True
2021-05-13
Draghi lascia ancora l’Italia in catene. L’unica piccola svolta riguarda il turismo
Mario Draghi (Rita Franca/NurPhoto via Getty Images)
«Dobbiamo essere attenti a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute». Una frenata sulle riaperture, poi un piccolo colpo di acceleratore sul turismo. In Aula alla Camera, nel corso del question time, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, fa l'equilibrista, e non potrebbe essere altrimenti, considerata la natura della maggioranza che sostiene il suo governo. Tra un centrodestra che vorrebbe aprire il più possibile al più presto (con il sostegno di Italia viva) e una sinistra molto più cauta (con l'appoggio dell'ala del M5s che fa riferimento a Giuseppe Conte), Draghi sceglie la via di mezzo: sì a qualche segnale di ritorno alla normalità, ma solo tenendo d'occhio l'evoluzione della curva pandemica. La richiesta di Lega e Forza Italia di esaminare, in cabina di regia, il nodo riaperture e la questione dello spostamento del coprifuoco questa settimana, viene respinta, ma senza traumi: se ne discuterà già lunedì prossimo. Del resto, il governo attende i dati del monitoraggio sul Covid di venerdì prossimo: se il miglioramento sarà confermato, già martedì prossimo, in Consiglio dei ministri, il coprifuoco verrà spostato dalle 22 alle 23. Probabile pure la possibilità per i centri commerciali di aprire durante i fine settimana. Per il resto (ristoranti al chiuso, consumo al bancone dei bar) tocca aspettare. Così come per i matrimoni: Draghi risponde a una interrogazione di Forza Italia legata al wedding, e delinea la road map del governo: «La questione del settore delle cerimonie», dice Draghi, «sarà all'attenzione della prossima cabina di regia a Palazzo Chigi, che si terrà lunedì 17 maggio. Quella sarà l'occasione per dare maggiori certezze a tutto il comparto che ha subito danni economici significativi. Dobbiamo però essere attenti», avverte il presidente del Consiglio, «a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute. I matrimoni sono un'occasione di socialità che può favorire la diffusione del contagio. Come in altri casi, il governo intende adottare un approccio graduale e allentare le restrizioni a seconda dell'andamento epidemiologico e della campagna vaccinale».
«Come in altri casi»: Draghi parla di cerimonie ma in realtà illustra la linea che ha intenzione di seguire in relazione a tutte le attività economiche, ovvero quella della prudenza. Il motivo? Semplice, e sintetizzato alla perfezione da quanto spiega alla Verità una fonte di governo: «Il presidente Draghi vuole riaprire per non chiudere più». La preoccupazione del premier è esattamente questa: correre troppo in fretta ed essere poi costretti a innestare la retromarcia, danneggiando ancora di più l'economia italiana e rischiando di rovinare la stagione turistica. «Il governo», aggiunge Draghi in relazione ai matrimoni, «resta comunque vicino agli operatori del settore. Permettetemi poi di rivolgere un pensiero alle tante coppie che stanno programmando i loro matrimoni. Capisco la loro preoccupazione: il festeggiamento di una circostanza così importante», sottolinea Draghi, «è un desiderio che abbiamo avuto tutti. È fondamentale però avere ancora un po' di pazienza, per evitare che quella che deve essere un'occasione di gioia e spensieratezza si trasformi in un potenziale rischio per i partecipanti».
