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2019-05-13
Persi per strada 666 decreti attuativi. L'eredità di Renzi e Gentiloni è già in buona compagnia
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Le riforme non riformano. Prima vengono annunciate, poi promesse, poi rimandate, poi riannuciate e, infine, annacquate in Parlamento. Certo: alcune diventano leggi dello Stato, ma l'iter è stato talmente lungo, tortuoso, compromissorio che alla fine le riforme che dovevano riformare… non riformano. Perché tutto questo? La colpa è dei governi. Numeri alla mano, ad oggi ci sono 666 decreti attuativi ancora non promulgati che rendono impossibile realizzare al 100% le riforme varate dalle due ultime legislature. In molti casi, tra l'altro, sono pure scaduti i termini previsti dalla legge. Insomma, un vero e proprio pasticcio causato dalla lentezza della politica e, forse, dall'eccessiva ambizione di chi ha promesso e varato delle riforme senza avere la determinazione o le competenze tecniche per portarle a termine.
Ma andiamo con ordine. In base all'ultimo conteggio dell'Ufficio per il programma di governo di Palazzo Chigi (datato 30 aprile 2019), l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha varato finora 8 riforme (comprese la legge di stabilità 2019 e il decreto Genova). Per attuarle sono necessari 284 decreti che devono essere emanati dai ministeri coinvolti, dal presidente del Consiglio o da altre istituzioni pubbliche. Finora, però, ne sono stati "bollati" soltanto 48. Un esempio? Il Dl sicurezza, sbandierato a fine 2018 dal ministro dell'Interno Matteo Salvini come la soluzione definitiva per il fenomeno dell'immigrazione. Ebbene, per rendere pienamente operativa quella legge servirebbero 17 decreti attuativi. Peccato che finora se ne sia visto soltanto uno.
Ma la colpa non è soltanto dell'attuale esecutivo. Anzi. I governi che si sono dati il cambio nella precedente legislatura hanno lasciato un'eredità pesante ai propri successori. Il primo esecutivo della scorsa legislatura è stato quello di Enrico Letta, a Palazzo Chigi dall'aprile 2013 al febbraio 2014, il quale ha emanato 314 decreti attuativi per realizzare le sue riforme, lasciandone 12 ancora da adottare. A questi se ne sono aggiunti altri 139, rimasti in sospeso dopo l'addio di Matteo Renzi a Palazzo Chigi avvenuto il 4 dicembre 2016. Ma il fardello più grosso è quello di Paolo Gentiloni: in un anno e mezzo di governo, l'ex premier dem ha attuato soltanto il 48,4% delle riforme varate dai suoi ministri. In totale ha lasciato in eredità ben 279 decreti al governo gialloblu.
A onor del vero non tutti questi provvedimenti sono necessari: spesso capita che alcune misure siano sorpassate da riforme che, sempre per usare un giro di parole, riformano le riforme precedenti. Ci sono poi quelle leggi in parte auto-applicative e che per entrare in vigore non necessitano di ulteriori interventi. Quasi sempre, però, i provvedimenti più corposi (e quindi più incisivi) per essere pienamente operativi non possono sfuggire allo strumento del decreto attuativo. Perciò poco importa se poi non si ha il tempo o i mezzi per portarli a compimento: l'importante è poter dire di aver approvato quanto promesso. Tanto poi a completare quelle riforme ci penserà qualcun altro. Forse.
Il centrosinistra ha snobbato i decreti attuativi sulla riforma del terzo settore
«L'aumento delle tasse per volontariato e terzo settore è semplicemente una vergogna». A dirlo era l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni con un tweet contro il governo gialloblu di Giuseppe Conte lo scorso 24 dicembre. Peccato che anche i governi di centrosinistra non si siano particolarmente distinti nell'aiuto di associazioni di volontariato o di promozione sociale. O meglio la riforma fatta di concerto con l'Unione Europea non sarà terminata nel 2020.
