Il diesel galoppa a 2,04 euro al litro. Il governo non pensa al taglio accise
In Danimarca, dove in molte città si circola spesso in bici, il governo ha lanciato questo messaggio ai cittadini: «Please, please, please... se non avete proprio necessità, non usate l’auto». Un tentativo di limitare i consumi di carburante, in modo da conservare le riserve e soprattutto far risparmiare i cittadini.
Già, perché i prezzi al distributore stanno iniziando a diventare belli impegnativi. Secondo l’elaborazione di Quotidiano Energia sui dati comunicati dai gestori all’Osservaprezzi del ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornati alle 8 del 12 marzo, il prezzo medio nazionale della benzina in modalità self è salito a 1,819 euro al litro, rispetto a 1,814 euro della rilevazione precedente. Anche il diesel continua a crescere, arrivando a 2,039 euro al litro contro i 2,036 del giorno prima.
L’incremento riflette ovviamente l’andamento delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, che rispetto al 27 febbraio risultano più alte di 19,3 centesimi al litro per la benzina e di 33,7 centesimi per il gasolio, fanno sapere dal Mimit. Alla pompa i valori medi nazionali sono così aumentati di oltre 15 centesimi al litro per la benzina e di oltre 32 centesimi per il diesel. Un aumento che pesa direttamente sui costi della logistica in un Paese come l’Italia, dove circa l’80% delle merci viaggia su gomma. Secondo alcune stime del settore, il diesel alla pompa potrebbe registrare rincari complessivi del 30-35% rispetto alla fine del 2025, con un aggravio superiore a 11.000 euro l’anno per ogni camion dei piccoli trasportatori. Nonostante questo scenario, il governo esclude per il momento un intervento generalizzato sulle accise. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, riunendo la Commissione allerta rapida al Mimit, ha ricordato l’esperienza del 2022, spiegando che fu «una misura che si rivelò per lo più inefficace» e «troppo costosa» perché «non arrestò la spirale inflazionistica, che arrivò fino al 12,6%, oltre la media Ue». Inoltre, ha aggiunto il ministro, «si concentrò soprattutto sui ceti benestanti, poiché le famiglie con redditi più elevati sono anche quelle con maggiori consumi di carburante». L’esecutivo sta quindi valutando misure più selettive, come un credito d’imposta o interventi mirati per sostenere famiglie a basso reddito e imprese dell’autotrasporto.
Intanto i segnali di tensione sui prezzi iniziano a riflettersi anche su alcuni prodotti alimentari, in particolare nel comparto ortofrutticolo, già colpito dal maltempo dei mesi scorsi. Secondo il nuovo Osservatorio prezzi del Car (Centro agroalimentare Roma) i rincari più significativi colpiscono le eccellenze siciliane. I pomodori a grappolo balzano da 1,40 euro al chilo a 2,30 euro, mentre i ciliegini toccano quota 2,40. Tensioni analoghe si registrano su tutto il comparto orticolo, con le zucchine scure che salgono a 1,30 euro al chilo e i peperoni che raggiungono i 3 euro. Gli analisti sottolineano che «nonostante l’ingresso delle prime primizie primaverili, come gli asparagi pugliesi (fino a 6 euro) e i carciofi romaneschi locali (1,2 euro/pezzo contro una media di 0,6 euro), i prezzi restano sensibilmente superiori alle medie del periodo». Sul fronte della frutta, le temperature miti sostengono la domanda di fragole, con picchi che arrivano sui 4,50 euro al chilo per le produzioni di qualità della Basilicata. Al contrario, il comparto agrumi risente della fine della stagione per le arance Tarocco siciliane (1,60 euro), mentre resistono con ottima qualità gli ultimi volumi di mandarini nazionali della Costiera e della Sicilia, scambiati tra 1,5 e 1,80 euro al chilo.





