True
2023-01-11
Dove va l'Arabia Saudita di Mohammad bin Salman
True
Moammad bin Salman (Ansa)
Con Vision 2030, il progetto ambizioso voluto da Mbs, l’Arabia Saudita mira ad aumentare le entrate pubbliche non dipendenti dalla vendita del petrolio da 163 miliardi di riyal (circa 37 miliardi di euro) a 1.000 miliardi di riyal (circa 223 miliardi di euro).
Il principe ereditario dell'Arabia Saudita Mohammad bin Salman Al Saud è nato a Riad il 31 agosto 1985. È il primo figlio del Re Salman bin Abdulaziz Al Saud (1935) e della sua terza moglie, Fahda bint Falah bin Sultan bin Hathleen al-Ajmi, a sua volta figlia del capo della tribù degli al-Ajman. Grazie a un’operazione di marketing massiccia, i consulenti di immagine, gli spin doctor del principe lo hanno trasformato in ‹‹Mbs››, sigla dietro la quale si cela un giovane riformatore impegnato a trasformare completamente il regno saudita, intervenendo anche sul legame fino a oggi indissolubile tra la dinastia degli Al Saud e il potentissimo clero sunnita custode del Wahhabismo, movimento di riforma religiosa fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792); di fatto la religione di Stato in Arabia Saudita.
Mohammed bin Salman è il più giovane Ministro della Difesa al mondo, è vice Primo ministro, presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo dell’Arabia Saudita, capo della Saudi Aramco (la compagnia petrolifera nazionale e pilastro centrale dell’economia del Paese), capo della Corte, vice-custode delle sacre moschee di Mecca e Medina, Gran Cordone dell’Ordine della Repubblica di Tunisia e Cavaliere di Prima Classe dell’Ordine del Pakistan. Nel 2008, Mbs si è sposato con la cugina Sara bint Mashoor bin Abdulaziz Al Saud, dalla quale ha avuto quattro figli, due femmine e due maschi. Bin Salman non ha però studiato all’estero, come invece hanno fatto molti figli dei dignitari sauditi e del Golfo Persico. È cresciuto a Riad e dal suo curriculum risulta che si è laureato in giurisprudenza alla King Saud University di Riad. In precedenza, ha frequentato sempre delle scuole private in Arabia Saudita. Terminati gli studi, si dice che abbia lavorato per qualche anno nel settore privato. Fino al 2004, quando inizia la sua scalata al potere come consigliere del padre. «Il principe Salman ha sempre saputo di essere una persona speciale», ha dichiarato uno dei suoi cugini, ammaliato dal carattere affabile ma determinato del giovane reale. Nel 2012, infatti, è divenuto principe ereditario, fatto che Mbs ha abilmente sfruttato per diventare sempre più influente in Arabia Saudita, consapevole che presto i gravi problemi di salute di Re Salman legati anche all’età avanzata, gli lasceranno un’eredità immensa da gestire. Non deve ingannare lo storytelling che vede Mbs un grande appassionato di videogiochi e del lusso, che ama trascorrere molto tempo a organizzare sontuose feste sul gigantesco Serene (un panfilo lungo 134 metri, costato 500 milioni di euro e costruito dall’italiana Fincantieri nel 2015) dove - secondo delle indiscrezioni mai smentite - farebbe bella mostra di sé anche la discussa opera Salvator Mundi attribuita a Leonardo Da Vinci, venduta all’asta da Christie's a New York nel 2017 per la cifra record di 450 milioni di dollari. Diventato molto popolare per il suo sostegno ai diritti delle donne, oggi Mbs è però noto al mondo per l’ambizioso progetto Vision 2030, che tra le altre cose prevede la privatizzazione del gigante petrolifero di Stato, Saudi Aramco. L'11 dicembre 2019, la compagnia più redditizia al mondo, lanciò i primi progetti per la propria offerta pubblica iniziale già nel 2016, ma lo sbarco in borsa fu continuamente rimandato a causa di problemi di contabilità e cambiamenti nella struttura aziendale, così come alcuni attacchi di droni iraniani a un impianto petrolifero. L'incasso, per la quota dell'1,5% che il governo di Riad ha deciso di mettere sul mercato, ammonta a 25,6 miliardi di dollari per una valorizzazione complessiva della società pari a 1.700 miliardi di dollari. La cifra supera i 25 miliardi di dollari ottenuti da Alibaba per il suo sbarco a Wall Street nel 2014 e rende l'Ipo del gigante petrolifero saudita la più grande della storia.
Cos'è Vision 2030
Neom
Si tratta di un progetto strategico che mira a trasformare totalmente l’economia saudita e ridurre la dipendenza economica dal settore petrolifero. Tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, l’Arabia Saudita che è uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo mira ad aumentare le entrate pubbliche non dipendenti dalla vendita dell’oro nero da 163 miliardi di riyal (circa 37 miliardi di euro) a 1.000 miliardi di riyal (circa 223 miliardi di euro). Un salto enorme che vede al centro di tutto la sostenibilità ambientale della quale è protagonista l’avveniristica città di Neom che non è una semplice smart city ma un modernissimo hub industriale, commerciale e residenziale che sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico.
