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2018-07-19
Dirigente del Cnr: drogare gli italiani così smetteranno di votare Salvini
L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega.
In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"».
Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza».
Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo».
La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti».
Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda.
In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda.
«Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri.
Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr.
Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo.
Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti
Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca.
Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche».
Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi.
E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle.
Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto.
Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente».
Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi.
Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
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Gilberto Corbellini, direttore del dipartimento di Scienze umane e sociali, spiega che nel nostro Paese ci sono tantissimi «analfabeti funzionali» e domina la xenofobia. Ma, per fortuna, esiste una cura...Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti. L'esperimento, realizzato da un team di studiosi dell'Università di Bonn nel 2017, è basato sul celebre «ormone dell'amore».Lo speciale contiene due articoli. L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega. In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"». Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza». Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo». La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti». Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda. In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda. «Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri. Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr. Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dirigente-del-cnr-drogare-gli-italiani-cosi-smetteranno-di-votare-salvini-2587911710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ossitocina-da-inalare-per-accettare-meglio-i-migranti" data-post-id="2587911710" data-published-at="1778864457" data-use-pagination="False"> Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca. Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche». Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi. E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto. Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente». Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi. Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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