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2022-11-30
La crescita del jihadismo salafita nel Sahel
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Lo scorso 22 novembre il colonnello Abdoulaye Maïga, primo ministro ad interim del governo golpista del Mali, ha rilasciato questa dichiarazione: «Il governo di transizione ha deciso di vietare, con effetto immediato, tutte le attività svolte dalle Ong che operano in Mali con finanziamenti o con il supporto materiale o tecnico della Francia, anche in campo umanitario». La decisione è arrivata dopo che la stessa Francia ha deciso di interrompere gli aiuti ufficiali allo sviluppo del Mali. Una presa di posizione (non ancora notificata ufficialmente) che ha mandato su tutte le furie la giunta militare maliana che da tempo è ai ferri corti con Parigi, che ogni anno dal 2013 ha inviato in Mali oltre 100 milioni di euro in aiuti pubblici allo sviluppo e aiuti umanitari. La sospensione degli aiuti metterà a rischio 70 progetti di sviluppo in un Paese dove almeno il 35% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere (7,5 milioni di persone) e qui va ricordato come il ministero degli Esteri francese aveva più volte detto che «la Francia avrebbe mantenuto gli aiuti umanitari e un certo sostegno alle organizzazioni della società civile maliana».
Si tratta dell’ennesimo strappo tra Parigi e Bamako entrate in rotta di collisione dal colpo di Stato in Mali del 2020 e dopo il progressivo avvicinamento della giunta militare golpista alla Russia (e conseguente distacco dalla sfera d’influenza francese), che qui ha inviato i mercenari della Compagnia militare privata Wagner per fermare i gruppi jihadisti che da un decennio fomentano un'insurrezione che ogni giorno - come vedremo in seguito - fa decine di morti anche tra la popolazione civile. Ma la presenza dei miliziani russi ha migliorato la situazione? No e per certi versi l’ha persino peggiorata, visto che in tutto il Sahel la guerra tra al-Qaeda e Isis prosegue sempre più cruenta mentre i mercenari russi della Wagner impegnati nella regione hanno fallito la loro missione e ora devono difendersi non solo dai jihadisti che gli danno la caccia ma anche dalla popolazione civile che li accusa di atrocità dopo che in alcuni villaggi i miliziani russi hanno sparato sulla popolazione civile. Victoria Nuland, sottosegretario per gli affari politici del Dipartimento di Stato americano, ha dichiarato che «la capacità degli Stati Uniti di aiutare il Mali dal punto di vista della sicurezza è ora fortemente limitata dalla scelta che il governo del Mali ha fatto di affidarsi al Wagner Group». Gli Stati Uniti, la Francia e altre nazioni occidentali accusano la giunta di aver assunto la compagnia Wagner, cosa che le autorità maliane negano visto che sostengono che stanno collaborando con l'esercito russo a livello statale. Secondo il sottosegretario per gli affari politici del Dipartimento di Stato «la giunta maliana ha invitato nel Paese la compagnia Wagner e il terrorismo è notevolmente peggiorato», ed in effetti le sue affermazioni sono veritiere visto che negli ultimi sei mesi gli attacchi terroristici sono aumentati di circa il 30% e quanto afferma la giunta golpista che sostiene «di aver voltato pagina nella lotta all'insurrezione e di aver messo in fuga i gruppi jihadisti negli ultimi mesi» è inverosimile. La stessa Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle nazioni unite in Mali (Minusma) si è lamentata più volte del fatto che la giunta militare sta limitando le sue operazioni: «Siamo preoccupati che queste forze non siano interessate alla sicurezza e all'incolumità del popolo del Mali, ma invece siano interessate ad arricchirsi e a scavare nel sottosuolo nel Paese e stiano peggiorando la situazione del terrorismo».
I numeri del terrorismo nel Sahel

Il Global Terrorism Index (Gti) ha rilevato un aumento sostanziale dell'attività estremista violenta nel Sahel tra il 2007 e il 2021 con Burkina Faso, Mali e Niger che hanno registrato rispettivamente 732, 572 e 554 morti in più nel 2021 rispetto al 2007. Inoltre il Gti evidenzia che «le morti per terrorismo nel Sahel nel 2021 hanno rappresentato il 35% delle morti globali per terrorismo rispetto all'1% nel 2007. I primi sette mesi del 2022 hanno sottolineato la persistenza della violenza in tutta la regione, con un numero maggiore di incidenti in aumento posto nei paesi dell'Africa occidentale, in particolare nel nord del Ghana, Benin e Togo». Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici, ad esempio le forze armate e di polizia deboli, mal equipaggiate e talvolta corrotte, i governi instabili a loro volta corrotti e incapaci di occuparsi della popolazione, scarsa fiducia nelle istituzioni politiche, scarsissime opportunità di lavoro e i cambiamenti climatici.
