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2018-07-19
Dirigente del Cnr: drogare gli italiani così smetteranno di votare Salvini
L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega.
In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"».
Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza».
Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo».
La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti».
Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda.
In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda.
«Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri.
Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr.
Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo.
Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti
Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca.
Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche».
Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi.
E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle.
Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto.
Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente».
Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi.
Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
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Gilberto Corbellini, direttore del dipartimento di Scienze umane e sociali, spiega che nel nostro Paese ci sono tantissimi «analfabeti funzionali» e domina la xenofobia. Ma, per fortuna, esiste una cura...Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti. L'esperimento, realizzato da un team di studiosi dell'Università di Bonn nel 2017, è basato sul celebre «ormone dell'amore».Lo speciale contiene due articoli. L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega. In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"». Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza». Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo». La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti». Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda. In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda. «Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri. Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr. Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dirigente-del-cnr-drogare-gli-italiani-cosi-smetteranno-di-votare-salvini-2587911710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ossitocina-da-inalare-per-accettare-meglio-i-migranti" data-post-id="2587911710" data-published-at="1779908190" data-use-pagination="False"> Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca. Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche». Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi. E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto. Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente». Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi. Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
Gabriele D'Annunzio (Getty Images)
Innanzitutto va notata una cosa: D’Annunzio ebbe un vasto popolo di seguaci, imitatori, anche maldestri, tra letterati, dandy e borghesi e tra militari e arditi, ma gli scrittori e intellettuali che vengono a torto o ragione intruppati nella definizione di cultura di destra in larga parte non lo sopportavano. In fondo per D’Annunzio accadde la stessa cosa che avvenne sul piano filosofico con Gentile: un regime autoritario, con tratti totalitari, riconobbe nel primo il Poeta soldato per antonomasia e nel secondo il Filosofo istituzionale del regime. Ma D’Annunzio e Gentile ebbero in ambito letterario e filosofico più nemici che amici, più critici, avversari e perfino denigratori che ammiratori e seguaci.
Nel caso di D’Annunzio la rassegna che fa Parlato è vasta e impietosa. A parte il controverso rapporto con il duce e con il fascismo, che personalmente risolvo in questo modo: D’Annunzio non fu fascista ma il fascismo fu dannunziano, si ispirò a lui. Con Mussolini ebbe poi un rapporto di consonanza, contrasto e competizione.
Ma la parte più interessante è la critica e il sarcasmo che raccolse in quel mondo che pure sembrava cresciuto all’ombra del suo mito. Da l’Italiano di Longanesi al Selvaggio di Mino Maccari, da l’Universale di Berto Ricci agli strali di Giovanni Papini, Ardengo Soffici, Giuseppe Prezzolini; persino il dannunziano sui generis Curzio Malaparte, che studiò a Prato nello stesso liceo di D’Annunzio, il famoso Cicognini. Anche Luigi Pirandello lo detestava. Che don Benedetto Croce avesse in antipatia D’Annunzio è comprensibile, era il suo esatto contrario, nella vita, nella prosa, nell’interventismo. E poi, come nota Parlato, Croce attaccava D’Annunzio «tutto falso e commediante» non potendo attaccare Mussolini e il regime. Ma che fossero antidannunziani tanti autori in vario modo portatori di idee, militanze e visioni vicine alle sue, quello sì, sorprende. Il problema è che D’Annunzio è troppo ingombrante, occupa intera la scena, oscura gli altri, ha quell’Ego sconfinato, quella prosa ridondante e quella poesia «ampollosa» pur nella grandezza dei versi, da suscitare reazioni di fastidio, ironia e rivolta. Anche chi gli era in apparenza più vicino lo criticava ed era a sua volta da lui criticato: come Marinetti, con cui volarono definizioni come «cretino fosforescente» e «cretino con lampi d’imbecillità». Sulla scia di Marinetti, anche il giovane pittore dadaista Julius Evola definì D’Annunzio «un grande imbecille». E più tardi precisò la sua critica verso il suo culto estetizzante degli eroi e dei geni, il suo esibizionismo, la smania d’originalità e la vanità del suo io.