Arriva a stretto giro la dura protesta delle aziende del settore: «No, caro presidente», sottolinea Serena Ranieri, presidente di Federmep (Feder matrimoni ed eventi privati), «a questo gioco al massacro noi non ci stiamo. Ci siamo permessi l'impegnativa citazione per evidenziare la delusione nell'ascoltare le parole che ha pronunciato alla Camera. Parole che offendono la verità e che rischiano di massacrare un settore che, oltre che realizzare i sogni di decine di migliaia di coppie ogni anno, rappresenta un fiore all'occhiello del Paese nei mercati internazionali e un volano per altre filiere economiche. Dalle sue parole», aggiunge la Ranieri, rivolgendosi a Draghi, «emerge un'equazione: feste uguale contagi. Ha prova che i nostri eventi rappresentino dei focolai? Se sì ce le porti, altrimenti respingiamo l'accusa. Crediamo di poter affermare, per limitarci a un esempio, che il virus preferisca gli autobus angusti e affollati alle nostre feste all'aria aperta. No, caro presidente, non siamo gli untori. Le ultime ondate di contagi sono avvenute durante il fermo forzato delle cerimonie: questi sono i fatti. Per il precedente governo siamo stati fantasmi», conclude la Ranieri, «oggi non ci stiamo a passare per capri espiatori».
Sul turismo, rispondendo a una interrogazione del Pd, Draghi è più ottimista: «Il nostro obiettivo», dice il presidente del Consiglio, «è riaprire al più presto l'Italia al turismo nostro e a quello straniero. Secondo il calendario del commissario straordinario», argomenta Draghi, «tra fine giugno e inizio luglio avremo vaccinato almeno con una dose le persone fragili e quelle maggiori di 60 anni, che rappresentano quelle più a rischio. Per quanto riguarda i flussi turistici, prevediamo di ampliare la sperimentazione dei voli Covid tested, che includa più linee, più rotte e più aeroporti. È poi in corso una revisione delle misure esistenti per i Paesi Schengen per permettere accessi a fronte della presentazione di un tampone negativo e senza quarantena. Per quanto riguarda i Paesi del G7 (specialmente Usa, Canada e Giappone)», conclude Draghi, «saranno favoriti gli ingressi senza quarantena in caso di certificazione vaccinale».
Spiazzati i ministri di centrodestra che avevano esultato troppo presto
Il giallo della frenata di Mario Draghi sulle riaperture, alla fine, non è un giallo, almeno a quanto riferiscono alla Verità fonti di governo molto bene informate sul dossier. L'idea di riunire già questa settimana la cabina di regia, che poi altro non è che una riunione tra il premier e i capidelegazione dei partiti di maggioranza, è sempre rimasta tale: un'idea, o meglio una proposta, o meglio ancora una richiesta di Lega, Forza Italia e Italia viva. Una richiesta che l'altro ieri è stata ufficializzata, nel corso della cabina di regia sul decreto Sostegni bis, da Mariastella Gelmini di Forza Italia, Giancarlo Giorgetti della Lega ed Elena Bonetti di Italia viva. Ufficializzata, tra l'altro, in maniera abbastanza irrituale, quando il presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva già lasciato il vertice: a essere sottoposto al pressing del centrodestra di governo e dei renziani è rimasto così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, che altro non ha potuto fare che riferire a Draghi quanto era accaduto. La risposta del premier la conosciamo: niente da fare, se ne parla lunedì.
Del resto, fanno notare le nostre fonti, è tecnicamente impossibile svolgere una cabina di regia sulle riaperture prima dell'analisi dei dati sul monitoraggio dell'epidemia, monitoraggio che avviene il venerdì. Sulla base dei dati, infatti, si può procedere alla discussione sulle riaperture e sul coprifuoco, come ha sempre detto Draghi. Non solo: domani, venerdì 14 maggio, saranno passati 18 giorni dalle riaperture dello scorso 26 aprile, dalle scuole ai locali all'aperto ai luoghi di cultura. C'è attesa per verificare se questi primi allargamenti delle maglie anti Covid abbiano sortito effetti negativi, anche se i dati giornalieri inducono tutti all'ottimismo. Lunedì quindi la cabina di regia convocata da Draghi sulle riaperture avrà a disposizione elementi fattuali per prendere le decisioni, a partire dallo spostamento alle 23 del coprifuoco e dalla riapertura dei centri commerciali nei fine settimana.
