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2023-08-04
L’addestramento Usa è un flop: Kiev resta impantanata
(Ansa)
Ormai non si può più negare l’evidenza. La controffensiva ucraina sta andando male. Due mesi di scontri sul campo che non hanno portato a nulla e di nuovo le autorità militari hanno deciso di cambiare tattica. Lo rivela il New York Times che spiega come le truppe ucraine equipaggiate con armi americane d’avanguardia si siano arenate all’interno dei campi minati russi, tartassate continuamente dal fuoco di artiglieria ed elicotteri da combattimento. Alcune unità si sono perse. Altre hanno ritardato gli attacchi, perdendo il vantaggio acquisito. Altre ancora sono andate così male da perdere completamente sul campo di battaglia.
Insomma non esattamente un successo, anzi. Nulla a che vedere con i successi ottenuti nelle città strategicamente importanti di Kherson e Kharkiv lo scorso autunno. Questo ha costretto ancora una volta i comandanti militari ucraini a cambiare tattica, concentrandosi sul logoramento delle forze russe con artiglieria e missili a lungo raggio invece di continuare ad avanzare nei campi minati sotto il fuoco nemico. L’addestramento occidentale non è servito a nulla di fronte allo sbarramento dell’artiglieria russa.
Questi risultati hanno fatto nascere una polemica interna agli Stati Uniti che, inevitabilmente, ricadrà a stretto giro sulla Nato e, quindi, in Europa. Ha avuto senso spendere decine di miliardi di dollari in armi e addestramento se questi sono i risultati? Non si può parlare di controffensiva fallita perché la guerra non è finita, ma è come quando il presidente russo Vladimir Putin diceva che avrebbe fatto una guerra lampo contro l’Ucraina: non è andata così. Oggi si può parlare di una guerra di logoramento senza aver paura di esser contraddetti. Putin ha più volte lasciato intendere che, avendo conquistato i territori che gli interessavano (almeno per ora), la sua strategia consisterà ora nell’attendere dietro le barricate l’azione di Kiev, aspettando che esaurisca le energie e i rifornimenti. Un piano che, per il momento, sembra funzionare. L’amministrazione Biden aveva sperato che le nove brigate addestrate dall’Occidente, circa 36.000 soldati, avrebbero dimostrato che il modo di fare guerra americano era superiore a quello russo. Strategie completamente diversa: mentre i russi hanno una struttura di comando rigidamente centralizzata, gli americani hanno insegnato agli ucraini a consentire ai soldati arruolati anziani di prendere decisioni rapide sul campo di battaglia e di schierare tattiche di armi combinate: attacchi sincronizzati di fanteria e forze di artiglieria.
Lo sforzo di riprendersi il proprio territorio «sta richiedendo loro di combattere in modi diversi», ha detto il mese scorso Colin H. Kahl che, recentemente, si è dimesso da alto funzionario politico del Pentagono. Ma le brigate addestrate in Occidente hanno ricevuto solo dalle quattro alle sei settimane di addestramento combinato alle armi e le unità hanno commesso diversi errori all’inizio della controffensiva, ai primi di giugno, che le hanno fatte arretrare, secondo funzionari e analisti statunitensi che hanno recentemente visitato le linee del fronte e hanno parlato alle truppe e ai comandanti ucraini.
Nelle prime due settimane della controffensiva, secondo i funzionari statunitensi ed europei, fino al 20% delle armi inviate dall’Ucraina sul campo di battaglia è stato danneggiato o distrutto. Il bilancio includeva alcune delle formidabili macchine da combattimento occidentali - carri armati e veicoli corazzati - su cui gli ucraini contavano per respingere i russi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, alla fine di luglio, ha riconosciuto che la controffensiva stava avanzando più lentamente del previsto: «Avevamo in programma di avviarla in primavera, ma non l’abbiamo fatto perché, francamente, non avevamo abbastanza munizioni e armamenti e non abbastanza brigate adeguatamente addestrate - voglio dire, adeguatamente addestrate in queste armi», ha detto Zelensky, che ha aggiunto: «Poiché abbiamo iniziato un po’ in ritardo», la Russia ha avuto «tempo per costruire diverse linee di difesa».
