Da ieri c’è un motivo in più per votare Sì alla riforma della giustizia: Massimo D’Alema voterà No.
Spezzaferro (il soprannome gli venne affibbiato nel Sessantotto perché il líder máximo si vantava di riuscire a piegare con due dita i tappi a corona delle bottiglie di birra) ha infatti comunicato la sua decisione al Corriere della Sera, con apposita intervista. Che la legge messa a punto dal ministro Carlo Nordio ricalchi in gran parte le proposte della Bicamerale, di cui lui stesso nel 1997 fu presidente, poco importa. Né conta che, coerentemente con l’impostazione tenuta negli anni passati, la maggior parte dei dalemiani, ossia del gruppo che con lui conquistò Palazzo Chigi, sia favorevole alla riforma.
Da Marco Minniti a Nicola Latorre, da Cesare Salvi a Claudio Velardi, tutti i protagonisti della stagione che per la prima e unica volta nella storia della Repubblica portò a Palazzo Chigi un comunista, si sono da tempo espressi per il Sì alla separazione delle carriere. Salvi, che quando D’Alema guidava la Bicamerale era capogruppo del Pds e che della commissione per le riforme fu anche relatore, dice che la divisione di pm e giudici è coerente con la riforma del codice di procedura penale firmato dal socialista Giuliano Vassali. Ma D’Alema no: lui è convinto che non solo la legge di modifica costituzionale sia inutile, ma anche che sia sbagliata e pericolosa. In che cosa consista la dannosità della legge non è chiaro. L’ex presidente del Consiglio dice che si deve guardare il contesto e a quanto se ne capisce a preoccuparlo è che al governo ci sia Giorgia Meloni e non lui. Infatti, nonostante da tempo (e anche ieri) D’Alema si definisca un pensionato che nella sinistra non ricopre più alcun ruolo, si intuisce come le ambizioni che lo portarono perfino a un soffio dall’essere nominato capo dello Stato (invece toccò a Giorgio Napolitano, che da candidato a perdere finì sul Colle per puro caso) siano tutt’altro che sopite.
Del resto, all’epoca del governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte, pur non avendo alcun ruolo, D’Alema brigò a lungo dietro le quinte, non solo per piazzare i suoi uomini ai vertici della struttura anti Covid (tra i quali l’indimenticabile artefice dei banchi a rotelle Domenico Arcuri), ma anche per importare mascherine dalla Cina. Da consigliere occulto si diede perfino da fare per piazzare aerei da combattimento e navi da guerra alla Colombia, un affare da 80 milioni, che - le parole sono sue - avrebbe garantito generosi guadagni a tutti i partecipanti all’affare. Ecco, se uno così, che ci portò in guerra con la Serbia senza dire nulla al Parlamento e abbracciò gli Hezbollah considerandoli compagni che non sbagliano, è contrario alla riforma vuol dire che la legge Nordio è sulla buona strada.
Peraltro, che D’Alema sia in malafede è evidente proprio a partire dalle sue dichiarazioni. Prima lascia intendere che la separazione delle carriere punta a subordinare i magistrati al governo, poi invece parla di super pm fuori controllo. «Il corpo separato dei pubblici ministeri non ha nulla di garantista. Se penso ad alcuni pm… se venissero estratti bisognerebbe fuggire all’estero». Fossi negli esponenti del comitato pro riforma userei le sue parole come manifesto: se lui vota No, democratici e liberali devono votare Sì. Da solo il suo volto e la sua doppiezza sono un buon motivo per credere che separare le carriere e affidare il giudizio sulle toghe a un’alta corte disciplinare sia la cosa giusta.
Ps. Le parole del ministro Nordio che ha parlato di mafia del Csm hanno suscitato scandalo. Ma il guardasigilli non ha fatto altro che ripetere quanto disse tempo fa il pm antimafia Nino Di Matteo. Fu lui a parlare della mafia del Consiglio superiore della magistratura proprio mentre era al Csm. E se lo disse lui, c’è da credergli.
