George Bernanos, celebre autore del “Diario di un curato di campagna”, nel secondo Dopoguerra ha tenuto una serie di conferenze straordinarie dedicate ai rischi della de-spirtualizzazione dell’Europa. In anticipo di decenni sulle prime, serie critiche filosofiche sui limiti del liberalismo e i rischi del dominio della tecnica, il grande scrittore coglieva, parlando ai giovani dei Paesi usciti dallo sterminio conclusosi con le due atomiche dei rischi dell’esaurimento per consunzione della civiltà europea, svuotata al suo interno da ciò che chiamava “macchine”. Ovvero una tecnica al servizio del potere, di cui il denaro diventa funzione in un meccanismo privo di contrappesi che cancella, mentre la proclama, la libertà degli uomini.
George Bernanos, celebre autore del “Diario di un curato di campagna”, nel secondo Dopoguerra ha tenuto una serie di conferenze straordinarie dedicate ai rischi della de-spirtualizzazione dell’Europa. In anticipo di decenni sulle prime, serie critiche filosofiche sui limiti del liberalismo e i rischi del dominio della tecnica, il grande scrittore coglieva, parlando ai giovani dei Paesi usciti dallo sterminio conclusosi con le due atomiche dei rischi dell’esaurimento per consunzione della civiltà europea, svuotata al suo interno da ciò che chiamava “macchine”. Ovvero una tecnica al servizio del potere, di cui il denaro diventa funzione in un meccanismo privo di contrappesi che cancella, mentre la proclama, la libertà degli uomini.
Sergio Mattarella durante la parata militare del 2 giugno in occasione dei festeggiamenti dell'80° anniversario della festa della Repubblica (Ansa)
Mattarella arriva alla parata repubblicana su una Lancia Flaminia scoperta per il saluto «magnanimo» al popolo. Poi, con i ragazzi, veste i panni del politico: «Siamo il risultato di tanti arrivi, dov’è il problema?».
Gli scafandri da palombaro e le tute da astronauta, ecco ciò che serve. I due equipaggiamenti, che sfilano su un camion nella solenne parata ai Fori Imperiali, sarebbero molto utili per camuffare le perplessità repubblicane davanti alla celebrazione così dolcemente monarchica della Festa della Repubblica.
A Roma va in scena il 2 giugno dominato dalla presenza regale di Sergio Mattarella, canuto sovrano da 11 anni (e per altri 3) di una nazione che 80 anni fa scelse di non avere più niente a che vedere con la monarchia. Eppure quasi ci risiamo, un po’ per acclamazione e un po’ per disperazione, mentre le Frecce Tricolori in volo sopra l’Altare della Patria rendono orgoglioso l’italiano e la Costituzione si conferma intoccabile come il Corano. C’è spazio persino per una predica politica. «Il popolo italiano è il risultato di tante migrazioni, di tanti apporti, e ciò non ci dispiace affatto, non lo consideriamo un problema», scandisce Mattarella in un confronto con un gruppo di under 35, «noi italiani abbiamo fornito seconde generazioni e quelle successive a molti Paesi d’Europa e delle Americhe. In fondo, è anche la nostra storia».
È la giornata di Re Sergio, così centrale in tutto, nella confortevole narrazione mainstream. 1) Al centro del palco, con due ali di quei corazzieri che qualche settimana fa hanno rischiato di suonare citofoni uruguagi per scoprire i retroscena della grazia a Nicole Minetti; 2) al centro dei complimenti, pure meritati per la sua sobria eleganza e per essere arrivato dal Quirinale su un’auto da sfilata d’epoca a Villa d’Este: Lancia Flaminia 335 scoperta del 1961, un gioiello che ci riconcilia con la tradizione e con il genio italiano dei motori dopo lo scempio della supposta Ferrari Luce (fioca); 3) al centro delle cronache rigorosamente genuflesse del Giornale Unico delle coscienze democratiche.
Il presidente-re in piedi sullo chassis saluta con la mano il popolo, «accompagnato nel magnanimo gesto da un dispiegamento di carabinieri in moto» (commento da Istituto Luce, fioco come la Ferrari).