Neom, la città dei sogni
Con un budget gigantesco di 500 miliardi di dollari, Neom è un elemento chiave del piano Vision 2030 dell’Arabia Saudita un progetto nato nel 2016 come parte della missione del regno di diversificarsi dalla sua economia che è completamente dipendente dalla vendita di petrolio. Lo sviluppo del progetto di Neom e la sua fattibilità sono stati accompagnati da un certo scetticismo espresso in alcuni articoli pubblicati dal The Guardian e dal Financial Times nei quali alcuni architetti e progettisti hanno detto che « il progetto è bello solo sulla carta ma non è realizzabile anche a causa delle emissioni di carbonio». Situata su una fascia costiera a Tabuk, nel nord-ovest del Paese, ci sono tre aree di Neom che sono state ufficialmente annunciate: la più importante è The Line, una città lineare con panorami degni dei film americani. Composta da due grattacieli paralleli che tagliano il deserto per 170 chilometri dalla costa alle montagne, The Line sarà larga 200 metri e raggiungerà un’altezza di 500 metri (più alta della maggior parte delle torri del mondo) e il tutto sarà racchiuso su tutti i lati da giganteschi specchi. Il progetto si basa su un nuovo concetto di «urbanistica a gravità zero», ovvero l’idea di stratificare verticalmente le funzioni della città, consentendo allo stesso tempo agli abitanti di muoversi senza soluzione di continuità in tre direzioni (su, giù e attraverso). Una volta completato potrebbe ospitare fino a 9 milioni di residenti. A proposito delle molte critiche e lo scetticismo che circonda il progetto Antoni Vives, chief urban planning officer di Neom alla CNBC ha dichiarato: «Voglio essere chiaro su questo: Neom è un’impresa complessa, audace e molto ambiziosa e sicuramente non è facile da realizzare. Ma stiamo facendo grandi progressi ed è emozionante vedere la visione prendere vita». Mentre la costruzione di questa città dei sogni è ancora nella fase iniziale l’Arabia Saudita cerca di attirare nel Paese i migliori talenti internazionali in settori come il turismo, la tecnologia e l’intrattenimento per venire a vivere e lavorare a Neom e secondo alcuni rapporti vengono offerti contratti fino a 1,1 milioni di dollari all’anno.
Un salto nel futuro
Per coloro che fanno il grande salto, entreranno in un mondo senza strade, senza auto -solo taxi volanti - oltre ad una ferrovia ad alta velocità con un tempo di transito end-to-end di soli 20 minuti. Poi ci saranno gli avatar robotici e gli ologrammi destinati a diventare parte della vita di tutti i giorni. Le altre aree Neom pianificate sono Oxagon, «una porta d’accesso a industrie avanzate e pulite», che diventerà il più grande complesso industriale galleggiante del mondo e Trojena, una destinazione per tutto l’anno con aria secca di qualità di montagna, una pista da sci, piste per mountain bike, sport acquatici, strutture per il benessere e una riserva naturale interattiva. Secondo i progettisti «ogni area sarà alimentata esclusivamente da energia rinnovabile, connessa in modo sostenibile e circondata dalla natura che sarà rinverdita e rinnovata». Uno studio della società di consulenza immobiliare globale Knight Frank, attesta che il valore totale dei progetti immobiliari e infrastrutturali dal lancio del Piano nazionale di trasformazione dell’Arabia Saudita nel 2016 ha ora superato i 1,1 trilioni di dollari. Faisal Durrani, partner di Head of Middle East Research, ha dichiarato: «Una nuova visione audace si sta sviluppando in Arabia Saudita. La fenomenale trasformazione in atto nell'economia in più rapida crescita al mondo è chiaramente visibile in tutto il paesaggio urbano. Con oltre 555.000 unità abitative, più di 275.000 chiavi d'albergo, oltre 4,3 milioni di mq di superficie commerciale e oltre 6,1 milioni di mq di nuovi uffici previsti entro il 2030, la costruzione pianificata nel Regno renderà facilmente l'Arabia Saudita la più grande costruzione sito che il mondo abbia mai conosciuto». Per gli imprenditori che hanno lavorato a lungo in Medio Oriente, Neom rappresenta una nuova era.