D’Annunzio influenzò la gioventù della belle époque e quella che fece la Prima guerra mondiale e poi il fascismo; ma la generazione che si formò sotto il fascismo, come notava Augusto del Noce, non lo considerava un riferimento «ideale», lo riteneva al più un precursore ottocentesco, più vicino ai Carducci e ai Pascoli che all’epoca del fascismo e del comunismo. Lo stroncò pure il Dizionario di politica del Partito fascista, con una nota del critico letterario Giovanni Macchia. Perfino l’Omaggio a d’Annunzio, pubblicato in pieno regime dalla rivista Letteratura a un anno dalla sua morte con l’intento di celebrarlo, a cura di Giuseppe de Robertis ed Enrico Falqui, ebbe la metà degli interventi, tra una sessantina in tutto, critici verso di lui. Fu riscoperto in extremis al tempo della Repubblica sociale, ripubblicando i suoi discorsi ai soldati d’Italia e nella passione dannunziana di militari come il principe Junio Valerio Borghese che costituì nella Decima Mas, definizione coniata dal poeta - Memento audere semper - la «Compagnia D’Annunzio». Nel dopoguerra sorse la questione del Vittoriale finito in mani antidannunziane, che sollevò Giovannino Guareschi sul Candido, poi ripresa dall’esponente missino Ezio Maria Gray sul Nazionale. Ma D’Annunzio non fu molto presente nel Msi, se non come icona del combattentismo.
Oggi si insiste molto sul D’Annunzio rivoluzionario, sull’impresa fiumana, sul suo spirito trasgressivo, radicale e antiborghese; ma si deve riconoscere che l’impronta più forte che lasciò D’Annunzio fu quella di poeta-soldato, nazionalista, comandante, aristocratico e superuomo, passione letteraria dei borghesi di provincia, con alcuni imitatori che raggiungevano fasce più umili (come Guido da Verona, definito il «D’Annunzio delle sartine»). Furono rari tra i neofascisti coloro che come Diano Brocchi videro nell’impresa fiumana un annuncio della rivoluzione corporativa e sociale.
Parlato segue il solco di due storici che si erano occupati del D’Annunzio politico: Gioacchino Volpe che ne scrisse un libro-profilo sull’italiano, il politico, il combattente, e Renzo De Felice, di cui Parlato fu allievo. Con la storicizzazione che ne fece De Felice si cominciò a scoprire il D’Annunzio rivoluzionario, a partire da quando in Parlamento lasciò i banchi della destra per andare a sinistra («vado verso la vita», disse, ma non andò verso la sua rielezione). Nota giustamente Parlato: «Mancò alla destra e al neofascismo una riflessione complessiva» su D’Annunzio. Restò il mito dell’eroe e delle sue imprese di guerra, il poeta della Grande Italia e della parola alata, di cui fu fervente apostolo Giorgio Almirante, che non aveva cultura politica ma letteraria e citava Dante e D’Annunzio più che la «cultura di destra». E a sinistra? Prevalse l’anatema politico-ideologico, come - ad esempio - il Processo a D’Annunzio imbastito dall’Espresso con Moravia, Pasolini, Sapegno, e la scontata condanna senza appello. Restò indigesto D’Annunzio, fin nelle scuole, nel tempo della Repubblica italiana.
Tra i pochi, a destra, che cercarono di andare oltre i santini ci fu Adriano Romualdi che lesse D’Annunzio in relazione con Nietzsche, criticando il generico patriottismo dannunziano. Nelle letture critiche più recenti Parlato si riferisce ad alcuni scritti di Giano Accame e miei, a proposito della «rivoluzione conservatrice» e al manifesto per un nuovo comunitarismo che lanciai sulla rivista Pagine Libere. A tenere viva la memoria dannunziana è oggi soprattutto Giordano Bruno Guerri che guida da anni il Vittoriale dannunziano. D’Annunzio restò a cavallo tra passato e futuro, aristocrazia e popoli, rivoluzione e tradizione, come la sua vita si divise come un centauro per metà nell’Ottocento e metà nel Novecento.
Alla fine, Parlato conclude che non è facile rispondere alla domanda se D’Annunzio fu effettivamente un mito per la cultura di destra oppure no. Condivido la sua perplessità al proposito e non imprigionerei il Vate in quella casella. Ammesso poi che si possa parlare della cultura di destra come un’entità reale e coesa. Ma questa è un’altra storia.