Tutto alla perfezione secondo tradizione: la corona di fiori al Milite Ignoto, l’inno cantato da Andrea Bocelli, i bambini del reparto oncologico del Bambin Gesù accolti nei giardini del Quirinale, con la toccante foto con la piccola Sofia. Manca solo il lancio dei paracadutisti per via del troppo vento, con il rischio di doverne recuperare qualcuno nel Tevere o sulla cupola di San Pietro. Tutto secondo tradizione, anche le parole. «Guardando indietro questi 80 anni di Storia, con quello che ne è derivato di crescita dei diritti, di tutela della salute e difesa del lavoro, si può dire che la Repubblica ha corrisposto a quanto ci si attendeva, alle aspettative che quel voto espresse», spiega Mattarella.
Alla fine della parata il presidente offre un passaggio al ministro della Difesa, Guido Crosetto, e sente il dovere di aggiungere: «Nella fase storica che il mondo sta attraversando, caratterizzata da luci e ombre, le donne e gli uomini delle forze armate confermano la loro vocazione a concorrere alla costruzione della pace e della sicurezza globali. Le forze armate hanno impeccabilmente espresso lo spirito e le forti motivazioni che ne animano le donne e gli uomini, contribuendo a rappresentare un popolo orgoglioso della propria storia e della propria cultura».
Si riferisce a noi italiani e il passaggio ha un retrogusto di sano nazionalismo, incomprensibile per gruppettari global come Elly Schlein, che infatti se ne sta alla larga come Giuseppe Conte. Si nota anche l’assenza di Matteo Salvini, giustificata così da Ignazio La Russa: «Ognuno è dove vuole. Dell’opposizione non ho visto neppure un capogruppo». Il leader della Lega sarebbe rimasto al ministero dei Trasporti, «al lavoro per evitare lo sciopero dell’11 giugno» (fonte Mit). Comunque posta sui social: «Buona Festa della Repubblica, un pensiero a chi contribuisce con il lavoro di ogni giorno alla crescita del Paese, un ringraziamento ai costruttori di pace». Il governo è quasi al completo e il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, rappresenta anche la Lega.
Vorrebbero partecipare a tutti i costi gli ambientalisti, ma a modo loro, con striscioni, fumogeni e altro materiale da «antagonisti». In sei vengono fermati dalle forze dell’ordine e denunciati per invasione di area off limits e resistenza a pubblico ufficiale. Per il resto zero polemiche, quest’anno nessuno a sinistra sembra scomporsi neppure per il passaggio marziale in parata degli incursori della Marina, eredi nello spirito della Decima Mas. Zero fremiti, quando si muovono i monarchi in pectore tutto deve essere perfetto.
Giorgia Meloni è anch’essa in prima fila, ha accompagnato Mattarella alla cerimonia del Milite Ignoto e sottolinea: «Questa è una festa di riconoscenza e di responsabilità. Riconoscenza per chi ha costruito ciò che abbiamo oggi con grandi storie e piccoli gesti. Responsabilità perché dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani. Abbiamo tutte le carte in regola per essere ambiziosi, mi piacerebbe che fosse anche una festa di orgoglio». Dettaglio curioso: il premier indossa un paio di sneakers. «Devo fare la scala dell’Altare della Patria, mi serve una scarpa comoda. E se qualcuno storce il naso non mi importa».
Nel 2 giugno regale c’è spazio anche per un congedo molto pubblicizzato da siti e agenzie. È quello di «Briciola», il cagnolino mascotte dei carabinieri che per 12 anni ha sfilato con la fanfara del 4º reggimento a cavallo. Meticcia di piccola taglia, «nel 2022 una sua capriola nel cortile d’onore riuscì a strappare un sorriso al presidente». Non è un corgi ma per la narrazione va bene uguale.
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Un soldato mascherato dello Stato Islamico con una bandiera dell'Isis (Getty Images)
Nell’ordinanza con cui il gip di Milano ha convalidato il fermo del ventunenne, emergono anche canti jihadisti e foto di Abu Bakr Al-Baghdadi. Ad allarmare gli inquirenti la saldatura tra l’estremismo islamico e frange suprematiste.