L'impressione che si ricava dalle indiscrezioni è che all'interno dei gruppi parlamentari di Lega e Forza Italia in particolare ci sia un po' di preoccupazione riguardo all'effettiva coincidenza tra gli indirizzi dati ai ministri dai vertici di partito e l'azione effettiva dei ministri stessi. In sostanza, c'è chi ritiene che le compagini ministeriali del Carroccio e di Forza Italia abbiano in Consiglio dei ministri un atteggiamento più «morbido» rispetto a quanto viene concordato in sede di pre Consiglio, ovvero nelle riunioni che si tengono (o dovrebbero tenersi) regolarmente tra i leader dei partiti e i rispettivi esponenti al governo. Naturalmente, va anche sottolineato che la composizione stessa della maggioranza che sostiene Draghi, che va da Leu alla Lega, rende molto difficile tradurre in atti di governo gli indirizzi politici elaborati dai singoli partiti: quando si tratta di riaperture, per fare un esempio, la Gelmini e Giorgetti si trovano con Forza Italia e Lega che spingono per ottenere il massimo, ma poi in Cdm c'è da fare i conti con Speranza, Franceschini e compagnia chiudente che tirano il freno a mano. A quel punto, a Draghi spetta il compito di fare la sintesi e decidere.
Tra l'altro, chiedere una cabina di regia sulle riaperture quando il presidente del Consiglio ha lasciato la riunione e poi correre a comunicarlo alle agenzie di stampa non è esattamente il modo migliore per ottenere risultati. Ma questa è un'altra storia.
Continua a leggereRiduci
Super Mario frena e parla di «gradualità». Nessuna novità sul coprifuoco fino a lunedì. Il mondo dei matrimoni si ribella.Mariastella Gelmini, Giancarlo Giorgetti (ma anche la renziana Elena Bonetti) volevano anticipare la cabina di regia.Lo speciale contiene due articoli. «Dobbiamo essere attenti a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute». Una frenata sulle riaperture, poi un piccolo colpo di acceleratore sul turismo. In Aula alla Camera, nel corso del question time, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, fa l'equilibrista, e non potrebbe essere altrimenti, considerata la natura della maggioranza che sostiene il suo governo. Tra un centrodestra che vorrebbe aprire il più possibile al più presto (con il sostegno di Italia viva) e una sinistra molto più cauta (con l'appoggio dell'ala del M5s che fa riferimento a Giuseppe Conte), Draghi sceglie la via di mezzo: sì a qualche segnale di ritorno alla normalità, ma solo tenendo d'occhio l'evoluzione della curva pandemica. La richiesta di Lega e Forza Italia di esaminare, in cabina di regia, il nodo riaperture e la questione dello spostamento del coprifuoco questa settimana, viene respinta, ma senza traumi: se ne discuterà già lunedì prossimo. Del resto, il governo attende i dati del monitoraggio sul Covid di venerdì prossimo: se il miglioramento sarà confermato, già martedì prossimo, in Consiglio dei ministri, il coprifuoco verrà spostato dalle 22 alle 23. Probabile pure la possibilità per i centri commerciali di aprire durante i fine settimana. Per il resto (ristoranti al chiuso, consumo al bancone dei bar) tocca aspettare. Così come per i matrimoni: Draghi risponde a una interrogazione di Forza Italia legata al wedding, e delinea la road map del governo: «La questione del settore delle cerimonie», dice Draghi, «sarà all'attenzione della prossima cabina di regia a Palazzo Chigi, che si terrà lunedì 17 maggio. Quella sarà l'occasione per dare maggiori certezze a tutto il comparto che ha subito danni economici significativi. Dobbiamo però essere attenti», avverte il presidente del Consiglio, «a bilanciare le ragioni dell'economia con quelle della salute. I matrimoni sono un'occasione di socialità che può favorire la diffusione del contagio. Come in altri casi, il governo intende adottare un approccio graduale e allentare le restrizioni a seconda dell'andamento epidemiologico e della campagna vaccinale». «Come