
L’eolico offshore inciampa ancora su se stesso, questa volta in Danimarca. L’Agenzia danese per l’energia, la scorsa primavera, aveva indetto un’asta per le concessioni di tre parchi eolici offshore nel Mare del Nord, ma è andata deserta. Si tratta di una prima tranche di concessioni, per impianti con un totale di 3.000 Mw di potenza elettrica. La seconda tranche, per altri 3.000 Mw di impianti, dovrebbe essere messa all’asta nel prossimo aprile, ma visti gli esiti di questa prima tornata il processo potrebbe subire dei cambiamenti. A questi 6.000 Mw di potenza eolica potrebbero essere aggiunti altri 4.000 con una estensione delle concessioni a certe condizioni.
Il ministro danese per il Clima si è detto molto deluso dall’esito dell’asta, da cui si aspettava non solo i lauti incassi delle concessioni, ma anche l’avvio di 3.000 Mw di potenza eolica, che avrebbero raddoppiato il parco impianti danese.
A quanto pare, però, sono proprio le condizioni delle concessioni ad aver dissuaso gli operatori dal partecipare. Infatti, aggiudicandosi la concessione gli operatori non avrebbero avuto diritto ad alcun sussidio né incentivo. Gli operatori avrebbero dovuto pagare il canone di concessione (su 30 anni) e tenersi come socio al 20% lo Stato danese, null’altro.
Nessuna azienda ha presentato offerte a queste condizioni. Un fallimento notevole per un’asta annunciata in pompa magna lo scorso aprile, come la più grande di sempre per la Danimarca. Ma evidentemente l’assenza di sussidi rende l’investimento non attrattivo. Il perché è presto detto: trattandosi di parchi eolici nel Mare del Nord, già molto popolato di impianti, quando c’è molto vento il prezzo nel Nord Europa va a zero, e anzi sempre più spesso diventa negativo. Ma chi investirebbe per vendere l’energia a prezzi negativi, cioè dovendo pagare perché l’energia sia venduta al mercato? Ovviamente nessuno. È l’effetto cosiddetto cannibalizzazione, che riguarda anche gli impianti fotovoltaici: poiché tutti gli impianti producono nello stesso momento, in certe zone di mercato (definite dai limiti delle reti di trasporto dell’energia) il prezzo si schianta e precipita a zero, o sotto lo zero. I possessori di impianti con incentivi incassano il sussidio, ma gli impianti «a mercato» no. In altre parole, le fonti rinnovabili oltre un certo limite vanno in saturazione e senza sussidi non sono redditizie.
Questo limite delle fonti rinnovabili è ben noto, ma evidentemente si è finto sinora che il problema non esistesse.
Dunque, gli investimenti in fonti rinnovabili muoiono a causa della loro stessa abbondanza: uno dei tanti paradossi del Green deal, di cui qui abbiamo tante volte parlato. Due sono i rimedi a questa situazione.
Il primo è, appunto, il sussidio, come è stato fatto sinora per molta della potenza rinnovabile installata e come in Italia prevede, ad esempio, il nuovo decreto Fer 2 in vigore dallo scorso agosto (dm 19 giugno 2024). Questo prevede per l’eolico offshore a fondamenta fisse un incentivo pari a 185 euro/Mwh.
Il secondo rimedio sono gli accumuli. Questi, molto costosi e a loro volta percettori di sussidi, dovrebbero raccogliere l’energia prodotta dalle fonti rinnovabili in eccesso rispetto alla domanda, per poi rilasciarla quando le stesse fonti non producono per assenza di sole e di vento.
Questo meccanismo permetterebbe di dare un prezzo sopra lo zero anche all’energia prodotta in eccesso rispetto alla domanda. Ciò implica però che per ogni kilowatt aggiuntivo di potenza eolica o fotovoltaica è necessario un kilowatt di accumulo. Altrimenti, per come funziona il sistema del prezzo marginale, si verificheranno sempre momenti con prezzi negativi.
Per lo sviluppo delle rinnovabili, dunque, servono in parallelo sussidi o accumuli: entrambi costano fior di quattrini, che diventano oneri di sistema in bolletta. Anche questa volta non ci vuole molto a capire chi pagherà.