Il grande equivoco su al-Qaeda

Molti osservatori sono convinti che al-Qaeda sia diventata quasi irrilevante nel panorama del terrorismo globale perché il gruppo sembra aver rinunciato a compiere attacchi terroristici eclatanti, tuttavia, un recente rapporto del gruppo di monitoraggio del supporto analitico e delle sanzioni delle Nazioni Unite, che assume informazioni dalle intelligence degli Stati membri delle Nazioni Unite, ha stabilito che «al-Qaeda intende essere riconosciuta nuovamente come leader del jihad globale. La propaganda di al-Qaeda è ora meglio sviluppata per competere con l'Isis come attore chiave nell'ispirare l'ambiente di minaccia internazionale, e alla fine potrebbe diventare una maggiore fonte di minaccia diretta». Il motivo principale che spinge alcuni studiosi a ritenere che al-Qaeda abbia perso la sua rilevanza è che, nell'ultimo decennio, il gruppo ha perso il suo fondatore, Osama bin Laden, e innumerevoli altre figure di spicco, tra cui il suo successore, Ayman al-Zawahiri, il che potrebbe spiegare perché non ha effettuato operazioni di rilievo.
Tutto vero, ma al-Qaeda e l'ideologia dietro di essa sono rimaste fonte di preoccupazione tanto che la valutazione annuale delle minacce del 2022 ha rilevato che «al-Qaeda ha sempre più devoluto la responsabilità operativa agli affiliati regionali mentre si è allontanata dal complotto diretto a livello centrale». Tale dichiarazione spiega perché Avril Haines, il direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, ha avvertito nella stessa valutazione che «il terrorismo rimane una minaccia persistente per le persone e per gli interessi degli Stati Uniti in patria e all'estero ed è probabile che al-Qaeda continui a sforzarsi di condurre attacchi negli Stati Uniti». Andando oltre il gruppo reale e il pericolo che esso, i suoi affiliati, i sostenitori e i simpatizzanti pongono, c'è la propagazione secondo il report del Gti, dell’al-qaedaismo, una potente ideologia-strategia che richiede pazienza e persino un compromesso politico nel perseguimento dell'obiettivo di trasformare la Comunità musulmana (umma) lontana dai rituali sincretici culturali, tribali e popolari che sono arrivati a inquinare l'Islam. L'ideologia-strategia di al-Qaeda cerca di infondere questioni locali principalmente politiche e azioni che coinvolgeranno e motiveranno i giovani ad agire con l'ideologia transnazionale salafita-jihadista di al-Qaeda. Al-Qaeda ha incoraggiato lo sviluppo di filiali e affiliati potenti e pericolosi. Nella penisola arabica e nel Medio Oriente c'è al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap); in Africa c'è al-Shabaab, al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aquim), Jama'at Nasr al-Islam wal Muslimin (Jnim) e Jamaat Ansar al Muslimeen fi Bilad al Sudan; e nell'Asia meridionale c'è al-Qaeda nel subcontinente indiano (Aqis).
I gruppi collegati o affiliati ad al-Qaeda Central continuano a organizzare efficaci campagne di terrore, alcuni anche contro obiettivi statunitensi come la sparatoria del 2019 alla Naval Air Station di Pensacola, in Florida, da parte del cittadino saudita Mohammed Alshamrani, mantenendo così l'ideologia salafita-jihadista di al-Qaeda sempre viva. Altri, principalmente nel Sahel e nel Nord Africa, sembrano più moderati nella loro militanza, poiché cercano di conquistare i locali, indebolire i governi nazionali, intimidire e respingere l'intervento straniero e preparare il terreno per l'islamizzazione della regione. In altre parole, sembrerebbe che al-Qaeda abbia trovato un modo per integrare la conoscenza e l'esperienza della vecchia guardia con l'entusiasmo della generazione più giovane, mentre i nuovi leader cercano di stabilirsi in nuove sfere del jihad. E lo Stato islamico? La sua strategia è piuttosto misteriosa anche se è piuttosto evidente che il gruppo abbia compreso che è impossibile o quasi ricreare il Califfato nel 2022 in Iraq e in Siria, un fatto che spiega il perché ha considerato l'Africa come il continente-chiave della sua insurrezione globalizzata. La strategia dello Stato islamico in luoghi come l'Africa occidentale, il Sahel, il Congo orientale e il Mozambico settentrionale è quella di impegnarsi in un'insurrezione. L'intenzione è quella di compiere attacchi mordi e fuggi utili a provocare una diffusa instabilità, ricordando anche alle comunità locali che i militari non possono proteggerle, così si rivolgono allo Stato islamico che ora cerca di continuo lo scontro con al-Qaeda.
