Giuseppe Cossu, incursore di Marina in congedo, è un veterano dell’Afghanistan. Ci può raccontare di questa esperienza?
Ho fatto diversi turni in Afghanistan e, anche se le rotazioni erano serrate, ogni volta sembrava un teatro operativo diverso. Cambiavano le stagioni, cambiava il terreno, ma soprattutto cambiavano gli insurgent e il loro modo di agire, sempre più tecnologico e tattico.
Cioè?
All’inizio trovavi un certo tipo di minaccia poi tornavi mesi dopo e vedevi un’evoluzione continua: comunicazioni più sofisticate, imboscate studiate meglio, utilizzo diverso del territorio e una capacità crescente di adattarsi alle nostre procedure. Lo scenario estivo era completamente differente: il caldo, la polvere, le lunghe giornate e l’aumento dei movimenti rendevano tutto più intenso e imprevedibile. Anche durante il Ramadan percepivi un cambiamento operativo. A volte sembrava esserci una pausa apparente, ma era proprio lì che imparavi a non abbassare mai la guardia. In Afghanistan il silenzio non significava mai tranquillità. Dovevi continuamente riadattarti perché bastava pensare di aver capito il contesto per ritrovarti il giorno dopo dentro uno scenario completamente nuovo. L’imprevedibilità era costante. L’Afghanistan riusciva sempre a ricordarti che non eri mai davvero un passo avanti».
Qual era il vostro rapporto con gli afghani?
Cambiava completamente da zona a zona. Nelle città spesso percepivi rispetto e riconoscenza, perché vedevano concretamente quello che l’Italia stava facendo: strade, ponti, pozzi, scuole. Per molti bambini l’istruzione era diventata accessibile per la prima volta. E mentre la cooperazione lavorava per costruire, noi come forze speciali lavoravamo nell’ombra per neutralizzare le minacce più pericolose: gruppi armati che cercavano di controllare e terrorizzare la popolazione.
Chissà cosa pensavano gli afghani dei centri più periferici quando vi vedevano arrivare...
«In certi villaggi sembravamo arrivati da un altro pianeta. Per alcune persone eravamo il primo contatto con mezzi militari terrestri, elicotteri o velivoli. Ricordo ancora gli sguardi dei bambini: lo stupore puro. A volte scappavano appena ci vedevano, non perché avessero qualcosa da nascondere, ma semplicemente perché non avevano mai visto nulla di simile. In altri villaggi, invece, soprattutto quelli più radicalizzati, il clima era completamente diverso. Anche un gesto semplice come offrire acqua ai bambini diventava complicato. A volte la buttavano via davanti a te, altre volte arrivavano insulti o sassi. Ed è lì che capivi quanto fosse profonda la guerra psicologica e culturale che certe realtà vivevano da anni».
Un Paese di contraddizioni...
«Nello stesso giorno potevi trovare un sorriso sincero e pochi chilometri dopo un odio che non avevi nemmeno il tempo di capire».
Cos’ha pensato di fronte allo smantellamento delle truppe occidentali?
«All’inizio non riuscivo nemmeno a crederci. Poi hanno iniziato ad arrivarmi immagini e video della base dove avevo vissuto per mesi completamente in mano ai talebani. Ho visto distruggere stanze, strutture, la palestra costruita con sacrificio da tanti di noi. Per qualcuno potevano sembrare solo muri o attrezzature. Per noi no. Erano pezzi di vita, routine, fatica, fratellanza».
Tutto in fumo...
«Vedere tutto questo cancellato così è stata una violenza vera. Il nostro obiettivo era lasciare qualcosa di stabile: addestrare l’esercito regolare afghano, renderlo autonomo, permettergli di proteggere il proprio Paese. Credevamo davvero che potesse funzionare. E poi vedere l’aeroporto - che per molti civili rappresentava l’ultima speranza - diventare inutilizzabile è stato devastante».
Diversi afghani che avevano collaborato con l’Italia hanno rischiato di rimanere lì...
«Sono state tante le chiamate. Persone che avevano lavorato con noi, famiglie, interpreti che chiedevano aiuto direttamente. E tu dall’altra parte del telefono ti senti impotente, perché loro credevano in noi. Noi avevamo messo la faccia lì dentro. Oltre al sangue, oltre al sudore».