in altri casi»: Draghi parla di cerimonie ma in realtà illustra la linea che ha intenzione di seguire in relazione a tutte le attività economiche, ovvero quella della prudenza. Il motivo? Semplice, e sintetizzato alla perfezione da quanto spiega alla Verità una fonte di governo: «Il presidente Draghi vuole riaprire per non chiudere più». La preoccupazione del premier è esattamente questa: correre troppo in fretta ed essere poi costretti a innestare la retromarcia, danneggiando ancora di più l'economia italiana e rischiando di rovinare la stagione turistica. «Il governo», aggiunge Draghi in relazione ai matrimoni, «resta comunque vicino agli operatori del settore. Permettetemi poi di rivolgere un pensiero alle tante coppie che stanno programmando i loro matrimoni. Capisco la loro preoccupazione: il festeggiamento di una circostanza così importante», sottolinea Draghi, «è un desiderio che abbiamo avuto tutti. È fondamentale però avere ancora un po' di pazienza, per evitare che quella che deve essere un'occasione di gioia e spensieratezza si trasformi in un potenziale rischio per i partecipanti». Arriva a stretto giro la dura protesta delle aziende del settore: «No, caro presidente», sottolinea Serena Ranieri, presidente di Federmep (Feder matrimoni ed eventi privati), «a questo gioco al massacro noi non ci stiamo. Ci siamo permessi l'impegnativa citazione per evidenziare la delusione nell'ascoltare le parole che ha pronunciato alla Camera. Parole che offendono la verità e che rischiano di massacrare un settore che, oltre che realizzare i sogni di decine di migliaia di coppie ogni anno, rappresenta un fiore all'occhiello del Paese nei mercati internazionali e un volano per altre filiere economiche. Dalle sue parole», aggiunge la Ranieri, rivolgendosi a Draghi, «emerge un'equazione: feste uguale contagi. Ha prova che i nostri eventi rappresentino dei focolai? Se sì ce le porti, altrimenti respingiamo l'accusa. Crediamo di poter affermare, per limitarci a un esempio, che il virus preferisca gli autobus angusti e affollati alle nostre feste all'aria aperta. No, caro presidente, non siamo gli untori. Le ultime ondate di contagi sono avvenute durante il fermo forzato delle cerimonie: questi sono i fatti. Per il precedente governo siamo stati fantasmi», conclude la Ranieri, «oggi non ci stiamo a passare per capri espiatori». Sul turismo, rispondendo a una interrogazione del Pd, Draghi è più ottimista: «Il nostro obiettivo», dice il presidente del Consiglio, «è riaprire al più presto l'Italia al turismo nostro e a quello straniero. Secondo il calendario del commissario straordinario», argomenta Draghi, «tra fine giugno e inizio luglio avremo vaccinato almeno con una dose le persone fragili e quelle maggiori di 60 anni, che rappresentano quelle più a rischio. Per quanto riguarda i flussi turistici, prevediamo di ampliare la sperimentazione dei voli Covid tested, che includa più linee, più rotte e più aeroporti. È poi in corso una revisione delle misure esistenti per i Paesi Schengen per permettere accessi a fronte della presentazione di un tampone negativo e senza quarantena. Per quanto riguarda i Paesi del G7 (specialmente Usa, Canada e Giappone)», conclude Draghi, «saranno favoriti gli ingressi senza quarantena in caso di certificazione vaccinale».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/draghi-lascia-ancora-litalia-in-catene-lunica-piccola-svolta-riguarda-il-turismo-2652964616.