A quasi due anni dall'entrata in vigore del Codice che ha riscritto le regole fiscali e civilistiche per gli enti non profit (il Dlgs 117/2017), i decreti attuativi della riforma non sono stati ancora inviati alla Commissione europea, che deve verificare la compatibilità delle nuove regole con la disciplina degli aiuti di Stato nel mercato unico. Del resto quando fu approvata era il 2016, tra brindisi e applausi dall'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Era il 26 maggio di 3 anni fa. Il non profit festeggiava la fine di un percorso articolato, ma l'approvazione è stato l'inizio di un calvario. Per diventare operativa, la legge ha ancora bisogno di ben 41 decreti attuativi, tra decreti della presidenza del consiglio dei ministri, decreti ministeriali, decreti interministeriali, linee guida. Al momento ne sono stati approvati solo 9. Altri 4 sono in dirittura d'arrivo e attendono la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Insomma un nulla di fatto.
Che non è di sicuro solo responsabilità di questo governo, ma anche di quello di Gentiloni. «Il Governo, finché è in carica, vada avanti con i decreti che mancano al completamento della Riforma del Terzo settore», spiegava l'anno scorso il parlamentare di Forza Italia Antonio Palmieri, a marzo, durante la travagliata fase di nascita del nuovo esecutivo gialloblu. E aggiungeva: «Il governo non consideri questo periodo di stallo come un'occasione per tirare i remi in barca, ma punti dritto all'obiettivo, mantenendo viva il confronto con il Forum del Terzo settore. Anche perché i tempi per un nuovo governo sono difficili da prevedere». Non fu fatto nulla.
La pesante eredità di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: 641 iter fermi
L'eredità dei governi di centrosinistra al governo Conte è stata molto pesante per la chiusura di alcuni provvedimenti. A luglio del 2018 l'osservatorio Openpolis calcolava in 641 i decreti attuativi ancora da adottare, di cui 251 risalenti al governo Renzi e 390 a quello guidato dal suo successore dopo la sconfitta del referendum. Del resto, le leggi e i decreti legislativi adottati dall'esecutivo Renzi hanno richiesto in totale 840 provvedimenti attuativi. Il 70 per cento di questi (589) è stato già adottato. Per quanto riguarda invece la squadra guidata da Paolo Gentiloni erano previsti nel complesso 564 decreti attuativi. Di questi sono stati adottati 174 (il 30 per cento). Il risultato è che sono molte le leggi chiave della scorsa legislatura che restano ancora incomplete.
Per il governo Renzi si possono citare sia lo Sblocca Italia – spiega Openpolis – a cui mancavano ancora 6 decreti attuativi sui 38 previsti, sia il decreto banche (4 su 7). Restavano da adottare, poi, la metà dei 30 decreti attuativi previsti per il Nuovo codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 50/2016), altri 9 decreti (su 31) per la legge 221/2015 sulla Green economy, altri 3 (su 28) per la 107/2015 la 'Buona scuola' e 5 (su 8) per quanto riguarda il decreto legislativo 45 del 2014 sulla gestione dei rifiuti radioattivi. Necessitavano, invece, di un solo decreto diverse norme, tra le quali il decreto competitività, la legge sulla violenza negli stadi, la riforma della Giustizia.
Per l'esecutivo Gentiloni ci sono, tra gli altri, da segnalare il ddl concorrenza (ancora 8 provvedimenti attuativi da adottare su 13) e il decreto fiscale (11 su 19). Sempre dai precedenti governi sono stati adottati solo due, poi, dei 15 decreti previsti dal decreto legislativo 147/2017 sul Reddito di inclusione e il contrasto alla povertà. Resta in stand by il Codice dell'amministrazione digitale (decreto legislativo 217/2017) che di decreti attuativi ne prevede sette. «I provvedimenti attuativi possono avere delle scadenze temporali entro cui essere adottati» – ricordava l'osservatorio civico –.« Più tempo passa, più rischiano di scadere i termini previsti per l'adozione, più è probabile che la legge rimanga tronca».
«Il governo Conte» – spiegava l'osservatorio – «dovrà quindi decidere quanti e quali energie dedicare a perfezionare il lavoro lasciato a metà dai suoi predecessori, visto che alcuni provvedimenti chiave risultano ancora incompleti».