Sembra che ci siano tre tipi di gruppi terroristici nel Sahel. Esistono gruppi jihadisti transnazionali con legami ufficiali o semiufficiali con al-Qaeda Central. I gruppi che meglio lo caratterizzano sono Aqim e Jnim. Dall'altra parte, ci sono gruppi con legami con lo Stato islamico come lo Stato islamico nella provincia dell'Africa occidentale e lo Stato islamico nel Grande Sahara. Questi gruppi adottano un approccio glocalista in base al quale cercano di infondere questioni locali, come le lamentele socio-economiche-politiche, con un'agenda salafita-jihadista. Uno dei leader di Jnim ha dichiarato: «Il nostro obiettivo è mobilitare la umma per sollevare l'ingiustizia da essa e combattere l'occupante francese e i suoi associati e agenti che occupano la nostra terra, corrompono la nostra religione e saccheggiano la nostra ricchezza finché non lasciano il nostro paese e per attuare la giustizia e shura, e governa la nostra terra con la legge del nostro Signore». Gli affiliati dello Stato islamico in Africa occidentale e nel Sahel hanno giurato fedeltà all'autoproclamato leader iracheno dello Stato islamico, Abu Hasan al-Hashemi al-Quraishi (ucciso il 3 febbraio 2022), basandosi così sul precedente impegno tra i gruppi del Sahel e l'Islamic State Central. Probabilmente sperano che la Centrale dello Stato Islamico continui a inviare loro materiale di educazione fisica e religiosa e sostegno finanziario se portano avanti la loro insurrezione jihadista. Tuttavia, la distanza significa anche che gli affiliati locali potrebbero scegliere come lavorare con l'Islamic State Central, in particolare quando si tratta di teologia, che è troppo rigida e puritana per il Sahel.
Tutti i gruppi salafiti-jihadisti che operano nel Sahel vogliono rovesciare lo status quo esistente e installare i propri sistemi di governo, dando vita a stati proto-jihadisti. Tuttavia, la regione ha già vissuto un simile stato, con l'Emirato islamico di Azawad, durato circa nove mesi. Osservando l'attuale strategia di gruppi come il Jnim, sembra più probabile che questi gruppi stiano cercando di adottare un modello diverso, basato sull'insurrezione talebana in Afghanistan. Nell'ottobre 2020, il gruppo ha rilasciato una dichiarazione in cui invitava i francesi a ritirarsi dal Mali «proprio come gli americani sono partiti dall'Afghanistan». Tra i gruppi terroristici che operano in Mali, il Jnim sembra più aperto a negoziare con il governo in quanto riconosce che il governo di Bamako sta affrontando condanne e sanzioni regionali e internazionali a seguito dei colpi di stato del 18 agosto 2020 e del 24 maggio 2021. Tuttavia, l'aumento della violenza in tutto il Sahel suggerisce che il Jnim e altri gruppi jihadisti salafiti saheliani abbiano alzato troppo la posta, poiché le loro incessanti campagne, insieme all'aumento del banditismo, hanno minato la pace e la sicurezza locali. La crescente insicurezza ha fatto sì che, nel caso del Mali, ci siano stati diversi colpi di stato, che, a loro volta, hanno portato all'imposizione di sanzioni e all'obbrobrio generale. Le relazioni tese tra Bamako e Parigi, insieme alla campagna del presidente francese Emmanuel Macron per un secondo mandato presidenziale, hanno fatto sì che i maliani non possano più fare affidamento sulla Francia, e per estensione sull'Europa, per il sostegno, poiché entrambi riconoscono che la loro capacità di sconfiggere l'insurrezione è limitata.