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spiazzati-i-ministri-di-centrodestra-che-avevano-esultato-troppo-presto" data-post-id="2652964616" data-published-at="1620844672" data-use-pagination="False"> Spiazzati i ministri di centrodestra che avevano esultato troppo presto Il giallo della frenata di Mario Draghi sulle riaperture, alla fine, non è un giallo, almeno a quanto riferiscono alla Verità fonti di governo molto bene informate sul dossier. L'idea di riunire già questa settimana la cabina di regia, che poi altro non è che una riunione tra il premier e i capidelegazione dei partiti di maggioranza, è sempre rimasta tale: un'idea, o meglio una proposta, o meglio ancora una richiesta di Lega, Forza Italia e Italia viva. Una richiesta che l'altro ieri è stata ufficializzata, nel corso della cabina di regia sul decreto Sostegni bis, da Mariastella Gelmini di Forza Italia, Giancarlo Giorgetti della Lega ed Elena Bonetti di Italia viva. Ufficializzata, tra l'altro, in maniera abbastanza irrituale, quando il presidente del Consiglio, Mario Draghi, aveva già lasciato il vertice: a essere sottoposto al pressing del centrodestra di governo e dei renziani è rimasto così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Roberto Garofoli, che altro non ha potuto fare che riferire a Draghi quanto era accaduto. La risposta del premier la conosciamo: niente da fare, se ne parla lunedì. Del resto, fanno notare le nostre fonti, è tecnicamente impossibile svolgere una cabina di regia sulle riaperture prima dell'analisi dei dati sul monitoraggio dell'epidemia, monitoraggio che avviene il venerdì. Sulla base dei dati, infatti, si può procedere alla discussione sulle riaperture e sul coprifuoco, come ha sempre detto Draghi. Non solo: domani, venerdì 14 maggio, saranno passati 18 giorni dalle riaperture dello scorso 26 aprile, dalle scuole ai locali all'aperto ai luoghi di cultura. C'è attesa per verificare se questi primi allargamenti delle maglie anti Covid abbiano sortito effetti negativi, anche se i dati giornalieri inducono tutti all'ottimismo. Lunedì quindi la cabina di regia convocata da Draghi sulle riaperture avrà a disposizione elementi fattuali per prendere le decisioni, a partire dallo spostamento alle 23 del coprifuoco e dalla riapertura dei centri commerciali nei fine settimana. L'impressione che si ricava dalle indiscrezioni è che all'interno dei gruppi parlamentari di Lega e Forza Italia in particolare ci sia un po' di preoccupazione riguardo all'effettiva coincidenza tra gli indirizzi dati ai ministri dai vertici di partito e l'azione effettiva dei ministri stessi. In sostanza, c'è chi ritiene che le compagini ministeriali del Carroccio e di Forza Italia abbiano in Consiglio dei ministri un atteggiamento più «morbido» rispetto a quanto viene concordato in sede di pre Consiglio, ovvero nelle riunioni che si tengono (o dovrebbero tenersi) regolarmente tra i leader dei partiti e i rispettivi esponenti al governo. Naturalmente, va anche sottolineato che la composizione stessa della maggioranza che sostiene Draghi, che va da Leu alla Lega, rende molto difficile tradurre in atti di governo gli indirizzi politici elaborati dai singoli partiti: quando si tratta di riaperture, per fare un esempio, la Gelmini e Giorgetti si trovano con Forza Italia e Lega che spingono per ottenere il massimo, ma poi in Cdm c'è da fare i conti con Speranza, Franceschini e compagnia chiudente che tirano il freno a mano. A quel punto, a Draghi spetta il compito di fare la sintesi e decidere. Tra l'altro, chiedere una cabina di regia sulle riaperture quando il presidente del Consiglio ha lasciato la riunione e poi correre a comunicarlo alle agenzie di stampa non è esattamente il modo migliore per ottenere risultati. Ma questa è un'altra storia.
Ansa
Tanto è forte l’indignazione che qualcuno sta pensando di denunciare. Lo conferma anche Testa rispondendo a un commento di Ernesto Carbone, membro del Csm in quota Italia viva, in cui si legge: «Illecita? Violazione delle regole? Se sei certo di quello che dici non dovresti scriverlo qui ma in una denuncia». Messaggio cui Testa risponde: «C’è chi ci sta pensando». Alle denunce si aggiunge anche un’interrogazione del vicecapogruppo di Fdi, Salvo Sallemi al ministro Nordio, in cui si chiede di verificare la correttezza dell’informazione nell’ambito della campagna referendaria.