Ad ogni modo, Zelensky crede che, prima o poi, questa pressione le truppe russe la subiranno, e riuscirà, nelle prossime settimane, a trovare un varco. Ma in questo momento non ci sono certezze che ciò avvenga, piuttosto lo scenario più probabile è che la controffensiva si spenga. Sono sempre più i droni in volo e quando la guerra si sposta nei cieli fa inevitabilmente più morti e coinvolge più attori. Tra l’altro c’è anche la minaccia dell’arma atomica. A Mosca, naturalmente, conviene che le cose rimangano così, per quello spera in una tregua, per consolidare i successi ottenuti. In questo momento, se davvero dovesse concretizzarsi il fallimento della controffensiva, sono solo tre gli scenari che possono aprirsi: il primo è quello di una trattativa che includa la possibilità di lasciare parte delle conquiste ucraine ai russi. Il secondo, è il peggiore: l’ingresso in campo di nuovi attori, come l’esercito della Nato. Il preludio a una catastrofe che deve a tutti i costi essere evitata. Infine, il terzo scenario: una guerra di anni, alla fine della quale l’Ucraina non esisterà più e non ci sarà più nulla da dover difendere.
La Polonia accusa i bielorussi: «Violato lo spazio aereo»
Tensione alle stelle ai confini dell’Ucraina. Tutto è nato il primo agosto quando la Polonia ha accusato la Bielorussia di aver invaso il proprio spazio aereo polacco con due elicotteri. Ieri l’ambasciatore polacco a Minsk, Martin Wojciechowski, è stato convocato dal ministero bielorusso degli Esteri. «Il diplomatico è stato informato che le frettolose dichiarazioni rilasciate da funzionari polacchi in merito alla violazione dello spazio aereo polacco da parte di due elicotteri bielorussi il 1° agosto 2023 non sono state confermate a seguito di un controllo completo effettuato dalla parte bielorussa», spiega il dicastero, «I dati di controllo oggettivo della traiettoria di volo degli elicotteri sono stati forniti per dimostrarlo».
Minsk ha quindi esortato Varsavia a non usare il caso come giustificazione per «un rafforzamento delle sue truppe» al confine. Minsk, infatti, ritiene che la leadership militare e politica polacca stia semplicemente cercando una scusa per aumentare le sue truppe vicino al confine. La risposta dell’Unione europea arriva pronta: ha imposto un divieto sull’esportazione di beni e tecnologie alla Bielorussia che possono contribuire al suo potenziamento militare e tecnologico.
Lo ha dichiarato la Commissione europea: «Le misure estendono il divieto di esportazione verso la Bielorussia a una serie di beni e tecnologie altamente sensibili che contribuiscono al potenziamento militare e tecnologico della Bielorussia. Il Consiglio impone, inoltre, un ulteriore divieto di esportazione di armi da fuoco e munizioni, oltre che di beni e tecnologie adatti all’utilizzo nell’aviazione e nell’industria spaziale». Secondo la Commissione, le nuove misure contribuiranno a garantire che le sanzioni contro la Russia «non possano essere aggirate attraverso la Bielorussia». La Ue ha aggiunto anche rappresentanti della tv di Stato bielorussa nella «lista nera» dei soggetti sottoposti alle sanzioni decretate in seguito all’invasione russa dell’Ucraina nonché a quelle relative alla repressione dell’opposizione da parte del regime di Minsk: 38 figure del regime e tre entità statali, tra cui i principali «propagandisti» della televisione di Stato, pubblici ministeri e funzionari penitenziari.
Il grano rimane sempre il tema più importante di queste settimane. E lo è da quando la Russia ha deciso di non rinnovarne l’accordo sull’export. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha accusato Mosca di «ricattare» il mondo con il blocco dell’accordo sui cereali. Allo stesso tempo, però, ha aperto uno spiraglio: «Se la Russia deciderà di tornare all’accordo sul grano», gli Stati Uniti faranno in modo che tutti, «inclusa la Russia», possano esportare cibo. Proprio questa è la richiesta di Mosca: la garanzia di poter esportare prodotti russi in tutto il mondo, cosa che finora le era impedita a causa del blocco dei pagamenti sul circuito Swift.
In Ucraina, intanto, la giornata di ieri si è concentrata principalmente su Zaporizhzhia dove è morta una donna di 58 anni a seguito dei numerosi bombardamenti. «Nell’ultimo giorno, il nemico ha effettuato 80 bombardamenti nella regione di Zaporizhzhia. I russi hanno attaccato 21 insediamenti nella regione», hanno riferito le autorità della zona. Infine, nella centrale nucleare, le autorità ucraine hanno individuato almeno due mine antiuomo lungo la strada che percorrono di solito gli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) per raggiungere il sito.