«Non c’è nulla, proprio nulla oggi che incuta timore nei cuori dei nemici di Allah come le operazioni di martirio». Il 30 maggio Zakaria Ben Haddi, il ventunenne marocchino nato a Vimercate e residente in Brianza, aveva consegnato questo precetto ai suoi seguaci sui social, innescando la spirale investigativa che nel giro di poche ore ha portato prima al suo fermo e poi all’arresto.
«Il martirio». Una parola non isolata tra i contenuti pubblicati dal giovane su Instagram e su TikTok e che lui stesso ha provato a spiegare durante l’interrogatorio davanti al pubblico ministero Alessandro Gobbis.
«Ciò che mi ha più colpito del martirio è la dedizione a una causa», ha affermato, schietto, Ben Haddi durante una verbalizzazione a tratti surreale. Nelle 16 pagine dell’ordinanza con cui il gip del Tribunale di Milano Rosanna Mongiardo ha convalidato il fermo disposto dalla Procura sfilano fotografie di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato islamico ucciso nel 2019, canti religiosi utilizzati dalla propaganda jihadista, immagini di combattenti armati e contenuti che, secondo gli investigatori, avevano finalità propagandistiche. Ma che per l’indagato avevano un intento «unicamente informativo». Una tesi che sembra scontrarsi, però, con gli altri messaggi pubblicati. A tre raccolte fotografiche su Instagram aveva affibbiato dei nomi eloquenti: «Obl», acronimo di Osama Bin Laden, «Sermone Califfo» e «Martirio».
Nella prima aveva fissato dichiarazioni in cui gli attentatori dell’11 settembre venivano definiti «eroi». Seguite da questo messaggio: «L’America non sognerà sicurezza finché noi non la vivremo come realtà in Palestina». La seconda conteneva con molta probabilità i predicozzi del suo imam preferito. Nella terza, invece, c’erano frasi di questo tenore: «L’amore per il martirio scorre nelle mie vene». Ma anche l’immagine di un combattente con un giubbotto esplosivo. Infine, la foto della pedaliera di un veicolo con la presenza di un pulsante applicato al pedale del freno, «con probabilità», sottolinea il gip, «destinato all’attivazione di un ordigno» e «con ulteriore riferimento al martirio da parte di voci narranti».
Ed è a questo punto che per gli investigatori è diventato particolarmente sospetto il contenuto di un altro post, che riportava la notizia dell’attentato a Modena del 15 Maggio. L’indagato ha provato a liquidarla così: «È stato un fatto che mi ha colpito molto, è stata una tragedia inaspettata». Di fatto, però, secondo il giudice, avrebbe invece «adottato comportamenti dissimulatori al fine di eludere l’attenzione degli organi investigativi». Lo proverebbe «il ricorso a generalità di fantasia per la creazione dei plurimi profili social». Ma, soprattutto, «il ricorso, verosimile, alla Taqiyya, ovvero alla dissimulazione della propria fede religiosa», che sarebbe «evincibile» perché «ha affermato di non essere credente e di non condividere i metodi della Shaaria». Ecco le sue parole: «Non è giusto punire con la pena di morte la stregoneria, non sono credente e non vedo nella Shaaria un modello di legislazione compatibile con i miei ideali».
Che, però, aveva esplicitato in modo diverso online: «Ogni esercito dei kuffar», scriveva Ben Haddi, «ha una filosofia, ha un fondamento per combattere. Quella filosofia è che si vince contro il nemico sfruttando ciò che ama di più. E cioè la loro vita e la loro ricchezza». Fino alla conclusione: «Quando si trovano di fronte a un nemico a cui non importa davvero della propria vita, l’intera psicologia viene capovolta». «Come si può notare», interpreta il giudice, «viene fatto riferimento al martirio quale arma contro i “nemici di Allah”». L’esegesi giudiziaria è questa: «Viene inteso nel senso di sacrificare la propria vita ai fini della guerra tra i credenti e gli infedeli (i «kuffar»)».