Falsi certificati contro i Cpr. I medici non sono soli: spunta il vademecum per la lotta. Tutta la «rete» che li sostiene.
Ancora non è noto il nome del medico che ha dichiarato Emilio Gabriel Valdez Velazco inidoneo al trattenimento in un Cpr. Di lui sappiamo però che ha contribuito alla liberazione del peruviano e di conseguenza involontariamente anche all’omicidio di Aurora Livoli: violentata e assassinata a 19 anni da un clandestino che senza quel certificato di esenzione avrebbe dovuto essere rinchiuso in un centro per il rimpatrio ed espulso.
Ci auguriamo che la Procura di Milano accerti in fretta se un’incontinenza urinaria sia davvero un problema ostativo all’ingresso in un Cpr di uno stupratore. E soprattutto speriamo che i pm stabiliscano se chi ha firmato l’esenzione al rimpatrio lo abbia fatto in buona fede o per ragioni ideologiche pro migranti. In attesa del chiarimento, ieri abbiamo però scoperto non solo che a Ravenna è stata aperta un’indagine a carico di alcuni medici che per l’accusa sottoscrivevano, senza farsi troppi problemi, certificati per impedire l’espulsione di stranieri clandestini, ma anche che esiste un’associazione che riunisce sanitari a cui stanno a cuore le migrazioni. Dopo i giuristi pro stranieri, gruppo assai caro a George Soros e che ha come missione la causa degli extracomunitari, abbiamo dunque anche i medici pro clandestini.
Ovviamente non c’è nulla di male nel curare un extracomunitario. Anzi, soccorrere chi ha bisogno di assistenza medica è un’opera meritoria e che tiene fede al giuramento di Ippocrate. Tuttavia, una cosa è somministrare farmaci e nel caso disporre un ricovero in ospedale di chi sta male, un’altra è firmare certificati per impedire che uno straniero sia trattenuto in un Cpr e successivamente espulso. Come è di tutta evidenza, nel primo caso si compiono le funzioni dovute, perché per curare le persone il medico non ha bisogno né di vedere il passaporto né di sapere se chi ha davanti abbia o meno un regolare permesso di soggiorno. Però, nel secondo caso, il dottore non si occupa dello stato di salute di un paziente, ma solo di evitare allo straniero di essere rimandato a casa sua. Dunque, anche se indossa un camice bianco, il medico che firma certificati per far liberare un extracomunitario non lo fa per tener fede al giuramento, ma solo per una motivazione ideologica, perché prima della legge e della salute viene la sua appartenenza politica. Insomma, chi firma una esenzione senza ragione non lo fa per curare una persona, ma solo perché è un militante.
La faccenda è talmente chiara, come è chiaro il falso in atto pubblico perpetrato da chi certifica ciò che non c’è, che non ci sarebbe neanche bisogno di discuterne. E invece tocca parlarne, perché ieri sia la Federazione dell’Ordine dei medici che l’associazione dei giuristi pro immigrazione (come dicevo abbiamo magistrati, professori, avvocati e ora anche i medici «democratici», ma sarebbe meglio chiamarli con un aggettivo più appropriato: comunisti) hanno difeso i medici nel mirino della magistratura. Per la Fnomceo, che raggruppa chirurghi e odontoiatri, non tocca ai medici fare i controlli di polizia sui migranti. Ovviamente nessuno chiede ai medici di controllare lo status dello straniero e tantomeno di segnalarlo alle forze dell’ordine. Ai dottori si chiede solo di non certificare il falso per lasciare liberi gli stranieri.
Ma per capire quale sia l’obiettivo di tutto ciò basta leggere il comunicato dell’Asgi, ovvero dei giuristi pro immigrazione. Per loro infatti, i Cpr vanno chiusi. Insomma, ci sono medici e anche magistrati e avvocati che lavorano contro i centri di trattenimento. Per loro sono lager che devono essere chiusi. Per noi, e per la legge, sono invece strutture da incrementare, per poter fermare e poi espellere chiunque non abbia diritto a stare in Italia. Anche perché non ci siano altre Aurora.