Questo ha creato le condizioni che hanno portato il Mali e l'Unione africana a risolvere i problemi da soli così l'esercito, che ha rifiutato di cedere il potere senza ricorrere ad armi o sostegno, ha contattato entità come la compagnia militare privata Wagner per aiutarlo a contrastare l'insurrezione salafita-jihadista nella speranza che sconfiggendo gli insorti, coloro che avevano commesso il colpo di stato sarebbe perdonato. Tuttavia, entità come il Gruppo Wagner sono eccezionalmente spietate e hanno dovuto affrontare accuse di gravi violazioni dei diritti umani, il che gioca a favore dei salafiti-jihadisti poiché affermano che il governo non può fornire sicurezza alla popolazione, cosa che i gruppi tendono a fornire in aree che controllano. In secondo luogo, i salafiti-jihadisti dimostrano che il governo è in debito con gli stranieri che hanno compiuto atrocità contro i maliani.
Le prospettive di un ulteriore intervento europeo o americano nel Sahel e nell'Africa occidentale nel prossimo futuro sono alquanto improbabili, dando a questi gruppi il respiro per consolidare e cementare i guadagni che hanno ottenuto negli ultimi anni. La securitizzazione dell'immigrazione irregolare da parte dell'Europa è servita a creare maggiore instabilità, poiché gli attori locali argineranno il flusso di migranti irregolari solo finché saranno pagati per farlo. Ha anche significato che le comunità locali dipendono dalla generosità europea per contrastare il movimento delle persone, invece di sviluppare le loro economie locali. Se la comunità internazionale è seriamente intenzionata ad arginare il flusso di migranti irregolari e ad affrontare la crescente minaccia del jihadismo salafita, deve affrontare i problemi alla radice nel Sahel. Ciò inizia con la consapevolezza che i confini nella regione sono in gran parte fittizi, creati oltre un secolo fa in Europa, che non riflettono la realtà sul terreno.
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Il Global Terrorism Index (Gti) ha rilevato un aumento sostanziale dell'attività estremista violenta nel Sahel tra il 2007 e il 2021 con Burkina Faso, Mali e Niger che hanno registrato rispettivamente 732, 572 e 554 morti in più nel 2021 rispetto al 2007.Lo scorso 22 novembre il colonnello Abdoulaye Maïga, primo ministro ad interim del governo golpista del Mali, ha rilasciato questa dichiarazione: «Il governo di transizione ha deciso di vietare, con effetto immediato, tutte le attività svolte dalle Ong che operano in Mali con finanziamenti o con il supporto materiale o tecnico della Francia, anche in campo umanitario». La decisione è arrivata dopo che la stessa Francia ha deciso di interrompere gli aiuti ufficiali allo sviluppo del Mali. Una presa di posizione (non ancora notificata ufficialmente) che ha mandato su tutte le furie la giunta militare maliana che da tempo è ai ferri corti con Parigi, che ogni anno dal 2013 ha inviato in Mali oltre 100 milioni di euro in aiuti pubblici allo sviluppo e aiuti umanitari. La sospensione degli aiuti metterà a rischio 70 progetti di sviluppo in un Paese dove almeno il 35% della popolazione ha bisogno di aiuti umanitari per sopravvivere (7,5 milioni di persone) e qui va ricordato come il ministero degli Esteri francese aveva più volte detto che «la Francia avrebbe mantenuto gli aiuti umanitari e un certo sostegno alle organizzazioni della società civile maliana».Si tratta dell’ennesimo strappo tra Parigi e Bamako entrate in rotta di collisione dal colpo di Stato in Mali del 2020 e dopo il progressivo avvicinamento della giunta militare golpista alla Russia (e conseguente distacco dalla sfera d’influenza francese), che qui ha inviato i mercenari della Compagnia militare privata Wagner per fermare i gruppi jihadisti che da un decennio fomentano un'insurrezione che ogni giorno - come vedremo in seguito - fa decine di morti anche tra la popolazione civile. Ma la presenza dei miliziani russi ha migliorato la situazione? No e per certi versi l’ha persino peggiorata, visto che in tutto il Sahel la guerra tra al-Qaeda e Isis prosegue sempre più cruenta mentre i mercenari russi della Wagner impegnati nella regione hanno fallito la loro missione e ora devono difendersi non solo dai jihadisti che gli danno la caccia ma anche dalla popolazione civile che li accusa di atrocità dopo che in