«Credo che questo progetto non abbia precedenti e guiderà l’innovazione e la tecnologia come non abbiamo mai visto prima», ha detto a CNBC Catherine Granger, Ceo dello specialista regionale di intelligenza artificiale Trajan Consulting. L’intelligenza artificiale è destinata a essere «il cuore pulsante»di Neom, come emerso di recente al Global AI Summit di Riad.In effetti, Neom è potenzialmente in grado di diventare una porta globale per il commercio internazionale, non da ultimo a causa della sua posizione strategica sul Mar Rosso attraverso il quale passa quasi il 13% del commercio mondiale - più il 40% della popolazione mondiale si trova entro un raggio di sei ore volo. Neom ha inoltre grandi progetti per il mondo dell’arte e della cultura, aprendo di recente Neom Media Village e Bajdah Desert Studios che insieme comprendono i più grandi teatri di posa e strutture di supporto alla produzione cinematografica del Paese. L’obiettivo è trasformare e far crescere l’industria dei media del regno, un altro obiettivo chiave del piano Vision 2030. Vision 2030 si è posta anche l'obiettivo di raggiungere la decima posizione nell'indice di competitività. In tal senso, l'Arabia Saudita dovrà migliorare la competitività e la facilità di fare affari adottando misure pratiche, comprese riforme globali. In questo contesto, è degno di nota il fatto che il Regno abbia consentito agli investitori stranieri di acquistare proprietà in determinate aree designate per la prima volta nella storia.
Fondamentalmente, per proteggere la sovranità del Paese, Mbs ha previsto che sia necessario che il Regno diversifichi i suoi legami di sicurezza e la produzione di difesa. Attualmente, l'Arabia Saudita soddisfa i suoi bisogni importando il 98% dei suoi prodotti totali per la difesa. La quota nazionale è solo del 2%. Ciò rende l'Arabia Saudita altamente dipendente e vulnerabile a qualsiasi cambiamento nella politica globale, poiché si trova in una regione soggetta a conflitti dove l’Iran continua a minacciare il Regno.
L'Arabia Saudita che mira anche a diventare un hub di connettività nell'ambito di Vision 2030 investirà quasi 130 miliardi di dollari per ristrutturare ed espandere aeroporti, i settori correlati e lanciare una nuova compagnia aerea. Inoltre, Salman ha previsto la necessità di riformare l'attuale politica estera del Paese. La politica regionale e il desiderio di alcuni Paesi di acquisire influenza a spese dell'Arabia Saudita hanno ulteriormente dato slancio a questi sforzi. Il Paese sta quindi cercando di elaborare una politica estera equilibrata che possa garantire la sua sovranità e integrità territoriale. A questo proposito il principe ereditario ha tempestivamente individuato la necessità di rafforzare i legami diplomatici esistenti per resistere alla pressione globale. A tal fine, mantiene relazioni amichevoli con la Cina. Il comunicato congiunto della recente visita del presidente Xi in Arabia Saudita lascia intravedere il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. L'interazione ad alto livello risultante dallo scambio di visite da entrambe le parti ha creato nuove opportunità. Negli ultimi anni, la Cina ha aumentato gli investimenti e le esportazioni verso l'Arabia Saudita. Entrambi i Paesi hanno anche rafforzato la loro cooperazione bilaterale in materia di difesa. Il Pakistan è un altro stretto alleato e amico. Salman è disposto a portare le strette relazioni con Islamabad a nuovi livelli investendo nel Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec) insieme ad altri settori dell'economia e si ritiene che Cina-Arabia Saudita-Pakistan cerchino di fare del Cpec un simbolo della loro amicizia trilaterale. Negli ultimi anni il principe ereditario ha esteso l'offerta di amicizia anche verso i tradizionali oppositori del Regno, tenendo presente l'esigenza di stabilità regionale. Ha anche espresso in diverse occasioni che l'Arabia Saudita, essendo custode dei Luoghi Santi, dovrebbe guidare gli sforzi verso una pace sostenibile. La trasformazione dell'Arabia Saudita sotto la guida di Salman seppur tra molte difficoltà legate al ruolo del clero è di straordinario interesse e la sua visione di rendere l'Arabia Saudita uno Stato moderno senza compromettere l'interesse nazionale, rimane un esempio per altri Paesi del mondo musulmano. Tutto questo però potrà esser portato a compimento solo se la guerra nello Yemen terminerà e a questo proposito lo scorso 7 gennaio Il quotidiano libanese Al-Akhbar ha riferito che Mbs ha inviato un messaggio al movimento yemenita Ansarullah dicendo loro: «Lo Yemen è per voi. Riad vuole solo garanzie di sicurezza». Il giornale ha inoltre affermato che «secondo le informazioni ricevute da Sana'a, Riad ha mostrato molta flessibilità nei recenti negoziati, che si svolgono con la mediazione del Sultanato dell'Oman. Le autorità saudite hanno implicitamente dichiarato che non cercano più di ottenere il controllo dello Yemen e vogliono solo ricevere garanzie di sicurezza che il governo di Sana'a non attaccherà l'Arabia Saudita in futuro».