Ma c’è un altro messaggio che, agli occhi degli inquirenti, deve aver reso poco credibile le spiegazioni di Ben Haddi. Quello stesso giorno l’indagato ripubblica un post di un altro utente che recita: «Non incolparmi per quello che farò domani, perché sto facendo la cosa giusta». Ad accompagnarlo compare un commento di Ben Haddi che, tradotto letteralmente, significa «meno zero, in arrivo». A quel punto gli investigatori hanno deciso di approfondire l’origine del messaggio. L’analisi dell’account porta alla scoperta di ulteriori elementi ritenuti allarmanti. Nella biografia compare la frase: «31 maggio 2026, sarà il giorno ragazzi». E quel «meno zero, in arrivo» è stato letto come un conto alla rovescia rispetto alla data indicata: la sera del 30 maggio mancavano ormai «zero giorni». E siccome aveva anche richiesto a un internauta danese «l’inoltro» di un video «relativo alla fabbricazione di un ordigno artigianale», il pm ha ritenuto che gli ingredienti c’erano già tutti. Compreso un biglietto aereo di sola andata per il Marocco, con partenza programmata per il 9 giugno. «Lo hanno acquistato i miei genitori […]. Mi è stato detto che avrei dovuto seguire dei corsi di preparazione e quindi sarei dovuto rimanere lì», ha provato a schermarsi l’indagato.
Finché gli investigatori della Digos non hanno scoperto che il suo nome era comparso anche in una chat dal titolo «Terza posizione (movimento politico neofascista fondato alla fine degli anni Settanta, ndr)», indicata come «suprematista» e finita in un’altra indagine sfociata nell’arresto di un diciannovenne italo-albanese pavese: Matteo Celibashi. Qui Ben Haddi si era addentrato in una discussione su un ipotetico «colpo di Stato», osservando che sarebbe «impossibile» realizzarlo nelle condizioni attuali perché mancherebbero persone sufficientemente organizzate. I
n un’altra occasione aveva pubblicato la fotografia di un bambino biondo dagli occhi azzurri accompagnandola con la frase «chiaramente è superiore a te», replicando a un utente che gli aveva scritto: «Tu sei africano, non sei superiore a nessuno». Gli investigatori vi trovano discussioni che ruotano attorno al terrorismo internazionale e ai conflitti mediorientali. È la saldatura che più preoccupa gli analisti dell’intelligence. Suprematisti e jihadisti, spiegò alla Verità il capo del Servizio anti eversione Daniele Calenda, intervistato dal vicedirettore Giacomo Amadori, «hanno un obiettivo comune. Razzisti e jihadisti hanno lo stesso nemico, gli ebrei». Ma Ben Haddi, probabilmente sulla scia dello stesso intento dissimulatorio richiamato più volte dal gip, afferma: «Io non aderisco a correnti fasciste o neonaziste ma ammetto che in quel periodo avevo interesse per la politica di Terza posizione, ma non a quella degli anni Settanta». Il giudice, però, non deve avergli creduto.
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Orcel supera il 30% della banca tedesca, ma con i derivati la quota è ben superiore. E mancano due settimane alla chiusura dell’offerta pubblica di scambio. Il mercato dà una lezione al governo di Berlino che da tempo si sta opponendo all’operazione.
Alla fine il mercato ha fatto quello che la politica tedesca sperava di evitare. Ha dato ragione all’ad di Unicredit Andrea Orcel e torto al cancelliere Friedrich Merz. Mentre a Berlino continuano a spiegare che l’offerta della banca italiana su Commerzbank non sarebbe adeguata, gli azionisti stanno mandando un messaggio molto più semplice.
Stanno consegnando le azioni. Da mesi il cancelliere Merz, il governo federale e i vertici di Commerzbank ripetono la stessa litania: l’offerta di UniCredit non sarebbe adeguata, il progetto industriale non sarebbe convincente, la banca tedesca dovrebbe restare tedesca. Il problema è che i mercati finanziari non votano alle elezioni. Soprattutto non leggono i comunicati. Guardano i numeri. E i numeri raccontano una storia molto diversa. Ieri UniCredit ha annunciato di avere superato il 30% di Commerzbank, raggiungendo il 34,4% del capitale.
