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Così i populisti hanno scalato il potere in Stati Uniti, Francia, Germania e Austria

Se perfino nella maledetta Germania post-nazista il nuovo movimento populista Afd (Alternative für Deutschland) tallona i partiti storici, come Cdu e Spd, è segno ormai che il futuro stesso sarà dei populisti. In Germania infatti, a causa della sua storia, era finora impensabile l'esistenza di un movimento in rottura con l'establishment ideologico anti-nazista. Attenzione, non che l'Afd sia in qualche modo filo-nazista o nostalgico: è un partito euroscettico fondato nel 2013 da un apprezzato docente di economia dell'università di Amburgo.

In realtà non si può neppure definirlo, come si illudono di poterlo fare le sinistre per marginalizzarlo e ghettizzarlo, un partitino di estrema destra. No, sono semplicemente giovani populisti, popolari, identitari e magari conservatori (specie sulle questioni bioetiche). O più esattamente, perché i concetti non si equivalgono, antiprogressisti e antimodernisti. E ovviamente guardano a destra, senza rancori ma anche senza eccessivi timori.

Ma anche la vittoria mutilata di Norbert Hofer in Austria ha lo stesso senso ed esprime una medesima volontà di cambiare politica. Al di là dei riconosciuti brogli che hanno fatto vincere a tavolino il candidato dei verdi, un politico identitario ha avuto almeno il voto del 50% degli elettori austriaci dopo che per mesi era stato presentato dalla stampa di regime più o meno come un dittatore sadico e incapace. Hofer in realtà rappresenta il popolo che vuole riprendersi la sua storia e non subire le decisioni di Bruxelles in ginocchio. E stavolta la gente vuole cambiare politica davvero, non come da decenni promettono i partitini pseudo-rivoluzionari degli ecologisti e dei radicali, più o meno chic. Per non parlare di Viktor Orbán in Ungheria.

La affermazione recente del partito di Vladimir Putin va nella stessa logica, come anche il successo finora virtuale ma comunque emblematico di Donald Trump negli Stati Uniti. Consenso popolare vasto e radicato (specie tra i ceti non padronali e meno rappresentati dai mass media dominanti): amore della nazione, rifiuto dei diktat delle varie fabbriche del consenso e opposizione alle ricette socialiste-obamiane sembrano essere i connotati che caratterizzano la corrente populista in Europa e in America. Tutto questo sembra coincidere con un risveglio della politica e un riavvicinamento dei giovani alla lotta per il bene comune delle rispettive patrie.

La Francia però mantiene il primato del populismo europeo dal punto di vista sia elettorale sia storico. Infatti, il partito fondato da Jean-Marie Le Pen oltre 40 anni fa è tra i più vecchi partiti nazionalisti del mondo e oggi rappresenta, in base non a sondaggi ma nei voti, la prima forza politica francese. Estrema destra? Difficile sostenere l'aggettivo dopo che il Front ha preso, e ripetutamente, più voti dei républicains di Manuel Valls e dei socialisti di François Hollande messi insieme. D'altra parte, l'Fn nel passaggio chiave da Jean-Marie a Marine Le Pen ha rappresentato anche una sorta di correzione di rotta, almeno tattica, o secondo alcuni anche strategica e storica. Si potrebbe dire che si è passati da un partito nazionalista forte e radicato (che però raramente superava il 15-20% dei voti, tipo vecchio Movimento sociale in Italia) a un movimento populista moderno (guidato da una giovane donna) che ingloba ormai tutte le categorie del popolo e della nazione (specie operai, artigiani e contadini): tutte appunto, purché si sentano «della nazione».

Il nemico principale è diventato negli anni non più il comunismo o la politica statalista della sinistra, ma l'immigrazione di massa ormai sempre più ingestibile e che tende alla sostituzione più o meno rapida del popolo francese con altre etnie, culture e religioni (specie arabo-islamiche). Gli attentati ripetuti in terra francese non potevano che esasperare le cose e rimettere la questione dell'immigrazione e dell'islam al centro dei dibattiti. I cittadini francesi ormai non si fidano più né di Hollande né di Valls, i fratelli-nemici simbolo comune della decadenza e dell'incapacità di trovare soluzioni da parte di gollisti e socialisti.