Qualcosa si muove e anche su altri piani. Sul tema dei finanziamenti un giudice autorevole, esponente del Si, sta sollevando dei rilievi anche sul finanziamento del comitato da parte dell’Anm e verificando la possibilità di un ricorso cautelare per evitare e bloccare la distrazione dei fondi a fini non statutari. È anche vero che alcuni sono scettici all’idea di affidare ad Agcom il giudizio perché potrebbe trasformarsi in un boomerang. Enrico Costa di Forza Italia, ipotizza un conflitto d’interessi: «Il comitato Giusto dire No, promosso dall’Anm, indirizzato organicamente dall’Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti ulteriori e privati; pertanto i magistrati in servizio iscritti all’Anm, attraverso i loro organi rappresentativi, promuovono, indirizzano e finanziano il Comitato attraverso le quote associative, e sono affiancati da soggetti privati che contribuiscono economicamente a pagare le iniziative. Questo schema crea uno stretto legame, non solo politico, ma anche formale tra magistrati in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finiscono per praticare una forma di finanziamento indiretto all’Anm, in quanto finanziano il “suo” comitato. Cosa accadrebbe ove un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, nella propria attività in tribunale, un finanziatore del comitato? Si asterrebbe per gravi ragioni di convenienza? Cosa accadrebbe se si trovasse a discutere un procedimento in cui sono parti contrapposte un finanziatore del No e un sostenitore del Sì?».
Lo scontro meno evidente, ma altrettanto vivo, si sta consumando sulle date del voto. Fonti di governo evidenziano che «la legge impone all’esecutivo di decidere entro il 17 gennaio». Si fa riferimento all’articolo 15 della legge n. 352 del 1970, secondo cui il referendum va indetto entro 60 giorni dalla comunicazione dell’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum, della Corte di cassazione, che ha ammesso le richieste referendarie (il 18 novembre). La stessa norma prevede che il referendum si svolga in una domenica (e un lunedì in questo caso, come stabilito dal cdm del 22 dicembre) compresa tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione. Il che farebbe ricascare le date a metà marzo (15-16 o, appunto, 22-23 marzo).
D’altro canto, chi sta portando avanti la raccolta firme per un referendum costituzionale sulla riforma stessa (promossa da un comitato di 15 cittadini, che ha tempo fino al 30 gennaio per raggiungere le 500.000 firme necessarie) ha già annunciato che impugnerà «qualsiasi decreto di fissazione del referendum che dovesse venire emesso prima che la Cassazione si sarà espressa su questa raccolta firme. Se il governo vorrà disattendere una costante prassi della storia repubblicana, lo inviteremo a giustificarsi in tutte le sedi opportune. Nei quattro precedenti, il decreto di fissazione del referendum è sempre stato emesso al termine dei tre mesi previsti per la raccolta firme», ha chiarito il portavoce del comitato promotore della raccolta di firme popolari per il referendum sulla Giustizia, Carlo Guglielmi, aggiungendo: «Siamo pronti a impugnare in tutte le sedi. Siamo pronti a fare tutto quello che ci consente il sistema di pesi e contrappesi previsto dalla Costituzione della Repubblica».
Per molti questo sarebbe un nuovo modo per prendere altro tempo. L’obiettivo è sempre lo stesso: arrivare al rinnovo del Consiglio superiore della magistratura con una riforma ancora in attesa di entrare in vigore a causa del tempo tecnico necessario per emanare i decreti attuativi.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato per il No delle associazioni della società civile, commentando l’ipotesi che il referendum si tenga il 22 marzo, ha detto: «Quella delle date non è una nostra battaglia. Noi possiamo fare una buona campagna anche con una data anticipata rispetto a quello che consiglierebbe il buonsenso. A quanto pare il governo ha una grande fretta, ci spiegherà poi perché».