Solo chi c’è stato può capirlo...
«Credo che chi è stato in Afghanistan non abbia vissuto soltanto una missione militare. Una parte di noi è rimasta lì. Ed è per questo che vedere tutto crollare ha fatto così male»
Secondo lei è stato inutile?
No, non credo. Per oltre dieci anni abbiamo dato strumenti concreti a quella popolazione. Sicurezza, addestramento, istruzione, infrastrutture, possibilità che prima in molte zone semplicemente non esistevano. Abbiamo costruito strutture sanitarie, formato medici e personale locale, trasmesso conoscenze che prima erano assenti in intere aree del Paese. Oggi molte persone sanno riconoscere la differenza tra una patologia e l’altra, sanno quando e come curarsi, e questo ha significato anche aumentare l’aspettativa di vita di tantissime famiglie. E soprattutto abbiamo dato tempo.
Cioè?
«Abbiamo permesso a una generazione di bambini di andare a scuola, a molte donne di vivere una realtà diversa, a tante famiglie di immaginare un futuro che prima sembrava impossibile. Vedere l’Afghanistan in mano ai talebani fa male, inutile negarlo. Ma definire inutile tutto quello che è stato fatto significherebbe cancellare il sacrificio di chi non è tornato e anche i cambiamenti reali che, per anni, milioni di persone hanno vissuto sulla propria pelle. Le guerre non sempre finiscono come speri. Però ci sono missioni che, anche se non cambiano definitivamente un Paese, cambiano la vita delle persone che in quel periodo hanno potuto conoscere qualcosa di diverso dalla paura. E questo, per me, conta ancora»
Cosa porta con sé dall’Afghanistan
«Gli estremi dell’essere umano. La guerra, ma anche un’umanità incredibile. Mi porto dietro paesaggi che sembravano appartenere a un altro tempo. Montagne immense, silenzi irreali, deserti infiniti illuminati da tramonti che ti facevano quasi dimenticare dove ti trovassi davvero. Ricordo albe gelide dopo notti operative interminabili, il rumore del vento nei villaggi sperduti e quella sensazione costante di essere in un luogo duro, antico, impossibile da domare veramente. Mi porto dietro il rumore degli elicotteri nella notte, la polvere che entrava ovunque, il silenzio prima di un’operazione ma anche gli occhi dei bambini quando riuscivi a strappargli un sorriso in mezzo al nulla. E mi porto dietro la gente.
L’Afghanistan non è stato solo guerra, quindi...
«Ho conosciuto persone con una dignità enorme, uomini e famiglie che vivevano con pochissimo ma che trovavano comunque il modo di offrirti un tè caldo, del pane, ospitalità. In certe zone, quando conquistavi la fiducia della popolazione, sentivi una lealtà quasi assoluta. Alcuni rischiavano la vita semplicemente parlando con noi o aiutandoci. E questo peso non lo dimentichi più. Mi porto dietro volti che probabilmente non rivedrò mai più. Interpreti, bambini, anziani dei villaggi, persone che nel caos della guerra cercavano soltanto una vita normale. Ed è questo che mi ha colpito di più: la forza con cui quel popolo riusciva a rialzarsi ogni volta. L’Afghanistan mi ha insegnato quanto sia fragile la normalità che spesso diamo per scontata. Una strada sicura, una scuola aperta, un ospedale funzionante, una bambina che può studiare: lì capisci che per qualcuno tutto questo non è normale, è un privilegio enorme. E poi mi porto dietro i miei fratelli. Gli uomini con cui ho condiviso paura, stanchezza, risate, adrenalina e momenti che non si possono spiegare davvero a parole. In certi contesti il legame umano diventa qualcosa di assoluto. Infine mi porto dietro una speranza. Perché nonostante tutto quello che è successo, io continuo a credere che i semi lasciati in quegli anni non siano morti completamente. Magari cresceranno lentamente,, ma quando hai visto negli occhi di un bambino la voglia di conoscere un mondo diverso, capisci che certe idee non possono essere cancellate del tutto. E credo che sia questo il motivo per cui una parte di me, in Afghanistan, ci sia rimasta per sempre».