprire il più possibile al più presto (con il sostegno di Italia viva) e una sinistra molto più cauta (con l'appoggio dell'ala del M5s che fa riferimento a Giuseppe Conte), Draghi sceglie la via di mezzo: sì a qualche segnale di ritorno alla normalità, ma solo tenendo d'occhio l'evoluzione della curva pandemica. La richiesta di Lega e Forza Italia di esaminare, in cabina di regia, il nodo riaperture e la questione dello spostamento del coprifuoco questa settimana, viene respinta, ma senza traumi: se ne discuterà già lunedì prossimo. Del resto, il governo attende i dati del monitoraggio sul Covid di venerdì prossimo: se il miglioramento sarà confermato, già martedì prossimo, in Consiglio dei ministri, il coprifuoco verrà spostato dalle 22 alle 23. Probabile pure la possibilità per i centri commerciali di aprire durante i fine settimana. Per il resto (ristoranti al chiuso, consumo al bancone dei bar) tocca aspettare. Così come per i matrimoni: Draghi risponde a una interrogazione di Forza Italia legata al wedding, e delinea la road map del governo: «La questione del settore delle cerimonie», dice Draghi, «sarà all'attenzione della prossima cabina di regia a Palazzo Chigi, che si terrà lunedì 17 maggio. Quella sarà l'occasione per dare maggiori certezze a tutto il comparto che ha subito danni economici significativi. Dobbiamo però essere attenti», avverte il presidente del Consiglio, «a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute. I matrimoni sono un'occasione di socialità che può favorire la diffusione del contagio. Come in altri casi, il governo intende adottare un approccio graduale e allentare le restrizioni a seconda dell'andamento epidemiologico e della campagna vaccinale». «Come in altri casi»: Draghi parla di cerimonie ma in realtà illustra la linea che ha intenzione di seguire in relazione a tutte le attività economiche, ovvero quella della prudenza. Il motivo? Semplice, e sintetizzato alla perfezione da quanto spiega alla Verità una fonte di governo: «Il presidente Draghi vuole riaprire per non chiudere più». La preoccupazione del premier è esattamente questa: correre troppo in fretta ed essere poi costretti a innestare la retromarcia, danneggiando ancora di più l'economia italiana e rischiando di rovinare la stagione turistica. «Il governo», aggiunge Draghi in relazione ai matrimoni, «resta comunque vicino agli operatori del settore. Permettetemi poi di rivolgere un pensiero alle tante coppie che stanno programmando i loro matrimoni. Capisco la loro preoccupazione: il festeggiamento di una circostanza così importante», sottolinea Draghi, «è un desiderio che abbiamo avuto tutti. È fondamentale però avere ancora un po' di pazienza, per evitare che quella che deve essere un'occasione di gioia e spensieratezza si trasformi in un potenziale rischio per i partecipanti». Arriva a stretto giro la dura protesta delle aziende del settore: «No, caro presidente», sottolinea Serena Ranieri, presidente di Federmep (Feder matrimoni ed eventi privati), «a questo gioco al massacro noi non ci stiamo. Ci siamo permessi l'impegnativa citazione per evidenziare la delusione nell'ascoltare le parole che ha pronunciato alla Camera. Parole che offendono la verità e che rischiano di massacrare un settore che, oltre che realizzare i sogni di decine di migliaia di coppie ogni anno, rappresenta un fiore all'occhiello del Paese nei mercati internazionali e un volano per altre filiere economiche. Dalle sue parole», aggiunge la Ranieri, rivolgendosi a Draghi, «emerge un'equazione: feste uguale contagi. Ha prova che i nostri eventi rappresentino dei focolai? Se sì ce le porti, altrimenti respingiamo l'accusa. Crediamo di poter affermare, per limitarci a un esempio, che il virus preferisca gli autobus angusti e affollati alle nostre feste all'aria aperta. No, caro presidente, non siamo gli untori. Le ultime ondate di contagi sono avvenute durante il fermo forzato delle cerimonie: questi sono i fatti. Per il precedente governo siamo stati fantasmi», conclude la Ranieri, «oggi non ci stiamo a passare per capri espiatori». Sul turismo, rispondendo a una interrogazione del Pd, Draghi è più ottimista: «Il nostro obiettivo», dice il presidente del Consiglio, «è riaprire al più presto l'Italia al turismo nostro e a quello straniero. Secondo il calendario del commissario straordinario», argomenta Draghi, «tra fine giugno e inizio luglio avremo vaccinato almeno con una dose le persone fragili e quelle maggiori di 60 anni, che rappresentano quelle più a rischio. Per