Oltre alle azioni possedute direttamente, UniCredit dispone di una rete di strumenti derivati costruita negli ultimi mesi insieme ad alcune grandi banche d’affari internazionali. Considerando l’insieme di queste posizioni, la quota sale al 50,8%. Insomma Andrea Orcel ha già prenotato la maggioranza di Commerzbank. Per mesi il governo federale ha trattato la banca di Francoforte come una sorta di castello medievale da difendere dall’invasore straniero. Una visione suggestiva ma poco compatibile con la realtà dei mercati. Commerzbank non è una cattedrale gotica. Non è la Porta di Brandeburgo. Non è neppure il castello di Neuschwanstein. È una società quotata. E le società quotate hanno un difetto terribile per i governi: appartengono agli azionisti. Gli stessi che, nonostante le proteste del management e le riserve dell’esecutivo, stanno continuando ad aderire all’offerta. L’Ops di UniCredit continua a essere a sconto rispetto al mercato. L’offerta prevede infatti lo scambio di 0,485 azioni UniCredit per ogni titolo Commerzbank e, ai prezzi correnti, risulta inferiore di circa il 3% rispetto alle quotazioni di Borsa. In teoria il comportamento razionale sarebbe un altro. Vendere i titoli sul mercato e incassare subito qualcosa in più. Eppure una quota significativa di investitori ha scelto una strada diversa. Ha aderito e mancano altre due settimane al termine dell’offerta.
È un fatto che vale più di cento dichiarazioni ufficiali. Perché quando un azionista accetta un prezzo inferiore a quello disponibile sul mercato significa che guarda oltre il valore immediato. Significa che considera credibile il progetto industriale, oppure ritiene che la partita non sia ancora conclusa e che il valore finale dell’operazione possa essere superiore. In entrambi i casi il giudizio implicito è favorevole a Orcel. E sfavorevole a chi si oppone. Da questo punto di vista il mercato sta impartendo una lezione piuttosto severa alla politica tedesca. Una lezione che ricorda altri momenti della storia economica europea. Ogni volta che un governo ha cercato di fermare un’operazione transfrontaliera appellandosi all’interesse nazionale, ha scoperto che i capitali hanno una fastidiosa tendenza a ignorare i confini. I soldi non possiedono il passaporto. Seguono la convenienza.
Naturalmente la battaglia non è ancora terminata. Restano le autorizzazioni regolamentari. Restano le resistenze politiche. Resta il tentativo del management di Commerzbank guidata dall’ad Bettina Orlopp di convincere gli azionisti che l’indipendenza rappresenti la scelta migliore. Ma qualcosa è cambiato. E quel qualcosa si misura nei numeri. Quando una banca straniera supera il 34% del capitale e arriva a controllare economicamente oltre il 50% del gruppo, non siamo più nella fase delle intenzioni. Siamo nella fase dei fatti. Persino all’interno dell’establishment tedesco qualcuno sembra averlo compreso. Non è passato inosservato l’intervento di Thomas Gross, presidente dell’associazione delle banche pubbliche tedesche e amministratore delegato di Helaba. Gross ha aperto alla possibilità che l’operazione possa rafforzare la concorrenza nel sistema bancario tedesco. Un’affermazione apparentemente prudente ma politicamente significativa. Perché certifica che il muro eretto contro UniCredit non è più compatto come qualche mese fa. Le crepe cominciano a vedersi. E quando le crepe compaiono in una diga, gli ingegneri sanno che il problema non è l’acqua che passa oggi. È quella che passerà domani.
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Donald Trump (Ansa)
- Il tycoon furioso con l’alleato: «Colpa tua se adesso tutti quanti odiano Israele». Marco Rubio positivo sui negoziati per il nucleare, da cui dipende lo sblocco dei fondi.
- Fox diffonde voci sulle dimissioni del presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Che lamenta l’ascesa dei pasdaran.
Lo speciale contiene due articoli
Scricchiola seriamente l’asse tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo Axios, lunedì, durante una telefonata, i due leader avrebbero avuto un litigio furibondo. «Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo motivo», avrebbe detto il presidente americano al premier israeliano. Descritto letteralmente come «furioso», Trump, oltre ad accusare l’interlocutore di ingratitudine, gli avrebbe anche chiesto: «Che cazzo stai facendo?» In particolare, l’inquilino della Casa Bianca era irritato dagli attacchi militari dello Stato ebraico contro il Libano: attacchi che hanno messo a repentaglio il processo diplomatico in corso tra Washington e Teheran. Non dimentichiamo infatti che, per l’Iran, un eventuale accordo con gli Stati Uniti dovrebbe includere anche la cessazione delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Del resto, è stato a seguito dei nuovi raid di Gerusalemme su Beirut che, lunedì, la Repubblica islamica aveva reso noto di voler interrompere le trattative con gli americani. Ieri, un membro dello staff di Netanyahu, pur negando che fossero volati degli insulti, ha ammesso che la telefonata tra il premier e l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stata «tesa».