Con Vision 2030, il progetto ambizioso voluto da Mbs, l’Arabia Saudita mira ad aumentare le entrate pubbliche non dipendenti dalla vendita del petrolio da 163 miliardi di riyal (circa 37 miliardi di euro) a 1.000 miliardi di riyal (circa 223 miliardi di euro).Il principe ereditario dell'Arabia Saudita Mohammad bin Salman Al Saud è nato a Riad il 31 agosto 1985. È il primo figlio del Re Salman bin Abdulaziz Al Saud (1935) e della sua terza moglie, Fahda bint Falah bin Sultan bin Hathleen al-Ajmi, a sua volta figlia del capo della tribù degli al-Ajman. Grazie a un’operazione di marketing massiccia, i consulenti di immagine, gli spin doctor del principe lo hanno trasformato in ‹‹Mbs››, sigla dietro la quale si cela un giovane riformatore impegnato a trasformare completamente il regno saudita, intervenendo anche sul legame fino a oggi indissolubile tra la dinastia degli Al Saud e il potentissimo clero sunnita custode del Wahhabismo, movimento di riforma religiosa fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab (1703-1792); di fatto la religione di Stato in Arabia Saudita.Mohammed bin Salman è il più giovane Ministro della Difesa al mondo, è vice Primo ministro, presidente del Consiglio per gli affari economici e di sviluppo dell’Arabia Saudita, capo della Saudi Aramco (la compagnia petrolifera nazionale e pilastro centrale dell’economia del Paese), capo della Corte, vice-custode delle sacre moschee di Mecca e Medina, Gran Cordone dell’Ordine della Repubblica di Tunisia e Cavaliere di Prima Classe dell’Ordine del Pakistan. Nel 2008, Mbs si è sposato con la cugina Sara bint Mashoor bin Abdulaziz Al Saud, dalla quale ha avuto quattro figli, due femmine e due maschi. Bin Salman non ha però studiato all’estero, come invece hanno fatto molti figli dei dignitari sauditi e del Golfo Persico. È cresciuto a Riad e dal suo curriculum risulta che si è laureato in giurisprudenza alla King Saud University di Riad. In precedenza, ha frequentato sempre delle scuole private in Arabia Saudita. Terminati gli studi, si dice che abbia lavorato per qualche anno nel settore privato. Fino al 2004, quando inizia la sua scalata al potere come consigliere del padre. «Il principe Salman ha sempre saputo di essere una persona speciale», ha dichiarato uno dei suoi cugini, ammaliato dal carattere affabile ma determinato del giovane reale. Nel 2012, infatti, è divenuto principe ereditario, fatto che Mbs ha abilmente sfruttato per diventare sempre più influente in Arabia Saudita, consapevole che presto i gravi problemi di salute di Re Salman legati anche all’età avanzata, gli lasceranno un’eredità immensa da gestire. Non deve ingannare lo storytelling che vede Mbs un grande appassionato di videogiochi e del lusso, che ama trascorrere molto tempo a organizzare sontuose feste sul gigantesco Serene (un panfilo lungo 134 metri, costato 500 milioni di euro e costruito dall’italiana Fincantieri nel 2015) dove - secondo delle indiscrezioni mai smentite - farebbe bella mostra di sé anche la discussa opera Salvator Mundi attribuita a Leonardo Da Vinci, venduta all’asta da Christie's a New York nel 2017 per la cifra record di 450 milioni di dollari. Diventato molto popolare per il suo sostegno ai diritti delle donne, oggi Mbs è però noto al mondo per l’ambizioso progetto Vision 2030, che tra le altre cose prevede la privatizzazione del gigante petrolifero di Stato, Saudi Aramco. L'11 dicembre 2019, la compagnia più redditizia al mondo, lanciò i primi progetti per la propria offerta pubblica iniziale già nel 2016, ma lo sbarco in borsa fu continuamente rimandato a causa di problemi di contabilità e cambiamenti nella struttura aziendale, così come alcuni attacchi di droni iraniani a un impianto petrolifero. L'incasso, per la quota dell'1,5% che il governo di Riad ha deciso di mettere sul mercato, ammonta a 25,6 miliardi di dollari per una valorizzazione complessiva della società pari a 1.700 miliardi di dollari. La cifra supera i 25 miliardi di dollari ottenuti da Alibaba per il suo sbarco a Wall Street nel 2014 e rende l'Ipo del gigante petrolifero saudita la più grande della storia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/dove-arabia-saudita-bin-salman-2659099127.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cos-e-vision-2030" data-post-id="2659099127" data-published-at="1673434316" data-use-pagination="False"> Cos'è Vision 2030 Neom Si tratta di un progetto strategico che mira a trasformare totalmente l’economia saudita e ridurre la dipendenza economica dal settore petrolifero. Tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2030, l’Arabia Saudita che è uno dei più grandi produttori di petrolio del mondo mira ad aumentare le entrate pubbliche non dipendenti dalla vendita dell’oro nero da 163 miliardi di riyal (circa 37 miliardi di euro) a 1.000 miliardi di riyal (circa 223 miliardi di euro). Un salto enorme che vede al centro di tutto la sostenibilità ambientale della quale è protagonista l’avveniristica città di Neom che non è una semplice smart city ma un modernissimo hub industriale, commerciale e residenziale che sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico.Neom, la città dei sogniCon un budget gigantesco di 500 miliardi di dollari, Neom è un elemento chiave del piano Vision 2030 dell’Arabia Saudita un progetto nato nel 2016 come parte della missione del regno di diversificarsi dalla sua economia che è completamente dipendente dalla vendita di petrolio. Lo sviluppo del progetto di Neom e la sua fattibilità sono stati accompagnati da un certo scetticismo espresso in alcuni articoli pubblicati dal The Guardian e dal Financial Times nei quali alcuni architetti e progettisti hanno detto che « il progetto è bello solo sulla carta ma non è realizzabile anche a causa delle emissioni di carbonio». Situata su una fascia costiera a Tabuk, nel nord-ovest del Paese, ci sono tre aree di Neom che sono state ufficialmente annunciate: la più importante è The Line, una città lineare con panorami degni dei film americani. Composta da due grattacieli paralleli che tagliano il deserto per 170 chilometri dalla costa alle montagne, The Line sarà larga 200 metri e raggiungerà un’altezza di 500 metri (più alta della maggior parte delle torri del mondo) e il tutto sarà racchiuso su tutti i lati da giganteschi specchi. Il progetto si basa su un nuovo concetto di «urbanistica a gravità zero», ovvero l’idea di stratificare verticalmente le funzioni della città, consentendo allo stesso tempo agli abitanti di muoversi senza soluzione di continuità in tre direzioni (su, giù e attraverso). Una volta completato potrebbe ospitare fino a 9 milioni di residenti. A proposito delle molte critiche e lo scetticismo che circonda il progetto Antoni Vives, chief urban planning officer di Neom alla CNBC ha dichiarato: «Voglio essere chiaro su questo: Neom è un’impresa complessa, audace e molto ambiziosa e sicuramente non è facile da realizzare. Ma stiamo facendo grandi progressi ed è emozionante vedere la visione prendere vita». Mentre la costruzione di questa città dei sogni è ancora nella fase iniziale l’Arabia Saudita cerca di attirare nel Paese i migliori talenti internazionali in settori come il turismo, la tecnologia e l’intrattenimento per venire a vivere e lavorare a Neom e secondo alcuni rapporti vengono offerti contratti fino a 1,1 milioni di dollari all’anno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dove-arabia-saudita-bin-salman-2659099127.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-salto-nel-futuro" data-post-id="2659099127" data-published-at="1673434316" data-use-pagination="False"> Un salto nel futuro Per coloro che fanno il grande salto, entreranno in un mondo senza strade, senza auto -solo taxi volanti - oltre ad una ferrovia ad alta velocità con un tempo di transito end-to-end di soli 20 minuti. Poi ci saranno gli avatar robotici e gli ologrammi destinati a diventare parte della vita di tutti i giorni. Le altre aree Neom pianificate sono Oxagon, «una porta d’accesso a industrie avanzate e pulite», che diventerà il più grande complesso industriale galleggiante del mondo e Trojena, una destinazione per tutto l’anno con aria secca di qualità di montagna, una pista da sci, piste per mountain bike, sport acquatici, strutture per il benessere e una riserva naturale interattiva. Secondo i progettisti «ogni area sarà alimentata esclusivamente da energia rinnovabile, connessa in modo sostenibile e circondata dalla natura che sarà rinverdita e rinnovata». Uno studio della società di consulenza immobiliare globale Knight Frank, attesta che il valore totale dei progetti immobiliari e infrastrutturali dal lancio del Piano nazionale di trasformazione dell’Arabia Saudita nel 2016 ha ora superato i 1,1 trilioni di dollari. Faisal Durrani, partner di Head of Middle East Research, ha dichiarato: «Una nuova visione audace si sta sviluppando in Arabia Saudita. La fenomenale trasformazione in atto nell'economia in più rapida crescita al mondo è chiaramente visibile in tutto il paesaggio urbano. Con oltre 555.000 unità abitative, più di 275.000 chiavi d'albergo, oltre 4,3 milioni di mq di superficie commerciale e oltre 6,1 milioni di mq di nuovi uffici previsti entro il 2030, la costruzione pianificata nel Regno renderà facilmente l'Arabia Saudita la più grande costruzione sito che il mondo abbia mai conosciuto». Per gli imprenditori che hanno lavorato a lungo in Medio Oriente, Neom rappresenta una nuova era.