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A oggi sono 666 i provvedimenti non ancora promulgati che rendono impossibile realizzare le riforme varate dalle ultime legislature.L'eredità del centrosinistra a Giuseppe Conte è stata molto pesante. A luglio del 2018 l'osservatorio Openpolis calcolava in 641 i decreti attuativi ancora da adottare, di cui 251 risalenti all'ex sindaco e 390 a quello guidato dal suo successore dopo la sconfitta del referendum.A quasi due anni dall'entrata in vigore del Codice sul Terzo settore che ha riscritto le regole fiscali e civilistiche per gli enti non profit, i dettagli della riforma non sono stati ancora inviati alla Commissione europea.Lo speciale contiene tre articoli.Le riforme non riformano. Prima vengono annunciate, poi promesse, poi rimandate, poi riannuciate e, infine, annacquate in Parlamento. Certo: alcune diventano leggi dello Stato, ma l'iter è stato talmente lungo, tortuoso, compromissorio che alla fine le riforme che dovevano riformare… non riformano. Perché tutto questo? La colpa è dei governi. Numeri alla mano, ad oggi ci sono 666 decreti attuativi ancora non promulgati che rendono impossibile realizzare al 100% le riforme varate dalle due ultime legislature. In molti casi, tra l'altro, sono pure scaduti i termini previsti dalla legge. Insomma, un vero e proprio pasticcio causato dalla lentezza della politica e, forse, dall'eccessiva ambizione di chi ha promesso e varato delle riforme senza avere la determinazione o le competenze tecniche per portarle a termine.Ma andiamo con ordine. In base all'ultimo conteggio dell'Ufficio per il programma di governo di Palazzo Chigi (datato 30 aprile 2019), l'esecutivo guidato da Giuseppe Conte ha varato finora 8 riforme (comprese la legge di stabilità 2019 e il decreto Genova). Per attuarle sono necessari 284 decreti che devono essere emanati dai ministeri coinvolti, dal presidente del Consiglio o da altre istituzioni pubbliche. Finora, però, ne sono stati "bollati" soltanto 48. Un esempio? Il Dl sicurezza, sbandierato a fine 2018 dal ministro dell'Interno Matteo Salvini come la soluzione definitiva per il fenomeno dell'immigrazione. Ebbene, per rendere pienamente operativa quella legge servirebbero 17 decreti attuativi. Peccato che finora se ne sia visto soltanto uno.Ma la colpa non è soltanto dell'attuale esecutivo. Anzi. I governi che si sono dati il cambio nella precedente legislatura hanno lasciato un'eredità pesante ai propri successori. Il primo esecutivo della scorsa legislatura è stato quello di Enrico Letta, a Palazzo Chigi dall'aprile 2013 al febbraio 2014, il quale ha emanato 314 decreti attuativi per realizzare le sue riforme, lasciandone 12 ancora da adottare. A questi se ne sono aggiunti altri 139, rimasti in sospeso dopo l'addio di Matteo Renzi a Palazzo Chigi avvenuto il 4 dicembre 2016. Ma il fardello più grosso è quello di Paolo Gentiloni: in un anno e mezzo di governo, l'ex premier dem ha attuato soltanto il 48,4% delle riforme varate dai suoi ministri. In totale ha lasciato in eredità ben 279 decreti al governo gialloblu.A onor del vero non tutti questi provvedimenti sono necessari: spesso capita che alcune misure siano sorpassate da riforme che, sempre per usare un giro di parole, riformano le riforme precedenti. Ci sono poi quelle leggi in parte auto-applicative e che per entrare in vigore non necessitano di ulteriori interventi. Quasi sempre, però, i provvedimenti più corposi (e quindi più incisivi) per essere pienamente operativi non possono sfuggire allo strumento del decreto attuativo. Perciò poco importa se poi non si ha il tempo o i mezzi per portarli a compimento: l'importante è poter dire di aver approvato quanto promesso. Tanto poi a completare quelle riforme ci penserà qualcun altro. Forse.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decreti-attuativi-2636788418.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-centrosinistra-ha-snobbato-i-decreti-attuativi-sulla-riforma-del-terzo-settore" data-post-id="2636788418" data-published-at="1781734760" data-use-pagination="False"> Il centrosinistra ha snobbato i decreti attuativi sulla riforma del terzo settore «L'aumento delle tasse per volontariato e terzo settore è semplicemente una vergogna». A dirlo era l'ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni con un tweet contro il governo gialloblu di Giuseppe Conte lo scorso 24 dicembre. Peccato che anche i governi di centrosinistra non si siano particolarmente distinti nell'aiuto di associazioni di volontariato o di promozione sociale. O meglio la riforma fatta di concerto con l'Unione Europea