Non so quale sarà il risultato del referendum. Secondo alcuni sondaggi il Sì è in vantaggio di diversi punti, secondo altri ci sarebbe un testa a testa fra i due fronti e addirittura il No alla riforma della giustizia potrebbe all’ultimo averla vinta. Tuttavia, a prescindere da quale sarà il responso delle urne, la campagna per il plebiscito dal mio punto di vista ha già sortito un risultato positivo: ha rotto la cappa di piombo che per anni ha impedito il dibattito interno alla magistratura.
Ieri diversi pm e giudici hanno firmato un documento in cui contestano la tesi del procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, secondo cui a schierarsi contro la legge voluta dal ministro Carlo Nordio sono le persone per bene, mentre dall’altra parte, cioè tra quelli favorevoli alle modifiche costituzionali e alla separazione delle carriere, ci sarebbero gli indagati e i mafiosi. Siccome ai seggi ci si presenta con la carta d’identità e la tessera elettorale e non con il certificato penale, è evidente che la sparata di Gratteri è una super-balla, perché a meno che la Procura di Napoli non abbia messo sotto intercettazione migliaia di delinquenti per scoprirne le intenzioni di voto, nessuno può sapere come votino i pregiudicati. E però la frase del procuratore capo, ormai diventato simbolo a reti unificate della battaglia referendaria, ha suscitato una reazione che fino a poco tempo fa non si sarebbe vista: diversi magistrati hanno preso carta e penna (ma anche il telefonino per fare un videomessaggio) e si sono schierati contro Gratteri, attaccando direttamente l’Anm, ovvero il sindacato unico delle toghe.
Bisogna sapere che, mentre altre categorie di lavoratori sono rappresentate da organizzazioni con tendenze politiche tra le più varie, come Cgil, Cisl, Uil e Ugl, i magistrati - al pari dei giornalisti - hanno un solo sindacato, dove comanda la corrente più forte, che nel caso di pm e giudici quasi sempre è quella di sinistra. È vero che all’interno dell’Associazione coesistono gruppi con tendenze moderate, ma alla fine, quando c’è da tracciare la linea, guarda caso prevale sempre o quasi quella più radicale, vale a dire quella di Magistratura democratica, che, con un gioco di alleanze, ottiene gli incarichi più prestigiosi e impone la posizione più intransigente. L’unica volta che alcuni provarono a rompere il monopolio, finì con le intercettazioni dell’Hotel Champagne e nel Csm orientato un po’ più a destra alcuni furono costretti a dimettersi, facendo spostare la maggioranza nel Consiglio superiore nelle mani dei soliti gruppi di pressione.
La magistratura così è spesso presentata come un corpo unico, manco fosse un monolite al cui interno non esistono posizioni diverse. Ma il referendum sta mandando in mille pezzi l’unità della categoria, perché sta facendo emergere opinioni contrarie a quelle dell’Anm, che da sindacato che rappresenta tutte le toghe rischia di trovarsi a interpretare una sola parte, cioè quella schierata a sinistra.
Segnali di dissociazione dalla linea ufficiale patrocinata dal sindacato si sono avuti nelle scorse settimane. I lettori della Verità ne sono a conoscenza, perché da giorni stiamo pubblicando interventi di giudici e pm che non solo smentiscono le tesi più farlocche diffuse dal Comitato del No, ma dicono senza imbarazzo che il 22 e 23 marzo voteranno Sì alla riforma Nordio. E ieri come detto molti magistrati si sono anche dissociati dalle dichiarazioni del procuratore Gratteri, criticandone aspramente la posizione. A memoria non ricordo esempi di spaccature così profonde. In genere, quando si sono verificati scontri con la politica, ad alzarsi è sempre stata una voce sola, sostenuta di volta in volta da qualche capopopolo con la toga. Stavolta invece le divisioni ci sono e nessuno fa nulla per nasconderle. Buon segno: è la fine del sindacato unico dei magistrati e probabilmente anche della spartizione di carriere e assoluzioni alle spalle della giustizia.