«Credo che questo progetto non abbia precedenti e guiderà l’innovazione e la tecnologia come non abbiamo mai visto prima», ha detto a CNBC Catherine Granger, Ceo dello specialista regionale di intelligenza artificiale Trajan Consulting. L’intelligenza artificiale è destinata a essere «il cuore pulsante»di Neom, come emerso di recente al Global AI Summit di Riad.In effetti, Neom è potenzialmente in grado di diventare una porta globale per il commercio internazionale, non da ultimo a causa della sua posizione strategica sul Mar Rosso attraverso il quale passa quasi il 13% del commercio mondiale - più il 40% della popolazione mondiale si trova entro un raggio di sei ore volo. Neom ha inoltre grandi progetti per il mondo dell’arte e della cultura, aprendo di recente Neom Media Village e Bajdah Desert Studios che insieme comprendono i più grandi teatri di posa e strutture di supporto alla produzione cinematografica del Paese. L’obiettivo è trasformare e far crescere l’industria dei media del regno, un altro obiettivo chiave del piano Vision 2030. Vision 2030 si è posta anche l'obiettivo di raggiungere la decima posizione nell'indice di competitività. In tal senso, l'Arabia Saudita dovrà migliorare la competitività e la facilità di fare affari adottando misure pratiche, comprese riforme globali. In questo contesto, è degno di nota il fatto che il Regno abbia consentito agli investitori stranieri di acquistare proprietà in determinate aree designate per la prima volta nella storia.Fondamentalmente, per proteggere la sovranità del Paese, Mbs ha previsto che sia necessario che il Regno diversifichi i suoi legami di sicurezza e la produzione di difesa. Attualmente, l'Arabia Saudita soddisfa i suoi bisogni importando il 98% dei suoi prodotti totali per la difesa. La quota nazionale è solo del 2%. Ciò rende l'Arabia Saudita altamente dipendente e vulnerabile a qualsiasi cambiamento nella politica globale, poiché si trova in una regione soggetta a conflitti dove l’Iran continua a minacciare il Regno.L'Arabia Saudita che mira anche a diventare un hub di connettività nell'ambito di Vision 2030 investirà quasi 130 miliardi di dollari per ristrutturare ed espandere aeroporti, i settori correlati e lanciare una nuova compagnia aerea. Inoltre, Salman ha previsto la necessità di riformare l'attuale politica estera del Paese. La politica regionale e il desiderio di alcuni Paesi di acquisire influenza a spese dell'Arabia Saudita hanno ulteriormente dato slancio a questi sforzi. Il Paese sta quindi cercando di elaborare una politica estera equilibrata che possa garantire la sua sovranità e integrità territoriale. A questo proposito il principe ereditario ha tempestivamente individuato la necessità di rafforzare i legami diplomatici esistenti per resistere alla pressione globale. A tal fine, mantiene relazioni amichevoli con la Cina. Il comunicato congiunto della recente visita del presidente Xi in Arabia Saudita lascia intravedere il rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi. L'interazione ad alto livello risultante dallo scambio di visite da entrambe le parti ha creato nuove opportunità. Negli ultimi anni, la Cina ha aumentato gli investimenti e le esportazioni verso l'Arabia Saudita. Entrambi i Paesi hanno anche rafforzato la loro cooperazione bilaterale in materia di difesa. Il Pakistan è un altro stretto alleato e amico. Salman è disposto a portare le strette relazioni con Islamabad a nuovi livelli investendo nel Corridoio economico Cina-Pakistan (Cpec) insieme ad altri settori dell'economia e si ritiene che Cina-Arabia Saudita-Pakistan cerchino di fare del Cpec un simbolo della loro amicizia trilaterale. Negli ultimi anni il principe ereditario ha esteso l'offerta di amicizia anche verso i tradizionali oppositori del Regno, tenendo presente l'esigenza di stabilità regionale. Ha anche espresso in diverse occasioni che l'Arabia Saudita, essendo custode dei Luoghi Santi, dovrebbe guidare gli sforzi verso una pace sostenibile. La trasformazione dell'Arabia Saudita sotto la guida di Salman seppur tra molte difficoltà legate al ruolo del clero è di straordinario interesse e la sua visione di rendere l'Arabia Saudita uno Stato moderno senza compromettere l'interesse nazionale, rimane un esempio per altri Paesi del mondo musulmano. Tutto questo però potrà esser portato a compimento solo se la guerra nello Yemen terminerà e a questo proposito lo scorso 7 gennaio Il quotidiano libanese Al-Akhbar ha riferito che Mbs ha inviato un messaggio al movimento yemenita Ansarullah dicendo loro: «Lo Yemen è per voi. Riad vuole solo garanzie di sicurezza». Il giornale ha inoltre affermato che «secondo le informazioni ricevute da Sana'a, Riad ha mostrato molta flessibilità nei recenti negoziati, che si svolgono con la mediazione del Sultanato dell'Oman. Le autorità saudite hanno implicitamente dichiarato che non cercano più di ottenere il controllo dello Yemen e vogliono solo ricevere garanzie di sicurezza che il governo di Sana'a non attaccherà l'Arabia Saudita in futuro».
La colonna di fumo dopo l'esplosione nei pressi della base italiana di Erbil in Iraq (Getty Images)
La guerra tra Israele e Iran si allarga e torna a lambire direttamente anche l’Italia. Nella serata di mercoledì un missile ha colpito la base militare italiana di Erbil, nel Kurdistan iracheno, dove è presente un contingente di circa 120 militari impegnati nella missione internazionale contro l’Isis.
A rendere nota la notizia è stato il ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha informato della situazione con un messaggio inviato al deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, poi letto in diretta durante la trasmissione televisiva Realpolitik su Rete4. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil, non so ancora con che esito. Non ci sono vittime nel personale italiano», ha scritto il ministro.