La questione della data «non appassiona» altri promotori del Si, come Luigi Marattin, segretario del Pld. Così anche Forza Italia: «Non ci azzuffiamo per dieci giorni in più o in meno». Il commento di Raffaele Nevi, portavoce nazionale di Forza Italia e vice-capogruppo alla Camera.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La pressione di Ursula von der Leyen perché il Mercosur passi è fortissima, al punto che ieri la presidenza pro tempore del Consiglio europeo, ora in mano a Cipro, ha respinto la richiesta di non far entrare in vigore l’accordo prima della ratifica del Parlamento, che sarà chiamo a votare sì o no senza modifiche del testo. Il ministro dell’Agricoltura Maria Panayiotou ha affermato: «Contiamo di chiudere entro sabato il Mercosur e gli strumenti di salvaguardia interconnessi». Che però nel testo non ci sono. Modifiche prova farle passare in zona Cesarini il nostro ministro Francesco Lollobrigida in cerca di una giustificazione per il cambio di rotta italiano. Lollobrigida ha proposto di abbassare al 5% la soglia di ribasso dei prezzi che fa scattare la clausola di salvaguardia bloccando l’importazione.
Con queste premesse stamani a palazzo Berlaymont si riuniscono gli «ambasciatori» dei 27 che devono decidere se varare l’accordo con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay più la Bolivia. Il trattato che è in gestazione da un quarto di secolo è fortemente divisivo ed è contestato duramente dagli agricoltori. Oggi a Milano ci sarà un presidio di un migliaio di trattori, ma dovrebbe abbattere del 90% i dazi su un pacchetto nutrito di prodotti. Loro ci venderanno carne - il Brasile è leader mondiale - riso, zucchero, soia, legumi, carta; l’Europa punta a esportare macchinari, auto, chimica, farmaceutica e fertilizzanti che, vietati in Ue, saranno usati nella Pampa e in Amazzonia.
Qui c’è il primo motivo di allarme per gli agricoltori europei. La B è «ostaggio» delle industrie che dopo i disastri del Green deal pretendono un risarcimento. L’area del Mercosur conta 270 milioni di abitanti e in questo, a parere della Commissione, sta la bontà dell’accordo. Quei consumatori però hanno un reddito annuo che va dai 19.000 dollari dell’Uruguay ai 6.600 in Paraguay contro la media europea di 36.000 euro! Aspettarsi corse agli acquisti è almeno enfatico. L’urgenza della baronessa è tutta geopolitica: vuole dimostrare a Donald Trump che l’ Europa può andare nel giardino di casa degli Usa a fare affari e se vuole può «allearsi» commercialmente con la Cina che nel Mercosur ha già una posizione di forza.
Come spesso capita, la Von der Leyen - vuole chiudere entro domani per andare il 12 gennaio a firmare in Paraguay - però fa i conti senza l’oste. La situazione in Europa è molto critica. Ieri centinaia di trattori hanno stretto d’assedio il parlamento francese e bloccato Parigi: hanno percorso gli Champs Elysees e hanno un presidio permanente all’Eliseo e all’Assemblea nazionale. Se passa il Mercosur il 20 gennaio assedieranno Bruxelles. Proteste ci sono in Grecia con migliaia di agricoltori mobilitati, in Polonia, in Bulgaria e Romania. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) ha anticipato che voterà contro l’accordo. Il no viene anche dall’Irlanda. Per la verità il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha fatto capire che l’Italia dirà sì solo se c’è la clausola di reciprocità. Il passaggio per il governo italiano è assai delicato. Ieri Coldiretti e Filiera Italia hanno emesso un comunicato netto. Ettore Prandini e Luigi Scordamaglia affermano: «Ribadiamo l’opposizione alla firma del Mercosur senza reciprocità: cioè che valgano per i produttori che esportano in Europa le stesse regole imposte agli agricoltori europei. Deve sempre valere il divieto d’ingresso nell’Ue di alimenti ottenuti con sostanze e tecniche bandite da anni nei nostri campi e nelle nostre stalle. L’accordo è un favore della Von der Leyen e dei suoi tecnocrati alle multinazionali straniere, a partire dalle aziende chimiche tedesche come Bayer e Basf a cui sarà consentito di esportare con più facilità fitofarmaci vietati nell’Ue che rientrerebbero nei piatti dei consumatori con le importazioni agevolate. Non basta l’aumento dei controlli in frontiera proposto dalla Commissione; al massimo si arriva al 4% con evidenti rischi per i consumatori. Perciò l’autorità doganale europea deve insediarsi a Roma e va imposta l’etichetta d’origine e cassata la regola dell’ultima trasformazione che fa passare per europeo ciò che europeo non è».
