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2018-07-19
Dirigente del Cnr: drogare gli italiani così smetteranno di votare Salvini
L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega.
In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"».
Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza».
Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo».
La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti».
Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda.
In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda.
«Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri.
Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr.
Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo.
Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti
Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca.
Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche».
Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi.
E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle.
Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto.
Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente».
Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi.
Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
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Gilberto Corbellini, direttore del dipartimento di Scienze umane e sociali, spiega che nel nostro Paese ci sono tantissimi «analfabeti funzionali» e domina la xenofobia. Ma, per fortuna, esiste una cura...Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti. L'esperimento, realizzato da un team di studiosi dell'Università di Bonn nel 2017, è basato sul celebre «ormone dell'amore».Lo speciale contiene due articoli. L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega. In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"». Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza». Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo». La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti». Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda. In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda. «Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri. Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr. Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dirigente-del-cnr-drogare-gli-italiani-cosi-smetteranno-di-votare-salvini-2587911710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ossitocina-da-inalare-per-accettare-meglio-i-migranti" data-post-id="2587911710" data-published-at="1781374670" data-use-pagination="False"> Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca. Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche». Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi. E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto. Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente». Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi. Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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L’ultima «lagnanza» è partita da Roberto Gualtieri. Poverino, c’è da capirlo. I turisti nella Capitale crescono (+3% anche nel primo quadrimestre del 2026) e il sindaco, già ministro dell’Economia dem, non sa che pesci prendere per garantire servizi, strutture e ordine pubblico adeguato. Quindi? «Proporremo al ministro Mazzi (del Turismo)», ha spiegato qualche ore fa, «di avere una maggiore modulazione e autonomia per esempio sulla tassa di soggiorno». Viene da chiedersi: ma perché? Quanto paga oggi «un forestiero» che vuol dormire una notte a Roma? Le tariffe variano e passano dai 10 euro degli alberghi a 5 Stelle per arrivare ai 4 euro degli hotel a 1 e 2 stelle con una forchetta che oscilla leggermente più in basso per le strutture non alberghiere. Non poco se consideriamo che tra le città d’arte Roma svetta per incassi: ben 288 milioni nel 2025 con un trend, parola del primo cittadino, destinato a lievitare.
Così come cresce il tendenziale in un’altra città governata dal centrosinistra: Milano. Nella capitale finanziaria del Paese, anche per effetto dei continui rialzi, il bottino 2025 ha sfiorato il tetto dei 110 milioni (109,3 milioni, +43%) e si stima che nell’anno in corso si possa raggiungere quota 113,5 milioni. Ma pure sui Navigli, Beppe Sala, il sindaco uscente di centrosinistra, chiede di più. «È profondamente ingiusto», ha rimarcato, «che Roma, Firenze, Venezia abbiano una tassa più alta di Milano». Quindi? Oggi Milano ha una deroga per le Olimpiadi invernali - tassa di soggiorno più alta fino alla fine dell’anno visto l’extra-impegno per i Giochi invernali - e l’ex uomo Expo vuole che l’eccezione diventi strutturale. Come se ci fosse un’Olimpiade all’anno.
Il punto è che al terzo posto della classifica (i dati sono dell’Osservatorio nazionale di Jfc) c’è Firenze, che nonostante il + 8% a 82,7 milioni, è stata scavalcata dalla tumultuosa corsa del capoluogo lombardo. E che se guardiamo alle altre città che non molti mesi fa hanno deciso di metter mano (aumentandola ovviamente) all’imposta, troviamo tante amministrazioni rosse. Da Napoli a Torino fino ad arrivare a Perugia, Livorno e Salerno. Chiariamoci, il fenomeno è molto legato ai centri turistici ed è fondamentalmente bipartisan, basti pensare a Venezia, Imperia, Trieste e Lecce. Ma la pervicacia con la quale i sindaci di sinistra fanno a gara per incrementare l’imposta non ha uguali.
Del resto, in soli 5 anni il gettito è passato dai 628 milioni di euro del 2022 a più di 1,2 miliardi di stima per il 2026. Perché la tendenza è duplice: da una parte crescono i comuni tassatori e dall’altra quelli che già prevedevano l’imposta l’hanno incrementata. Lo stesso osservatorio nazionale Jfc di cui sopra ci dice che a fine anno il balzello sarà operativo in 1.411 comuni con ben 24 nuove entrate. E che la situazione stia sfuggendo di mano lo dimostra un altro dato che gli autori dello studio hanno evidenziato. Molti primi cittadini, e qui la tendenza appare davvero bipartisan, ammettono di voler usare gli incassi per la spesa corrente che spesso ha poco o nulla a che fare con il turismo.
Poi c’è un altro fenomeno che spesso va a braccetto con l’imposta di soggiorno. La corsa a mettere paletti agli affitti brevi. Agli Airbnb che deturperebbero l’humus delle città. E qui l’ideologia di sinistra prende il sopravvento. Perché che ci sia un problema di overtourism nei centri d’arte è fuor di dubbio, ma che questo porti a individuare negli affitti brevi il nemico numero uno da eliminare, con l’amministrazione dem di Firenze che ha bandito nuove locazioni anche in periferia, sembra paradossale.
Il problema è che l’esempio di Firenze sta facendo proseliti. Nei paesi vicini (la sindaca piddina di Scandicci vuole introdurre dei tetti e al Mugello ci stanno pensando) e nelle grandi città lontane. Bologna in primis, poi Napoli, ma soprattutto Roma. Con Gualtieri che è stato molto chiaro. «Serve una legge per regolamentare il settore extralberghiero», ha spiegato, «che consenta di migliorare questo settore e di evitare fenomeni negativi come quelli dello spopolamento. Dobbiamo introdurre dei limiti di concentrazione perché se si svuota il centro poi chiudono i negozi e peggiora la qualità della vita dei romani e anche degli stessi turisti che vogliono venire in Italia».
Principi di buon senso. Il problema è che quando la sinistra li mette in pratica spesso si materializzano in provvedimenti illiberali.
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Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
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