Come che sia, alla fine del colloquio, Trump sembrava essere riuscito a imporre un cessate il fuoco per Beirut. «Non ci saranno truppe dirette a Beirut e tutte le truppe che erano in viaggio sono già state rimandate indietro. Allo stesso modo, tramite rappresentanti di alto livello, ho avuto un’ottima conversazione con Hezbollah, e hanno concordato che tutti gli scontri a fuoco cesseranno», ha dichiarato su Truth lunedì. «Ho parlato questa sera con il presidente Trump e gli ho detto che, se Hezbollah non smetterà di sparare contro le nostre città e i nostri cittadini, Israele colpirà obiettivi terroristici a Beirut», ha affermato, nelle stesse ore, il premier israeliano. «Questa nostra posizione rimane invariata. Allo stesso tempo, le Forze di difesa israeliane continueranno a operare come previsto nel Libano meridionale», ha continuato. «Non accetteremo un cessate il fuoco parziale», ha invece dichiarato Hezbollah.
In questo contesto, ieri lo Stato ebraico ha proseguito le operazioni belliche nel Sud del Libano, mentre il Dipartimento di Stato americano ha ospitato a Washington un nuovo ciclo di colloqui tra funzionari di Beirut e Gerusalemme. Al contempo, riferendosi agli attacchi israeliani contro il Paese dei Cedri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, ha dichiarato che «se i crimini israeliani dovessero continuare, Teheran non solo sospenderà i colloqui in corso con gli Stati Uniti, ma si opporrà anche al regime israeliano». Dal canto suo, lunedì, parlando con Abc News, Trump ha espresso un cauto ottimismo diplomatico, dicendo che un accordo tra Washington e Teheran potrebbe essere raggiunto «entro la prossima settimana». Ieri, Marco Rubio, oltre a definire le operazioni militari contro la Repubblica islamica «un grande successo», ha affermato che gli ayatollah potrebbero accettare di trattare su «aspetti del loro programma nucleare che solo un mese fa, solo un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare». Il segretario di Stato americano ha inoltre sottolineato che la revoca delle sanzioni sarà subordinata a dei progressi sul dossier atomico più che alla sola riapertura di Hormuz. Rubio ha anche riferito che la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, sarebbe sempre più coinvolta «a qualche livello» nei negoziati: negoziati che, sempre ieri, il presidente statunitense ha smentito si siano interrotti.
In generale, la partita tra Trump e Netanyahu sta diventando sempre più tesa. Quando hanno iniziato la guerra all’Iran a fine febbraio, i due leader avevano vari obiettivi in comune: impedire al regime khomeinista di acquisire l’arma atomica, limitare il suo programma missilistico e cercare di indebolire la sua rete di proxy regionali. Al contempo però i due leader hanno mostrato di avere obiettivi geostrategici divergenti. Netanyahu vorrebbe un regime change in piena regola a Teheran oppure promuovere un Iran significativamente decentralizzato (o anche spezzettato, vista la sua apertura al coinvolgimento curdo). Non a caso, appena l’altro ieri, è tornato a dire che il regime khomeinista «è destinato a crollare».
Trump è invece favorevole a una soluzione venezuelana: dopo aver decapitato il regime khomeinista, punta, cioè, a scegliersi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, non prima di averlo adeguatamente addomesticato. Il presidente americano vuole infatti stabilizzare la situazione, evitando il pantano e creando le basi per una cooperazione con Teheran sul fronte petrolifero. Una prospettiva, quella della Casa Bianca, a cui Netanyahu guarda con estrema freddezza. Non è del resto un mistero che il premier israeliano abbia mal sopportato sia il cessate il fuoco sia i recenti negoziati tra Usa e Iran, sentendosi marginalizzato e considerandoli un pericolo strategico per lo Stato ebraico. Senza poi trascurare le pressioni interne che Netanyahu subisce per sradicare Hezbollah: pressioni che stanno aumentando in vista delle elezioni di ottobre per la Knesset. Sono questi i nodi venuti al pettine durante la telefonata tra Trump e il premier israeliano l’altro ieri.