quanto riguarda i flussi turistici, prevediamo di ampliare la sperimentazione dei voli Covid tested, che includa più linee, più rotte e più aeroporti. È poi in corso una revisione delle misure esistenti per i Paesi Schengen per permettere accessi a fronte della presentazione di un tampone negativo e senza quarantena. Per quanto riguarda i Paesi del G7 (specialmente Usa, Canada e Giappone)», conclude Draghi, «saranno favoriti gli ingressi senza quarantena in caso di certificazione vaccinale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-lascia-ancora-litalia-in-catene-lunica-piccola-svolta-riguarda-il-turismo-2652964616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spiazzati-i-ministri-di-centrodestra-che-avevano-esultato-troppo-presto" data-post-id="2652964616" data-published-at="1620844672" data-use-pagination="False"> Spiazzati i ministri di centrodestra che avevano esultato troppo presto Il giallo della frenata di Mario Draghi sulle riaperture, alla fine, non è un giallo, almeno a quanto riferiscono alla Verità fonti di governo molto bene informate sul dossier. L'idea di riunire già questa settimana la cabina di regia, che poi altro non è che una riunione tra il premier e i capidelegazione dei partiti di maggioranza, è sempre rimasta tale: un'idea, o meglio una proposta, o meglio ancora una richiesta di Lega, Forza Italia e Italia viva. Una richiesta che l'altro ieri è stata ufficializzata, nel corso della cabina di regia sul decreto Sostegni bis, da Mariastella Gelmini di Forza Italia, Giancarlo Giorgetti della Lega ed Elena Bonetti di Italia viva. Ufficializzata, tra l'altro, in maniera abbastanza irrituale, quando il presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva già lasciato il vertice: a essere sottoposto al pressing del centrodestra di governo e dei renziani è rimasto così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, che altro non ha potuto fare che riferire a Draghi quanto era accaduto. La risposta del premier la conosciamo: niente da fare, se ne parla lunedì. Del resto, fanno notare le nostre fonti, è tecnicamente impossibile svolgere una cabina di regia sulle riaperture prima dell'analisi dei dati sul monitoraggio dell'epidemia, monitoraggio che avviene il venerdì. Sulla base dei dati, infatti, si può procedere alla discussione sulle riaperture e sul coprifuoco, come ha sempre detto Draghi. Non solo: domani, venerdì 14 maggio, saranno passati 18 giorni dalle riaperture dello scorso 26 aprile, dalle scuole ai locali all'aperto ai luoghi di cultura. C'è attesa per verificare se questi primi allargamenti delle maglie anti Covid abbiano sortito effetti negativi, anche se i dati giornalieri inducono tutti all'ottimismo. Lunedì quindi la cabina di regia convocata da Draghi sulle riaperture avrà a disposizione elementi fattuali per prendere le decisioni, a partire dallo spostamento alle 23 del coprifuoco e dalla riapertura dei centri commerciali nei fine settimana. L'impressione che si ricava dalle indiscrezioni è che all'interno dei gruppi parlamentari di Lega e Forza Italia in particolare ci sia un po' di preoccupazione riguardo all'effettiva coincidenza tra gli indirizzi dati ai ministri dai vertici di partito e l'azione effettiva dei ministri stessi. In sostanza, c'è chi ritiene che le compagini ministeriali del Carroccio e di Forza Italia abbiano in Consiglio dei ministri un atteggiamento più «morbido» rispetto a quanto viene concordato in sede di pre Consiglio, ovvero nelle riunioni che si tengono (o dovrebbero tenersi) regolarmente tra i leader dei partiti e i rispettivi esponenti al governo. Naturalmente, va anche sottolineato che la composizione stessa della maggioranza che sostiene Draghi, che va da Leu alla Lega, rende molto difficile tradurre in atti di governo gli indirizzi politici elaborati dai singoli partiti: quando si tratta di riaperture, per fare un esempio, la Gelmini e Giorgetti si trovano con Forza Italia e Lega che spingono per ottenere il massimo, ma poi in Cdm c'è da fare i conti con Speranza, Franceschini e compagnia chiudente che tirano il freno a mano. A quel punto, a Draghi spetta il compito di fare la sintesi e decidere. Tra l'altro, chiedere una cabina di regia sulle riaperture quando il presidente del Consiglio ha lasciato la riunione e poi correre a comunicarlo alle agenzie di stampa non è esattamente il modo migliore per ottenere risultati. Ma questa è un'altra storia.
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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