alcuni villaggi i miliziani russi hanno sparato sulla popolazione civile. Victoria Nuland, sottosegretario per gli affari politici del Dipartimento di Stato americano, ha dichiarato che «la capacità degli Stati Uniti di aiutare il Mali dal punto di vista della sicurezza è ora fortemente limitata dalla scelta che il governo del Mali ha fatto di affidarsi al Wagner Group». Gli Stati Uniti, la Francia e altre nazioni occidentali accusano la giunta di aver assunto la compagnia Wagner, cosa che le autorità maliane negano visto che sostengono che stanno collaborando con l'esercito russo a livello statale. Secondo il sottosegretario per gli affari politici del Dipartimento di Stato «la giunta maliana ha invitato nel Paese la compagnia Wagner e il terrorismo è notevolmente peggiorato», ed in effetti le sue affermazioni sono veritiere visto che negli ultimi sei mesi gli attacchi terroristici sono aumentati di circa il 30% e quanto afferma la giunta golpista che sostiene «di aver voltato pagina nella lotta all'insurrezione e di aver messo in fuga i gruppi jihadisti negli ultimi mesi» è inverosimile. La stessa Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle nazioni unite in Mali (Minusma) si è lamentata più volte del fatto che la giunta militare sta limitando le sue operazioni: «Siamo preoccupati che queste forze non siano interessate alla sicurezza e all'incolumità del popolo del Mali, ma invece siano interessate ad arricchirsi e a scavare nel sottosuolo nel Paese e stiano peggiorando la situazione del terrorismo».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/crescita-jihadismo-salafita-sahel-2658804330.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-numeri-del-terrorismo-nel-sahel" data-post-id="2658804330" data-published-at="1669826484" data-use-pagination="False"> I numeri del terrorismo nel Sahel Il Global Terrorism Index (Gti) ha rilevato un aumento sostanziale dell'attività estremista violenta nel Sahel tra il 2007 e il 2021 con Burkina Faso, Mali e Niger che hanno registrato rispettivamente 732, 572 e 554 morti in più nel 2021 rispetto al 2007. Inoltre il Gti evidenzia che «le morti per terrorismo nel Sahel nel 2021 hanno rappresentato il 35% delle morti globali per terrorismo rispetto all'1% nel 2007. I primi sette mesi del 2022 hanno sottolineato la persistenza della violenza in tutta la regione, con un numero maggiore di incidenti in aumento posto nei paesi dell'Africa occidentale, in particolare nel nord del Ghana, Benin e Togo». Le ragioni di questo fenomeno sono molteplici, ad esempio le forze armate e di polizia deboli, mal equipaggiate e talvolta corrotte, i governi instabili a loro volta corrotti e incapaci di occuparsi della popolazione, scarsa fiducia nelle istituzioni politiche, scarsissime opportunità di lavoro e i cambiamenti climatici. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/crescita-jihadismo-salafita-sahel-2658804330.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-grande-equivoco-su-al-qaeda" data-post-id="2658804330" data-published-at="1669826484" data-use-pagination="False"> Il grande equivoco su al-Qaeda Molti osservatori sono convinti che al-Qaeda sia diventata quasi irrilevante nel panorama del terrorismo globale perché il gruppo sembra aver rinunciato a compiere attacchi terroristici eclatanti, tuttavia, un recente rapporto del gruppo di monitoraggio del supporto analitico e delle sanzioni delle Nazioni Unite, che assume informazioni dalle intelligence degli Stati membri delle Nazioni Unite, ha stabilito che «al-Qaeda intende essere riconosciuta nuovamente come leader del jihad globale. La propaganda di al-Qaeda è ora meglio sviluppata per competere con l'Isis come attore chiave nell'ispirare l'ambiente di minaccia internazionale, e alla fine potrebbe diventare una maggiore fonte di minaccia diretta». Il motivo principale che spinge alcuni studiosi a ritenere che al-Qaeda abbia perso la sua rilevanza è che, nell'ultimo decennio, il gruppo ha perso il suo fondatore, Osama bin Laden, e innumerevoli altre figure di spicco, tra cui il suo successore, Ayman al-Zawahiri, il che potrebbe spiegare perché non ha effettuato operazioni di rilievo.Tutto vero, ma al-Qaeda e l'ideologia dietro di essa sono rimaste fonte di preoccupazione tanto che la valutazione annuale delle minacce del 2022 ha rilevato che «al-Qaeda ha sempre più devoluto la responsabilità operativa agli affiliati regionali mentre si è allontanata dal complotto diretto a livello centrale». Tale dichiarazione spiega perché Avril Haines, il direttore dell'intelligence nazionale degli Stati Uniti, ha avvertito nella stessa valutazione che «il terrorismo rimane una minaccia persistente per le persone e per gli interessi degli Stati Uniti in patria e all'estero ed è probabile che al-Qaeda continui a sforzarsi di condurre attacchi negli Stati Uniti». Andando oltre il gruppo reale e il pericolo che esso, i suoi affiliati, i sostenitori e i simpatizzanti pongono, c'è la propagazione secondo il report del Gti, dell’al-qaedaismo, una potente ideologia-strategia che richiede pazienza e persino un compromesso politico nel perseguimento dell'obiettivo di trasformare la Comunità musulmana (umma) lontana dai rituali sincretici culturali, tribali e popolari che sono arrivati a inquinare l'Islam. L'ideologia-strategia di al-Qaeda cerca di infondere questioni locali principalmente politiche e azioni che coinvolgeranno e motiveranno i giovani ad agire con l'ideologia transnazionale salafita-jihadista di al-Qaeda. Al-Qaeda ha incoraggiato lo sviluppo di filiali e affiliati potenti e pericolosi. Nella penisola arabica e nel Medio Oriente c'è al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap); in Africa c'è al-Shabaab, al-Qaeda nel Maghreb islamico (Aquim), Jama'at Nasr al-Islam wal Muslimin (Jnim) e Jamaat Ansar al Muslimeen fi Bilad al Sudan; e nell'Asia meridionale c'è al-Qaeda nel subcontinente indiano (Aqis).I gruppi collegati o affiliati ad al-Qaeda Central continuano a organizzare efficaci campagne di terrore, alcuni anche contro obiettivi statunitensi come la sparatoria del 2019 alla Naval Air Station di Pensacola, in Florida, da parte del cittadino saudita Mohammed Alshamrani, mantenendo così l'ideologia salafita-jihadista di al-Qaeda sempre viva. Altri, principalmente nel Sahel e nel Nord Africa, sembrano più moderati nella loro militanza, poiché cercano di conquistare i locali, indebolire i governi nazionali, intimidire e respingere l'intervento straniero e preparare il terreno per l'islamizzazione della regione. In altre parole, sembrerebbe che al-Qaeda abbia trovato un modo per integrare la conoscenza e l'esperienza della vecchia guardia con l'entusiasmo della generazione più giovane, mentre i nuovi leader cercano di stabilirsi in nuove sfere del jihad. E lo Stato islamico? La sua strategia è piuttosto misteriosa anche se è piuttosto evidente che il gruppo abbia compreso che è impossibile o quasi ricreare il Califfato nel 2022 in Iraq e in Siria, un fatto che spiega il perché ha considerato l'Africa come il continente-chiave della sua insurrezione globalizzata. La strategia dello Stato islamico in luoghi come l'Africa occidentale, il Sahel, il Congo orientale e il Mozambico settentrionale è quella di impegnarsi in un'insurrezione. L'intenzione è quella di compiere attacchi mordi e fuggi utili a provocare una diffusa instabilità, ricordando anche alle comunità locali che i militari non possono proteggerle, così si rivolgono allo Stato islamico che ora cerca di continuo lo scontro con al-Qaeda.Sembra che ci siano tre tipi di gruppi terroristici nel Sahel. Esistono gruppi jihadisti transnazionali con legami ufficiali o semiufficiali con al-Qaeda Central. I gruppi che meglio lo caratterizzano sono Aqim e Jnim. Dall'altra parte, ci sono gruppi con legami con lo Stato islamico come lo Stato islamico nella provincia dell'Africa occidentale e lo Stato islamico nel Grande Sahara. Questi gruppi adottano un approccio glocalista in base al quale cercano di infondere questioni locali, come le lamentele socio-economiche-politiche, con un'agenda salafita-jihadista. Uno dei leader di Jnim ha dichiarato: «Il nostro obiettivo è mobilitare la umma per sollevare l'ingiustizia da essa e combattere l'occupante francese e i suoi associati e agenti che occupano la nostra terra, corrompono la nostra religione e saccheggiano la nostra ricchezza finché non lasciano il nostro paese e per attuare la giustizia e shura, e governa la nostra terra con la legge del nostro Signore». Gli affiliati dello Stato islamico in Africa occidentale e nel Sahel hanno giurato fedeltà all'autoproclamato leader iracheno dello Stato