non sarà terminata nel 2020. A quasi due anni dall'entrata in vigore del Codice che ha riscritto le regole fiscali e civilistiche per gli enti non profit (il Dlgs 117/2017), i decreti attuativi della riforma non sono stati ancora inviati alla Commissione europea, che deve verificare la compatibilità delle nuove regole con la disciplina degli aiuti di Stato nel mercato unico. Del resto quando fu approvata era il 2016, tra brindisi e applausi dall'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Era il 26 maggio di 3 anni fa. Il non profit festeggiava la fine di un percorso articolato, ma l'approvazione è stato l'inizio di un calvario. Per diventare operativa, la legge ha ancora bisogno di ben 41 decreti attuativi, tra decreti della presidenza del consiglio dei ministri, decreti ministeriali, decreti interministeriali, linee guida. Al momento ne sono stati approvati solo 9. Altri 4 sono in dirittura d'arrivo e attendono la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Insomma un nulla di fatto. Che non è di sicuro solo responsabilità di questo governo, ma anche di quello di Gentiloni. «Il Governo, finché è in carica, vada avanti con i decreti che mancano al completamento della Riforma del Terzo settore», spiegava l'anno scorso il parlamentare di Forza Italia Antonio Palmieri, a marzo, durante la travagliata fase di nascita del nuovo esecutivo gialloblu. E aggiungeva: «Il governo non consideri questo periodo di stallo come un'occasione per tirare i remi in barca, ma punti dritto all'obiettivo, mantenendo viva il confronto con il Forum del Terzo settore. Anche perché i tempi per un nuovo governo sono difficili da prevedere». Non fu fatto nulla. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/decreti-attuativi-2636788418.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-pesante-eredita-di-matteo-renzi-e-paolo-gentiloni-641-iter-fermi" data-post-id="2636788418" data-published-at="1781734760" data-use-pagination="False"> La pesante eredità di Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: 641 iter fermi L'eredità dei governi di centrosinistra al governo Conte è stata molto pesante per la chiusura di alcuni provvedimenti. A luglio del 2018 l'osservatorio Openpolis calcolava in 641 i decreti attuativi ancora da adottare, di cui 251 risalenti al governo Renzi e 390 a quello guidato dal suo successore dopo la sconfitta del referendum. Del resto, le leggi e i decreti legislativi adottati dall'esecutivo Renzi hanno richiesto in totale 840 provvedimenti attuativi. Il 70 per cento di questi (589) è stato già adottato. Per quanto riguarda invece la squadra guidata da Paolo Gentiloni erano previsti nel complesso 564 decreti attuativi. Di questi sono stati adottati 174 (il 30 per cento). Il risultato è che sono molte le leggi chiave della scorsa legislatura che restano ancora incomplete. Per il governo Renzi si possono citare sia lo Sblocca Italia – spiega Openpolis – a cui mancavano ancora 6 decreti attuativi sui 38 previsti, sia il decreto banche (4 su 7). Restavano da adottare, poi, la metà dei 30 decreti attuativi previsti per il Nuovo codice dei contratti pubblici (decreto legislativo 50/2016), altri 9 decreti (su 31) per la legge 221/2015 sulla Green economy, altri 3 (su 28) per la 107/2015 la 'Buona scuola' e 5 (su 8) per quanto riguarda il decreto legislativo 45 del 2014 sulla gestione dei rifiuti radioattivi. Necessitavano, invece, di un solo decreto diverse norme, tra le quali il decreto competitività, la legge sulla violenza negli stadi, la riforma della Giustizia. Per l'esecutivo Gentiloni ci sono, tra gli altri, da segnalare il ddl concorrenza (ancora 8 provvedimenti attuativi da adottare su 13) e il decreto fiscale (11 su 19). Sempre dai precedenti governi sono stati adottati solo due, poi, dei 15 decreti previsti dal decreto legislativo 147/2017 sul Reddito di inclusione e il contrasto alla povertà. Resta in stand by il Codice dell'amministrazione digitale (decreto legislativo 217/2017) che di decreti attuativi ne prevede sette. «I provvedimenti attuativi possono avere delle scadenze temporali entro cui essere adottati» – ricordava l'osservatorio civico –.« Più tempo passa, più rischiano di scadere i termini previsti per l'adozione, più è probabile che la legge rimanga tronca».«Il governo Conte» – spiegava l'osservatorio – «dovrà quindi decidere quanti e quali energie dedicare a perfezionare il lavoro lasciato a metà dai suoi predecessori, visto che alcuni provvedimenti chiave risultano ancora incompleti».
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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