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2018-07-19
Dirigente del Cnr: drogare gli italiani così smetteranno di votare Salvini
L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega.
In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"».
Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza».
Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo».
La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti».
Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda.
In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali».
Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda.
«Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri.
Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr.
Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo.
Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti
Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca.
Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche».
Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi.
E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle.
Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto.
Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente».
Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi.
Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
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Gilberto Corbellini, direttore del dipartimento di Scienze umane e sociali, spiega che nel nostro Paese ci sono tantissimi «analfabeti funzionali» e domina la xenofobia. Ma, per fortuna, esiste una cura...Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti. L'esperimento, realizzato da un team di studiosi dell'Università di Bonn nel 2017, è basato sul celebre «ormone dell'amore».Lo speciale contiene due articoli. L'Italia è un Paese pieno di analfabeti funzionali, razzisti e xenofobi i quali, ovviamente, votano Matteo Salvini. La scienza permetterebbe di curarli, tramite somministrazione di dosi di un ormone chiamato ossitocina, così da renderli più accoglienti e meno disposti ad apprezzare gli orrendi populisti. A sostenerlo è Gilberto Corbellini, illustre storico della medicina, a lungo copresidente dell'associazione Luca Coscioni, docente all'Università La Sapienza di Roma e direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali del Cnr. Il Consiglio nazionale delle ricerche è la più grande struttura pubblica di ricerca in Italia, con oltre 8.000 dipendenti, e maneggia poco meno di 700.000.000 di euro di fondi pubblici. La sua missione, si legge sul sito ufficiale, è quella di «realizzare progetti di ricerca, promuovere l'innovazione e la competitività del sistema industriale nazionale, l'internazionalizzazione del sistema di ricerca nazionale, e di fornire tecnologie e soluzioni ai bisogni emergenti nel settore pubblico e privato». A quanto pare, secondo Corbellini, uno dei bisogni più impellenti del nostro Paese è quello di eliminare xenofobi, razzisti ed elettori della Lega. In un articolo uscito ieri sulla rivista Wired, il professore spiega: «L'Italia è uno dei Paesi più xenofobi d'Europa: il 70% ha paura degli immigrati e tra le 10 città europee più razziste 4 sono italiane (Torino, Bologna, Roma e Napoli). Il fatto che malgrado la riduzione dei reati (omicidi dimezzati in 10 anni) il 39% auspichi criteri meno rigidi per il possesso di armi la dice lunga». Dopo la frecciata sulla legittima difesa, Corbellini aggiunge: «Viviamo in un Paese profondamente egoista e xenofobo. Matteo Salvini è bravo a intercettare sentimenti largamente diffusi. È geniale lo slogan “prima gli italiani", che risuona nel cervello tribale di ognuno di noi come “la sopravvivenza del mio gruppo è minacciata da estranei e dobbiamo proteggere le nostre donne, i nostri figli, il nostro lavoro, le nostre case, etc"». Come mai siamo così razzisti e xenofobi? «Probabilmente», dice lo studioso, «conta il fatto che siamo sempre più un Paese di anziani, e anche che l'80% della popolazione è funzionalmente analfabeta. Si devono temere derive illiberali? Sì». Insomma, la situazione è grave e anche seria. Del resto, Corbellini lo aveva già scritto qualche mese fa sul Mattino: «La democrazia costituzionale ha verosimilmente esaurito la propria spinta propulsiva e sta crollando in parte sotto il peso del proprio successo ma soprattutto per l'assalto dell'ignoranza». Fortuna, però, che «esistono strategie per circoscrivere gli effetti socialmente destabilizzanti di xenofobia e razzismo». La xenofobia, precisa Corbellini (e qui ha ragione) «è nel nostro Dna», poiché «era un comportamento molto adattativo nel mondo preistorico». Tuttavia, «nel genoma c'è anche l'altruismo, e i contesti possono far prevalere l'uno o l'altro di questi tratti». Ed è proprio qui che entra in gioco la scienza. Il dirigente del Cnr cita una ricerca realizzata dall'Università di Bonn, di cui la Verità aveva dato conto nell'agosto del 2017. Qualcuno, quando pubblicammo l'articolo, fece dell'ironia, sostenendo che si trattasse di una bufala o comunque di una stupidaggine. In realtà, lo studio era parecchio autorevole, non a caso Corbellini lo prende molto sul serio. Il problema, infatti, non riguarda i fondamenti scientifici della ricerca in questione, ma i connotati politici di tutta la faccenda. In sostanza, gli scienziati tedeschi spiegavano che - somministrando dosi di ossitocina combinate con una sorta di «condizionamento sociale» - si può fare in modo che le persone diventino più favorevoli «all'accettazione e integrazione dei migranti nelle culture occidentali». Riassume Corbellini: «Lo stimolo combinato di ossitocina e influenza dei pari sembra dunque diminuire le motivazioni egoistiche, potenziando il comportamento altruistico verso i migranti. Se le persone di cui ci fidiamo come supervisori, vicini di casa o amici assumessero un ruolo modello, esibendo atteggiamento positivo verso i rifugiati, molte più persone probabilmente si sentirebbero motivate ad aiutare. In tale contesto pro-sociale», prosegue lo studioso, «l'ossitocina contribuirebbe ad aumentare la fiducia e minimizzare l'ansia». Capito? La soluzione al problema del razzismo esiste: basta drogare la popolazione e condizionarla con apposita propaganda. «Che farne di queste scoperte?», si chiede Corbellini. «Ci si potrebbe ragionare, ma nessun politico ha mostrato interesse». Beh, a dire il vero politici e governanti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno provato in tutti i modi a lavarci il cervello affinché diventassimo tutti fanatici dell'accoglienza (e ancora non hanno smesso). Certo, grazie al cielo non sono arrivati al punto di farci inalare l'ossitocina per renderci più mansueti e amorevoli verso gli stranieri. Corbellini, non per nulla, se ne rammarica. Proprio non gli va giù che quegli «analfabeti funzionali» degli italiani - anziani, per di più - sostengano in larga maggioranza le politiche dell'attuale governo in materia d'immigrazione. Fortuna che non l'hanno fatto ministro della Sanità, altrimenti chissà che cosa avrebbe combinato... In compenso, però, il nostro occupa un comodo scranno pubblico e riceve un discreto stipendio: «A titolo di corrispettivo dell'incarico è prevista una retribuzione fissa lorda annua, comprensiva della tredicesima mensilità, pari a 112.272,27 euro e una parte variabile non superiore a 28.068,07 euro», si legge sul sito del Cnr. Un compenso adeguato per uno scienziato di vaglia. E qui sta il punto: gli studiosi seri, di solito, si dedicano a questioni serie, evitando di impegnare il tempo a escogitare improbabili cure per gli elettori salviniani. I quali, tra l'altro, non sono xenofobi: semplicemente ne hanno le scatole piene dell'accoglienza indiscriminata. E pure dei sedicenti intellettuali che si ostinano a sproloquiare di razzismo e fascismo. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/dirigente-del-cnr-drogare-gli-italiani-cosi-smetteranno-di-votare-salvini-2587911710.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ossitocina-da-inalare-per-accettare-meglio-i-migranti" data-post-id="2587911710" data-published-at="1780003875" data-use-pagination="False"> Ossitocina da inalare per accettare meglio i migranti Gilberto Corbellini fa riferimento a una ricerca realizzata, circa un anno fa, da un gruppo di studiosi dell'Università ospedaliera di Bonn in collaborazione con il Laureate institute for brain research di Tulsa (Stati Uniti) e con l'Università di Lubecca. Lo studio (pubblicato sull'autorevole rivista scientifica Proceedings of the National academy of sciences of the Usa) parte da un presupposto interessante: «Mai come oggi gli individui hanno dovuto adattarsi ad ambienti sociali caratterizzati da una tanto grande diversità etnica e differenziazione