Pezeshkian il dialogante è all’angolo. Teheran verso una «junta» militare?
I delicati contatti tra Iran e Stati Uniti sembrerebbero essere entrati in una fase di stallo che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già estremamente fragile per la Repubblica Islamica. Secondo fonti vicine alla leadership di Teheran, lo scambio di messaggi tra i due Paesi sarebbe stato sospeso da diversi giorni, interrompendo un percorso diplomatico che aveva come obiettivo la definizione di un memorandum preliminare destinato a gettare le basi per un accordo più ampio. La notizia è stata riportata dall’agenzia iraniana Fars, considerata vicina ai Guardiani della rivoluzione. Una fonte informata ha spiegato che il dialogo si sarebbe fermato dopo la proposta avanzata da Washington sull’arricchimento dell’uranio. Teheran non avrebbe ancora fornito una risposta definitiva e starebbe valutando con cautela il testo presentato dagli Stati Uniti.
Secondo la stessa fonte, la leadership iraniana continua a nutrire una profonda diffidenza nei confronti di Washington, ritenuta responsabile di aver violato in passato gli impegni assunti. Per questo motivo, il regime sostiene di voler ottenere garanzie concrete e benefici tangibili prima di compiere qualsiasi passo. Mentre la diplomazia rallenta, sul piano militare il clima continua a deteriorarsi. Un alto funzionario iraniano ha dichiarato che il Paese non intende rinunciare al proprio programma nucleare e che qualsiasi tentativo di imporre condizioni considerate inaccettabili verrà respinto. Nelle stesse ore, il generale Mohammad Jafar Asadi, vice comandante delle Guardie rivoluzionarie, ha ribadito che un eventuale confronto armato con gli Stati Uniti sarebbe inevitabile qualora Washington cercasse di costringere Teheran a rinunciare alle proprie capacità strategiche. Toni ancora più duri sono arrivati dal portavoce delle Guardie rivoluzionarie, il generale Hossein Salami. Secondo il comandante «l’Iran è pronto a reagire a qualsiasi scenario di guerra».
Dietro la retorica bellica, tuttavia, emergono segnali sempre più evidenti di rottura all’interno del sistema di potere iraniano. Nelle ultime ore il presidente Masoud Pezeshkian avrebbe presentato una lettera al leader supremo Mojtaba Khamenei denunciando l’impossibilità di esercitare pienamente le proprie funzioni. Nella missiva, il presidente avrebbe evidenziato come il progressivo trasferimento del potere verso i Guardiani della rivoluzione stia svuotando di significato il ruolo delle istituzioni civili. Pezeshkian, secondo Fox, avrebbe inoltre affermato di non essere più in grado di governare efficacemente il Paese e di adempiere alle responsabilità affidategli dagli elettori, arrivando a dimettersi.
Da tempo gli osservatori segnalano come i pasdaran abbiano esteso il loro controllo ben oltre la sfera militare, assumendo un ruolo dominante nell’economia, nella politica estera e negli apparati di sicurezza della Repubblica Islamica. Il rischio concreto è che questa guerra possa far sprofondare l’Iran in una sorta di «giunta militare» senza alcuno spazio per chi, come Pezeshkian, prova a dialogare. Per il regime guidato dai pasdaran si profila però uno scenario particolarmente pericoloso. Da una parte, la possibilità di un confronto militare con Israele o con gli Stati Uniti; dall’altra, il rischio di un progressivo deterioramento della situazione interna. Se la crisi diplomatica dovesse trasformarsi in una rottura definitiva, l’Iran potrebbe sprofondare in un incubo persino peggiore di quello attuale: isolamento internazionale, paralisi economica e una crescente frattura tra il potere militare e una popolazione sempre più esasperata dalle difficoltà quotidiane. Di questo è convinto il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che su X ha scritto: «Le fondamenta del regime del terrore in Iran sono state minate. Non sarà mai più quello di prima e vi dico che, alla fine, crollerà».
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