Le mine sono state disinnescate ma l’attenzione sulla centrale più grande d’Europa rimane naturalmente altissima.
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Il «Nyt»: «Controffensiva arenata nei campi minati». Le truppe ucraine cambiano strategia, mentre i negoziati restano lontani.La Polonia accusa: la Bielorussia ha violato lo spazio aereo. Minsk nega e Varsavia invia truppe al confine.Lo speciale contiene due articoli.Ormai non si può più negare l’evidenza. La controffensiva ucraina sta andando male. Due mesi di scontri sul campo che non hanno portato a nulla e di nuovo le autorità militari hanno deciso di cambiare tattica. Lo rivela il New York Times che spiega come le truppe ucraine equipaggiate con armi americane d’avanguardia si siano arenate all’interno dei campi minati russi, tartassate continuamente dal fuoco di artiglieria ed elicotteri da combattimento. Alcune unità si sono perse. Altre hanno ritardato gli attacchi, perdendo il vantaggio acquisito. Altre ancora sono andate così male da perdere completamente sul campo di battaglia.Insomma non esattamente un successo, anzi. Nulla a che vedere con i successi ottenuti nelle città strategicamente importanti di Kherson e Kharkiv lo scorso autunno. Questo ha costretto ancora una volta i comandanti militari ucraini a cambiare tattica, concentrandosi sul logoramento delle forze russe con artiglieria e missili a lungo raggio invece di continuare ad avanzare nei campi minati sotto il fuoco nemico. L’addestramento occidentale non è servito a nulla di fronte allo sbarramento dell’artiglieria russa.Questi risultati hanno fatto nascere una polemica interna agli Stati Uniti che, inevitabilmente, ricadrà a stretto giro sulla Nato e, quindi, in Europa. Ha avuto senso spendere decine di miliardi di dollari in armi e addestramento se questi sono i risultati? Non si può parlare di controffensiva fallita perché la guerra non è finita, ma è come quando il presidente russo Vladimir Putin diceva che avrebbe fatto una guerra lampo contro l’Ucraina: non è andata così. Oggi si può parlare di una guerra di logoramento senza aver paura di esser contraddetti. Putin ha più volte lasciato intendere che, avendo conquistato i territori che gli interessavano (almeno per ora), la sua strategia consisterà ora nell’attendere dietro le barricate l’azione di Kiev, aspettando che esaurisca le energie e i rifornimenti. Un piano che, per il momento, sembra funzionare. L’amministrazione Biden aveva sperato che le nove brigate addestrate dall’Occidente, circa 36.000 soldati, avrebbero dimostrato che il modo di fare guerra americano era superiore a quello russo. Strategie completamente diversa: mentre i russi hanno una struttura di comando rigidamente centralizzata, gli americani hanno insegnato agli ucraini a consentire ai soldati arruolati anziani di prendere decisioni rapide sul campo di battaglia e di schierare tattiche di armi combinate: attacchi sincronizzati di fanteria e forze di artiglieria.Lo sforzo di riprendersi il proprio territorio «sta richiedendo loro di combattere in modi diversi», ha detto il mese scorso Colin H. Kahl che, recentemente, si è dimesso da alto funzionario politico del Pentagono. Ma le brigate addestrate in Occidente hanno ricevuto solo dalle quattro alle sei settimane di addestramento combinato alle armi e le unità hanno commesso diversi errori all’inizio della controffensiva, ai primi di giugno, che le hanno fatte arretrare, secondo funzionari e analisti statunitensi che hanno recentemente visitato le linee del fronte e hanno parlato alle truppe e ai comandanti ucraini.Nelle prime due settimane della controffensiva, secondo i funzionari statunitensi ed europei, fino al 20% delle armi inviate dall’Ucraina sul campo di battaglia è stato danneggiato o distrutto. Il bilancio includeva alcune delle formidabili macchine da combattimento occidentali - carri armati e veicoli corazzati - su cui gli ucraini contavano per respingere i russi. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, alla fine di luglio, ha riconosciuto che la controffensiva stava avanzando più lentamente del previsto: «Avevamo in programma di avviarla in primavera, ma non l’abbiamo fatto perché, francamente, non avevamo abbastanza munizioni e armamenti e non abbastanza brigate adeguatamente addestrate - voglio dire, adeguatamente addestrate in queste armi», ha detto Zelensky, che ha aggiunto: «Poiché abbiamo iniziato un po’ in ritardo», la Russia ha avuto «tempo per costruire diverse linee di difesa».Ad ogni modo, Zelensky crede che, prima o poi, questa pressione le truppe russe la subiranno, e riuscirà, nelle prossime settimane, a trovare un varco. Ma in questo momento non ci sono certezze che ciò avvenga, piuttosto lo scenario più probabile è che la controffensiva si spenga. Sono sempre più i droni in volo e quando la guerra si sposta nei cieli fa inevitabilmente più morti e coinvolge più attori. Tra l’altro c’è anche la minaccia dell’arma atomica. A Mosca, naturalmente, conviene che le cose rimangano così, per quello spera in una tregua, per consolidare i successi ottenuti. In questo momento, se davvero dovesse concretizzarsi il fallimento della controffensiva, sono solo tre gli scenari che possono aprirsi: il primo è quello di una trattativa che includa la possibilità di lasciare parte delle conquiste ucraine ai russi. Il secondo, è il peggiore: l’ingresso in campo di nuovi attori, come l’esercito della Nato. Il preludio a una catastrofe che deve a tutti i costi essere evitata. 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Ieri l’ambasciatore polacco a Minsk, Martin Wojciechowski, è stato convocato dal ministero bielorusso degli Esteri. «Il diplomatico è stato informato che le frettolose dichiarazioni rilasciate da funzionari polacchi in merito alla violazione dello spazio aereo polacco da parte di due elicotteri bielorussi il 1° agosto 2023 non sono state confermate a seguito di un controllo completo effettuato dalla parte bielorussa», spiega il dicastero, «I dati di controllo oggettivo della traiettoria di volo degli elicotteri sono stati forniti per dimostrarlo». Minsk ha quindi esortato Varsavia a non usare il caso come giustificazione per «un rafforzamento delle sue truppe» al confine. Minsk, infatti, ritiene che la leadership militare e politica polacca stia semplicemente cercando una scusa per aumentare le sue truppe vicino al confine. La risposta dell’Unione europea arriva pronta: ha imposto un divieto sull’esportazione di beni e tecnologie alla Bielorussia che possono contribuire al suo potenziamento militare e tecnologico. Lo ha dichiarato la Commissione europea: «Le misure estendono il divieto di esportazione verso la Bielorussia a una serie di beni e tecnologie altamente sensibili che contribuiscono al potenziamento militare e tecnologico della Bielorussia. Il Consiglio impone, inoltre, un ulteriore divieto di esportazione di armi da fuoco e munizioni, oltre che di beni e tecnologie adatti all’utilizzo nell’aviazione e nell’industria spaziale». Secondo la Commissione, le nuove misure contribuiranno a garantire che le sanzioni contro la Russia «non possano essere aggirate attraverso la Bielorussia». La Ue ha aggiunto anche rappresentanti della tv di Stato bielorussa nella «lista nera» dei soggetti sottoposti alle sanzioni decretate in seguito all’invasione russa dell’Ucraina nonché a quelle relative alla repressione dell’opposizione da parte del regime di Minsk: 38 figure del regime e tre entità statali, tra cui i principali «propagandisti» della televisione di Stato, pubblici ministeri e funzionari penitenziari. Il grano rimane sempre il tema più importante di queste settimane. E lo è da quando la Russia ha deciso di non rinnovarne l’accordo sull’export. Il segretario di Stato americano, Antony Blinken, ha accusato Mosca di «ricattare» il mondo con il blocco dell’accordo sui cereali. Allo stesso tempo, però, ha aperto uno spiraglio: «Se la Russia deciderà di tornare all’accordo sul grano», gli Stati Uniti faranno in modo che tutti, «inclusa la Russia», possano esportare cibo. Proprio questa è la richiesta di Mosca: la garanzia di poter esportare prodotti russi in tutto il mondo, cosa che finora le era impedita a causa del blocco dei pagamenti sul circuito Swift. In Ucraina, intanto, la giornata di ieri si è concentrata principalmente su Zaporizhzhia dove è morta una donna di 58 anni a seguito dei numerosi bombardamenti. «Nell’ultimo giorno, il nemico ha effettuato 80 bombardamenti nella regione di Zaporizhzhia. I russi hanno attaccato 21 insediamenti nella regione», hanno riferito le autorità della zona. Infine, nella centrale nucleare, le autorità ucraine hanno individuato almeno due mine antiuomo lungo la strada che percorrono di solito gli esperti dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) per raggiungere il sito. Le mine sono state disinnescate ma l’attenzione sulla centrale più grande d’Europa rimane naturalmente altissima.
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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