Poco dopo Crosetto ha confermato personalmente la circostanza anche all'agenzia di stampa Adnkronos, spiegando di aver parlato direttamente con il comandante della base, il colonnello Stefano Pizzotti. «Stanno tutti bene», ha assicurato il ministro, precisando che al momento non risultano né vittime né feriti tra i militari italiani presenti nella struttura. Anche il capo di stato maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, si è messo in contatto con il contingente per monitorare la situazione. La conferma è arrivata anche attraverso un messaggio pubblicato sui canali social del Ministero della Difesa, dove Crosetto ha ribadito di essere «costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante dei Covi». L’attacco si inserisce in un quadro di crescente escalation militare nella regione. I Pasdaran iraniani hanno rivendicato un’ondata di operazioni coordinate contro obiettivi legati agli Stati Uniti e ai loro alleati. Secondo quanto dichiarato dalle Guardie rivoluzionarie, sarebbe stato lanciato «l’attacco più violento dall’inizio della guerra» con bersagli che includerebbero proprio Erbil, una base navale americana in Bahrein e obiettivi in Israele. Quasi in contemporanea, le Forze di difesa israeliane hanno annunciato nuovi bombardamenti sulla capitale iraniana. L’esercito dello Stato ebraico ha riferito che sono in corso attacchi «su larga scala» contro obiettivi a Teheran, segno di una spirale militare che continua ad ampliarsi e che rischia di trascinare sempre più attori regionali nel conflitto.
La base di Erbil rappresenta uno dei principali avamposti della presenza internazionale nel nord dell’Iraq. Situata in una posizione strategica vicino ai confini con Siria, Turchia e Iran, la struttura è stata istituita nell’ambito della coalizione internazionale contro l’Isis e negli anni ha svolto un ruolo chiave nell’addestramento delle forze curde locali. Migliaia di militari sono stati formati proprio qui su richiesta delle autorità della regione autonoma del Kurdistan iracheno.
Dall’Italia è arrivata subito anche la reazione della Farnesina. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha espresso «ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil», spiegando di aver parlato con l’ambasciatore italiano a Baghdad per verificare la situazione. «Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria», ha scritto il vicepremier.
L’episodio segna comunque un passaggio delicato per la sicurezza del contingente italiano nella regione. Se da un lato l’attacco non ha provocato vittime, dall’altro conferma quanto il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran stia progressivamente estendendo il proprio raggio d’azione, trasformando il Medio Oriente in un teatro sempre più instabile e imprevedibile. In questo contesto anche le missioni internazionali, finora concentrate sulla lotta allo Stato islamico, rischiano di trovarsi coinvolte indirettamente in una guerra più ampia.
Continua a leggere
Riduci
Clamoroso: il tribunale dell'Aquila vieta alla garante dell'infanzia di visitare la famiglia nel bosco accompagnata da esperti imparziali. L'ennesimo smacco ai Trevallion.
L’intelligenza artificiale non è più soltanto una tecnologia destinata ai laboratori di ricerca o alle grandi aziende digitali. Sta rapidamente entrando anche nel cuore delle strategie militari. E secondo un nuovo rapporto dedicato alla sicurezza del continente africano, il processo è già iniziato. Il documento, intitolato «Artificial Intelligence for Africa’s Defense Forces – A Toolkit for Defense Sector AI Strategy and Adoption», descrive come l’AI stia modificando la natura dei conflitti e invita i governi africani a prepararsi a una trasformazione destinata ad accelerare nei prossimi anni.
L’idea di fondo è semplice ma radicale: la guerra del futuro sarà sempre più guidata dai dati. Sensori, satelliti, droni, reti digitali e sistemi di analisi automatica stanno cambiando il modo in cui le informazioni vengono raccolte, interpretate e trasformate in decisioni operative. In questo contesto, l’intelligenza artificiale diventa il moltiplicatore di potenza che permette di elaborare enormi quantità di informazioni in tempi rapidissimi, offrendo ai comandanti una visione più ampia e precisa del campo di battaglia. Secondo gli autori del report, il continente africano si trova in una posizione particolare. Da un lato è uno dei territori dove i conflitti contemporanei — dal terrorismo jihadista alle guerre civili — sono più diffusi. Dall’altro lato è anche uno dei contesti dove l’adozione di nuove tecnologie può produrre cambiamenti più rapidi, proprio perché molte infrastrutture di sicurezza sono ancora in fase di sviluppo. L’intelligenza artificiale potrebbe quindi rappresentare una scorciatoia tecnologica per modernizzare gli apparati militari.
Il rapporto identifica diversi ambiti nei quali l’AI può avere un impatto diretto sulle operazioni militari. Uno dei più importanti riguarda l’intelligence e la sorveglianza. Le forze armate moderne raccolgono ogni giorno una quantità enorme di dati: immagini satellitari, video di droni, intercettazioni elettroniche, informazioni provenienti dai social network e da altre fonti digitali. Senza strumenti automatizzati, analizzare tutto questo materiale sarebbe praticamente impossibile. Gli algoritmi di machine learning possono invece individuare pattern ricorrenti, segnalare movimenti sospetti e identificare segnali di minacce emergenti.