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Giovanni Rezza (Imagoeconomica)
Un’audizione interessante, quella di Rezza, perché, nonostante gli strenui tentativi delle opposizioni che allora governavano (Pd e M5S, con in testa l’onorevole Alfonso Colucci, «difensore d’ufficio» dell’allora premier Giuseppe Conte), l’ex dg ha involontariamente confermato che le misure adottate all’epoca - vaccinazioni di massa dei giovani, obblighi vaccinali e green pass - non poggiavano su evidenze scientifiche certe e non erano state indicate dagli scienziati: «Ha deciso la politica, il Cts ha dato soltanto pareri». Colucci si è buttato a pesce sulla presunta logica del green pass e per ben tre volte ha chiesto a Rezza se con la vaccinazione venisse trasmessa una carica virale inferiore, «quindi si induceva una malattia meno severa». Rezza, per altrettante volte, non ha dato conferma, anzi: «Ci sarebbe stato bisogno di maggiori evidenze. Non possiamo escludere il fatto che una persona vaccinata si ammalasse, su questo bisogna essere intellettualmente onesti». Non solo: «Quando è arrivata Omicron (a dicembre 2021, ossia proprio quando il governo di Mario Draghi intensificò la stretta contro chi non si vaccinava con il super green pass, ndr) la protezione della vaccinazione nei confronti di Omicron è diventata più bassa rispetto alle varianti precedenti», ha spiegato. Smentendo il famoso mantra di Draghi «se non ti vaccini, ti ammali, muori e fai morire»: «L’effetto del lockdown», ha dichiarato l’infettivologo, «non era di evitare il numero totale di casi, ma di distribuire nel tempo i casi di infezione, così da curare non solo i malati Covid ma anche gli altri pazienti». Era un problema di salute pubblica, insomma, con buona pace dei cittadini che sono corsi a vaccinarsi per evitare di ammalarsi.
Il docente ha anche parlato degli effetti collaterali. Il problema, ha osservato, risiedeva nell’incidenza dei casi: «Se va al di sotto di una certa soglia nelle persone più giovani, dato che i vaccini possono causare degli effetti collaterali, allora lì bisogna bilanciare i rischi e benefici. Quando l’incidenza cala, gli effetti collaterali dei vaccini prendono il sopravvento e questo è il motivo per cui noi a un certo punto non abbiamo più vaccinato le persone giovani», ha dichiarato. Senza però spiegare quando esattamente il governo avrebbe smesso di vaccinare le persone più giovani: ancora nel 2022, l’esecutivo Draghi e il ministero della Salute di Speranza stringevano le maglie soprattutto sulla fascia di popolazione da 0 a 20 anni.
«Durante la pandemia, l’allora governo italiano attuò una campagna vaccinale di massa senza conoscere quante persone avevano sviluppato un’immunità naturale. L’assenza della banca dati dei guariti è stata confermata dal professor Rezza. Abbiamo la conferma che le politiche in termini vaccinali hanno ignorato il principio di precauzione e il rapporto tra rischi e benefici», ha commentato Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia.
Se davvero i governi Conte e Draghi hanno commesso così tanti imperdonabili errori sulla pelle dei cittadini in pandemia, resta da capire per quale motivo scienziati come Rezza scelsero il silenzio anziché la protesta. E c’è sempre chi, come Giuseppe Ippolito (ex direttore scientifico dello Spallanzani di Roma e membro del Cts), non rinuncia a buttarla in politica: «L’epidemia di Ebola in Congo e Uganda risente del limitato supporto dato dagli Stati Uniti. L’uscita degli Usa dall’Oms, decisa da Trump, ha fatto sì che ci sia meno personale sul terreno». La colpa, insomma, è sempre del presidente Usa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 27 maggio 2026. Con il nostro Stefano Piazza analizziamo gli errori degli Usa in Iran.