Pare di capire che il prezzo in termini di consenso non è basso per Giorgia Meloni, ma è assai più alto per Ursula von der Leyen. Sulla politica agricola è nata l’Europa, ma ora rischia d’essere la fine della pur fragile intesa europea.
Continua a leggereRiduci
John Elkann (Imagoeconomica)
Il capo d’accusa per il quale i pm hanno preparato la richiesta di rinvio a giudizio, a seguito della quale, entro due giorni dalla formulazione dell’imputazione, il giudice fissa con decreto l’udienza preliminare, riguarda le presunte dichiarazioni infedeli in relazione a due annualità delle dichiarazioni di Marella Caracciolo, vedova dell’Avvocato, per le quali la Procura, che ritiene che la residenza svizzera della nonna di Elkann fosse fittizia, aveva chiesto l’archiviazione. Che il giudice aveva disposto invece nei confronti di Ginevra Elkann, Lapo Elkann e del notaio Urs Robert von Gruenigen, accogliendo la richiesta della Procura torinese. Sulle altre due ipotesi di reato il gip aveva invece ritenuto di esercitare i poteri che gli permettono di ordinare al pm di esercitare l’azione penale, formulando l’imputazione, quando ritiene errata la richiesta di archiviazione della Procura, superando così l’inerzia dell’accusa e garantendo il diritto di difesa. Nel settembre scorso, quando la Procura aveva notificato la richiesta di archiviazione, riguardo alla posizione reddituale e patrimoniale di Marella Caracciolo, allo stato degli atti, risultavano accertati redditi non dichiarati ai fini Irpef per un importo complessivo pari a circa 248,5 milioni di euro, nonché una massa ereditaria non sottoposta a tassazione per un valore pari a circa 1 miliardo di euro. La quantificazione degli importi sottratti al Fisco è avvenuta, aveva spiegato la Procura in una nota, «plurimi, consistenti e convergenti elementi indiziari acquisiti dalla Guardia di finanza nel corso delle indagini, svolte attraverso approfondite perquisizioni presso società, studi professionali e abitazioni private riconducibili agli indagati, analisi della documentazione e delle copie forensi dei dispositivi acquisiti nonché audizioni di diverse persone informate sui fatti, che hanno permesso di ricostruire come fittizia la residenza svizzera di Marella Caracciolo in relazione ai fatti in contestazione».
Dopo la notifica della richiesta di rinvio a giudizio, il prossimo passaggio della vicenda sarà una nuova udienza preliminare, davanti a un giudice diverso da quello che ha chiesto l’imputazione coatta. Tra le supposizioni circolate ieri c’era quella che la Procura, se decidesse di non discostarsi dall’ipotesi di indagine iniziale, potrebbe chiedere il «non luogo a procedere» nei confronti di Elkann. Un’eventualità che però vedrebbe la Procura sconfessare la richiesta di rinvio a giudizio, che per quanto imposta dal gip sarà comunque un atto che porterà la firma dei pm che la dovranno discutere in udienza. Difficile quindi prevedere gli sviluppi futuri, tranne che su un punto: la battaglia legale tra gli eredi dell’Avvocato, che ha provocato l’inchiesta di Torino, è ben lontana dall’essere conclusa.
Continua a leggereRiduci
Blocco del traffico davanti alla Stazione Centrale: decine di trattori in piazza Duca d’Aosta per dire no all’accordo Ue-Mercosur. Gli agricoltori denunciano concorrenza sleale e chiedono tutele per il settore.