Essendo il problema fortemente culturale e religioso, proprio lo scorso 15 settembre è stato presentato in una conferenza stampa a Parigi un nuovo piccolo partito che nasce nell'ambiente cattolico tradizionalista dell'Istituto Civitas(civitas-institut.com). Civitas, presieduto da Alain Escada, aveva già fatto parlare di sé in occasioni di manifestazioni abbastanza riuscite in difesa della famiglia naturale, cancellata dalla Costituzione da Hollande, e contro le offese al sentimento religioso cristiano (come lo spettacolo blasfemo di Romeo Castellucci e le vignette di Charlie Hebdo).

La cosa interessante, in un'ottica populista, è che ormai sono proprio le basi laiche-demagogiche della République, venerata dai transalpini come una dea, a essere chiamate in causa e globalmente respinte, e sempre più dalle giovani generazioni disilluse dal progressismo ancora egemone. Così nel programma illustrato da Escada si parla di abolizione del «Mariage pour tous» (ovvero delle nozze gay), della legge Veil che ha permesso milioni di aborti in Francia, della legge di separazione tra Chiesa e Stato (del 1903) che ha di fatto favorito la trasformazione di un Paese cattolico, già faro della cristianità, in una società laicista fino all'inverosimile e apertamente ostile a tutto ciò che sa di religioso (salvo se di tradizione islamica). Le altre idee di Civitas vanno nel senso della diffidenza verso l'Ue e l'euro, ma anche nel blocco dell'immigrazione e nell'inasprimento delle pene per i reati (maggiori e minori), con la costruzione di nuove carceri di sicurezza, la lotta per la libertà dalla droga, dalla violenza (specie gli stupri femminili) e contro la criminalità organizzata.

L'episcopato francese non ha mai solidarizzato con Civitas né con le istanze populiste. La cosa non stupisce. Chissà se alcuni prelati apriranno gli occhi davanti alle esasperazioni del terrorismo islamico (che sorge e si mantiene nelle retrobotteghe delle moschee aperte a migliaia in Francia con l'appoggio dei socialisti) e alla violenza culturale del laicismo, ormai imposto nelle scuole di ogni ordine e grado, come fosse l'unica vera religione.

Di sicuro anche in Francia, come in Germania, in Austria e in America, il futuro volente o nolente sarà dei populisti.

Trentini scarcerato, Landini spudorato
Maurizio Landini (Imagoeconomica)
Dopo aver organizzato proteste per l’intervento nel Paese sudamericano, Landini & C. hanno la faccia tosta di celebrare i rimpatri. Resi possibili però proprio dal blitz Usa.

«È stato tutto così improvviso. Inaspettato. Non sapevamo nulla della cattura di Maduro. Sono felice, ringrazio l’Italia. Ora posso fumare una sigaretta?». Non sapevano nulla della cattura di Maduro ma è stato proprio grazie a quell’arresto che Trentini è potuto ritornare a casa, assieme agli altri italiani prigionieri. Trentini era diventato un simbolo politico, specie perché a sinistra dava fastidio che il governo avesse già liberato in un blitz Cecilia Sala dalle grinfie di un altro governo di fetenti, l’Iran degli ayatollah; roba che se adesso pensi cosa le avrebbero fatto se il governo non avesse agito con la massima solerzia ti viene la pelle d’oca. Ma appunto Cecilia Sala era stato un grande successo del governo italiano e della rete diplomatica connessa. La stessa che ha agito con il fiato sul collo col passare del tempo, negli ultimi giorni un pochino di più, per riportare a casa Alberto Trentini e Mario Burlò. Non sapevano della cattura di Maduro, loro. Invece quelli della sinistra, la Cgil e Maurizio Landini lo sanno benissimo. Tant’è che nei giorni della cattura hanno allestito frettolosamente una manifestazione contro gli Stati Uniti di Trump. Che però ci ha dato una mano enorme nelle trattative per la liberazione.