islamico, Abu Hasan al-Hashemi al-Quraishi (ucciso il 3 febbraio 2022), basandosi così sul precedente impegno tra i gruppi del Sahel e l'Islamic State Central. Probabilmente sperano che la Centrale dello Stato Islamico continui a inviare loro materiale di educazione fisica e religiosa e sostegno finanziario se portano avanti la loro insurrezione jihadista. Tuttavia, la distanza significa anche che gli affiliati locali potrebbero scegliere come lavorare con l'Islamic State Central, in particolare quando si tratta di teologia, che è troppo rigida e puritana per il Sahel.Tutti i gruppi salafiti-jihadisti che operano nel Sahel vogliono rovesciare lo status quo esistente e installare i propri sistemi di governo, dando vita a stati proto-jihadisti. Tuttavia, la regione ha già vissuto un simile stato, con l'Emirato islamico di Azawad, durato circa nove mesi. Osservando l'attuale strategia di gruppi come il Jnim, sembra più probabile che questi gruppi stiano cercando di adottare un modello diverso, basato sull'insurrezione talebana in Afghanistan. Nell'ottobre 2020, il gruppo ha rilasciato una dichiarazione in cui invitava i francesi a ritirarsi dal Mali «proprio come gli americani sono partiti dall'Afghanistan». Tra i gruppi terroristici che operano in Mali, il Jnim sembra più aperto a negoziare con il governo in quanto riconosce che il governo di Bamako sta affrontando condanne e sanzioni regionali e internazionali a seguito dei colpi di stato del 18 agosto 2020 e del 24 maggio 2021. Tuttavia, l'aumento della violenza in tutto il Sahel suggerisce che il Jnim e altri gruppi jihadisti salafiti saheliani abbiano alzato troppo la posta, poiché le loro incessanti campagne, insieme all'aumento del banditismo, hanno minato la pace e la sicurezza locali. La crescente insicurezza ha fatto sì che, nel caso del Mali, ci siano stati diversi colpi di stato, che, a loro volta, hanno portato all'imposizione di sanzioni e all'obbrobrio generale. Le relazioni tese tra Bamako e Parigi, insieme alla campagna del presidente francese Emmanuel Macron per un secondo mandato presidenziale, hanno fatto sì che i maliani non possano più fare affidamento sulla Francia, e per estensione sull'Europa, per il sostegno, poiché entrambi riconoscono che la loro capacità di sconfiggere l'insurrezione è limitata.Questo ha creato le condizioni che hanno portato il Mali e l'Unione africana a risolvere i problemi da soli così l'esercito, che ha rifiutato di cedere il potere senza ricorrere ad armi o sostegno, ha contattato entità come la compagnia militare privata Wagner per aiutarlo a contrastare l'insurrezione salafita-jihadista nella speranza che sconfiggendo gli insorti, coloro che avevano commesso il colpo di stato sarebbe perdonato. Tuttavia, entità come il Gruppo Wagner sono eccezionalmente spietate e hanno dovuto affrontare accuse di gravi violazioni dei diritti umani, il che gioca a favore dei salafiti-jihadisti poiché affermano che il governo non può fornire sicurezza alla popolazione, cosa che i gruppi tendono a fornire in aree che controllano. In secondo luogo, i salafiti-jihadisti dimostrano che il governo è in debito con gli stranieri che hanno compiuto atrocità contro i maliani.Le prospettive di un ulteriore intervento europeo o americano nel Sahel e nell'Africa occidentale nel prossimo futuro sono alquanto improbabili, dando a questi gruppi il respiro per consolidare e cementare i guadagni che hanno ottenuto negli ultimi anni. La securitizzazione dell'immigrazione irregolare da parte dell'Europa è servita a creare maggiore instabilità, poiché gli attori locali argineranno il flusso di migranti irregolari solo finché saranno pagati per farlo. Ha anche significato che le comunità locali dipendono dalla generosità europea per contrastare il movimento delle persone, invece di sviluppare le loro economie locali. Se la comunità internazionale è seriamente intenzionata ad arginare il flusso di migranti irregolari e ad affrontare la crescente minaccia del jihadismo salafita, deve affrontare i problemi alla radice nel Sahel. Ciò inizia con la consapevolezza che i confini nella regione sono in gran parte fittizi, creati oltre un secolo fa in Europa, che non riflettono la realtà sul terreno.
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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