culturale». Di questi tempi, spiegano gli studiosi, ci troviamo ad affrontare «uno dei più grandi movimenti di rifugiati dalla fine della Seconda guerra mondiale». Tuttavia, notano con amarezza i ricercatori di Bonn, gli europei non sono sempre proni come dovrebbero di fronte all'invasione. «La resistenza a questa transizione», scrivono, «spesso va di pari passo con il sentimento xenofobo e, di conseguenza, le recenti elezioni in Europa hanno favorito i candidati populisti che hanno espresso apertamente atteggiamenti xenofobi nei confronti dei rifugiati». Dunque, proseguono gli scienziati, «c'è un'urgente necessità di elaborare strategie per aiutare a favorire l'integrazione sociale dei rifugiati nelle società caucasiche». Così il team internazionale di ricercatori ha realizzato tre esperimenti. Per il primo sono stati utilizzati 183 soggetti, tutti tedeschi caucasici. Ciascuno di loro è stato fatto sedere davanti a un computer su cui scorrevano le schede di 50 persone in difficoltà e bisognose di un aiuto economico. 50 poveri: 25 tedeschi e 25 migranti. Ogni partecipante all'esperimento aveva a disposizione 50 euro. Poteva scegliere se donarli tutti ai bisognosi (un euro al massimo per ciascuno) oppure donarne solo una parte, tenendo il resto dei soldi per sé. Alla fine dell'esperimento, i partecipanti hanno scelto di donare oltre il 30% della somma a loro disposizione. Dato interessante: agli immigrati è andato il 19% di donazioni in più che ai poveri tedeschi. E veniamo al secondo esperimento. Sono stati reclutati 107 partecipanti. Per prima cosa, hanno dovuto rispondere a un questionario per mettere in chiaro quali fossero le loro opinioni sugli immigrati. Poi, i ricercatori di Bonn li hanno sottoposti a un procedimento analogo al precedente. Hanno dato a ciascuno 50 euro e li hanno invitati a donare. Questa volta, però, gli scienziati hanno compiuto un passo avanti. A metà dei partecipanti all'esperimento è stata somministrata - tramite spray nasale - una sostanza chiamata ossitocina. Si tratta di un ormone peptidico composto da 9 amminoacidi, anche conosciuto come «l'ormone dell'amore». La funzione principale dell'ossitocina, infatti, è quella di stimolare le contrazioni della muscolatura liscia dell'utero, cosa importante al momento del parto. Inoltre, questo ormone stimola le cellule dei dotti lattiferi delle mammelle. Secondo una recente ricerca della University of Maryland school of medicine, l'ossitocina aiuta a contrastare l'ansia e lo stress. In pratica, è una specie di condensato della felicità. Ma torniamo allo studio dell'Università di Bonn. Il secondo esperimento ha fornito un risultato rilevante. Le persone a cui era stata somministrata ossitocina hanno effettuato il doppio delle donazioni a favore dei bisognosi. Incredibile, vero? L'ormone dell'amore li ha resi più generosi e più solidali. Per gli scienziati, tuttavia, restava un problema: l'ossitocina funzionava soltanto sulle persone che - in base al questionario preliminare - risultavano essere favorevoli all'accoglienza degli immigrati. Su quanti, invece, si mostravano contrari, non aveva alcun effetto. Allora i ricercatori hanno effettuato un terzo esperimento, molto simile al secondo. Hanno preso un altro centinaio di tedeschi caucasici, a tutti hanno consegnato i soliti 50 euro per le donazioni e a metà di loro hanno somministrato ossitocina. Durante il procedimento, però, hanno fatto sapere alle «cavie» quanti soldi erano stati donati, in media, dai partecipanti all'esperimento precedente. Il risultato è stato strabiliante. A spiegarlo è Nina Marsh, una delle studiose del gruppo: «A quel punto, anche le persone con atteggiamento negativo verso i migranti hanno donato ai rifugiati il 74% in più a rispetto all'esperimento precedente». Per farla breve, è accaduto questo: i tedeschi drogati con l'ossitocina sono stati anche condizionati mentalmente. Gli è stato detto, infatti, che altre persone prima di loro avevano versato soldi agli immigrati. Tale «esempio positivo» li ha spinti a elargire ancora più denaro ai profughi. Che conclusione si possa trarre da tutto questo lo chiarisce Rene Hurlemann, responsabile del dipartimento di psichiatria dell'Università di Bonn: «Nelle giuste circostanze, l'ossitocina può aiutare a promuovere l'accettazione e l'integrazione degli immigrati nelle culture occidentali».