Scontri tra manifestanti e membri della polizia boliviana durante una protesta che chiede le dimissioni del presidente boliviano Rodrigo Paz a La Paz (Ansa)
Da quasi un mese la Bolivia è paralizzata da proteste e blocchi stradali contro il presidente Rodrigo Paz. La sinistra guidata da Evo Morales contesta le riforme economiche del governo, mentre La Paz è stretta tra scontri, carenze e tensione sociale.
Un’ondata di proteste e blocchi stradali che chiedono le dimissioni del presidente Rodrigo Paz, in carica da appena sei mesi, sta scuotendo la Bolivia. Paz rappresenta il centrodestra cattolico e nello scontro elettorale ha superato due candidati di destra come Tuto Quiroga e Samuel Doria Medina. La sua politica economica guarda al neoliberismo, ma le organizzazioni sindacali e i movimenti di sinistra, capeggiati dall’ex presidente Evo Morales, hanno deciso di scatenare la piazza contro il suo governo.
Il nuovo presidente ha applicato una serie di misure per riformare la stagnante economia boliviana, che secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale, ha un Pil in diminuzione del 3,3% nel 2026, il calo più marcato dell'intera regione sudamericana. Paz ha tagliato molti sussidi statali creati dai governi di sinistra al potere da decenni e ha provato a impostare una riforma agraria che ha scatenato le proteste. I coltivatori di coca, detti cocaleros come Evo Morales, e gli agricoltori indigeni sono stati i protagonisti delle guerriglia urbana che ha messo a ferro e fuoco il paese andino.
La capitale economica La Paz è stata assediata dai blocchi stradali, guidati dal sindacato dei camionisti schierato con la sinistra, che la polizia ha affrontato con decisione e si contano già quattro morti e diverse centinaia di feriti. La rabbia ha raggiunto tutte le principali città boliviane e sabato scorso il convoglio del ministro dei lavori pubblici Mauricio Zamora è stato attaccato da manifestanti e per alcune ore sembrava che fosse finito in mano ai gruppi di protesta, che chiedono le dimissioni di Paz e nuove elezioni. L’attuale presidente ha un rapporto molto forte con l’Argentina e anche con Javier Milei, ma anche con Washington che non ha fatto mancare il suo sostegno politico alle azioni di Rodrigo Paz. La polizia ha utilizzato i bulldozer per rimuovere i blocchi costituita da rocce e pilastri di cemento, con l'obiettivo di agevolare l'afflusso di cibo e medicinali nella capitale, che non riceve rifornimenti ormai da giorni.
Dietro al caos boliviano c’è il partito di sinistra Mas (Movimento al socialismo) guidato da Morales, un politico screditato che deve affrontare un processo dove è accusato di aver avuto una relazione con una minorenne durante il suo ultimo mandato presidenziale. Paz sta tenendo aperti diversi canali di comunicazione con una parte politica della sinistra ed in segno di buona volontà ha annunciato un taglio del 50% del suo stipendio e di quello di tutti i ministri del suo governo. Ormai La Paz, la città più importante delle nazione adagiata sulle Ande, è entrata nella quarta settimana di blocchi e sta soffrendo una seria carenza di generi di prima necessità e soprattutto di carburante.
Il governo ha tentato di aprire un corridoio umanitario per permettere il passaggio, ma ci sono stati attacchi ai convogli che hanno fatto fallire questa operazione. Rodrigo Paz ha parlato alla televisione nazionale ed ha dichiarato che la Bolivia sta rischiando la bancarotta ed ha accusato la sinistra di voler governare pur essendo soltanto una minoranza e che vuole affamare il popolo. Nemmeno l’annuncio di un rimpasto governativo che potrebbe includere anche alcuni politici vicini al sindacato sembra aver ridotto la pressione, perché i sindacati degli agricoltori e la cosiddetta Centrale operaia boliviana, un network che raggruppa diverse sigle, rifiutano di partecipare ad ogni forma di dialogo. Paz è in una situazione molto complicata perché la sua posizione politica è piuttosto debole e non dispone di un’ampia maggioranza parlamentare, ma al momento non ha ancora dichiarato lo «stato di eccezione», che darebbe poteri straordinari alle forze dell’ordine, continuando a cercare il dialogo con i partiti e le organizzazioni di sinistra.
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