• A oggi sono 666 i provvedimenti non ancora promulgati che rendono impossibile realizzare le riforme varate dalle ultime legislature.
  • L’eredità del centrosinistra a Giuseppe Conte è stata molto pesante. A luglio del 2018 l’osservatorio Openpolis calcolava in 641 i decreti attuativi ancora da adottare, di cui 251 risalenti all’ex sindaco e 390 a quello guidato dal suo successore dopo la sconfitta del referendum.
  • A quasi due anni dall’entrata in vigore del Codice sul Terzo settore che ha riscritto le regole fiscali e civilistiche per gli enti non profit, i dettagli della riforma non sono stati ancora inviati alla Commissione europea.

Lo speciale contiene tre articoli.

Le riforme non riformano. Prima vengono annunciate, poi promesse, poi rimandate, poi riannuciate e, infine, annacquate in Parlamento. Certo: alcune diventano leggi dello Stato, ma l’iter è stato talmente lungo, tortuoso, compromissorio che alla fine le riforme che dovevano riformare… non riformano. Perché tutto questo? La colpa è dei governi. Numeri alla mano, ad oggi ci sono 666 decreti attuativi ancora non promulgati che rendono impossibile realizzare al 100% le riforme varate dalle due ultime legislature. In molti casi, tra l’altro, sono pure scaduti i termini previsti dalla legge. Insomma, un vero e proprio pasticcio causato dalla lentezza della politica e, forse, dall’eccessiva ambizione di chi ha promesso e varato delle riforme senza avere la determinazione o le competenze tecniche per portarle a termine.

Ma andiamo con ordine. In base all’ultimo conteggio dell’Ufficio per il programma di governo di Palazzo Chigi (datato 30 aprile 2019), l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha varato finora 8 riforme (comprese la legge di stabilità 2019 e il decreto Genova). Per attuarle sono necessari 284 decreti che devono essere emanati dai ministeri coinvolti, dal presidente del Consiglio o da altre istituzioni pubbliche. Finora, però, ne sono stati “bollati” soltanto 48. Un esempio? Il Dl sicurezza, sbandierato a fine 2018 dal ministro dell’Interno Matteo Salvini come la soluzione definitiva per il fenomeno dell’immigrazione. Ebbene, per rendere pienamente operativa quella legge servirebbero 17 decreti attuativi. Peccato che finora se ne sia visto soltanto uno.

Ma la colpa non è soltanto dell’attuale esecutivo. Anzi. I governi che si sono dati il cambio nella precedente legislatura hanno lasciato un’eredità pesante ai propri successori. Il primo esecutivo della scorsa legislatura è stato quello di Enrico Letta, a Palazzo Chigi dall’aprile 2013 al febbraio 2014, il quale ha emanato 314 decreti attuativi per realizzare le sue riforme, lasciandone 12 ancora da adottare. A questi se ne sono aggiunti altri 139, rimasti in sospeso dopo l’addio di Matteo Renzi a Palazzo Chigi avvenuto il 4 dicembre 2016. Ma il fardello più grosso è quello di Paolo Gentiloni: in un anno e mezzo di governo, l’ex premier dem ha attuato soltanto il 48,4% delle riforme varate dai suoi ministri. In totale ha lasciato in eredità ben 279 decreti al governo gialloblu.

A onor del vero non tutti questi provvedimenti sono necessari: spesso capita che alcune misure siano sorpassate da riforme che, sempre per usare un giro di parole, riformano le riforme precedenti. Ci sono poi quelle leggi in parte auto-applicative e che per entrare in vigore non necessitano di ulteriori interventi. Quasi sempre, però, i provvedimenti più corposi (e quindi più incisivi) per essere pienamente operativi non possono sfuggire allo strumento del decreto attuativo. Perciò poco importa se poi non si ha il tempo o i mezzi per portarli a compimento: l’importante è poter dire di aver approvato quanto promesso. Tanto poi a completare quelle riforme ci penserà qualcun altro. Forse.

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