@Alpine Cars
Anche per questo, il rapporto d’affari tra Gucci e la scuderia francese Alpine-Renault, reso noto ieri, non dovrebbe stupire. Il demiurgo dell’intesa attiva dalla stagione 2027, il manager milanese di origini pugliesi Luca De Meo, a capo del gruppo Kering che include Gucci, ha un passato fruttuoso da dirigente nel mondo delle automobili (è stato ceo di Alpine) e ha studiato l’ingresso del marchio di moda nella Formula 1 non lesinando sui dettagli.
Gucci, di Alpine, diventa «title partner»: non soltanto uno sponsor, ma parte attiva della scuderia nata nel 1955, il cui nome diventerà Gucci Racing Alpine Formula One Team. Cambieranno pure i colori delle monoposto. Invece della combinazione di rosa e blu, è stato scelto un mix nero-oro per far risaltare l’emblematica «G» a corredo delle livree dei piloti e di un insieme di prodotti pensati ad hoc. Se per Francesca Bellettini, presidente e amministratore delegato di Gucci, l’accordo sarebbe «un riflesso della nostra ambizione e del ruolo che vogliamo, una convergenza unica di performance, cultura e portata globale, e Alpine è il partner giusto per dare vita a questa visione», è impossibile non pensare pure all’ingresso di Lmvh (nella fattispecie Louis Vuitton) come sponsor ufficiale del Mondiale in corso. Lo scopo di Liberty media, a capo della gestione commerciale del circus dei motori, era ben chiaro fin dai tempi in cui raccontò il mondo delle monoposto, dei box e dei piloti promuovendo la docuserie Netflix Drive to survive, che forgiò un immaginario accessibile a milioni di spettatori, tutti utenti di Instagram e TikTok, e ovviamente tutti consumatori spendenti: trasformare le corse in un red carpet costante.
Tra i fan potenziali, è lievitata la componente femminile sotto i 35 anni, per statistica tra le più stimolate agli acquisti nella moda. Quasi a dire: maschi sui motori, donne su ciò che li abbellisce, o magari viceversa. Non scordando un aspetto essenziale, la fascinazione degli sceicchi arabi per il mondo delle gare, indizio di per sé gravido di sottintesi danarosi. Già dai tempi di Benetton - il cui team manager era Flavio Briatore, oggi consigliere esecutivo di Alpine - si puntò su analoghe convergenze. Canonizzate poi dal ferrarista Lewis Hamilton, pilota leggendario, icona dandy, presunto fidanzato dell’influencer Kim Kardashian, appassionato di alta moda al punto da diventare volto della campagna Pink PP per Valentino DI.Vas e co-produttore di F1 - Il film, con Brad Pitt. Luca De Meo rimarca il bacino gargantuesco a cui Gucci vorrebbe mirare: nel 2024 la Formula 1 avrebbe registrato 6,5 milioni di spettatori presenti ai Gran Premi, 1,6 miliardi di spettatori televisivi cumulati e 97 milioni di seguaci sui social media, a cui è bene aggiungere l’analisi dell’agenzia Karla Otto e della piattaforma Lefty, secondo cui sarebbe il secondo sport da tenere in considerazione per contributo all’Earned media value (Emv) del settore moda. L’Emv è la metrica che stima il valore della visibilità ottenuta gratis, senza investimenti. Una pesca a strascico con reti dorate. Forse è il destino di tutti gli sport popolari, e però inarrivabili: affiancare alla componente agonistica la sensazione dell’evento glamour, all’etica, l’estetica, insomma il caravanserraglio diveniente del presente permanente.
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Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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