Conte punta a scavalcare a sinistra Di Maio
Il premier vuole accelerare sul commissariamento di Aspi: lancerebbe un’Opa sul M5s e salverebbe la maggioranza, scaricando i costi sui contribuenti. In bilico Paola De Micheli: una lettera prova che da mesi chiedeva all’avvocato di decidere, mentre lui rinviava.

Non basta rilasciare interviste sui quotidiani per trovare una soluzione al rebus Autostrade.

La partita è troppo grossa per cercare di nasconderla sotto il tappeto della comunicazione e probabilmente il premier Giuseppe Conte se ne sta accorgendo. Al quotidiano di Marco Travaglio ha dichiarato che «martedì» sarebbe stato tutto pronto per avviare l’azione revocatoria all’azienda controllata dalla famiglia Benetton. Martedì era ieri. Ma il cdm del redde rationem è invece slittato più volte per poi iniziare in tardissima serata. La stessa Atlantia, la controllante di Aspi, che ieri pomeriggio si è riunita in cda straordinario, è rimasta spiazzata. E ha comunicato di non aver preso nessuna decisione rimandando in attesa di una scelta politica unanime. Esattamente l’opposto dello scenario che si è venuto a formare nelle ore immediatamente prima del Consiglio dei ministri.

Il premier ha infatti sparato a zero contro i Benetton, salvo poi scegliere di scaricare le responsabilità anche sugli altri ministri e quindi sugli altri partiti. I quali hanno prontamente reagito. Italia viva ha confermato di voler rimanere al fianco di Atlantia, mentre mezzo Pd, almeno quello che fa riferimento al ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, ha ributtato in gola a Conte tutte le sue responsabilità. Non a caso ieri mattina è stata fatta trapelare una lettera, firmata dalla De Micheli, datata 13 marzo. Nel testo si chiedeva di prendere urgentemente una decisione. La risposta da Palazzo Chigi è arrivata soltanto due mesi dopo con un meeting che però non decide nulla. Al contrario l’input di Conte è stato quello di affidarsi ai tecnici, i quali avviano un tavolo con la controparte. La riunioni servono a valutare i nuovi valori della concessione e gli investimenti per il rilancio della rete autostradale. La scelta però si autoavvita. Senza un responso tecnico sui numeri, non si può trattare il concambio azionario e l’ingresso della componente pubblica. Così il tavolo si trascina finché la quotidianità ha il sopravvento. Il ponte di Genova ricostruito da Fincantieri è pronto per accogliere nuovamente il traffico automobilistico.

Peccato che la politica non abbia calcolato una cosa semplice: se passano le auto, i pedaggi devono essere attivi e per far pagare i pedaggi serve una concessione. Da qui la notizia che finisce per travolgere Palazzo Chigi. Non avendo risolto alcunché in due anni e non avendo cancellato la concessione ad Aspi, l’incarico di gestire il ponte va per legge al gruppo Benetton. A questo punto il premier attacca, ma non ha il coraggio di prendersi la responsabilità unilaterale di commissariare Aspi e di farla fallire. D’altronde la motivazione dell’urgenza è difficile da sostenere adesso. Un conto nell’immediatezza dei funerali delle vittime, ma dopo due anni – di cui uno trascorso a trattare con i rappresentanti della famiglia di Ponzano Veneto – l’argomento non tiene più banco. Almeno queste sarebbero valutazioni di merito. Ma Conte pensa alla sua maggioranza. E così pur sapendo di non avere l’appoggio di tutti si lancia nella strada del commissariamento con l’intento di superare a sinistra Luigi Di Maio. E fare così un’Opa sui 5 stelle. Il conto e i pericoli del commissariamento tanto ricadranno sui contribuenti, ciò che conta adesso per Conte è superare la crisi di governo. Non a caso si vocifera che sia stato Palazzo Chigi a far trapelare la notizia dell’incontro tra Di Maio e Gianni Mion, forse nella speranza di mettere l’ex leader grillino in fuorigioco rispetto alla base e al gruppo parlamentare. Il braccio di ferro con la De Micheli potrebbe poi essere la scusa per cercare di forzare la mano e chiedere un rimpasto di governo. Il premier è pronto a sfruttare l’impasse Autostrade per stare in sella all’esecutivo ed evitare che non sia la quota Pd avversaria a fare lo stesso. Il pericolo è che Autostrade diventi un boomerang. Esattamente come la Tav è stata per il primo governo Conte a trazione gialloblù. Pure in questo caso la partita esce dai confini nazionali e coinvolge interessi più grandi del governo stesso.

Fare il blitz in Austostrade ed entrare con una partecipazione pubblica è un conto, stravolgere l’intero equilibrio delle concessioni autostradali è un altro. Perché si finisce con l’aprire un vaso che contiene interessi europei e transnazionali. Nella compagine di Atlantia ci sono tedeschi ma soprattutto fuori dalla compagine azionaria ci sono gli spagnoli pronti ad approfittare del caos italiano e a riportare le lancette della storia indietro di 14 anni, quando Tomaso Padoa-Schioppa e Antonio Di Pietro dissero no alla fusione tra Autostrade e Abertis. Non sappiamo se il premier abbia calcolato tutti i possibili effetti collaterali dell’idea spregiudicata di «sostituirsi» a Di Maio.

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