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Trentini è libero e rientra in Italia: «Grazie al premier e al governo»
Alberto Trentini (Ansa)
Caracas rilascia il cooperante, in cella da oltre 400 giorni, e l’imprenditore Burlò. Entrambi ignoravano l’arresto di Maduro: «È stato tutto inaspettato». Il Papa ha ricevuto la Machado, che giovedì incontrerà Trump.

Che la cattura di Nicolás Maduro stia ridefinendo i rapporti tra l’Italia e il Venezuela è evidente dalla notizia più attesa: Alberto Trentini torna a casa.

Il cooperante italiano, rinchiuso nel carcere El Rodeo a Caracas per 423 giorni, è stato liberato insieme al connazionale Mario Burlò. Ad annunciare la novità, alle 5 di ieri mattina, è stato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani: «Alberto Trentini e Mario Burlò sono liberi e sono nella sede dell’ambasciata d’Italia a Caracas». Ed è proprio nel luogo della rappresentanza diplomatica italiana che è stata scattata la prima foto dei due: Trentini, che indossa una t-shirt rossa, appare sorridente seppur visibilmente dimagrito. Al suo fianco, Burlò, mostra un volto disteso. I due non erano nemmeno a conoscenza della cattura del dittatore venezuelano: «È stato tutto così improvviso. Inaspettato» ha detto Trentini. Sia il cooperante sia Burlò, che sono in buone condizioni, hanno reso noto di non essere stati «torturati». E mentre aspettava l’aereo per tornare in Italia, l’operatore umanitario ha dichiarato al Tg1: «Desidero ringraziare il presidente del Consiglio, il governo italiano, il ministro degli Esteri Tajani, il corpo diplomatico che si è attivato e ha portato a termine la liberazione mia e di Mario».

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La Groenlandia replica a Trump: «Non ci avrà mai, la Nato ci aiuti»
Jens-Frederik Nielsen, primo ministro della Groenlandia (Ansa)
Londra e Berlino valutano l’invio di soldati. Tajani si tira fuori: «Mai parlato di truppe».

Sulla Groenlandia Donald Trump sembra intenzionato ad andare fino in fondo. A bordo dell’Air force one, infatti, il tycoon ha ribadito che gli Stati Uniti «si impadroniranno della Groenlandia in un modo o nell’altro». Perché, ha aggiunto, «se non la prendiamo noi, lo faranno la Russia o la Cina». Ieri, peraltro, è stata pubblicata integralmente l’intervista che Trump aveva rilasciato nei giorni scorsi al New York Times, nella quale il presidente ha lasciato intendere che Washington potrebbe trovarsi di fronte a una scelta drastica: «Non voglio dire quale sia la mia priorità assoluta», aveva affermato, «ma potrebbe essere una scelta», suggerendo un’alternativa secca tra il controllo dell’isola artica e la tenuta stessa della Nato.

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Iran, gli ayatollah uccidono ma corteggiano Trump
Ansa
L’Iran continua a reprimere le proteste: oltre 650 manifestanti ammazzati. Intanto, però, il governo ha avviato un dialogo con Witkoff: «Resta aperto il canale di comunicazione con gli Stati Uniti». Il tycoon non esclude l’intervento militare, sebbene apra a un accordo.

Non si fermano le proteste contro il regime khomeinista. E, mentre continua a fare la voce grossa, l’Iran sta cercando di intavolare trattative con gli Stati Uniti. Ieri, il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, è tornato a usare toni duri, minacciando di impartire a Donald Trump una «lezione indimenticabile» nel caso Washington dovesse effettuare un attacco militare contro la Repubblica islamica. Attacco rispetto a cui il presidente americano potrebbe prendere una decisione oggi nel corso di una riunione, in cui discuterà con i suoi funzionari delle varie opzioni sul tavolo per colpire il regime degli ayatollah: opzioni che vanno dall’inasprimento delle sanzioni all’operazione bellica vera e propria.

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