Un altro settore cruciale è quello della cybersicurezza. I conflitti contemporanei non si combattono soltanto con armi tradizionali ma anche con attacchi informatici. Governi, infrastrutture energetiche, reti di comunicazione e sistemi finanziari sono diventati bersagli privilegiati di operazioni digitali. L’intelligenza artificiale viene sempre più utilizzata per individuare intrusioni, riconoscere anomalie nei sistemi informatici e bloccare malware prima che possano diffondersi. Allo stesso tempo, però, gli stessi strumenti possono essere impiegati da attori ostili per sviluppare attacchi sempre più sofisticati. Tra le applicazioni più visibili dell’intelligenza artificiale in ambito militare ci sono i sistemi autonomi, in particolare i droni. Negli ultimi anni questi velivoli senza pilota hanno acquisito capacità sempre più avanzate di navigazione, riconoscimento degli obiettivi e coordinamento operativo. In alcuni casi sono già in grado di identificare e ingaggiare un bersaglio con un livello di autonomia molto elevato. Questo sviluppo solleva interrogativi etici e strategici, perché introduce sul campo di battaglia macchine capaci di prendere decisioni potenzialmente letali.
Ma l’AI non serve solo per combattere. Il rapporto evidenzia come gli algoritmi possano migliorare anche l’organizzazione interna delle forze armate. Sistemi di analisi predittiva possono anticipare guasti nei mezzi militari, riducendo i tempi di manutenzione e i costi operativi. Altri strumenti possono ottimizzare la logistica, pianificando in modo più efficiente la distribuzione di carburante, munizioni e materiali. Persino la gestione del personale può essere supportata da modelli di analisi dei dati, utili per monitorare competenze, carriere e bisogni formativi.
L’intelligenza artificiale può inoltre essere utilizzata nella formazione militare. Simulatori avanzati, alimentati da algoritmi di apprendimento automatico, possono ricreare scenari di combattimento complessi e adattarsi al comportamento dei partecipanti. In questo modo è possibile addestrare ufficiali e soldati in ambienti virtuali sempre più realistici, migliorando la preparazione operativa senza dover ricorrere continuamente a esercitazioni sul campo. Tuttavia, il rapporto sottolinea che l’adozione dell’AI nel settore della difesa comporta anche rischi significativi. Molti Paesi africani dispongono ancora di infrastrutture digitali limitate, con reti internet instabili, capacità di calcolo ridotte e accesso limitato a grandi quantità di dati. Senza queste basi tecnologiche, sviluppare sistemi di intelligenza artificiale avanzati diventa estremamente difficile. Un’altra sfida riguarda la formazione del personale. Le competenze necessarie per progettare, gestire e utilizzare sistemi basati sull’intelligenza artificiale sono ancora relativamente rare, soprattutto nel settore pubblico. Data scientist, ingegneri informatici e specialisti di cybersecurity sono figure molto richieste anche nel settore privato, il che rende difficile per le istituzioni militari attrarre e trattenere talenti.
C’è poi il tema della dipendenza tecnologica. Gran parte delle piattaforme di intelligenza artificiale, delle infrastrutture cloud e dei sistemi di calcolo ad alte prestazioni è sviluppata e controllata da aziende straniere. Questo significa che molti Paesi africani rischiano di diventare dipendenti da tecnologie prodotte all’estero, con implicazioni che riguardano non solo l’economia ma anche la sicurezza nazionale e la sovranità digitale. Per questo motivo il report suggerisce ai governi africani di elaborare strategie specifiche per l’intelligenza artificiale nel settore della difesa. Alcuni Paesi potrebbero integrare l’AI nelle strategie digitali già esistenti, altri inserirla nei documenti di sicurezza nazionale, mentre i più avanzati potrebbero sviluppare vere e proprie strategie militari dedicate. Il punto centrale è evitare che l’adozione dell’intelligenza artificiale avvenga in modo casuale o frammentato. Senza una visione strategica, le nuove tecnologie rischiano di creare più problemi che benefici, amplificando vulnerabilità esistenti o introducendo nuove forme di instabilità.
La conclusione del rapporto è che l’intelligenza artificiale non è ancora il fattore decisivo nei conflitti africani, ma la sua influenza è destinata a crescere rapidamente. Man mano che algoritmi, sensori e sistemi autonomi diventeranno più accessibili, anche attori non statali — gruppi terroristici, milizie e organizzazioni criminali — potrebbero sfruttare queste tecnologie. In questo scenario, la capacità di controllare e sviluppare l’intelligenza artificiale diventa una questione di sicurezza strategica. Chi riuscirà a integrare più rapidamente queste tecnologie nelle proprie strutture militari avrà un vantaggio significativo. Non soltanto sul campo di battaglia, ma anche nella competizione geopolitica globale che sempre più si gioca sul terreno dell’innovazione tecnologica.
Continua a leggere
Riduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 marzo 2026. Il nostro Gianluigi Paragone spiega perché il governo deve muoversi in fretta contro i rincari dei prezzi di gas e benzina.